sabato 5 luglio 2014

14ª Domenica del Tempo Ordinario - Anno A



“Davanti alla loro ira, siate miti;
di fronte alla loro boria, siate umili”

sant’Ignazio d’Antiochia


*
Nella XIV Domenica del Tempo ordinario, la liturgia ci propone il passo del Vangelo in cui Gesù innalza la sua lode al Padre:
 “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza”.
Il Vangelo di oggi, nella sua semplicità e immediatezza, apre come uno spiraglio sulla gioia divina. Gesù ha inviato i Discepoli ad annunciare la Buona Notizia del Regno ed essi tornano raggianti per ciò che hanno visto. La gioia di questi “piccoli” che tornano al Padre, la vittoria del Vangelo sul regno di satana, che comincia a perdere terreno, fa esplodere il Signore in una esultazione: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”. È la festa di Dio davanti alla felicità dei “piccoli”. Il Dio che Cristo ci rivela non è lontano da noi: ci ama davvero, ci vuole felici, partecipi dell’eterna felicità. Questa esultazione divina costituisce il cuore della Messa, il cui nome proprio è Eucaristia, “perché è rendimento di grazie a Dio” (cf CCC 1328). Nella Pasqua del Signore – mistero della sua morte, offerta liberamente per amore a noi, e nella risposta del Padre, con la risurrezione e l’effusione dello Spirito Santo – si compie questa salvezza che fa esultare il cuore di Dio e il cuore dell’uomo. La Domenica è il giorno di questa gioia messianica, della festa, della comunione tra i fratelli: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro". È il giorno in cui ci scrolliamo di dosso i vari gioghi di cui ci siamo caricati durante la settimana – gioghi pesanti, pieni di giudizi, di peccati – e ritroviamo il giogo – dolce e leggero – del Signore, quello della comunione fraterna, nella dolcezza dello Spirito Santo.
(don Ezechiele Pasotti, prefetto agli studi nel Collegio Diocesano missionario “Redemptoris Mater” di Roma)

MESSALE
Antifona d'Ingresso  Sal 47,10-11
Ricordiamo, o Dio, la tua misericordia
in mezzo al tuo tempio.
Come il tuo nome, o Dio, così la tua lode
si estende ai confini della terra;
di giustizia è piena la tua destra.
 
Colletta

O Dio, che nell'umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l'umanità della sua caduta, donaci una rinnovata gioia pasquale, perché, liberi dall'oppressione della colpa, partecipiamo alla felicità eterna. Per il nostro Signore...
 Oppure:
O Dio, che ti riveli ai piccoli e doni ai miti l'eredità del tuo regno, rendici poveri, liberi ed esultanti, a imitazione del Cristo tuo Figlio, per portare con lui il giogo soave della croce e annunziare agli uomini la gioia che viene da te. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
LITURGIA DELLA PAROLA
Prima Lettura  Zc 9, 9-10
Ecco, a te viene il tuo re umile.

Dal libro del profeta Zaccaria.
«Esulta grandemente, figlia di Sion,
giubila, figlia di Gerusalemme!
Ecco, a te viene il tuo re.
Egli è giusto e vittorioso,
umile, cavalca un asino,
un puledro figlio d’asina.
Farà sparire il carro da guerra da Èfraim
e il cavallo da Gerusalemme,
l’arco di guerra sarà spezzato,
annuncerà la pace alle nazioni,
il suo dominio sarà da mare a mare
e dal Fiume fino ai confini della terra».
 

Salmo Responsoriale
  Dal Salmo 144
Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.
O Dio, mio re, voglio esaltarti
e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.
Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza.

Fedele è il Signore in tutte le sue parole
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore sostiene quelli che vacillano
e rialza chiunque è caduto.
 

Seconda Lettura
  Rm 8, 9. 11-13
Se mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete. 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.
E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.
Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete.
 
Canto al Vangelo  Cf Mt 11,25
Alleluia, alleluia.

Ti rendo lode, Padre,
Signore del cielo e della terra,
perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno.

Alleluia.

   
   
Vangelo  Mt 11, 25-30
Io sono mite e umile di cuore.

Dal vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

*

COMMENTO

Tempo di “mondiali”, tempo di fatica, sudore e passione; tempo di vittorie e sconfitte, gioie e delusioni. Tempo propizio, un vero kairos per la nostra conversione. Perché Dio ci parla attraverso tutto ciò che accade, ma proprio tutto, anche un mondiale di calcio. E la liturgia di questa domenica ci aiuta scoprire nella metafora la Parola che Dio ha preparato per noi. 

Ci facilita a penetrare la ricchezza del Vangelo una riflessione dell’allora Card. Ratzinger che aveva come tema proprio i mondiali di calcio: “nessun altro avvenimento sulla terra può avere un effetto altrettanto vasto, il che dimostra che questa manifestazione sportiva tocca un qualche elemento primordiale dell’umanità e viene da chiedersi su cosa si fondi tutto questo potere di un gioco… Si potrebbe rispondere, facendo riferimento alla Roma antica, che la richiesta di “pane e gioco” era in realtà l’espressione del desiderio di una vita paradisiaca, di una vita di sazietà senza affanni e di una libertà appagata… Il gioco sarebbe una sorta di tentato ritorno al Paradiso: l’evasione dalla serietà schiavizzante della vita quotidiana e della necessità di guadagnarsi il pane, per vivere la libera serietà di ciò che non è obbligatorio e perciò è bello”.

Ecco, il Signore ci offre oggi proprio “la libera serietà” che il gioco del calcio ci mostra in questi giorni, appassionandoci tanto. E, guarda un po’, nel parallelo di Luca, il testo del Vangelo comincia presentandoci un’istantanea di Gesù che sembra scattata allo stadio. 

Dice, infatti, che Gesù “esultò”, proprio come se avesse appena siglato un gol da cineteca con cui ha decretato la vittoria della Coppa del mondo per la propria squadra. Un’esultanza che vibra sin dentro il più intimo di se stesso, “nello Spirito Santo”. 
Tutto sua Madre… Come Lei, di fronte allo stesso gol… Impossibile da credere tanto è bello, esteticamente bello. Sì, perché quel gol è un gesto celeste, nessun giocatore, fosse anche il più bravo di tutti i tempi, ne sarebbe stato capace.

In una partita, infatti, che cosa c’è di più bello, appassionante, coinvolgente di un tiro che ti spiazza con uno sguardo, mentre il pallone disegna una traiettoria impensabile insaccandosi dove meno te lo aspetti. Un gol impossibile, come si suole dire.

E Gesù aveva proprio segnato il gol decisivo, il più bello, “impossibile agli uomini ma non presso Dio”; aveva appena insaccato il pallone nella porta del demonio, eseguendo perfettamente ciò di cui il suo “Allenatore” si “compiaceva”; gli era riuscito alla perfezione quel gesto, accidenti, esattamente quello che il Padre gli aveva insegnato e “rivelato” dalla panchina del Cielo; secondo la sua “eudokia”, la benevola volontà di Dio che indirizza il pallone in gol, che fa cioè riuscire l’impossibile nella carne, aveva rivelato se stesso ai “piccoli”, svelando l’amore di Dio fatto carne perché potesse essere accolto da ogni carne. Il demonio non poteva prevedere un tiro simile… Sembrava un colpo da poco, invece… 

Lo stesso gol a cui aveva assistito, in visione privata nella sua casa di Nazaret, la Vergine Maria; da Lei, certamente, Gesù aveva imparato i primi rudimenti della volontà dell’Allenatore. E così da Lei avrà appreso anche ad “esultare” per gli schemi impensabili del Padre. Lo spirito della Madre, infatti, aveva “esultato in Dio suo Salvatore, perché aveva guardato all’umiliazione della sua serva” e, per questo “tutte le generazioni l’avrebbero chiamata beata”. 

Beata perché umiliata. Beata perché la sua vita era talmente in basso da dover guardare tutto e tutti all’insù. Beata perché ultima, la più piccola tra i piccoli, una “neonata” in mezzo a un mondo di adulti, “sapienti e intelligenti”. Tanto “piccola” da poter accogliere l’impossibile, l’infinito Dio nel suo grembo.

“Beata”, dunque, come i “piccoli” ai quali al Padre “è piaciuto rivelare le sue cose”, il segreto per vincere contro i grandi, i forti, i potenti. I piccoli come Davide, capace di vincere il gigante Golia con una comunissima fionda e cinque pietre; cinque, come i libri della Torah, la Parola che smaschera ogni parola che si presume sapiente e si fa forza con la menzogna. 

La Parola che sanno attendere e accogliere solo i “piccoli”, gli “infanti” secondo il greco originale, ovvero i bambini appena nati e incapaci di parlare. I “piccoli” che sanno solo piangere e, divezzati, addormentarsi tra le braccia della madre.

I “piccoli” che, come Maria, non hanno parole di fronte al mistero della vita, al male che li ferisce, alla storia difficile che vivono, ai problemi, agli errori e ai fallimenti. I “piccoli” che non hanno spiegazioni da offrire, soluzioni tascabili, risposte da consultare su wikipedia. La Parola di Dio, infatti, si era fatta carne per loro, per chi non ha parole, anche di fronte alle tentazioni, e cadono, precipitando rovinosamente nei peccati.

Tanto “piccoli” da non attirare nessun altro sguardo che quello del Padre. “Piccoli” come Gesù, il Servo di Yahwè disprezzato e umiliato, davanti al quale tutti si sono coperti la faccia, tanto era sfigurato il suo volto da non sembrare neanche un uomo. Nessuna bellezza, nessuno splendore, solo un’infinita piccolezza fatta peccato.

Ma di quella piccolezza senza parole di fronte a Caifa, Erode e Pilato, il Padre si è “compiaciuto”. In essa aveva visto ogni “piccolo” della terra. Nel segreto di quell’umiliazione, dello svuotamento che lo ha spinto ad offrire tutto se stesso sino alla fine, il Padre era con Lui, sussurrandogli le parole con cui gli svelava il “mistero” del suo amore riservato ai “piccoli”. 

Amore ferito, piagato, addolorato. Amore sporcato nel sangue. Amore sceso sino all’ultimo peccatore, amore umiliato sin dentro i sepolcri dei più “piccoli” della terra. Questo amore deposto in una tomba è il gol più bello della storia; il più atteso, capace di sciogliere la gola nel grido di esultanza per la liberazione insperata. 

Tutti noi aspettiamo da sempre un gol così, questo gol. Maria ne aveva intuito l’importanza nella sua carne immacolata, grembo vergine nel quale lo Spirito Santo aveva deposto Dio. Uno schianto deve essere stato, non toccare uomo e ritrovarsi incinta dell’Amore che non ha confini. 

Nel segreto della sua femminilità più pura, nella sua carne senza peccato aveva misteriosamente preparato Gesù a discendere nelle profondità del peccato di ogni uomo, un miracolo ancor più grande, un gol ancora più impossibile da immaginare. La misericordia doveva scendere, scendere, scendere ogni gradino della perversione, della concupiscenza, dell’avarizia, della menzogna, dell’invidia, dell’odio omicida. Dio doveva inabissarsi a cercare la pecora perduta, la più testarda e stolta, la più “piccola”.

E doveva andarci con una carne “piccola” perché nessun “piccolo” rimanesse escluso dal perdono e dalla risurrezione a una vita nuova. La carne “piccola” e “umiliata” che ha preso da Maria, “piccola” e “umiliata”.

E che “fatica e oppressione” per scendere sin laggiù, dove tu ed io siamo precipitati, “affaticati e oppressi” nella “serietà schiavizzante della vita quotidiana e della necessità di guadagnarsi il pane”, frutto amaro del peccato e della perdita del Paradiso. 
E anche oggi è pronto per noi il gol decisivo, del tutto immeritato. Dopo novanta, forse novantaquattro lunghissimi minuti spesi a correre e rincorrere pallone e avversari, senza uno schema di gioco degno e razionale; dopo una partita tutta improvvisazione e istinto, e scatti a destra e a sinistra dove, illudendoci, ci è sembrato potessimo trovare la via del gol; dopo aver sbattuto mille volte contro il muro degli avversari, e colpi bassi presi e dati, e ferite e sangue.

Ma, nonostante tutto, Qualcuno ci ha protetti impedendoci di capitolare. Oh sì, l’avversario ne ha presi di pali e traverse; e salvataggi sulla linea - ma Chi sarà stato? - proprio quando il pallone la stava varcando impietosamente. Non sappiamo come sia stato, ma siamo ancora in gioco, nonostante tutto. Nonostante abbiamo tradito il coniuge usando perversamente del sesso e dell’affetto, rubato sul lavoro, insultato e invidiato, usato a piacimento delle persone, mormorato e pensato male di Dio. 

Nonostante i giudizi ad esempio, che ci hanno catapultato tra “gli intelligenti” che pensano di sapere più degli altri e disprezzano; nonostante le leggi e i moralismi che, illudendoci di essere “sapienti”, abbiamo caricato sulle spalle degli altri e che noi non abbiamo mai compiuto; nonostante tutto il risultato è in bilico. Che si decida oggi? 

Forse sì, certamente sì, perché anche oggi potremmo morire, e la morte ci attende nelle parole e negli atteggiamenti degli altri. E potremmo perdere la partita decisiva, e rompere un’amicizia, avviarci al divorzio, tagliare con un figlio, divorziare, abortire o chiuderci alla vita impedendo così a un figlio di Dio di vedere la luce. 

Ma Gesù è pronto a scendere in campo, e giocare con te e per te la partita della tua vita. Sino ad ora, dal Cielo, Dio ti ha protetto secondo il suo amore. Ma oggi, in questo tempo favorevole, ti stai giocando i mondiali, lo sai? O ti basta partecipare, un po’ di soldi e la vetrina delle televisioni? 

La vita è seria, almeno tanto quanto la “fatica e oppressione” che hai accumulato. Perché non ce la fai più, vero? E’ troppo anche per te, il lavoro stressante e senza gratificazioni, i figli che non ti ascoltano, il clima generale che soffoca la verità; e i tuoi peccati ti fanno sentire uno schifo, e ti ritrovi solo. Ti senti “piccolo” e senza parole no? L’ultimo, ovunque, anche se ti agiti per farti vedere e posti foto e commenti su Facebook come un mitragliere. 

Sei “piccolo” di fronte alla grandezza dei “sapienti” e degli “intelligenti” del mondo. Ti hanno sedotto e ingannato, per lasciarti mezzo morto, a un passo dalla sconfitta. E il demonio è lì, al limite della tua area, e le tue gambe sono molli, la vista annebbiata, solo un miracolo potrebbe salvarti. Un gol nella porta del demonio. Un “giogo” che ti leghi a Cristo per andare in porta e beffare l’avversario.

Eccolo qua il segreto nascosto ai grandi, ed è preparato per te: è il tuo, personale. Ha le misure della tua storia, del tuo carattere, dei tuoi difetti; ed è uguale a quello di Cristo, che si è fatto in tutto come te, esclusi i peccati. Perché quelli li viene a prendere anche oggi, e farti scoprire che la il tuo "giogo", la tua Croce di oggi, quello che stai rifiutando, è proprio ciò che ti fa simile a Cristo, bello e pronto a donarsi nell’amore come Lui.

“Prendilo” allora, ascoltando e accogliendo questo Vangelo, mangiando del suo Corpo e del suo Sangue, lasciandoti perdonare. “Prendilo” nella Chiesa, dove puoi “imparare” da Lui, “mite e umile di cuore”. Non temere, bussa alle porte della Chiesa e chiedi a Cristo di giocare con te, per donarti la libertà perduta.

Lui ti “vuole rivelare chi sia il Padre”, i suoi schemi d’amore, con i quali segnare gol impossibili al demonio. Te lo “rivela” nella comunità cristiana alla quale ti ha chiamato”, la squadra più sgangherata che ci sia, che non vincerebbe neanche contro una squadra di dilettanti. Una squadra di “poveri”.

Ma ci gioca il migliore, il Fuoriclasse che nessuna squadra ha, perché è cresciuto nel vivaio del Cielo e si è fatto le ossa tra i “piccoli” dell'estrema periferia del mondo, che nessuno va a “visionare”. Nessuno degli squadroni lo conosce, e, se lo conoscesse, non lo prenderebbe. Lui gioca per perdere la vita, non resiste ai falli, alle simulazioni, agli insulti; e chi giocherebbe così?

Eppure è proprio questo l’unico schema vincente: un “giogo” sulle spalle, come il Cireneo, e il “ristoro” dopo la vittoria è sicuro. “Vieni” dunque, insieme a tutti i “piccoli” della terra, a “imparare” che la storia così com’è, il suo “giogo” che ti lega a Cristo, sta plasmando in te “l’umiltà e la mitezza”, le uniche capaci di resistere alla furia dell’avversario e condurti nella sua porta per alzare la coppa della Vita Eterna. Il “giogo” di Cristo, infatti, la Croce di ogni giorno, è l’unico adeguato a noi, e per questo è “dolce e leggero”, non ci “affatica e opprime” come quelli del mondo.

Con Cristo, infatti, non si “impara” a soffrire rassegnati perché non c’è niente da fare, come dice il mondo. Nella Chiesa, invece, “imparando da Lui”, si apprende a vivere “esultando” di gioia indicibile: la gioia di Maria, dei pastori nella notte di Betlemme, degli apostoli, i “piccoli” che annunciano il Vangelo e hanno i loro nomi scritti in Cielo e cha hanno visto il Signore risorto. La tua gioia, nella tua storia di ogni giorno, nella quale “riposare” perché perdonato, e “trovare ristoro per la tua anime” perché finalmente libera per amare. La gioia frutto della “vita di sazietà senza affanni e di una libertà appagata”.

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I "piccoli" non sono gli ingenui, sono gli intelligenti umili

Lectio Divina per la 14ª Domenica del Tempo Ordinario - Anno A


Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la 14ª Domenica del Tempo Ordinario – Anno A.
Come di consueto, il presule offre anche una lettura spirituale.
***
LECTIO DIVINA
I “piccoli” non sono gli ingenui, sono gli intelligenti umili.
14ª Domenica del Tempo Ordinario Pentecoste – Anno A – 6 luglio 2014
Rito Romano
Zc 9,9-10; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30
Rito Ambrosiano
4ª Domenica dopo Pentecoste
Gen 6,1-22; Sal 13; Gal 5,16-25; Lc 17,26-30.33
            1) I miti[1] di cuore.
            Dopo il cammino della Quaresima e della Passione (la Via della Croce) e della Pasqua (la Via della Luce), dopo le solennità della Trinità (Comunione d’Amore e di Luce) e del Corpo di Cristo (il dono della Sua vita per la nostra), la Liturgia riprende i passi del “tempo ordinario”. La Liturgia ci offre la Parola di Dio per continuare il percorso iniziato a gennaio, invitandoci a seguire Gesù e ad ascoltare quello che ha da dirci nella vita ordinaria di oggi.
            Oggi le parole di Cristo sono davvero consolanti: “Venite a me, stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita” (Mt 11, 29-30). All’umiltà del Figlio di Dio che si incarna bisogna rispondere con l’umiltà della nostra fede. L’umiltà di riconoscere che per vivere ci è necessaria la bontà misericordiosa di un Dio che perdona ogni giorno. E noi ci rendiamo simili a Cristo, l’unico Perfetto, nella misura più grande possibile, quando diventiamo come Lui persone di misericordia, imitando Lui che è mite e umile di cuore.
            Non dobbiamo, poi, dimenticare le parole del profeta Zaccaria: “Così dice il Signore: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco a te viene il tuo Re. Egli è giusto e vittorioso; umile, cavalca un asino,
un puledro, figlio di asina. Farà sparire i carri di Efraim e i cavalli di Gerusalemme, l'arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare,
 e dal fiume ai confini della terra” (Zc 9,9-10 – Prima lettura della Messa di oggi). Parole che fanno da cornice a quelle di Gesù che oggi ci sono proposte, come a quelle della beatitudine in cui Lui dice: “Beati i miti perché possiederanno la terra” (Mt 5,5). Se teniamo unite questa beatitudine all’invito: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11, 29), ne deduciamo che le beatitudini non sono solo un bel programma etico che il maestro traccia, per così dire a tavolino, per i suoi seguaci; sono l’autoritratto di Gesù. È lui il vero povero, il mite, il puro di cuore, il perseguitato per la giustizia, è lui il vero re di pace che ristora i suoi sudditi e li protegge con lo scettro della Croce, scettro di potente mitezza.
            In effetti, la prova più alta della mitezza regale di Cristo è la sua passione. Nessun moto d’ira, nessuna minaccia: “Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta” (1 Pt 2, 23). Questo tratto della persona di Cristo si era talmente stampato nella memoria dei suoi discepoli che san Paolo, volendo scongiurare i Corinzi per qualcosa di caro e di sacro, scrive loro: “Vi esorto per la mitezza e la benignità di Cristo” (2 Cor 10, 1). Ma Gesù ha fatto ben più che darci un esempio di mitezza e pazienza eroica; ha fatto della mitezza il segno della vera grandezza. Questa non consisterà più nell’elevarsi solitari sugli altri, sulla massa, ma nell’abbassarsi per servire ed elevare gli altri. Sulla Croce, dice Agostino, egli rivela che la vera vittoria non consiste nel fare vittime, ma nel farsi vittima, “Vincitore perché vittima (Victor quia victima)” (Le Confessioni, 10, 43).
            2) Umili di cuore.
            In un mondo in cui tutti dicono che bisogna farsi avanti, il Vangelo invita a farsi indietro. “Imparate da me che sono mite e umile di cuore e ecco troverete ristoro per le vostre anime” (Mt 11, 29). “Mite e umile” sono due termini che Gesù applica a se stesso. E giustamente, perché indicano il suo atteggiamento verso Dio e verso gli uomini. Verso Dio un atteggiamento di confidenza, obbedienza e docilità. Verso gli uomini un atteggiamento di accoglienza, pazienza, discrezione, disponibilità e perdono, addirittura il servizio.  E anche l'aggiunta “di cuore” non è senza importanza. Indica che le disposizioni di Gesù - verso il Padre e verso i fratelli - si radicano nel profondo del suo cuore e coinvolgono tutta la sua Persona.
            E’ vero che l’umiltà, come la povertà, appare una condizione perché l’uomo possa vivere un rapporto con Dio, anzi è la condizione essenziale a viverlo. Ma, come San Francesco d’’Assisi l’intuì, è altrettanto vero che l’umiltà è una caratteristica di Dio,
            Quando un essere umano s'inginocchia davanti a Dio, il Signore del cielo, non è umiltà, è soltanto realismo. Quando Dio si china sul malato, sul peccatore, quando s’inchina per lavare i piedi all’uomo, questa è umiltà divina. Incarnandosi, il Figlio di Dio non rinnega la sua dignità infinita, la manifesta in un modo sublime, delicato e pieno di amore. Dio si abbassa per donarsi totalmente all’uomo, per salvarlo. Si fa “nulla”, perché l’uomo sia tutto.
            E ciò non avvenne solamente una volta più di duemila anni fa, avviene ogni volta che Egli si fa presente nella Messa sotto le specie del pane e del vino per donarsi, per essere mangiato: la Messa trova il suo compimento nella comunione eucaristica nella quale Egli totalmente si dà, cosi da sparire. E tutto per ciascuno di noi e in ciascuno di noi.
            Dio è umiltà perché amore, insegna San Francesco d’Assisi, che conosceva Dio in modo sublime, sia perché ne aveva esperienza, sia perché meditava nella Chiesa le Sacre Scritture. In effetti, già nell'Antico Testamento Dio afferma che “le sue delizie (di Dio) sono nell'essere coi figli degli uomini”. Pensiamo alla gioia del Padre di essere nel cuore di Gesù, pensiamo alla gioia di Gesù per il fatto che  Dio si è compiaciuto di nascondere la sua grandezza ai grandi per rivelarla invece ai piccoli e ai dimenticati fino al punto di farsi garante di questa nostra povera, fragile vita umana, e subirne la sorte. San Paolo accenna a questo mistero quando dice: “Lui che sussistendo in forma di Dio, non ritenne come geloso possesso l’essere a pari con Dio, ma spogliò se stesso, prese forma di servo in somiglianza di uomini ridotto, e all’aspetto trovato come uomo... Per questo Dio lo sopraesaltò e gli diede un nome che è sopra ogni nome” (cfr. Fil 2, 6-9). Ecco l'umiltà di Dio, cioè la sua Condiscendenza a ciò che al suo cospetto è nulla; possibile solo, perché egli è l’Onnipotente. Ecco l’umiltà di Gesù Cristo “Anche Lui, il Figlio di Dio, si abbassa per ricevere l’amore del Padre” (Papa Francesco, omelia del 27 giugno 2014).
            Insomma, l’amor cristiano, quell’amore che la vita di Gesù porta, e che secondo San Giovanni è Dio stesso, riposa sull’umiltà.
            3) Umiltà fondamento della vita spirituale.
            Concludiamo accennando al fatto che l’umiltà è il fondamento della vita spirituale in particolare per le Vergini consacrate nel mondo.
            La vita spirituale implica sempre il sentimento del proprio nulla nei confronti di Dio, un nulla che non esclude il fatto che la creatura esista. Esclude però ogni sentimento di opposizione, ogni sentimento di alterità, ogni sentimento che dia all’uomo la coscienza di essere qualche cosa indipendentemente da Lui e non in Lui e per Lui. La creatura per tutto quello che è, è da Dio ed è in Dio.
            Con il riconoscimento di Dio come Signor è implicato dunque un certo annientamento interiore del nostro io. Nella luce infinita di Dio, l’uomo scompare; come il sole, che non appena sale all'orizzonte, eclissa le stelle.
            Dio si rivela a noi attraverso la creazione, ma la sua rivelazione più perfetta è Gesù Cristo. E Cristo, per Francesco d’Assisi, è umiltà. Egli non sa riaversi dallo stupore provocato da una sua contemplazione del mistero cristiano come mistero di suprema umiltà: l’umiltà del Cristo nella sua nascita, nella sua passione, nell’Eucaristia.
            Con particolare affetto e devozione le Vergini consacrate nel mondo coltivano con la Vergine Maria, modello di ogni sequela e di ogni consacrazione, l’umile confidenza filiale, la preghiera di intercessione, la contemplazione dei misteri del suo Figlio Gesù. Esse testimoniano nella Chiesa che la fedeltà del cristiano ha il suo nido nella fedeltà di Dio, che manifesta l’umiltà del suo cuore: Gesù non è venuto a conquistare gli uomini come i re e i potenti di questo mondo, ma è venuto ad offrire amore con mitezza e umiltà.
            Queste donne si lasciano avvolgere dalla fedeltà umile e dalla mitezza dell’amore di Cristo, rivelazione della misericordia del Padre. La loro vocazione è quella di servire Dio nel mondo con umile coraggio, con tutta la forza del loro cuore, realizzando nella vita quotidiana la preghiera di consacrazione che il Vescovo da su di lor.o: “Con la grazia dello Spirito Santo, ci siano sempre in loro prudenza e semplicità, mitezza e delicatezza, umiltà e libertà” (Rituale della Consacrazione della Vergini, n 24)
*
LETTURA SPIRITUALE
San Francesco d’Assisi
Lettera al Capitolo Generale e a tutti i Frati
Invece della lettura patristica questa volta propongo uno dei testi più belli degli scritti francescani:
“Badate alla vostra dignità, frati sacerdoti, e siate santi perché Egli è santo. E come il Signore Dio onorò voi sopra tutti gli uomini, per questo mistero, cosi voi più di ogni altro uomo amate, riverite e onorate Lui.
Grande miseria sarebbe, e miserevole male se, avendo lui così presente, vi curaste di ogni altra cosa che fosse nell'universo intero!
L'umanità trepidi, l’universo intero tremi, e il cielo esulti, quando sull'altare, nelle mani del sacerdote, è il Cristo Figlio di Dio vivo.
O ammirabile altezza, o degnazione stupenda! o umiltà sublime! o sublimità umile, che il Signore dell'universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, in poca apparenza di pane.
Guardate, frati, L’umiltà di Dio, e aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché egli vi esalti. Nulla, dunque, di voi, tenete per voi; affinché vi accolga tutti colui che a voi si da tutto” (Fonti Francescane 220).
*
NOTE 
[1] Per scoprire chi sono i miti proclamati beati da Gesù, è utile passare brevemente in rassegna i vari termini con cui la parola miti (praeis) è resa nelle traduzioni moderne. L’italiano ha due termini: miti e mansueti. Quest’ultimo è anche il termine usato nelle traduzioni spagnole, los mansos, i mansueti. In francese la parola è tradotta con doux, alla lettera “i dolci”, coloro che possiedono la virtù della dolcezza. (Non esiste in francese un termine specifico per dire mitezza; nel “Dictionnaire de spiritualité” questa virtù è trattata alla voce douceur, dolcezza).
In tedesco si alternano diverse traduzioni. Lutero traduceva il termine con Sanftmuetigen, cioè miti, dolci; nella traduzione ecumenica della Bibbia, la Eineits Bibel, i miti sono coloro che non fanno alcuna violenza – die keine Gewalt anwenden-, dunque i non-violenti; alcuni autori accentuano la dimensione oggettiva e sociologica e traducono praeis con Machtlosen, gli inermi, i senza potere. L’inglese rende di solito praeis con the gentle, introducendo nella beatitudine la sfumatura di gentilezza e di cortesia.
Ognuna di queste traduzioni mette in luce una componente vera ma parziale della beatitudine. Bisogna tenerle insieme e non isolarne nessuna, per avere un’idea della ricchezza originaria del termine evangelico. Due associazioni costanti, nella Bibbia e nella predicazione cristiana antica, aiutano a cogliere il “senso pieno” di mitezza: una è quella che accosta tra loro mitezza e umiltà, l’altra quella che accosta mitezza e pazienza; l’una mette in luce le disposizioni interiori da cui scaturisce la mitezza, l’altra gli atteggiamenti che spinge ad avere nei confronti del prossimo: affabilità, dolcezza, gentilezza. Sono gli stessi tratti che l’Apostolo mette in luce parlando della carità: “La carità è paziente, è benigna, non manca di rispetto, non si adira…” (1 Cor 13, 4-5).