
James J. Norris (1907-1976). Il 5 novembre 1964 fu al concilio il “giorno della povertà”.
Pubblichiamo stralci tratti da un testo del cardinale presidente emerito del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace sulla figura di James J. Norris (1907-1976), laico americano che dedicò la sua vita a combattere la povertà.
di Renato Raffaele Martino
Nel 1947 Norris divenne il primo direttore europeo dei Catholic Relief Services (Crs), iniziando un servizio quasi trentennale per l’agenzia. Tra i molti contributi al Crs vi sono due firme di appelli nazionali, l’Annual Thanksgiving Clothing Drive e l’Annual Lenten Rice Bowl Campaign.
Stabilitosi prima a Francoforte e poi a Ginevra, Norris vide di persona la sofferenza e la disperazione di gente lasciata senza casa, sfollati o profughi a causa della guerra e del conseguente sconvolgimento sociopolitico. Su richiesta di Pio XII, Norris lavorò molto vicino al sostituto della segreteria di Stato Giovanni Battista Montini nella formazione della International Catholic Migration Commission, della quale Norris fu presidente per un quarto di secolo. La commissione lavorò per orientare i rifugiati verso Paesi cattolici poco popolati, specialmente in America latina. Alla fine degli anni Cinquanta, Norris si rese conto che l’indirizzo del Crs andava al di là della preoccupazione verso l’Europa e i rifugiati, estendendo la sua prospettiva fino a comprendere tutta la sfera della povertà e dello sviluppo sociale in tutto il mondo. Il suo amico, monsignor Montini descriverà questa trasformazione nella sua enciclica Populorum progressio affermando che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace».
Dopo la sua elezione come successore di Giovanni XXIII, il 21 giugno 1963, Paolo VI annunziò la sua intenzione di continuare il concilio. Il 13 settembre seguente, su richiesta dei padri conciliari, nominò dieci uditori: l’unico nordamericano fu James Norris.
Nel concilio Norris fu incluso nel “gruppo sulla povertà”. Uno del gruppo, il cardinale Benjamín de Arriba y Castro, arcivescovo di Tarragona, aveva già pronunciato un intervento proponendo la creazione di un Segretariato della povertà al livello più alto della Chiesa. La proposta ebbe successo e portò all’istituzione, il 5 novembre 1964, di un “giorno della povertà” nell’ambito dello stesso concilio. Norris fu scelto dal gruppo per introdurre la discussione sul paragrafo 24 dello schema conciliare sulla Chiesa nel mondo moderno.
Nel suo impeccabile latino, Norris propose la creazione di un dicastero nella Curia romana che coordinasse gli sforzi della Chiesa contro la povertà nel mondo. «Oso proporre — Audeo proponere nell’originale — che da questo concilio ecumenico esca una chiamata all’azione che comporti la creazione di una struttura che inventi quali istituti, contatti, forme di cooperazione e di condotta la Chiesa possa adottare per assicurare la piena partecipazione cattolica nella lotta mondiale alla povertà».
Il suo intervento fu storico. Una settimana dopo, Papa Paolo VI presiedendo la messa in rito bizantino, depose simbolicamente la sua tiara sull’altare della basilica di San Pietro come dono per i poveri del mondo. Fece ciò — disse — «in risposta alle molte gravi parole pronunciate in questo concilio ecumenico sulla miseria e la fame nel mondo moderno». Da quel giorno nessun Pontefice ha usato la tiara papale.
Nel decennio finale della sua vita, James Norris, piuttosto che ritirarsi, intensificò i suoi sforzi a favore dei poveri del mondo. Oltre alla sua posizione nei Catholic Relief Services, la International Catholic Migration Commission e la Pontificia Commissione (in seguito Pontificio Consiglio) Giustizia e Pace, fu impegnato in varie altre organizzazioni impegnate a coordinare aiuti internazionali e interreligiosi e attività per lo sviluppo. Nel 1971 Paolo VI creò il Pontificio Consiglio Cor Unum al fine di coordinare le attività caritative tra le varie agenzie cattoliche nazionali di soccorso. Norris fu nominato membro statutario di questo nuovo dicastero.
Nell’ottobre 1976, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati annunziò che avrebbe ricevuto la prestigiosa Fridtjof Nansen Medal «per il suo eminente servizio a favore dei rifugiati». Un riconoscimento che Norris non avrebbe mai ritirato. II 15 novembre 1976, mentre viaggiava in treno diretto all’ufficio dei Crs a New York fu colpito da un aneurisma all’aorta. Due giorni dopo, morì all’ospedale Saint Michael, nel Newark. Il funerale fu celebrato nella cattedrale di Saint Patrick a New York dal cardinale Terence James Cooke.
Anche nella basilica di San Pietro fu celebrata la messa dal cardinale Joseph Bernardin. Madre Teresa di Calcutta era tra i presenti. In seguito, Norris fu sepolto nel Saint Mary’s Cemetery a Washington, di fronte al suo amato santuario nazionale dell’Immacolata Concezione, del cui consiglio dei direttori era stato membro per venticinque anni.
Eileen Egan, sua collega nel Catholic Relief Services e attivista per la pace, riassunse la statura interiore di James Norris in modo molto preciso: «Era posseduto da una spiritualità che domandava espressione». La sua descrizione ci ricorda che Norris era molto di più che un attivista o un benefattore. Egli era prima e più di tutto un uomo santo, sul modello di san Paolo che affermava: «l’amore del Cristo ci possiede» (seconda Lettera ai Corinti, 5, 14).
Ogni giorno Norris recitava una preghiera allo Spirito Santo composta per lui da padre Thomas Augustine Judge: «Concedimi che io possa sempre ascoltare la tua voce, e seguire le tue benevole ispirazioni. Dammi la grazia, o Spirito Santo, Spirito del Padre e del Figlio, di dire a te, sempre e dappertutto, “Parla, o Signore, il tuo servo ti ascolta”. Spirito di pietà, fammi fervente nelle buone opere. Spirito celeste, fammi perseverare nel servizio di Dio, e dammi la forza di agire con bontà in tutte le occasioni». Questo atto di offerta allo Spirito Santo gli fu trovato nel portafoglio al momento del suo attacco fatale.
Norris badò sempre a non perdere di vista le persone che avevano ricevuto la sua carità. Parlando al terzo congresso internazionale dell’International Catholic Migration Commission, ad Assisi, nel 1965, offrì la seguente riflessione: «È precisamente il vantaggio di un congresso, che offre a tutti noi che siamo impegnati una possibilità di prendere una pausa e riflettere sull’individuo migrante come una persona, non come un caso, come un essere umano che è un complesso di forze e di paure, impulsi ed aspirazioni. E ciò è realistico, perché non possiamo né comprendere una persona né aiutarla durevolmente se non l’accettiamo come un tutto, evitando la sua stretta, frammentata visione come solo un richiedente di un prestito o di un visto, un caso in più da documentare o semplicemente una voce su un formulario».
L'Osservatore Romano