Il 14 settembre 1998, esattamente 15 anni fa, Papa Giovanni Paolo II firmava la sua penultima di 14 Lettere Encicliche - "Fides et Ratio" - e forse una delle più importanti anche perché, secondo molti esperti, nell'elaborazione del documento ebbe un ruolo fondamentale l'allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, futuro Benedetto XVI, cardinale J. Ratzinger. L'Enciclica si apre con queste parole: "La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità. E Dio ad aver posto nel cuore dell'uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso. In questi giorni il dibattito sul rapporto Fede-Ragione si è riacceso, grazie anche alla intelligenza "laica" di Eugenio Scalfari e alla disarmante semplicità di Papa Francesco.
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Sfida alla modernità
di Joaquìn Navarro-Valls
in “la Repubblica” del 14 settembre 2013
La lettera che il Papa ha inviato giorni or sono a questo giornale rientra sicuramente tra gli atti più
eloquenti per capire lo stile semplice e immediato che Francesco ha voluto dare al suo pontificato.
Non un atteggiamento di maniera, sforzato. Non un disdegno dall’autorità che si accompagna con
un’abdicazione del ruolo pastorale. No. Si tratta di una vera e vissuta “autenticità”. Alcune domande
sono state giustamente sollevate e legittimamente rivolte al Papa.
Ebbene il Papa ha voluto rispondere in modo altrettanto schietto e genuino. Tutto qua.
Evidentemente, l’occasione ha dato corso a una risposta colloquiale, nel senso che Francesco non
aveva alcuna pretesa di ergersi a strumento solenne di dottrina. Eppure, a rileggere bene gli
argomenti e le singole parole, si comprende che i contenuti espressi sono qualcosa di più di una
replica. È la consegna di alcuni suggerimenti seri, validi e concreti alle inquietudini di tutti noi.
Molte precisazioni, d’altronde, compaiono preziosamente tra le righe. Dal significato della recente
Enciclica Lumen fidei,voluta e scritta da Benedetto XVI ma integrata e completata da Francesco,
alla fedeltà alla grande lezione del Vaticano II, per finire al valore che assume oggi il parlare una
lingua non forbita, comprensibile dai saggi e dai meno saggi.
Nonostante tutto questo sia stato offerto con grande simpatia e solidità dal Papa, il vero motivo
dominante, probabilmente quello che veramente l’ha spinto infine a inviare la missiva, è stata la
portata della prima domanda. Pressappoco era la seguente: com’è possibile conciliare i valori
assoluti della fede con il relativismo della vita di oggi?
Il Papa ha deciso di prendere il toro per le corna. Ha voluto cioè affrontare uno tra i dilemmi più
critici e spettacolari della modernità, partendo dal significato verace e genuino che ha il credere per
ogni semplice persona. Via gli orpelli culturali, via le maschere di apparenza, per andare subito al
nucleo essenziale che muove tantissime persone di oggi a sentirsi ancora attratte, interiormente ed
esistenzialmente, dal Cristianesimo.
La fede nasce, questo ha detto Francesco, dall’incontro personale con Gesù. Un desiderio che
suscita stupore, amore e voglia di unirsi da vicino con una persona come noi che nasconde tuttavia,
nelle scelte che fa, nelle azioni che compie, nei miracoli e nel sacrificio che vive, una trascendenza
spirituale completa, divina.
La fede, dunque, non nasce dal conformismo e non si attua mediante una valida elaborazione
ideologica e moralista. Con la stessa forza con cui ci s’innamora continuamente tra esseri umani, ci
s’innamora pienamente e totalmente di Dio. Questo è il senso autentico che ha la parola “luce” nel
cuore del credente. La fede nell’amore produce nuovo amore, ottimismo e felicità in se stessi e negli
altri.
Logicamente l’incontro a tu per tu con Gesù non avviene per strada e a caso. La casa di Dio è la
Chiesa. Il Papa, proprio in questo modo, spiega il valore che assume la Scrittura, in particolare i
Vangeli, e il Magistero nel segnalare dove e com’è possibile innamorarsi di Dio.
La lettera giunge così finalmente al grande tema dell’“assoluto”. Francesco, nella sua prima
Enciclica, ha spiegato che la causa della confusione contemporanea, anche tra i credenti, è derivata
da un abbandono del desiderio del sacro che nei secoli recenti è andato imponendosi come ovvio,
scontato. Quella fede che prima era luce è stata vista come oscurità. Quell’amore che era sentito
come potenza liberatrice è divenuto, agli occhi del nostro tempo, un fardello oppressivo e
improponibile. Tanto che, alla fine, oggi si tende a rifiutare la fede, vedendola come un vincolo
assoluto superiore alla debolezza della nostra condizione normale.
In quest’ottica essere senza Dio sembra restare liberi, mentre stare con Dio somiglia a un chiudersi
nel buio di una prigione incondizionata.
A Repubblica Francesco ha voluto proprio svelare il grande inganno che si cela dietro
quest’affascinante suggestione illuminista. Come possiamo essere realmente vittime dell’assoluto quando ci apriamo con amore alla provocazione che la vita di Gesù suscita in noi? Non è, invece,
che quando sciogliamo questo legame chiudiamo veramente le porte della nostra vita alla felicità,
lasciandoci persuadere unicamente dalla validità delle nostre opinioni e delle nostre sole idee?
Ebbene la fede è esattamente una cosa del genere: per un cristiano è l’apertura di una relazione non
prevedibile con Qualcuno che non siamo noi stessi a dominare. E ciò, prosegue Francesco, è
esattamente l’unica possibile liberazione che esiste dai nostri assolutismi psicologici ed egoistici,
dai miti illusori che da solo ciascuno è costretto a crearsi per sopravvivere e cancellare l’angoscia e
l’infelicità.
Non è in modo diverso che Benedetto XVI parlava di una dittatura del relativismo, evocando una
specie di enorme paradosso. In realtà, il relativismo non esiste fin quando l’esistenza personale resta
disponibile ad ascoltare e a guardare quello che fa Dio. Viceversa, se non esiste più alcuna fiducia
che separi dai criteri che ciascuno si fa da sé è chiaro che le certezze, le persuasioni devono
diventare assolute e quindi distruttive.
Per questo Dio non chiama l’uomo a credere a una serie di precetti. L’uomo segue delle regole
semmai per amare e identificarsi pienamente con Dio. Cioè esattamente l’inverso di quello che
viene detto di solito.
In definitiva, è giusto pensare al coraggio di questa lettera di Francesco come a una disponibilità
che testimonia, per l’appunto, la saldezza e la apertura che la fede produce nel singolo credente,
fosse anche il Papa in persona. La scelta di dialogare con tutti, specialmente con la gente comune, è
l’opposto esatto, infatti, dell’assolutismo che impera nel nostro presente. Probabilmente per questo i
comportamenti di papa Francesco scandalizzano il presente. Perché una messa in gioco così forte
può farla solo chi non ha idoli da difendere, ma un amore assoluto da testimoniare. D’altra parte, è
lo stesso scandalo che suscitava un suggestivo personaggio che viveva in Palestina duemila anni fa
e il cui nome, guarda un po’, era Gesù di Nazareth.
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Grazie Francesco
di Umberto Veronesi
in “la Repubblica” del 14 settembre 2013
Il dibattito suscitato dalla lettera di papa Bergoglio a Scalfari dimostra che il rapporto fra credenti e
non credenti è ben lontano da essere una questione dotta per pochi intellettuali. Non esiste donna o
uomo a cui non venga posta, da altri o dalla propria coscienza, la domanda: «E tu in che cosa
credi?». Io rispondo: «Credo non in Dio, ma nell’uomo ». E dopo aver letto attentamente la sua
lettera, immagino che il Papa risponderebbe: «Credo in Dio e nell’uomo».
È quindi l’amore per l’uomo il punto di incontro fra Chiesa e laicità, ed è accanto all’uomo quel
«tratto di strada insieme» che il Papa invita i laici a fare.
Sono dunque i diritti umani il terreno su cui si fonda la possibile intesa. Il diritto alla pace è il primo
della lista. È di pochi giorni fa l’appello al digiuno per la pace in Siria, a cui hanno aderito credenti,
insieme a laici (io per primo) e credenti di altre religioni. Se allora sul piano etico non c’è
incompatibilità — tanto che, scrive il Papa, «il peccato, anche per chi non crede, c’è quando si va
contro la propria coscienza » — io penso che lo scontro non sia tanto fra fede ed assenza di fede,
ma piuttosto tra religioni e società. In molti casi, nei Paesi progrediti, le religioni sembrano rimaste
indietro di migliaia di anni rispetto alle società. La religione cristiana si basa sulla Bibbia e i suoi
Dieci Comandamenti, che la Chiesa cattolica considera ancora attuali. Ma come li considera la
nostra società?
Tutti siamo d’accordo che non bisogna ammazzare, o rubare, o trattare male il padre o la madre. Ma
esistono problemi aperti soprattutto rispetto alla vita sessuale: i rapporti prematrimoniali, l’istituto
matrimoniale stesso, la formazione delle famiglie, i rapporti omosessuali, il diritto alla
procreazione. Rimane inoltre irrisolto il grande dilemma della disponibilità della vita: il laico crede
nella responsabilità della vita, mentre il credente nella sua sacralità. Dunque il laico ritiene di poter
disporre della propria esistenza fino alla sua fine, mentre il credente pensa che la sua vita sia dono e
proprietà di Dio e solo Dio può decidere che farne. Da qui gli scontri dolorosi su temi come i
matrimoni gay, le unioni civili, la fecondazione assistita, la contraccezione e l’aborto, il testamento
biologico e l’eutanasia. Trovare anche su questi temi un punto di incontro è davvero impossibile? Il
pensiero razionale è diametralmente opposto alla fede? Io credo di no e voglio partire da
un’affermazione che papa Ratzinger ha fatto nel discorso di Ratisbona: «Non agire secondo ragione
è contrario alla natura di Dio». Sono parole che aprono alla speranza e che possono portare a un
piano di incontro concreto fra credenti e non credenti, proprio nella ragione, nel Logos.
Parole che papa Francesco conferma scrivendo a Scalfari che anche chi crede si pone domande, è
alla ricerca, perché anche per lui «la verità non è assoluta, ma si rivela attraverso un cammino e una
vita».
Il messaggio che possiamo trarre dalla lettera del Papa a Repubblica è forse che non c’è bisogno di
conciliare integralmente tutte le posizioni su Dio, alla ricerca di un accordo oggi (e forse sempre)
impossibile, ma si può procedere insieme nel nome dell’uomo. Benedetto Croce scrisse Perché non
possiamo non dirci cristiani.
Partendo da qui, da molto tempo esploro la possibilità di rendere vera l’affermazione: perché
possiamo non dirci cristiani, e fondare una morale laica basata sui principi della natura umana che
hanno come riferimento non necessariamente Dio, ma sicuramente l’uomo. A parte la fede nella
trascendenza, non c’è nulla, negli insegnamenti del cristianesimo che non sia già presente nella
coscienza umana e nell’attitudine ad amare piuttosto che odiare. In questo ci aiutano le più recenti
ricerche scientifiche: la violenza non dipende né da istinti di natura che condividiamo con gli
animali, né da come è fatto il nostro cervello, né da un ipotetico vantaggio evoluzionistico a favore
dei più forti. La natura non seleziona i più forti, ma i più adatti. Ed è più adatto chi costruisce
rapporti costruttivi con il prossimo, chi alleva la prole in pace e benessere e assicura così la
sopravvivenza della specie. La violenza è piuttosto una reazione a situazioni avverse. Quindi se l’uomo è biologicamente buono, per comportarsi in modo morale, deve semplicemente seguire la
propria coscienza. Può esistere allora un’etica laica, che non si vuole sostituire al cristianesimo o ai
precetti morali di altre religioni, ma vuole semplicemente aiutare l’uomo a fare buon uso della
propria natura e della propria ragione.
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Lo stagista Bergoglio e Papa Eugenio I
di Costanza MirianoQualcuno per favore avvisi il Papa. Prima di proseguire lo deve sapere che è Scalfari che vuole convertire lui. A occhio e croce per me non ce la fa: il Papa è uno che dice “chi non predica Gesù Cristo predica Satana”, che contro il nemico consacra il Vaticano a san Michele Arcangelo, che ama Teresina di Gesù Bambino, la santa dei piccoli, che raccomanda la novena a Maria che scioglie i nodi (e, sinceramente, lo dico io che sono cintura nera di novena, quella è veramente roba da calli alle ginocchia), che ha messo in piazza centomila persone digiune a dire il rosario, senza manco un gentile a dialogare. Però è bene che Francesco sappia che Eugenio I “non ha la fede ma neppure la cerca”, quindi se gli scrive evidentemente è lui a volerlo portare di là. Che poi, se per assurdo ci riuscisse, dove lo mettono a Largo Fochetti? Quello che officia tutte le mattine dal soglio c’è già; a redigere encicliche dall’ombra c’è l’emerito. E Bergoglio? Stagista? Il Papa invece vuole dialogare non perché pensi che ci sia da contrattare sulla verità, ma semplicemente perché un buon cristiano sa che ogni uomo non è che un cieco, a meno che non riceva la grazia di guardarsi dentro: in quel caso non vedrà che fango. Siamo tutti nani con i trampoli, e un nano, se sa di esserlo, non penserà di essere superiore a nessuno.
In questo desiderio di farsi fratello ai lontani, Francesco ha presupposto una bona fides sulla quale non sarei pronta a scommettere, infatti sono piovuti fraintendimenti. Il lettore medio passi, ma Hans Küng, per esempio, è troppo colto per non sapere di cosa parla un cattolico quando parla di coscienza. Per la chiesa la coscienza non è sinonimo di dimensione soggettiva, ma “è la capacità di verità dell’uomo”, e va sempre rettamente formata (Ratzinger dixit). Se io in coscienza do ai miei figli una medicina sbagliata, non chiamo la pediatra né leggo il foglietto, io sbaglio, perché non mi sono informata prima di fare un errore di cui sarò responsabile (non vale dire che avevo sonno, si sa che le malattie vengono ad almeno tre figli per volta, alle quattro di notte, quando il padre è oltreoceano per lavoro, e non si può mettere la testa sotto il cuscino). Quando il Papa parla di obbedienza alla coscienza, punto nodale della teologia morale oggi, parla dunque di ricerca personale della verità. Verità che, scrive Bergoglio, è una persona incarnata. Nessuna dirompente rottura rispetto al discorso fatto da Ratzinger per i 750 anni dell’università di Siena nel ‘91, quello in cui cita Newman: “Io brinderei per il Papa, ma prima per il coscienza e poi per il Papa.”
Detto questo, Gesù Cristo è morto per molti, per tutti quelli che lo riconoscono, e fino a che Scalfari è vivo c’è speranza anche per lui. Magari andrà in paradiso. “Dio – gli ha scritto il Papa – ha misericordia per chi si rivolge a lui con cuore sincero e contrito”. Spero che Scalfari vada in cielo, spero di andarci anche io; agli operai dell’ultima ora il padrone del campo darà la stessa paga che agli altri, lo so, ma che fastidio: essere figli di Dio ci piace, ma essere fratelli un po’ meno. Comunque, magari, se pure non dovessi capitare seduta vicino a lui in paradiso, ecco, diciamo che me ne farei una ragione.
Costanza Miriano
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Godere dell’invidia altrui è il vero Eden in terra. Stavolta il Fondatore molto godrà
di Ritanna Armeni
Il fisico ce l’ha. La barba bianca, il corpo ascetico, lo sguardo intenso. Sì, Eugenio Scalfari potrebbe essere ritratto in Paradiso da Gustavo Doré. E farebbe una bella figura. Come Mosè che mostra le tavole e il Creatore del mondo con una luce sulla fronte. E poi l’ha rassicurato anche Francesco, “la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha fede c’è quando si va contro la coscienza”. E non c’è dubbio che quanto a coscienza il Fondatore ne ha molta e, soprattutto, da anni combatte per svegliarne e indirizzarne tante.
Potrebbe stare tranquillo, quindi, ma non penso che aspiri a tanto. Lui certamente il paradiso lo vuole o lo vorrebbe come tutti (anche gli atei, che non ci credono, per ogni eventualità, lo preferiscono all’Inferno) ma ha la fortuna di averlo già avuto, su questa terra, a Largo Fochetti, qualche giorno fa quando (per posta? per mail? portata a mano da una guardia svizzera?) gli è giunta una lettera del capo della chiesa di Roma che – nientedimeno – ha risposto alle sue domande su Gesù, sulla fede, sull’aldilà.
Grandi e importanti domande, certo, e grandissima risposta. Ed è qui che per Eugenio Scalfari si è aperta, proprio con le chiavi del successore di Pietro, la porta del paradiso. Non ci sono angeli, arcangeli, santi, martiri e anime pure nel paradiso in terra di Eugenio Scalfari. C’è invece la faccia di Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera e frequentatore di tavole rotonde e convegni con alti prelati e filosofi cattolici, tramortito dallo scoop del giornale rivale. Altro che lo choc per la lettera di Veronica contro Silvio. Questo sì che deve essere stato un colpo. Ci sono vaticanisti, che passano ore nella sala stampa della Santa Sede per carpire una parola, una virgola, una sensazione da padre Lombardi mentre lui, Barbapapà, riceve direttamente i pensieri e la “fraterna vicinanza” del Pontefice. E che cosa ci deve essere stato di più paradisiaco per il Fondatore che immaginare i cattolici nemici di Repubblica costretti a leggere il pensiero del Papa sul laico quotidiano diretto da Ezio Mauro. Per non parlare della soddisfazione, anch’essa sublime, di mostrare che un vecchio e grande giornalista è capace di mordere più di tanti giovani arrampicatori.
Eugenio Scalfari, carezzandosi la barba, avrà pensato tutto questo e altro ancora. Per questo non ha sentito alcun bisogno di ascendere alle vette del paradiso. E’ il paradiso che si è recato da lui, come la Montagna da Maometto. Noi – uomini e donne – siamo in parte anche animali, “scimmie pensanti” ha ricordato nella sua risposta a Francesco. E per la parte animale di noi il paradiso può essere anche in una stanza della redazione, pensando all’invidia degli altri, al dispiacere dato ai rivali, ai nemici. Godere dell’invidia questo è il vero Eden per noi “scimmie pensanti”. C’è da scommettere che il Fondatore troverà un pezzo di paradiso – e ne godrà – anche in questa pagina.