sabato 7 settembre 2013

Come Papa Giovanni



Il  tweet di Papa Francesco: "Pregate per la pace! facebook.com/news.va.en #prayforpeace " (7 settembre 2013)

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Da “La Stampa” del 7 settembre 2013
a firma di Enzo Bianchi
«È alieno dalla ragione pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come
strumento di giustizia». Queste le parole di papa Giovanni nella Pacem in terris, l’enciclica
indirizzata per la prima volta anche a «tutti gli uomini di buona volontà».
Poche settimane dopo Giovanni XXIII sarebbe morto e solo pochi mesi prima un suo intervento
personale aveva scongiurato che la «guerra fredda» tra Usa e Urss divampasse in conflitto nucleare
a motivo delle tensioni attorno a Cuba. Oggi, a cinquant’anni di distanza, papa Francesco decide
risolutamente di porre in gioco a sua volta tutta l’autorevolezza acquisita in pochi mesi di
pontificato per fermare i venti di guerra che si addensano pericolosi sulla Siria.
L’appello per una giornata di preghiera e di digiuno per la pace in Medio Oriente e in tutto il
mondo, i ripetuti vigorosi richiami per scongiurare la guerra, la convocazione del corpo diplomatico
accreditato in Vaticano per spiegare le ragioni del dialogo e l’irragionevolezza della violenza, la
lettera inviata al presidente Putin e ai partecipanti al G 20 a San Pietroburgo, i contatti discreti
avviati dalla rete diplomatica vaticana: papa Francesco non sta lasciando nulla di intentato per
fermare la corsa all’irreparabile. Papa Francesco si è posto come vero «intercessore» - da intercedere, «fare un passo tra» - perché si è messo tra le parti in conflitto, disarmato, senza difendere
interessi propri, per chiedere la pace, offrendo così l’icona dell’autentica preghiera cristiana che si
leva a Dio ma vuole essere al contempo efficace responsabilità tra gli uomini.
Non si tratta di ignorare che la situazione è già oggi e da tempo tragica in Siria come in altre parti
del mondo per milioni di civili, non si tratta di attribuire responsabilità all’uno o all’altro campo –
del resto i «campi» sono ben più di due e maledettamente intrecciati tra loro. Si tratta invece di aver
colto un momento cruciale, un punto di non ritorno e di pronunciare parole forti, profetiche,
«ascoltino o non ascoltino!», come ammonisce il profeta Ezechiele (Ez 2,5). Nel vibrante appello
del Papa non ci sono calcoli di opportunità o valutazioni sull’effettiva possibilità di successo
dell’intervento: una parola forte contro la guerra, la violenza e i massacri va pronunciata non perché
si è certi che sarà ascoltata, ma perché è giusto e doveroso farlo, è decisivo ricordare a chi finge di
avere una memoria corta o distorta la molteplicità di conflitti avviati in modo limitato, puntuali, di
breve durata e trasformatisi in tragedie immani. Nell’era atomica, nell’era delle armi di distruzione
di massa – indipendentemente da chi ne dispone – è davvero «alieno dalla ragione» pensare di
ristabilire la giustizia violata attraverso quello strumento di morte che sempre è la guerra.
Papa Francesco riprende con vigore e timbro propri l’appassionato grido di numerosi suoi
predecessori sulla cattedra di Pietro: la guerra «inutile strage», il «tutto è perduto con la guerra», il
«mai più la guerra!» sono espressioni forti usate da almeno un secolo dai vari papi, da Benedetto
XV a Giovanni Paolo II. Ed è significativo che oggi papa Francesco trovi una profonda sintonia e
un convinto appoggio da parte dei vescovi di tutto il mondo, anche nelle nazioni maggiormente
implicate nei conflitti in atto o imminenti. Se possiamo considerare tragicamente «normale» che
tutte le chiese di Siria e del Medioriente siano unanimi nel chiedere di scongiurare la risposta delle
armi alla violenza ingiusta e disumana che già stanno subendo, sorprende favorevolmente, per
esempio, la ferma posizione di episcopati come quello statunitense, che invita i membri del
Congresso Usa a respingere la proposta di attacco militare alla Siria. Nella stessa linea si può
leggere l’accorato appello dei vescovi italiani, pronti questa volta a unirsi alla voce del Papa.
Ma, viene da chiedersi, come possono preghiera e digiuno nella loro disarmata debolezza far fronte
e arrestare mostruose macchine da guerra che interessi sovente inconfessabili mantengono efficienti
e funzionanti proprio al prezzo di continui conflitti in aree che si pensa di poter controllare e
limitare? Ora, per un credente la preghiera è dialogo con Dio, ascolto della sua Parola e invocazione
perché porti a compimento ciò che gli uomini possono solo iniziare. Ma in senso più lato pregare è
anche «pensare davanti all’Altro», porsi di fronte a istanze etiche che ci superano e chiedono di
rileggere la nostra vita e gli eventi in una luce che non guardi solo o primariamente ai propri
interessi. In questo senso, credo, la preghiera è condivisibile anche da chi credente non è, da quegli
«uomini di buona volontà» che – secondo il significato originale del Vangelo di Matteo che usa
questa locuzione – non sono le persone che hanno buone intenzioni, bensì gli esseri umani tutti,
oggetto del beneplacito, della «buona volontà» di Dio. Il digiuno, poi, è prassi presente non solo in
tutte le tradizioni religiose ma anche nel pensiero filosofico, nell’azione politica e nel
comportamento etico di uomini e donne di ogni area culturale e geografica. Esso è strumento di
conoscenza di se stessi, di lettura dei propri desideri ed è antidoto alla voracità di possesso che ci
abita.
Ecco allora che preghiera e digiuno, a cui invita oggi papa Francesco, possono essere strumenti
universali per discernere ciò che è bene per l’umanità tutta e non solo per la «nostra» parte, per
prendere decisioni con criteri altri, diversi rispetto all’autoreferenzialità e al proprio tornaconto.
Certo, a coloro che hanno responsabilità di governo non sono chiesti «gesti simbolici», ma
assunzione di responsabilità e, soprattutto, coerenza tra ciò che dichiarano – magari perché cattolici
e pronti a ossequiare il Papa – e le modalità del loro esercizio del potere e della loro azione politica.
Sperare che milioni di persone che pregano e digiunano in tutto il mondo possano cambiare le sorti
della storia può apparire un sogno utopico, ma è responsabilità di ciascuno di noi far sì che l’utopia
trovi un luogo in cui dimorare, che l’insperabile diventi realtà, che pace e giustizia si abbraccino e
che l’uomo non sia più nemico all’uomo.

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Gutierrez: «Francesco mi ricorda Papa Giovanni»


Il teologo Gustavo Gutierrez

Intervista con il teologo domenicano esponente della Teologia della liberazione alla vigilia della presentazione a Mantova del libro scritto con l'arcivescovo Müller

ANGELO SARTO


«Parlare dell'importanza del povero, della solidarietà con i poveri, … questo viene dal Vangelo. La teologia della liberazione tutto questo l'ha solo ricordato, non l'ha creato: c'è nel Vangelo! E il Papa è molto evangelico». Lo afferma uno dei fondatori della Teologia della liberazione, padre Gustavo Gutiérrez, domenicano, atteso domani al Festivaletteratura a Mantova insieme al suo “vecchio amico”, l'arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, oggi Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

Padre Gutiérrez, l'ottima accoglienza manifestata da «L'Osservatore Romano»  al suo libro Dalla parte dei poveri (Edizioni Messaggero – Editrice Missionaria Italiana) www.emi.it , scritto insieme a mons. Müller, segna una svolta nei rapporti tra Vaticano e teologia della liberazione. Cosa ne pensa?


«Questo libro è stato pubblicato in tedesco e spagnolo 9 anni fa. Sono molto contento di questa accoglienza positiva. Esso mostra che la teologia della liberazione è un contributo tra altre teologie. Monsignor Müller parla di questo molto chiaramente. Sono molto lieto per questa approvazione del mio vecchio amico Müller».


Che rapporto esiste, per quanto lei sa, tra Bergoglio e la teologia della liberazione? C'è chi dice che l'ha condannata in passato ...

«Che io sappia non l'ha mai condannata, me l'hanno detto alcuni miei amici che gli sono molto vicini. Guardi, io non sono tanto interessato alla teologia della liberazione ma al Vangelo. La teologia della liberazione è una teologia, pensata per ricordare qualcosa di importante del Vangelo: la presenza dei poveri nel mondo, l'opzione preferenziale per poveri da parte della Chiesa. Se ci sono stati contatti tra Bergoglio e la teologia della liberazione? Forse, perché no? Io preferisco vedere le cose così e non mettere il Papa in una teologia ma solo nel Vangelo».


Qualche osservatore sostiene che Bergoglio stia portando avanti alcune istanze della Teologia della liberazione sul piano del suo impegno di pastore...

«Forse credo che lui sta portando avanti il Vangelo, non esattamente una teologia, ma semmai una teologia vicina alla teologia della liberazione. Parlare dell'importanza del povero, dell'impegno, della solidarietà con i poveri, … questo viene dal Vangelo. La teologia della liberazione tutto questo l'ha solo ricordato, non l'ha creato: c'è nel Vangelo! E il Papa è molto evangelico, il suo modo di fare lo dimostra».

Leonardo Boff ha sostenuto che papa Francesco porrà in futuro dei segni per riabilitare la teologia della liberazione, spesso criticata dal Vaticano. Secondo lei ciò avverrà?

(Ride). «Fare previsioni è sempre difficile. Ma sembra che ciò possa avvenire, sebbene non posso dire come perché non posso rispondere a quello che farà il Papa. Ma questo momento è così ricco, interessante e evangelicamente nuovo! Spero che questo clima continui. Non tanto per la teologia della liberazione, ma per andare alla radice del vangelo. Non conosco Bergoglio direttamente, ma solo tramite amici che gli sono molto vicini. Ho sentito parlare di lui molto tempo fa come gesuita in Argentina, come vescovo, arcivescovo e cardinale a Buenos Aires. Sono molto lieto di questi mesi dopo l'elezione a Papa. Ha aiutato molto la fede con uno stile molto evangelico la vita della chiesa».


Quale l'urgenza che Francesco deve affrontare di più nella chiesa di oggi?

«Non è facile da dire, quando si vede la chiesa come papa si ha un altro panorama. Ma quello che ha fatto oggi è stato parlare del vangelo nella periferia è una metafora molto interessante. Questa è missione della chiesa: annunciare il regno di Dio a tutti, con un accento particolare nella periferia del mondo. Questo è quello che trovo così evangelico in Francesco! Le due cose che ha iniziato a fare, ovvero la riforma curia e la riforma economica dello IOR, sono quelle giuste. Ma sopratutto è interessante una presenza rinnovata della fede nel mondo di oggi. Lui ha un'analisi della realtà che mi sembra molto interessante. È molto originale e creativo nei gesti. Non posso dire: lui deve fare questo o quello! Non è mio compito. Però sono molto contento di vedere questa presenza e aria “fresca” nella chiesa che Francesco ha portato».

 
Tante persone tornano alla Chiesa grazie a Francesco. Perché?


«Ha toccato dei tasti che non era più toccati da tempo: l'evangelizzazione e l'annuncio del regno è per tutti. Questo vuol dire andare verso i punti importanti, ad esempio la giustizia. Francesco sta sottolineando molto questa novità, con un carisma veramente straordinario. Mi ricorda papa Giovanni XXIII».