giovedì 20 novembre 2014

La realizzazione di una vita

di Giulia Tanel
In questi ultimi giorni, alla luce del Sinodo straordinario sulla Famiglia e dei dati dell’Istat, si è parlato molto del sacramento del matrimonio. Purtroppo la realtà dimostra che in Italia le persone che decidono di unirsi “per sempre” sono in continuo calo e, tra questi, il tasso di separazioni e divorzi non lascia presagire nulla di buono.
Eppure i motivi per non perdere la speranza ci sono, dal momento che è ancora possibile trovare sposi giovani e con tanti bambini. 
Noi di Notizie ProVita abbiamo posto alcune domande a Marco e Chiara, entrambi di ventisette anni, sposati dal 2008 e genitori di tre splendidi bambini. Le loro risposte sono uno squarcio di sereno…
Marco e Chiara, in controcorrente con il mondo, siete arrivati all’altare giovanissimi. Quando avete annunciato il matrimonio come hanno reagito le persone a voi vicine? E, soprattutto, perché avete deciso di sposarvi e non avete invece preferito la convivenza?
A dire la verità non tutti erano d’accordo che ci sposassimo a ventun anni. In molti ci hanno detto: “È un passo importante, siete giovani, potreste ripensarci! Non sapete quanti sacrifici comporta la vita familiare: divertitevi finché potete!”.
Tuttavia noi non siamo mai stati d’accordo con questo modo di concepire il matrimonio: esso non è la tomba dell’amore, bensì è un vincolo che aiuta a ricordare un impegno preso, è il porto in cui tornare dopo una qualsiasi tempesta, è un’alleanza, è una promessa di felicità… in quale altro rapporto “si fa il tifo affinché l’altro vinca”?!?
Per noi il matrimonio è un’unione in grado di dare stabilità, non è solo un sentimento con i suoi alti e bassi, che oggi c’è ma magari un domani viene meno. Ed è una scelta che dev’essere rinnovata ogni singolo giorno perché non è affatto scontato donare la propria vita in pienezza a un’altra persona. Per questo insieme di motivi non abbiamo neanche mai preso in considerazione la convivenza.
Quali sono le più grandi gioie e le più grandi fatiche derivanti dall’essere due persone distinte – uomo e donna, con pregi e difetti – impegnati in un percorso di vita comune?
A essere pienamente sinceri, la nostra esperienza di vita ci ha insegnato che, se si considera esclusivamente il piano strettamente umano, uomo e donna non sembrano fatti per convivere sotto lo stesso tetto. L’unica cosa che rende possibile questa unione è, secondo la nostra visione, il matrimonio cattolico. Questo ci stimola a superare le inevitabili difficoltà, semplicemente perché l’opzione ‘divorzio’ non è contemplata: “Nessuno osi separare ciò che Dio ha unito”. Se abbiamo un problema o lo risolviamo o lo risolviamo, tertium non datur.
Detto questo, la vita insieme si basa su una profonda stima reciproca: se l’altro dice una cosa che non si comprende al volo, bisogna fermarsi per cercare di capire. Questo perché una donna vede cose che passano inosservate per un uomo, e viceversa. È necessario dare fiducia all’altro e non basare tutto sulla propria convinzione: è come fondere assieme due cervelli per trarne un’azione unica.
Nella nostra vita insieme abbiamo compreso quanto i difetti che all’inizio ci facevano sprecare tanto tempo in discussioni ora sono diventati un pretesto per aiutarsi a migliorare a vicenda e se da soli era difficile fare autocritica e migliorare, nella vita di coppia si matura e si diventa migliori molto più facilmente e con meno fatica. Si impara a vedere i propri limiti con gli occhi dell’altro ed è così che il coniuge diventa uno specchio nel quale vedere e correggere i propri difetti.
In pochi anni di matrimonio, a dispetto della crisi economica e del contesto sociale, avete avuto tre bambini. Cos’è che vi muove verso una così generosa apertura alla vita?
I figli sono il frutto concreto del nostro amore. Essere sposi significa assumere su di sé il titolo di procreatori, nel senso di poter essere compartecipi con Dio nella creazione di una nuova vita. Non vi è onore più grande.
Nessun bambino ha mai portato una famiglia in rovina. Oggi più che mai è costoso avere dei bambini (non solo dal punto di vista materiale, quanto per poter offrire loro una buona formazione ed educazione), ma il ‘problema’ economico va affrontato dopo che il bambino è arrivato, non prima. Spesso, infatti, le cose che nella teoria sembrano impossibili, nella pratica si rivelano assolutamente realizzabili. Fino ad ora, a dispetto dei nostri tre figli, siamo sopravvissuti con un solo stipendio e con un mutuo… anche se nessuno ci crede!
Se uno dei vostri bambini non fosse stato sano, avreste pensato all’aborto?
Assolutamente no! Abbiamo sempre rifiutato anche tutti gli esami che ci proponevano per diagnosticare eventuali ‘difetti’ del bambino.
Siete ancora troppo giovani per fare un bilancio della vostra vita. Tuttavia, se qualcuno vi chiedesse com’è essere padre e madre, cosa rispondereste?
Risponderemmo molto semplicemente che non potremmo più fare a meno di non esserlo. Ogni sacrificio fatto per un figlio è ripagato con il centuplo. Ed è meglio faticare quando i figli sono piccoli, per poi un giorno, quando saranno liberi, godere della loro compagnia e raccogliere i frutti di ciò che abbiamo seminato.
In conclusione, in base alla vostra esperienza, vi sentireste di dire a una giovane coppia di fidanzati di sposarsi presto (e per sempre!) e di fare tanti figli?
Certamente! Perché sposarsi e, quindi, fare figli è la risposta che tantissimi giovani cercano ma che, spesso, viene loro nascosta. Finite le scuole superiori troppi ragazzi e ragazze cadono in una routine fatta di superficialità e materialismo, che danno loro una felicità immediata e apparente ma che svanisce a serata finita o quando un oggetto non è più nuovo e di moda.
Un giovane si sentirà sempre incapace di una vita di successo finché non si sposerà e avrà una vita propria. Allora non sarà più un figlio, ma un capofamiglia. Non sarà più un ragazzo, ma un uomo. Non è il primo stipendio che rende un giovane adulto, ma la sua prima grande responsabilità: il matrimonio. E lo stesso vale per la donna, che essendo sposa e madre realizza in pieno le sue capacità di donazione e di accoglienza.


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Cosa rimane del matrimonio?

La tendenza normativa a trasformare il divorzio in un mero iter burocratico

di Sergio Barbaro

Il decreto legge 132/2014 ha introdotto quello che i giornali definiscono il cosiddetto “divorzio facile” che accanto all’imminente e più volte annunciata introduzione del “divorzio breve” dovrebbe produrre una sensibile riduzione dei tempi e dei costi delle cause in materia di scioglimento del matrimonio.

Ma andiamo per ordine! Che cosa si intende per divorzio facile? La nuova normativa introdotta con d.l. 132/2014 prevede che le coppie che intendano separarsi o divorziare possano scegliere strade alternative alla introduzione di un giudizio in Tribunale. Due sono le nuove strade previste dal decreto legge. La prima opzione prevede la possibilità che le coppie in crisi senza figli minori o maggiorenni incapaci, con handicap o non autonomamente sufficienti, possano decidere di separarsi o divorziare in forza di un accordo sottoscritto in uno studio di un avvocato. I coniugi che intendano scegliere tale opzione devono rivolgersi a un avvocato (uno per parte) il quale redige una convenzione di negoziazione assistita ovvero un accordo con il quale i coniugi attraverso i loro legali pattuiscono in via amichevole le condizioni della separazione o del divorzio. Gli avvocati nella convenzione devono attestare di aver provato a conciliare i coniugi e di aver suggerito loro la possibilità della mediazione familiare. I termini per l’eventuale divorzio (tre anni allo stato) dovrebbero decorrere dalla stipula della convenzione da parte dei coniugi. Gli avvocati hanno, poi, l’obbligo di trasmettere l’accordo al Pubblico Ministero presso il Tribunale competente. Il Pubblico ministero ha il compito di verificare l’esistenza di eventuali irregolarità: se non ne riscontra concede il nulla osta agli avvocati a trasmettere l’atto all’ufficiale di stato civile.

L’altra opzione alternativa al ricorso al Tribunale prevista dal decreto legge è la possibilità di sottoscrivere un accordo di separazione o di divorzio di fronte al sindaco. La procedura è riservata alle coppie senza figli e nell’accordo davanti al sindaco non è possibile inserire patti aventi a oggetto trasferimenti patrimoniali, incluse decisioni su somme di denaro o beni mobili. Non è, inoltre, necessaria la presenza degli avvocati.

Le due nuove procedure potranno probabilmente ridurre i tempi e costi delle separazioni e dei divorzi, ma la lettura delle norme suscita diversi dubbi e perplessità. Per quanto concerne la separazione ovvero il divorzio a mezzo negoziazione assistita poco spazio viene dato al tentativo di conciliazione dei coniugi che, delegato agli avvocati, rischia di diventare ancora meno efficace e rilevante rispetto a quello tentato dal presidente del Tribunale. In merito alla seconda delle due procedure alternative si può presumere che il sindaco investito di una richiesta di separazione o di divorzio procederà normalmente alla delega della pratica a un funzionario con il rischio di ridurre il tutto a una mera formalità. Inoltre la burocratizzazione della procedura e la non obbligatorietà della presenza dell’avvocato potrebbe determinare situazioni in cui il coniuge più debole o succube psicologicamente non venga adeguatamente tutelato.

Passiamo a esaminare ora l’altra riforma quella denominata“divorzio breve” che è stata approvata dalla Camera il 29 maggio scorso e che è ora all’esame della Commissione Giustizia del Senato. La normativa prevede che ai fini della domanda di divorzio siano sufficienti dodici mesi di separazione se manca il consenso tra marito e moglie oppure sei mesi in caso di separazione consensuale. Il giudizio su questa nuova riforma non può essere che negativo. Anche con l’accelerazione dei tempi per lo scioglimento, ovvero la cessazione degli effetti civili del matrimonio, si rischia di trasformare le procedure di divorzio in meri adempimenti burocratici in cui la celerità dei tempi per intraprendere la procedura impedisce di soffermarsi sulla rilevanza delle conseguenze personali.

In conclusione la tendenza normativa evidente è quella di trasformare separazione e divorzio in meri iter burocratici in cui la tutela dei diritti e la riflessione sulle conseguenze rischiano di essere sacrificate alle esigenze di celerità e semplicità delle procedure.

Assimilare nei fatti lo scioglimento del matrimonio allo scioglimento di un rapporto contrattuale equivale a tentare di svuotare di contenuti un’istituzione, quella familiare appunto, che costituisce il caposaldo della coesione e della protezione sociale. 
aleteia

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Divorziati risposati, nessuno arruoli papa Benedetto
di Riccardo Cascioli
Coincidenza o precisa volontà? Difficile rispondere, ma la pubblicazione di un volume che raccoglie tutti gli scritti del cardinale Ratzinger-Papa Benedetto appare come risposta chiarissima ai tentativi di arruolarlo nel “partito” di Kasper per quel che riguarda l’ammissione dei divorziati risposati alla comunione.
Il fatto è questo: da “giovane” teologo il professore Joseph Ratzinger scrisse nel 1972 un articolo in cui – pur affermando di non mettere in discussione l’indissolubilità del matrimonio - apriva alla possibilità della comunione nel caso di «un secondo matrimonio che ha provato di aver assunto una dimensione morale ed etica», «vissuto in spirito di fede», con «obblighi morali» verso figli e moglie. Questi passaggi sono stati anche citati dal cardinale Walter Kasper in preparazione al Sinodo a sostegno della sua posizione. Ma ecco la sorpresa: nel volume appena uscito con gli scritti di Ratzinger, quell’articolo del 1972 è stato rivisto dall’autore, che – a quanto riporta il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung - ne ha cambiato la conclusione, invitando invece a riflettere sui processi di nullità. 
Per il quotidiano tedesco si tratta di una risposta di Benedetto XVI al cardinale Kasper, un modo per non farsi strumentalizzare, ma è anche un intervento – seppure indiretto – nel dibattito che sta infiammando la Chiesa, cosa che nel momento delle dimissioni il papa emerito aveva promesso di non fare. Peraltro Benedetto XVI era già intervenuto recentemente mandando messaggi alla Pontificia Università Urbaniana e ai partecipanti al pellegrinaggio Summorum Pontificum (clicca qui), con parole molto pesanti sia sul significato della missione sia sulla partecipazione alla messa secondo il rito antico. C’è dunque un susseguirsi di interventi il cui significato andrà certamente valutato con attenzione.
Ma tornando all'argomento in questione, la revisione dell’articolo del 1972 è importante anche per la manovra sempre più evidente che i sostenitori di un cambiamento dottrinale sul matrimonio (per quanto mascherato da scelta pastorale) stanno facendo nel tentativo di dimostrare che anche papa Benedetto avrebbe voluto quelle aperture invocate da Kasper e soci.  
Un’affermazione esplicita in questo senso arriva ora dal vaticanista di Panorama Ignazio Ingrao, che esce in questi giorni con un libro dedicato al Sinodo e ai suoi retroscena (sarà presentato settimana prossima a Roma con la presenza, tra gli altri, di Emma Bonino). In tale libro – secondo la recensione che gli dedicaAndrea Tornielli su Vatican Insider – c’è un capitolo intitolato “Chi ha fermato Ratzinger?”, in cui si sostiene che papa Benedetto era disponibile ad aperture sul tema dei divorziati risposati ma fu costretto a desistere per l’opposizione di non meglio precisati teologi e vescovi protagonisti di «una mobilitazione silenziosa e sotto traccia per bloccare ogni iniziativa su quel fronte».
A sostegno di questa tesi Ingrao fa riferimento a due discorsi di papa Benedetto: il primo ai preti della Val d’Aosta, a Introd nel luglio 2005, il secondo all’Incontro internazionale delle famiglie, a Milano nel giugno 2012. Nel discorso di Introd, in risposta alla domanda di un prete, Benedetto XVI citando il modello ortodosso – dice Ingrao – pur considerandolo impraticabile lasciava aperta una strada, che consisterebbe in questa espressione: «Da una parte, dunque, c'è il bene della comunità e il bene del sacramento che dobbiamo rispettare e dall'altra la sofferenza delle persone che dobbiamo aiutare». Una strada non più «percorsa» - sosterrebbe Ingrao – per colpa di oppositori interni, ma a Milano avrebbe riaperto la strada con una frase dubitativa: «Forse, se non è possibile l'assoluzione nella confessione, tuttavia un contatto permanente con un sacerdote, con una guida dell'anima, è molto importante perché possano vedere che sono accompagnati».
In appendice a questo articolo riportiamo integralmente i due interventi di papa Benedetto XVI citati da Ingrao, perché ognuno possa giudicare quanto fantasiosa e interessata sia l’interpretazione del vaticanista. In entrambi, infatti, papa Benedetto si fa sì carico della sofferenza di quanti si trovano in certe condizioni, ma offre soprattutto una meditazione sul valore salvifico della sofferenza e sul significato della comunione spirituale. Tanto è vero che proprio il cardinale Kasper nel suo discorso al Concistoro del febbraio scorso aveva quasi ridicolizzato l’approccio di Benedetto XVI.
L’invito ad approfondire la questione invece non va nella direzione dell’ammissione alla comunione, ma della riflessione sulla validità di certi matrimoni. A Introd cita espressamente la «situazione particolarmente dolorosa di quanti erano sposati in Chiesa, ma non erano veramente credenti e lo hanno fatto per tradizione, e poi trovandosi in un nuovo matrimonio non valido si convertono, trovano la fede e si sentono esclusi dal Sacramento». Quello che chiede Benedetto XVI è dunque una riflessione sui matrimoni sacramentali senza fede, un tema che se da una parte ha a che fare con il giudizio sulla validità del sacramento stesso, dall’altra richiama al modo in cui i parroci preparano le coppie al matrimonio.
Ed è ciò che Kasper e soci si guardano bene dal fare, preferendo la scorciatoia della “Comunione per tutti”, una sorta di “6 politico” applicato ai sacramenti. E non si dica che si chiedono condizioni precise e un rigoroso cammino penitenziale: che condizioni si possono chiedere quando già oggi in gran parte delle chiese europee sacerdoti e vescovi non si fanno problemi ad ammettere alla comunione i divorziati risposati (e non solo loro) senza neanche passare dalla confessione?
Ad ogni modo, l’intervento del Papa emerito taglia la testa al toro: chi vuole ammettere i divorziati risposati alla comunione, almeno non provi ad arruolare né il giovane Ratzinger né il vecchio Benedetto XVI. 
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BENEDETTO XVI,
INCONTRO CON IL CLERO DELLA DIOCESI DI AOSTA
INTROD, 25 LUGLIO 2005
«Un altro sacerdote ha sollevato il tema della comunione ai fedeli divorziati e risposati. Ecco la risposta del Santo Padre:
Sappiamo tutti che questo è un problema particolarmente doloroso per le persone che vivono in situazioni dove sono esclusi dalla comunione eucaristica e naturalmente per i sacerdoti che vogliono aiutare queste persone ad amare la Chiesa, ad amare Cristo. Questo pone un problema.
Nessuno di noi ha una ricetta fatta, anche perché le situazioni sono sempre diverse. Direi particolarmente dolorosa è la situazione di quanti erano sposati in Chiesa, ma non erano veramente credenti e lo hanno fatto per tradizione, e poi trovandosi in un nuovo matrimonio non valido si convertono, trovano la fede e si sentono esclusi dal Sacramento. Questa è realmente una sofferenza grande e quando sono stato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ho invitato diverse Conferenze episcopali e specialisti a studiare questo problema: un sacramento celebrato senza fede. Se realmente si possa trovare qui un momento di invalidità perché al sacramento mancava una dimensione fondamentale non oso dire. Io personalmente lo pensavo, ma dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito. Ma data la situazione di sofferenza di queste persone, è da approfondire.
Non oso dare adesso una risposta, in ogni caso mi sembrano molto importanti due aspetti. Il primo: anche se non possono andare alla comunione sacramentale non sono esclusi dall'amore della Chiesa e dall'amore di Cristo. Una Eucaristia senza la comunione sacramentale immediata non è certamente completa, manca una cosa essenziale. Tuttavia è anche vero che partecipare all'Eucaristia senza comunione eucaristica non è uguale a niente, è sempre essere coinvolti nel mistero della Croce e della risurrezione di Cristo. È sempre partecipazione al grande Sacramento nella dimensione spirituale e pneumatica; nella dimensione anche ecclesiale se non strettamente sacramentale.
E dato che è il Sacramento della Passione di Cristo, il Cristo sofferente abbraccia in un modo particolare queste persone e comunica con loro in un altro modo e possono quindi sentirsi abbracciate dal Signore crocifisso che cade in terra e muore e soffre per loro, con loro. Occorre, dunque, fare capire che anche se purtroppo manca una dimensione fondamentale tuttavia essi non sono esclusi dal grande mistero dell'Eucaristia, dall'amore di Cristo qui presente. Questo mi sembra importante, come è importante che il parroco e la comunità parrocchiale facciano sentire a queste persone che, da una parte, dobbiamo rispettare l'inscindibilità del Sacramento e, dall'altra parte, che amiamo queste persone che soffrono anche per noi. E dobbiamo anche soffrire con loro, perché danno una testimonianza importante, perché sappiamo che nel momento in cui si cede per amore si fa torto al Sacramento stesso e l'indissolubilità appare sempre meno vera.
Conosciamo il problema non solo delle Comunità protestanti ma anche delle Chiese ortodosse che vengono spesso presentate come modello in cui si ha la possibilità di risposarsi. Ma solo il primo matrimonio è sacramentale: anche loro riconoscono che gli altri non sono Sacramento, sono matrimoni in modo ridotto, ridimensionato, in una situazione penitenziale, in un certo senso possono andare alla comunione ma sapendo che questo è concesso "in economia" - come dicono - per una misericordia che tuttavia non toglie il fatto che il loro matrimonio non è un Sacramento. L'altro punto nelle Chiese orientali è che per questi matrimoni hanno concesso possibilità di divorzio con grande leggerezza e che quindi il principio della indissolubilità, vera sacramentalità del matrimonio, è gravemente ferito.
Da una parte, dunque, c'è il bene della comunità e il bene del Sacramento che dobbiamo rispettare e dall'altra la sofferenza delle persone che dobbiamo aiutare.
Il secondo punto che dobbiamo insegnare e rendere credibile anche per la nostra stessa vita è che la sofferenza, in diverse forme, fa necessariamente parte della nostra vita. E questa è una sofferenza nobile, direi. Di nuovo occorre far capire che il piacere non è tutto. Che il cristianesimo ci dà gioia, come l'amore dà gioia. Ma l'amore è anche sempre rinuncia a se stesso. Il Signore stesso ci ha dato la formula di che cosa è amore: chi perde se stesso si trova; chi guadagna e conserva se stesso si perde.
È sempre un Esodo e quindi anche una sofferenza. La vera gioia è una cosa distinta dal piacere, la gioia cresce, matura sempre nella sofferenza in comunione con la Croce di Cristo. Solo qui nasce la vera gioia della fede, dalla quale anche loro non sono esclusi se imparano ad accettare la loro sofferenza in comunione con quella di Cristo».

BENEDETTO XVI
FESTA DELLE TESTIMONIANZE
INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE
MILANO 2 GIUGNO 2012
FAMIGLIA ARAUJO (Famiglia brasiliana di Porto Alegre)
MARIA MARTA: Santità, come nel resto del mondo, anche nel nostro Brasile i fallimenti matrimoniali continuano ad aumentare.
Mi chiamo Maria Marta, lui è Manoel Angelo. Siamo sposati da 34 anni e siamo già nonni. In qualità di medico e psicoterapeuta familiare incontriamo tante famiglie, notando nei conflitti di coppia una più marcata difficoltà a perdonare e ad accettare il perdono, ma in diversi casi abbiamo riscontrato il desiderio e la volontà di costruire una nuova unione,qualcosa di duraturo, anche per i figli che nascono dalla nuova unione.
MANOEL ANGELO: Alcune di queste coppie di risposati vorrebbero riavvicinarsi alla Chiesa, ma quando si vedono rifiutare i Sacramenti la loro delusione è grande. Si sentono esclusi, marchiati da un giudizio inappellabile.
Queste grandi sofferenze feriscono nel profondo chi ne è coinvolto; lacerazioni che divengono anche parte del mondo, e sono ferite anche nostre, dell'umanità tutta.
Santo Padre,sappiamo che queste situazioni e che queste persone stanno molto a cuore alla Chiesa: quali parole e quali segni di speranza possiamo dare loro?
SANTO PADRE: Cari amici, grazie per il vostro lavoro di psicoterapeuti per le famiglie, molto necessario. Grazie per tutto quello che fate per aiutare queste persone sofferenti. In realtà, questo problema dei divorziati risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa di oggi. E non abbiamo semplici ricette. La sofferenza è grande e possiamo solo aiutare le parrocchie, i singoli ad aiutare queste persone a sopportare la sofferenza di questo divorzio.
Io direi che molto importante sarebbe, naturalmente, la prevenzione, cioè approfondire fin dall’inizio l’innamoramento in una decisione profonda, maturata; inoltre, l’accompagnamento durante il matrimonio, affinché le famiglie non siano mai sole ma siano realmente accompagnate nel loro cammino. E poi, quanto a queste persone, dobbiamo dire – come lei ha detto – che la Chiesa le ama, ma esse devono vedere e sentire questo amore.
Mi sembra un grande compito di una parrocchia, di una comunità cattolica, di fare realmente il possibile perché esse sentano di essere amate, accettate, che non sono «fuori» anche se non possono ricevere l’assoluzione e l’Eucaristia: devono vedere che anche così vivono pienamente nella Chiesa.
Forse, se non è possibile l’assoluzione nella Confessione, tuttavia un contatto permanente con un sacerdote, con una guida dell’anima, è molto importante perché possano vedere che sono accompagnati, guidati. Poi è anche molto importante che sentano che l’Eucaristia è vera e partecipata se realmente entrano in comunione con il Corpo di Cristo. Anche senza la ricezione «corporale» del Sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo Corpo. E far capire questo è importante. Che realmente trovino la possibilità di vivere una vita di fede, con la Parola di Dio, con la comunione della Chiesa e possano vedere che la loro sofferenza è un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere la stabilità dell’amore, del Matrimonio; e che questa sofferenza non è solo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede. Penso che la loro sofferenza, se realmente interiormente accettata, sia un dono per la Chiesa. Devono saperlo, che proprio così servono la Chiesa, sono nel cuore della Chiesa. Grazie per il vostro impegno.