sabato 7 settembre 2013

XXIII domenica del Tempo Ordinario


MESSALE
Antifona d'Ingresso   Sal 118,137.124
Tu sei giusto, Signore, e sono retti i tuoi giudizi:
agisci con il tuo servo secondo il tuo amore.
 
 
Colletta

O Padre, che ci hai donato il Salvatore e lo Spirito Santo, guarda con benevolenza i tuoi figli di adozione, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l'eredità eterna. Per il nostro Signore...

Oppure:
O Dio, tu sai come a stento ci raffiguriamo le cose terrestri, e con quale maggiore fatica possiamo rintracciare quelle del cielo; donaci la sapienza del tuo Spirito, perché da veri discepoli portiamo la nostra croce ogni giorno dietro il Cristo tuo Figlio. Egli è Dio...


LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  Sap 9, 13-18
Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?


Dal libro della Sapienza.
Quale, uomo può conoscere il volere di Dio?
Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?
I ragionamenti dei mortali sono timidi
e incerte le nostre riflessioni,
perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima
e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni.
A stento immaginiamo le cose della terra,
scopriamo con fatica quelle a portata di mano;
ma chi ha investigato le cose del cielo?
Chi avrebbe conosciuto il tuo volere,
se tu non gli avessi dato la sapienza
e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?
Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra;
gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito
e furono salvati per mezzo della sapienza».
 

Salmo Responsoriale
  Dal Salmo 89
Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.
Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.

Insegnaci a contare i nostri giorni
E acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!

Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda.
 

Seconda Lettura
  Fm 9b-10. 12-17
Accoglilo non più come schiavo, ma come un fratello carissimo. 

Dalla lettera a Filèmone.
Carissimo, ti esorto, io, Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene. Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore.
Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il Vangelo. Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario.
Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore.
Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso.
 

Canto al Vangelo
  Sal 118,135
Alleluia, alleluia.

Fa’ risplendere il tuo volto sul tuo servo
e insegnami i tuoi decreti.

Alleluia.

  
  
Vangelo  Lc 14, 25-33
Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
 

*

"Lui, e solo Lui, è Dio... Lui, e solo Lui, dà la vita"

Il commento
Gesù “si volta” anche oggi per guardare chi lo segue, e come … “Si volta” verso la sua Chiesa per scrutarne il cuore, e il suo sguardo giunge anche a noi.  Forse la nostra vita è disciolta in quella della folla; abbiamo perduto l’identità e la personalità nel pensiero mondano. Gesù “si volta” e cerca un volto e una persona in mezzo alla folla di avatar nickname di evanescenti figure virtuali. Gesù ci cerca per strapparci all’anonimato di chi si nasconde spaventato dal dover essere. E’ la paradossale situazione della maggior parte dei giovani: desiderano affermare se stessi e urlare al mondo che ci sono, ma finiscono per lasciarsi omologare in una trasgressione teleguidata che è tutta apparenza. In realtà li vediamo tutti tristemente uguali: s-vestiti come marketing comanda, avvolti nello stesso fumo, rapiti dagli stessi spinelli, storditi dalle stesse bottiglie, incapsulati in un identico pensiero, assordati dagli stessi rumori e sfregiati dagli stessi tatuaggi, nascosti nelle stesse chat.
Ma, seppure in forme diverse, è lo stesso che capita anche a noi. Non è forse troppo spesso una folla anonima la nostra famiglia? Non lo siamo noi stessi, nel groviglio di pensieri e nevrosi , complessi e gelosie, scrupoli e fraintendimenti che ci prendono per il collo e ci trascinano nel caos? Gesù “si volta” e cerca te e me in mezzo alla menzogna e all’ipocrisia. In fondo non sappiamo neanche noi chi realmente siamo, il senso autentico e non effimero della nostra vita, di ciò che facciamo e diciamo. Che significa essere “padre o madre, marito o moglie, figlio o figlia, fratello e sorella”? E in ufficio? Qual è la nostra vera identità, che ci stiamo a fare, che parole dire, che atteggiamenti assumere? Che significa essere un impiegato, un dirigente o un professore?
E Gesù “si volta” e ci cerca, perché “molta gente andava con Lui”; questo significa anche che ciascuno di noi “va con Gesù” in “molte” forme. Dissipati e adulteri, idolatri e ipocriti, per non soffrire, ci adeguiamo alle condizioni e alle situazioni; ci mimetizziamo per non essere sorpresi in qualche debolezza ed essere mangiati dagli altri. Abbiamo paura di morire, e per questo viviamo schiavi dell’immagine, nell’illusione che essa ci protegga. “Andiamo con Gesù” in compagnia di mille noi stessi, tanti sono i volti che presentiamo durante il cammino.
E proprio per questo Gesù “si volta” e posa lo sguardo sulla verità. Le sue parole, infatti, disboscano e tagliano le erbacce, per arrivare alla radice autentica. Anche se “andiamo con Lui” e vorremmo seguirlo, “non possiamo”, come un malato che non può mangiare quello che vuole. Il rapporto con  “madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e perfino con la nostra vita”, e quello con “tutti i nostri averi”, è così malato che ci impedisce di essere “discepoli” di Gesù. Non li “odiamo”, per questo non possiamo prostrarci ai piedi del Maestro, ascoltarlo e dargli credito e fiducia, imparare da Lui e obbedirgli. “Non possiamo” amarlo perché il nostro cuore è impegnato ad amare carnalmente e con concupiscenza i familiari e i soldi: “non si può amare due padroni”; se ne amiamo uno odieremo l’altro… Quindi, amando la carne e il denaro odiamo Cristo, non si scappa.
Certo non si tratta di una competizione tra affetti diversi, dove un contendente arrivi a sbaragliare l’altro. Ma, tra Gesù e tutto il resto vi è una differenza sostanziale: Lui, e solo Lui, è Dio… Lui, e solo Lui, dà la vita, la pace, la felicità. Lui, e solo Lui, può colmare il cuore e dare senso alla vita. Lui, e solo Lui, ama sino alla fine che non ha mai fine. Un padre e una madre, per quanto di fede e buonissimi, non ci daranno mai quello di cui la nostra anima ha bisogno. Potremmo ingannarci e confondere l’affetto con la Vita; allora sarà necessario “odiare” e “rinnegare” perfino la propria vita, la parte più intima dove si è infilato l’affetto che usurpa il posto di Cristo. Nessun altro può entrare in noi e comunicarci amore e vita eterni. Per questo,  il “discepolo” che “odia” il nemico di Cristo e ne difende il posto dentro di lui, lo ascolta e lo segue, è l’uomo vero e realizzato, al quale nulla manca. E’ sapiente, misericordioso, generoso, paziente, allegro, sereno. Può amare! Essere “discepolo” di Gesù e “andare dietro di Lui” significa proprio questo: amare e dare la propria vita; essere crocifissi con Lui bruciando di zelo per ogni anima.
Un “discepolo” del Signore “alza la propria croce”, secondo l’originale greco, e lo segue sul cammino che conduce al Calvario. Gesù si riferisce, infatti, all’istante nel quale il condannato a morte doveva sollevare l’asse orizzontale della croce per poi caricarselo sulle spalle e incamminarsi verso il luogo del supplizio. E’ il momento nel quale il Signore ci attende per donarci di essere noi stessi. E’ il momento nel quale siamo pienamente liberi, per accoglierla o rifiutarla. E’ il momento più importante nelle giornate dei nostri figli, quando la difficoltà e l’umiliazione li mette davanti alla libertà di accettare o rifiutare di diventare adulti e imparare a soffrire per amore.
Quando Dio ci consegna la Croce, infatti, sperimentiamo di appartenere a Lui che ci ha riscattati a prezzo del suo sangue. Ogni relazione che tradisca questa è un adulterio, e ci consegna alla morte.  Attraverso di essa iniziamo ad essere autentici e a scoprire la nostra identità. E’ la Croce che ci sgancia dalla folla come un ciclista che vada in fuga lasciandosi dietro il gruppo. Come lui, proprio all’inizio della salita decisiva, abbiamo la possibilità di staccarci e vivere secondo la volontà di Dio, come un “discepolo”. Il Legno che ci segna e ci stringe a Lui è già preparato: forse la parolina pugnace di nostro marito, proprio quella che non ci saremmo mai aspettate; forse la notizia che tuo figlio è stato bocciato e non lo avresti immaginato; forse la morte del tuo migliore amico; forse la ragazza che ha deciso di lasciarti; forse i lavori del condominio che ti impediscono almeno una settimana di vacanze.
Gesù “si volta”, ci cerca e ci consegna il Legno sul quale essere “discepoli” e seguirlo. Certo ci aspettano difficoltà, derisioni e incomprensioni; sulla via del Calvario, come su ogni cammino che conduceva alla Croce, si riversavano folle esaltate che dovevano insultare i condannati. Se “alziamo la Croce” perdonando un tradimento e accettando l’ingiustizia, saremo insultati pesantemente, proprio da chi ci è più vicino. Sulla via crucis quotidiana siamo chiamati ad “affrontare” con Gesù la “guerra” per strappare al “re” nemico i prigionieri della sua menzogna. Ma, è ovvio, non possiamo combatterlo senza “odiarlo”, altrimenti finiremo con l’odiare Dio per “accordarci” con il nemico, anche se “lontano”; le sue tentazioni, infatti, sono subdole e difficili da smascherare... 
Per questo non si può essere “discepoli” del Signore se non “odiamo” la superbia che ci fa pensare di saper affrontare la vita senza il Signore. Le nostre "truppe" sono inferiori a quelle del demonio! Solo se il Signore ha preso possesso della nostra vita potremo affrontare il nemico e vederlo sconfitto. Solo con il pensiero di Gesù potremo discernere, nella selva dell'affetto, la madre, il padre o la persona più vicina che  tenta di opporsi alla volontà di Dio con criteri e parole mondane. Gesù cita affetti "naturali" proprio per mostrare che è necessario un cambio di natura, divenire figli di Dio per vivere le relazioni in modo diverso. Esse sanno “odiare”, respingendo la tentazione che il demonio ci recapita attraverso le persone. Per amare le persone con un amore autentico, libero e puro, dobbiamo saper “odiare” peccati e inganni del demonio! 
Così con i figli, con chiunque, “calcolando” prima “le spese” che questo comporta. O si hanno i soldi per costruire o non si hanno. O si ha l’amore o non lo si ha. O si può amare nella libertà o non si può… Non si tratta di una gerarchia di affetti e valori, per la quale amare Gesù più del marito. No, perché chi non ama Cristo di amore assoluto e incorruttibile, non ama nessuno. E’ schiavo di legami che strangolano lentamente: quanti fidanzati vivono spersonalizzati e pronti a tutto pur di non perdere il partner; per poi ritrovarsi svuotati, senza dignità, con il solo disprezzo per se stessi; quanti figli vivono nell’incubo di dover dimostrare al padre di essere meglio del fratello o della sorella; quanti amici cancellano tutto di se stessi per incastrarsi nel “branco” e sentirsi vivi perché in nulla diversi dagli altri.
C’è una sola salvezza, quella che oggi ci annuncia il Signore: essere suo “discepolo” e seguirlo. Mentre il mondo e i suoi affetti e i suoi beni ci inducono a seguire un’idea di felicità, di vita, di persona, il Signore ci chiama a seguire Lui, per essere noi stessi. In Lui siamo stati creati, e solo in Lui potremo essere felici e liberi dai legami morbosi pieni di aspettative e di esigenze, di ricatti e di gelosie. Una famiglia è santa solo se Cristo vi è amato con tutto il cuore, con tutta l’anima e tutte le forze, senza compromessi. Un matrimonio è compiuto solo nella libertà dei coniugi che si “odiano” ogni qualvolta il demonio li vorrebbe in competizione e antagonisti di Cristo: nella sessualità, nel rapporto con il denaro e i figli, nella vita spirituale e nello svago. I figli saranno vivi e potranno crescere e maturare solo “seguendo” Cristo, e “odiando” tutte le idee che lo vorrebbero scalzare.
Per seguire Gesù occorre quindi “rinunziare a tutti i nostri averi”. E’ una necessità, non un obbligo o la condizione per far parte di un club esclusivo. Bisogna rinunciare a tutti  i beni, nessuno escluso. Sembra una follia, magari Gesù pensava ai frati e alle suore di Madre Teresa di Calcutta. Ma in quel tempo ancora non esistevano, mentre vi erano solo i “discepoli”, i cristiani… “Rinunciare a tutto” perché non si possono fare compromessi, non si può avere il cuore strabico e schizofrenico, altrimenti si morirebbe dilaniati. Come tanti, come noi quando ci industriamo per salvare capra e cavoli e ci ritroviamo con un pugno di mosche. “Rinunciare a tutto” perché per essere “discepolo” di Gesù e salvare il mondo dobbiamo avere “tutto” il suo amore e “tutta” la sua Grazia. Mischiare queste con le risorse infette della carne significherebbe rendere tutto inservibile. Siamo chiamati a “rinunciare a tutti gli averi”, dal denaro e dai beni sino alla propria volontà, per lasciare campo libero alla volontà di Dio e allo Spirito Santo.
Seguire il Signore significa, infatti, “costruire” con Lui una “torre” come quelle che si ergevano nei campi per raccogliere e difendere il raccolto. Occorre “calcolare la spesa”, ovvero essere attenti a tutto quello che serve per amare, ad ogni occasione, senza sprecarne nessuna. E discernere i “mezzi” con cui portare la missione a compimento, ovvero lo Spirito Santo che ci spinge a donarci. Iniziare a “fondare” un rapporto, un matrimonio, un fidanzamento o un’amicizia con i “mezzi” sbagliati e insufficienti conduce alla “derisione” riservata ai falliti. Non si ama per la carne ma attraverso di essa, in virtù di un amore che ci viene donato. Altrimenti la “torre” verrà giù alla prima difficoltà. Ma il Signore ci ha amati senza condizioni sulla “torre” della Croce, “odiando” perfino il suo essere Dio pur di raggiungerci laddove giacevamo lontani dal Padre. Come non odiare allora la vita antica e tutti i legami e i beni effimeri che ci hanno condotto alla morte, per ricevere la vita vera ed eterna nella quale spenderci in attesa del Cielo?

*

Congregazione per il Clero
La prima lettura di questa domenica riecheggia il Salmo 8: “O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi? Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato”. Ma essa ci ricorda anche il profeta Isaia, lì dove avverte da parte di Dio: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (Is 55,6-9).
L’uomo è creato grande da Dio, ed è come un collaboratore di Lui, ma la sua sapienza è limitata. Egli può elevarsi ad altissime conoscenze, ma non può penetrare nel profondo della sapienza divina. Senza il dono dello Spirito, dato e rivelato attraverso la Scrittura e la Tradizione, egli non può giungere alla pienezza della verità. È vero che anche fuori dalla Fede ci sono elementi di verità, ma sono come semplici riflessi della vera Fede e ad essa orientati.
La cultura scientifica e tecnica, così come la filosofia, meritano il nostro apprezzamento, ma non andranno a buon fine senza essere orientati dalla luce del piano di salvezza di Dio per l’uomo. E tale piano può essere conosciuto grazie alla Chiesa, maestra di saggezza, chiamata ad annunciarlo a tutte le genti. Esiste una vera ed una falsa sapienza, che sono facilmente individuabili dal loro rapporto con la Bibbia, il Magistero, gli esempi dei Santi, la preghiera e l’umiltà. Grazie allo Spirito Santo possiamo fare il discernimento necessario distinguendo il bene dal male, ed il bene momentaneo da quello eterno. La sapienza umana possiede molti aspetti positivi, ma non è libera dalla menzogna e dall’errore, oltre che dall’illusione. Solo la Fede è fonte di sapienza autentica; invece coloro che hanno rigettato la Parola del Signore quale sapienza possono avere? (cfr Ger 8,9) Proprio perché la sapienza è dono di Dio, dobbiamo chiederla e accoglierla con umiltà, perché il Signore si lascia trovare da coloro che non ricusano di credere in Lui. (cfr Sap 1,2)
D’altra parte, il Salmo 126 è chiaro: Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori. Se il Signore non vigila sulla città, invano veglia la sentinella. Invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare, voi che mangiate un pane di fatica: al suo prediletto egli lo darà nel sonno”. Lo stesso Apostolo delle genti afferma che la sua predicazione non si è basata su discorsi persuasivi di sapienza umana ma sulla manifestazione dello Spirito (cfr 1Cor 2, 1-6).

Anche il brano del Vangelo di Luca ci parla della sapienza che deriva dall’incontro con Cristo, che è personalmente la Sapienza incarnata per la quale vale la pena di sacrificare ogni altro affetto, anche legittimo. Gesù non chiede certo ad alcuno di odiare i parenti, ma di premettere ad essi la sua sequela: con il linguaggio di sant’Ignazio negli Esercizi Spirituali, potremmo usare il concetto di magis, dove non si tratta di scegliere tra il bene e il male, ma tra un bene minore ed uno maggiore, tra un bene particolare ed uno universale. Gesù non ha mai addolcito le esigenze della sequela per favorire le masse, e puntare sul numero. Ad ognuno chiede: “amice, ad quid venisti?” (
Mt 26,50). “Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Perciò Gesù disse ai dodici: Volete andarvene anche voi?” (Gv 6, 66-67) Gesù non si fa complice della nostra debolezza ma ci vuole coinvolgere nelle esigenze della sua generosità, con grande magnanimità. “Dio ama chi dona con gioia” (2Cor 9, 7)
Il Vangelo di questa domenica ci mostra come il Signore colga l’uomo nella sua vita reale, nell’ambito più intimo delle sue relazioni familiari, ma come al tempo stesso proponga un legame di gran lunga superiore agli affetti naturali e parentali. Termini come padre, madre, fratello, in Cristo assumono una pregnanza assai più ricca di quella naturale. Il Vangelo non distrugge ma va oltre i legami umani, in una sublimazione rispettosa del modello umano.
L’esigenza di Cristo non è mai disumana e non eccede le nostre forze, ma non va isolata dal suo contesto di Fede e di Amore. La stessa croce va compresa in prospettiva del magis, del bene superiore. San Vincenzo de’ Paoli diceva che nessun vero bene si fa senza soffrire, e santa Teresa di Lisieux insegnava che l’amore non vive che di sacrifici. Qual è l’amore che non ricorre al linguaggio del sacrificio? Il sacrificio è la prova e l’espressione del vero amore.

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Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la XXIII.ma domenica del Tempo Ordinario – Anno C.
Di consueto, il presule propone anche una lettura patristica.
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LECTIO DIVINA
Amare per non morire
Rito romano
XXIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 8 settembre 2013.
Sap 9, 13-18; Sal 89; Fm 1,9b-10.12-17; Lc 14, 25-33
La rinuncia per amore è un dono gioioso..
1) Amare il Padre più del padre.
Alle numerose persone che camminano con Lui perché Lui è il senso della vita, Gesù rivolge l’invito a rompere tutti i legami, persino quelli con se stessi (Lc 14,25-26). L’Evangelista Luca è minuzioso e insistente nell'elencare i legami da rompere e, inoltre, conserva in tutta la sua paradossalità il verbo greco misein (odiare). San Matteo usa il verbo greco fileo[1] che qui si può tradurre con «preferire», e - penso - giustamente. Anche San Luca, ovviamente, non intende odiare nel vero senso della parola. Pur collocando il verbo «odiare» nel suo significato più proprio di posporre, subordinare decisamente, queste parole di Gesù mantengono intatta la propria forza. Egli sa bene che i genitori devono essere amati e rispettati. Si tratta, anche per lui, non di odio, ma di distacco, di preferenza del Regno: tuttavia egli ha conservato il verbo greco misein che indica, senza dubbio, un distacco radicale. 
Non si tratta soltanto di rompere i legami con la famiglia, né basta un generico distacco da se stessi: l'esempio di Gesù è molto concreto e preciso: occorre essere disposti a portare la croce (versetto 27), cioè essere pronti all'effettivo e totale dono di sé. 
Le parabole della torre e del re (14,28-32) insegnano che bisogna riflettere bene prima di buttarsi in un'impresa, occorre calcolare le possibilità e creare le condizioni che permettono di concluderla con successo
La sequela non è fatta per i superficiali, per gli irriflessivi, perché prima di intraprendere a seguire Gesù occorre «calcolare e riflettere». Questo non significa trovare i modi per sfuggire alla logica della croce, bensì trovare i modi per condurla fino alle estreme conseguenze. Questo è il calcolo richiesto al discepolo. 

Ma che cosa significa in concreto «calcolare e riflettere?». Ce lo dice il versetto 33: “Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo”. Solo nel distacco dai beni è possibile essere discepoli, è possibile il dono totale. Come per costruire una torre è necessaria una sufficiente quantità di mattoni ed i soldi per acquistarli, così per seguire Gesù è necessario il distacco dai beni.
In effetti non si può amare il Bene se il nostro cuore è attaccato ai beni.
La differenza tra il cristiano e il non cristiano sta proprio in questa valutazione del sacrificio e della vita, fino a rinunciarvi perché come dice il Salmo 62,4 : “La tua grazia vale più della vita”.
Il sacrificio è redentivo, perché è la strada che Cristo ha percorso per salvarci e che ognuno di noi deve seguire per giungere alla sua vera casa.
Il sacrificio è educativo, perché ci impedisce di cullare l’illusione che la vita terrena debba durare indefinitamente; ci impedisce di scambiare la misera via del pellegrino con la luminosa ed eterna felicità della patria.
2) Seguire per amore e senza mezze misure.
Per raggiungere questa patria dobbiamo lasciare tutto per avere il Tutto, seguendo Cristo, che ci mostra che chi ama non muore, che solamente l'amore vince la morte. In effetti amando non si muore, si vive nell’altro o, meglio, si vive in Dio per sempre. Chiamati all’esodo dietro Cristo, Mosè definitivo, i cristiani sono chiamati a combattere le mezze misure. Due mezze misure fanno un intero solo in matematica. Cristo da noi vuole la misura intera, piena. Il nostro peccatto più frequente è, penso, il peccato di omissione: non è tanto il male che si fa, qunato il bene che non si fa o, piuttosto, il bene che si fa a metà. Nella vita cristiana la somme di due mezze misura dà come risultato la mediocrità[2]. Questa parola è eloquente: designa lo stato di chi si stabilisce nella mezza misura, di chi serve due padroni e che non può che essere tiepido, ma “Dio vomita i tiepidi” (Ap 3,16):
Seguire Cristo è una “mortificazione” (=fare morte) di ciò che è caduco per una vita liberata, redenta. La rinuncia non è nel cristianesimo fine a se stessa, è sempre la via per aprirsi agli altri e all’Altro per eccellenza. Per andare verso l’altro, bisogna prima uscire da se stessi.
Seguire Cristo, camminare con Lui esige un uscire da noi stessi, da un modo di vivere la fede stanco e abitudinario. Per andare dietro a Gesù come Lui esige non basta la commozione del cuore ma bisogna assumere la sua logica d’amore che ha come vertice la Croce e come esito la Risurrezione. Il dono della vita che Cristo ha fatto fu ed è un dono che porta vita, per sempre.
Seguire Cristo è dedicarsi alla preghiera infatti “l’orazione, esercitando l’anima, la unisce a Dio e le fa seguire le vestigia di Cristo crocifisso; così Dio fa di essa un altro se stesso, per desiderio, affetto e unione d’amore” (Santa Caterina da Siena, Il Dialogo della divina Provvidenza, cap. 1). Con l’amore (agape) Dio stesso assicura in noi la continuità della sua presenza in noi. L’amore di due esseri ne fa uno.
In ciò ci sono di testimonianza le Vergini consacrate le quali offrono l’esempio di seguire Cristo abbandonandosi alla divina Provvidenza in un atteggiamento sponsale. Conformemente al Rito della loro Consacrazione quando il Vescovo chiede loro: “Volete seguire Cristo secondo il Vangelo in modo tale che la vostra vita appaia come una testimonianza d’amore e segno del Regno di Dio?”, “Volete essere consacrate al Signore Gesù Cristo, il Figlio del Dio altissimo e riconoscerlo come sposo”, esse rispondono: “Sì, lo vogliamo” (RCV, 17).
In effetti la consacrazione verginale implica una confidenza illimitata nel Figlio di Dio. “Chi si dona completamente a Dio non teme di abbandonare anche tutte le umane cose, per dedicarsi unicamente alle cose divine, per dedicarsi tutto a Dio, per cercare il Regno di Lui e la sua giustizia, per sgombrare dal suo cuore tutti gli affetti terreni, in una parola, per seguire Cristo, e stringersi alla beata nudità della sua croce, morendo su di quella alla terra, e vivendo solo al cielo: mentre dove sta il suo tesoro, ivi si trova pure il suo cuore” (Antonio Rosmini, Massime di perfezione cristiana, lezione V).
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LETTURAPATRISTICA
Sant’Agostino d’Ippona
Discorso 344 
L'AMORE DI DIO E AMORE DEL MONDO. 
Amore ai parenti ma piú a Dio.
2. A chi è acceso di questo amore a Dio o meglio perché vi si accenda è stato detto: Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me, e: Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me. Dio non ha tolto l'amore dei genitori, della moglie, dei figli ma lo ha messo in gerarchia di valori. Non ha detto: " Chi ama ", ma: chi ama più di me. E` quello che la Chiesa dice nel Cantico dei Cantici: Ha messo in me un ordine nell'amore. Ama dunque il padre, ma non amarlo più del Signore, ama chi ti ha generato ma non più di chi ti ha creato. Il padre ti ha generato ma non ti ha formato lui stesso come tu sei. Ignorava quando ti seminò chi e quale figlio gli sarebbe nato. Il padre ti alimentò ma non diede a te, quando avevi fame, un pane tratto da se stesso. Infine, qualunque cosa il padre tiene in serbo per te in terra, deve morire perché tu ne venga in possesso, deve far posto con la sua morte alla tua vita. Quel padre che è Dio invece ti tiene in serbo cose che ti dà insieme a se stesso; tu possiedi l'eredità insieme con tuo padre e scompare l'alternanza predecessore- successore; non devi aspettare che muoia ma sarai sempre con lui, che rimarrà per sempre, e tu rimarrai sempre in lui. Ama dunque tuo padre, ma non più del tuo Dio. Ama tua madre, ma non più della Chiesa che ti ha generato alla vita eterna. E dallo stesso amore che unisce figli e genitori giudica quanto tu debba amare Dio e la Chiesa. Se tanto vanno amati coloro che hanno generato un mortale, quanto più coloro che hanno generato chi giungerà all'eternità e in essa rimarrà! Ama la moglie, ama i figli ma secondo Dio, in modo da aver cura che anch'essi venerino Dio insieme con te. Quando sarai congiunto a lui non avrai più da temere separazioni. Perciò non devi amarli più di Dio e li ameresti male se trascurassi di condurli a Dio insieme con te. Può presentarsi anche l'ora del martirio. Tu vuoi far professione di fede a Cristo. Per questa professione puoi subire torture, puoi subire la morte temporale. Si può dare il caso che padre, moglie, figli insistano per strapparti alla morte, e con questi tentativi ti procurerebbero la morte. Se non riescono a procurartela, ecco allora ti verrà in mente questo monito: Chi ama il padre o la madre o la moglie o i figli più di me, non è degno di me.
*
NOTE
[1] Il verbo philéôsignifica “amare” nel senso di “volersi bene, avere caro, trattare con affetto, baciarsi (fra amici), accogliere amichevolmente un ospite”. Philéô era il verbo che esprimeva l'idea di “affetto fra amici” (il sostantivo philós significa infatti in greco “l'amico”). Con philéô si indicava un rapporto interpersonale fondato sull'uguaglianza, sull'affinità all'interno di una comunità, di una città, di una razza. Infatti, come aggettivo, philós significa “caro” e veniva usato nella relazione fra genitori e figli o tra fratelli. Il verbo philéô ricorre 9 volte in Giovanni, 5 volte in Matteo, 1 volta in Marco, 2 volte in Luca; 2 volte nelle Epistole. Nel senso di “avere caro, aver affetto” Gesù usa talvolta questo verbo nei confronti di Lazzaro e di Giovanni (Gv. 11, 3, 36; 20,2), rivelando così una particolare tenerezza e preferenza.
Il verbo agapáô significa “amare” nel senso di “avere caro, tenere in gran conto, preferire, prediligere”: è usato per indicare l'amore verso Dio, il Cristo, la giustizia o il prossimo. Rispetto a philéô, il verbo agapáô ha una minore sfumatura affettiva o, per meglio dire, emotiva ed esprime un moto di benevolenza ideale, un tipo di amore che parte dall'alto o che all'alto si rivolge. Nel latino della Vulgata il verbo agapáô è tradotto con díligo, da cui l'italiano “prediligere”. Agapáô ricorre 37 volte in Giovanni, 13 volte in Luca, 8 volte inMatteo, 5 volte in Marco; si trova inoltre 25 volte nelle Lettere di Giovanni. Nel discorso dell'Ultima Cena riportato in Giovanni il Cristo usa sempre questo verbo: “Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi” (15,9), “amatevi gli uni gli altri” (15,18), fino a quell'ultima preghiera (Gv. 17) in cui il Cristo, donandosi completamente agli uomini, dice: “E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro”.
La differenza tra l'amore espresso da philéô e quello espresso da agapáô - differenza in realtà ignota ai Greci dell'epoca classica - risulta particolarmente chiara dal capitolo 21 (15-17) di Giovanni, dove il Cristo pone a Pietro per tre volte la nota domanda: "Mi ami tu?". In realtà la prima e la seconda domanda recano il verbo agapáô:
“Dopo aver pranzato, dice Gesù a Simon Pietro: " Simone di Giovanni, mi ami (agapâs) tu più di costoro?”. Gli risponde: “Sì, o Signore, tu sai che io ti voglio bene (philô). Gli dice: “Pasci i miei agnelli”. Gli dice per la seconda volta: “Simone di Giovanni, mi ami (agapâs) tu?”. Gli risponde: “Sì, o Signore, tu sai che io ti voglio bene (philô)”. Gli dice: “Pasci il mio gregge”. Gli dice per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene (phileîs)?””.
La terza volta il Cristo usa il verbo philéô perché, prima della Pentecoste, gli apostoli, compreso Pietro, vivevano ancora l'amore secondo rapporti di sangue, secondo affinità di gruppo o di famiglia: essi recepivano insomma il valore dell'"amore" secondo la connotazione espressa dal verbo philéô. Soltanto dopo la Pentecoste, quando sarà discesa su di essi la fiamma dell'amore cristico, gli apostoli comprenderanno appieno il valore universale dell'agápê, tanto che Paolo così potrà parlarne nell’“Inno alla carità” (1 Cor 13, 1-8).

[2]    Mediocrità è parola che indica, per es, 1. La posizione intermedia tra due estremi; 2. la modesta qualità o lo scarso di una cosa: mediocrità della merce; 3. La qualità modesta di una persona, che, quindi, viene qualificata come mediocre.