mercoledì 13 novembre 2013

Papa Francesco e Carlos

Papa Francesco e Carlos, il piccolo colombiano adottato

L'episodio del bambino che durante la Giornata della famiglia si è avvicinato al Pontefice, ha restituito fiducia al mondo dell'adozione

Durante la veglia della festa della famiglia, tenutasi a Roma in Piazza San Pietro, è avvenuto un fatto alquanto singolare.
Carlos, un bambino colombiano di sei anni, adottato da circa un anno da una famiglia abruzzese, si è avvicinato a Papa Francesco e non si voleva più separare da Lui. Ci sono stati vari tentativi da parte del servizio dell’ordine di allontanarlo dal Santo Padre, ma Carlos si è sempre opposto con fermezza.
Il suo desiderio era quello di restare con Papa Francesco, abbracciarlo, rimanere vicino a Lui, come se fosse uno di famiglia, come se fosse una persona conosciuta da sempre e di cui potersi totalmente fidare.
Questo suo sentirsi accolto e amato dal Santo Padre, lo ha dimostrato in vari modi: abbracciandosi alla gamba di Papa Francesco, sedendosi sulla sedia papale, cercando con insistenza le sue attenzioni.
E Papa Francesco ha manifestato una grande tenerezza verso Carlos, cercandolo con lo sguardo, sorridendogli continuamente, accarezzandolo sul capo, come un nonno fa con il suo nipote.
Da questa vicenda possiamo trarre tanti insegnamenti. Il primo è l’amore che Papa Francesco nutre per i bambini, un amore che ha una profonda radice evangelica: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli” (Mt 19, 14). E Papa Francesco ha permesso non solo che i bambini andassero da Lui, ma ancor di più che rimanessero con Lui.
Quello che più stupisce è la spontaneità con la quale Carlos ha cercato il Santo Padre. Egli, con la semplicità e la spontaneità tipica dei fanciulli, ha manifestato al mondo intero il suo desiderio di essere amato. E nei bambini adottati il desiderio di essere amati è ancora più forte, perché hanno vissuto l’abbandono e la perdita della loro famiglia di origine. E questo ferita che loro hanno subito può essere sanata solo con l’amore, l’unica medicina capace di guarire, perché è un rimedio che proviene dal cuore di Dio, perché è somministrata dalla piaghe del Cristo risorto.
Gli occhi del mondo hanno riconosciuto in Carlos ogni bambino adottato che manifesta il suo desiderio di essere accolto, considerato e amato. E inconsapevolmente Carlos ha rivelato la missione di ogni genitore adottivo: restituire ad ogni bambino quel calore umano che possa favorire una crescita sana e armoniosa.
E tutto questo deve far riflettere ancora di più, considerando il paese di origine di  Carlos, la Colombia, che a seguito di un servizio televisivo trasmesso qualche tempo fa dall’emittente nazionale Caracol, ha denunciato alcune irregolarità durante la fase di accertamento dello stato di abbandono di un bambino destinato all’adozione nazionale. Questo episodio ha determinato nell’opinione pubblica colombiana una certa diffidenza verso l’adozione nazionale ed internazionale.
E per certi versi questo è anche comprensibile: un paese che dona i suoi figli a famiglie straniere, compie un enorme gesto di amore, perché dona gratuitamente quello che ha di più prezioso, riconoscendo che questa è la soluzione estrema per offrire un futuro migliore ai suoi bambini.
Ma nello stesso tempo dobbiamo considerare legittimo la richiesta di quel paese di avere un riscontro sullo situazione dei suoi figli che ha lasciato partire.
I governi, gli enti autorizzati e le famiglie adottive dovrebbe promuovere delle iniziative atte a far conoscere sempre di più la situazione dei bambini adottati nelle nuove famiglie.
Questo renderebbe, agli occhi dell’opinione pubblica dei singoli stati, più semplice e più trasparente il percorso adottivo.
Attualmente quasi tutte le nazioni richiedono una relazione solo per qualche anno dopo l’avvenuta adozione. Quello che si potrebbe fare è  promuovere forme di incontro, dove si renda visibile questa avvenuta integrazione all’interno della famiglia adottiva. Le ambasciate e i consolati dei paesi stranieri potrebbe assumere un ruolo di primo piano, trasformandosi in luogo di festa e di accoglienza dei figli della sua terra.
Il vedere che i figli partiti a malincuore da situazioni di disagio, e abbandono, abbiamo trovato una degna accoglienza, è sicuramente un incentivo per quel paese straniero a proseguire con coraggio a donare con amore i suoi figli alle famiglie disponibili all’adozione.
Questo episodio avvenuto tra Papa Francesco e Carlos ha restituito fiducia al mondo dell’adozione, facendo vedere l’essenza e la natura dell’adozione.
L’adozione non è un ripiego all’impossibilità di diventare genitori biologici a causa della sterilità fisica. L’adozione è una chiamata di Dio ad essere aperti a compiere la sua volontà, ed essere disposti a partire per qualunque paese del mondo, laddove ci sono i figli che Dio, da sempre, ha pensato per quella famiglia. E questo è possibile riconoscendo che i figli sono un dono di Dio sempre, anche quando arrivano dall’altra parte del nostro pianeta.
Essere genitori adottivi significa vivere quotidianamente quella fecondità spirituale che ha permesso di diventare padre e madre anche senza la necessità di vincoli carnali. L’essere padre e madre non è solo una questione biologica, ma è prima di tutto una vocazione che nasce da una chiamata di Dio ad accogliere, educare e custodire chi non ha avuto la possibilità di avere la famiglia biologica che si potesse occupare di lui o di lei.

O. Rinaldi

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Il motore della nostra famiglia si chiama Chiara

Una commovente testimonianza dal Pellegrinaggio delle Famiglie a San Pietro dello scorso 26 ottobre


Non è stato facile. La quotidianità è fatta di notti insonni, passate al suo capezzale quando i muchi impediscono di respirare e bisogna aspirarli artificialmente. È fatta di richieste di prugne mature all’amica che possiede una pianta in giardino, da poter omogenizzare per facilitare le normali funzioni fisiologiche. È fatta di sorrisi aperti quando al ritorno dalla spesa Delfina la chiama sull’uscio della porta di casa e riconoscendo la voce familiare, Chiara dispiega quel viso contratto in un’espressione di gioia piena. Chiara non si regge in piedi, non può muovere nessun arto, non può camminare, non può comunicare in alcun modo le sue emozioni. Eppure questo bambina che dipende in tutto e per tutto dagli altri è diventato il motore di questa grande famiglia. “È lei che dà a ciascuno la forza per impegnarsi e fare della propria vita un dono per gli altri” mi confida Gaetano, palesemente emozionato e grato per quel momento di grazia.
Ed eccola qui Chiara con il suo abito della festa, il viso accarezzato da un raggio di sole autunnale, dalla cattedra della sua disabilità ricordare al mondo intero che ha seguito la diretta da piazza san Pietro, la sua presenza.
Una presenza che ogni giorno convoca la famiglia Pandolfi e quanti, amici e volontari, passano per quella casa, davanti all’altare della responsabilità all’accoglienza, della bellezza di un amore gratuito e disinteressato, del coraggio di mettersi in gioco, non per un giorno, un mese, un anno ma per il tempo che Dio vorrà.
La festa comincia in una piazza affollatissima e coloratissima. Si alternano voci di bambini, fidanzati, famiglie allegre e gioiose. Osservo da lontano Delfina e Gaetano con la piccola Chiara e Lina, la ragazza che vive con loro ed è un aiuto costante per l’accudimento di Chiara. C’è anche Angela, la primogenita con il marito Luca e i due splendidi bambini, Mario e Michele. Sono tutti emozionati. Quando arriva il loro turno, la voce di Delfina zittisce la piazza brulicante di gioia. Solo pochi minuti per raccontare 30 anni di vita insieme ma bastano a donare la percezione che è l’amore di Dio a spingere i passi degli uomini verso scelte radicalmente evangeliche, solo pochi minuti per capire che la famiglia è e resta il luogo ordinario dove ciascuno si sente accolto e amato esattamente per quello che è.
Alla fine del lungo pomeriggio Delfina viene aiutata a posizionarsi con Chiara in un posto dove il Santo Padre sarebbe sicuramente passato. Desidera che papa Francesco possa benedire la sua bambina. Mentre il sole è al suo tramonto e infiamma di rosso il cielo di Roma, Francesco I passa tra la gente, saluta e dispensa sorrisi e per Chiara ha uno sguardo carico di amore.
La gente, saluta e dispensa sorrisi e per Chiara ha uno sguardo carico di amore. “Sono felice” commenta Delfina “quello sguardo lo porterò sempre nel cuore. È il segno di una Chiesa che fa festa con gli ultimi, che chiama al banchetto di nozze storpi, ciechi, poveri e zoppi. Sono loro gli uomini e le donne delle beatitudini”.
G. Abbagnara
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Delfina e Gaetano Pandolfi si sono sposati il 28 aprile 1983. Delfina è casalinga, Gaetano lavora come dipendente comunale. Hanno avuto quattro figli: Angela (1983), Emanuela (1988), Enrico (1992) e Alfonso (1994). Angela nel 2010 si è sposata con Luca e oggi Delfina e Gaetano sono anche nonni di due bambini: Mario e Michele. Nel 1992 hanno iniziato un cammino di fede insieme ad altri sposi, guidato da don Silvio Longobardi, custode della Fraternità di Emmaus. Nel 1999 hanno lasciato la loro casa per trasferirsi in un’Oasi di carità dove intrecciano preghiera e accoglienza di minori in difficoltà. Con loro vive Lina, una giovane ragazza di 20 anni accolta quando era adolescente e che poi al compimento del suo diciottesimo anno di età, ha chiesto di restare con la famiglia Pandolfi. Nell’ottobre del 2004 hanno accolto Chiara. Aveva quaranta giorni ed è anencefalica. I medici le avevano prospettato pochi mesi di vita. A settembre ha compiuto nove anni. È di fatto la quinta figlia dei coniugi Pandolfi. Nelle sue condizioni nessuna coppia si è mai proposta per l’adozione. Attualmente ci sono anche due bambine, Francesca ed Asia, di pochi mesi.
[Fonte: Punto Famiglia, novembre-dicembre 2013, pp.22-24]