Il 2 aprile del 2005, 70 mila persone in Piazza San Pietro e il mondo intero collegato in diretta televisiva accompagnarono gli ultimi istanti di vita di Giovanni Paolo II. L’annuncio della sua morte chiudeva una lunga e straordinaria pagina di storia, non solo ecclesiale, dominata dalla figura del Pontefice polacco che pochi anni dopo sarebbe stato proclamato Santo.Alessandro De Carolis ricorda nel suo servizio quella sera di 10 anni fa e ripropone alcuni pensieri di Giovanni Paolo II:
Rare volte accade che un luogo in un punto preciso del mondo fermi il divenire delle cose. Che il tempo in quel luogo, e in quel punto, rallenti fino quasi a solidificare l’infinito brulichio degli affari umani in uno stesso gesto, un medesimo pensiero, in un’ultima speranza. Offrendo a milioni di persone l’impressione di essere, per una forza non umana, vicini anche se agli antipodi, uniti anche se persi in labirinti di divisioni, prossimi a migliaia di cuori che per una particolare sincronia hanno preso a condividere gli stessi sentimenti:
“Benedici il Signore, anima mia, Signore, mio Dio, quanto sei grande! Rivestito di maestà e di splendore (...) Tu stendi il cielo come una tenda (...), fai delle nubi il tuo carro, cammini sulle ali del vento…”
Alla casa del Padre
Si è verificato questo raro fenomeno nelle ore che hanno preceduto un’ora e un minuto precisi, le 21.37 del 2 aprile 2005. È successo in un luogo, Piazza San Pietro, e in un punto, sotto una finestra illuminata e scrutata da decine di migliaia di sguardi con l’intensità con cui si fissa un’eclissi a rovescio – le lacrime a proteggere gli occhi e qualcosa a mordere dentro perché si sa che alla fine del suo passaggio il disco oscuro non avrà restituito la luce:
Si è verificato questo raro fenomeno nelle ore che hanno preceduto un’ora e un minuto precisi, le 21.37 del 2 aprile 2005. È successo in un luogo, Piazza San Pietro, e in un punto, sotto una finestra illuminata e scrutata da decine di migliaia di sguardi con l’intensità con cui si fissa un’eclissi a rovescio – le lacrime a proteggere gli occhi e qualcosa a mordere dentro perché si sa che alla fine del suo passaggio il disco oscuro non avrà restituito la luce:
“Carissimi fratelli e sorelle, alle 21.37 il nostro amatissimo Santo Padre Giovanni Paolo II è tornato alla Casa del Padre…”.
"Aiutate il Papa!"
Milioni di orfani a queste parole. Smarrimento di palpebre che si serrano e dita che sbiancano aggrappate alla catena del Rosario. Il Papa “venuto di un Paese lontano” e che di lì a poco sarà il “Santo subito” è volato via per andare ad affacciarsi alla finestra della Casa del Padre. Però sulla terra è stato 27 anni di fuoco. E un fuoco così non lo spegne la morte. La sua fiamma crepita e rischiara ciò che il senso di vuoto sembra ingoiare. E soprattutto consola:
Milioni di orfani a queste parole. Smarrimento di palpebre che si serrano e dita che sbiancano aggrappate alla catena del Rosario. Il Papa “venuto di un Paese lontano” e che di lì a poco sarà il “Santo subito” è volato via per andare ad affacciarsi alla finestra della Casa del Padre. Però sulla terra è stato 27 anni di fuoco. E un fuoco così non lo spegne la morte. La sua fiamma crepita e rischiara ciò che il senso di vuoto sembra ingoiare. E soprattutto consola:
“Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Non abbiate paura!”.
Fammi servo dei tuoi servi
Già sotto la finestra che adesso illumina la pace di un corpo sfinito, la memoria collettiva comincia il suo lavoro. Giovanni Paolo II riprende a parlare, liberato dall’ultimo bavaglio della sofferenza. Parla nelle mille angoli delle confidenze sussurrate alla luce delle candele e il naso nel fazzoletto. Nel battito di labbra di tanti soliloqui che vogliono risentirlo e ripeterselo. Nei mille “Guarda, io ero proprio là quando il Papa disse…”. Dalle 21.38 del 2 aprile 2005, Piazza San Pietro è silenzio di preghiera e insieme mosaico di ricordi nei quali Karol rivive fin da quando la sua voce era tuono e padrona dei confini:
Già sotto la finestra che adesso illumina la pace di un corpo sfinito, la memoria collettiva comincia il suo lavoro. Giovanni Paolo II riprende a parlare, liberato dall’ultimo bavaglio della sofferenza. Parla nelle mille angoli delle confidenze sussurrate alla luce delle candele e il naso nel fazzoletto. Nel battito di labbra di tanti soliloqui che vogliono risentirlo e ripeterselo. Nei mille “Guarda, io ero proprio là quando il Papa disse…”. Dalle 21.38 del 2 aprile 2005, Piazza San Pietro è silenzio di preghiera e insieme mosaico di ricordi nei quali Karol rivive fin da quando la sua voce era tuono e padrona dei confini:
“O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà! Servitore della tua dolce potestà! (...) Fa’ che io possa essere un servo! Anzi, servo dei tuoi servi”.
Non vi rassegnerete
Ha avuto parole per tutti e per tutto Giovanni Paolo II, capace di portare con sé ogni categoria di persone, di ogni distanza geografica e umana, a varcare soglie di speranza mai sperate. Anche quando, dopo il Giubileo e la fine del secolo delle guerre mondiali, la nuova era ricominciava con la guerra al terrorismo e le stesse miserie di sempre. Chi il 2 aprile piange Papa Wojtyla, non sta piangendo un uomo della resa. Piange e ricorda un difensore della fede che la malattia renderà insicuro nei passi, mai nella sua missione, nella roccia del suo annuncio, anche quando la forza diventa logora:
Ha avuto parole per tutti e per tutto Giovanni Paolo II, capace di portare con sé ogni categoria di persone, di ogni distanza geografica e umana, a varcare soglie di speranza mai sperate. Anche quando, dopo il Giubileo e la fine del secolo delle guerre mondiali, la nuova era ricominciava con la guerra al terrorismo e le stesse miserie di sempre. Chi il 2 aprile piange Papa Wojtyla, non sta piangendo un uomo della resa. Piange e ricorda un difensore della fede che la malattia renderà insicuro nei passi, mai nella sua missione, nella roccia del suo annuncio, anche quando la forza diventa logora:
“Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti”.
Tutto per la Madre amata
Negli ultimi ricordi il tuono ormai è un ansito sottile. L’uomo il cui il fuoco dentro continua ad ardere non è più quell’ampio e solido braciere da cui parole e azioni si sono diffusi nel mondo per un tempo che pareva infinito. Al tramonto di Karol, ogni parola è un passo penoso, strappato alla china di una malattia che toglie al corpo qualcosa ogni giorno. Ma chi prega e piange e ricorda quella sera di dieci anni fa – gli occhi sulla finestra ancora accesa – sa con certezza, come se lo avesse udito di persona in quella stanza, che l’ultimo fiato del figlio esausto e ardente sarà stato speso, flebile tuono, per Lei al cui abbraccio sempre si è affidato:
Negli ultimi ricordi il tuono ormai è un ansito sottile. L’uomo il cui il fuoco dentro continua ad ardere non è più quell’ampio e solido braciere da cui parole e azioni si sono diffusi nel mondo per un tempo che pareva infinito. Al tramonto di Karol, ogni parola è un passo penoso, strappato alla china di una malattia che toglie al corpo qualcosa ogni giorno. Ma chi prega e piange e ricorda quella sera di dieci anni fa – gli occhi sulla finestra ancora accesa – sa con certezza, come se lo avesse udito di persona in quella stanza, che l’ultimo fiato del figlio esausto e ardente sarà stato speso, flebile tuono, per Lei al cui abbraccio sempre si è affidato:
“Ti rinnovo, per le mani di Maria, Madre amata, il dono di me stesso, del presente e del futuro: tutto si compia secondo la tua volontà (...) perché possiamo con Te procedere sicuri, verso la casa del Padre. Amen!”. Radio Vaticana
*Giovanni Paolo II, contro la dittatura del possibile
La reputazione dei grandi, spesso diminuisce col passare del tempo. Dieci anni dopo la morte di Sua Santità, il 2 aprile 2005, Karol Wojtyla, papa Giovanni Paolo II, si staglia ancora più imponente rispetto a quando il mondo intero si radunò al suo capezzale: decine di milioni di uomini e donne in tutto il mondo che si sentirono spinti, e privilegiati, a pregare con lui in quella che egli chiamava una “Pasqua”, un passaggio, la sua liberazione, attraverso la morte, in una nuova vita di libertà nella gloria sfolgorante di Dio tre volte santo.
In questo anniversario, così come nella canonizzazione dell’anno scorso, quel che sembra più memorabile dell’uomo, almeno in questo momento storico, è il suo rifiuto della “tirannia del possibile”: l’idea che, per certe cose, sia semplicemente impossibile agire giustamente, perché siamo legati allo status quo, benché possa non piacerci. Era molto diffusa una rassegnazione demoralizzante nella Chiesa e nel mondo, quando Karol Wojtyla venne eletto vescovo di Roma il 16 ottobre 1978. Il mondo, da San Francisco agli Urali, sembrava diviso, in modo permanente, in due ostili fazioni, ideologicamente opposte e dotate di armi nucleari, che si fronteggiavano sulle linee di demarcazione fissate alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Tredici anni dopo la conclusione del Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica pareva anch’essa divisa in modo permanente e probabilmente condannata a seguire lo stesso destino dell’avanguardia del protestantesimo liberale, che (prendendo a prestito le definizioni di Richard John Neuhaus) stava diventando la retroguardia sulla via dell’emarginazione. Solide convinzioni cattoliche, fondate sul Vangelo, parevano non trovare più spazio nel “mondo reale” della tarda modernità, così come non lo trovava il sogno di un’Europa unita e senza più un muro di Berlino.
Poi, Giovanni Paolo II, che univa un profondo senso mistico a una notevole acutezza, rifiutò di inchinarsi passivamente alla dittatura dell’inevitabile. Dio disse al profeta “Su, venite e discutiamo anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; anche se fossero rossi come porpora, diventeranno come la lana” (Isaia 1:18). E fu esattamente quel che il 264mo vescovo di Roma si accingeva a fare. Rifiutò di credere che il Vaticano II, il concilio ecumenico che aveva vissuto come un potente lavoro dello Spirito Santo, potesse portare solo a un’incoerenza permanente e a una perpetua divisione nel cattolicesimo; fornendo un’autorevole interpretazione del Concilio, il pontificato di Giovanni Paolo II diede slancio ai corpi vivi della Chiesa e rese il Vaticano II la rampa di lancio per la Nuova Evangelizzazione, per la riscoperta della Chiesa quale impresa missionaria.
Rifiutò di credere che le false idee comuniste sulla persona umana e sulla storia potessero dividere l’Europa in modo permanente; e dando il via a una rivoluzione delle coscienze oltre la cortina di ferro, l’uomo che l’ultimo presidente dell’Urss definì come la “più grande autorità morale al mondo” divenne un liberatore dei suoi fratelli slavi e un precursore di nuove prospettive nelle relazioni internazionali.
Questi enormi risultati – e il loro radicamento nella profonda fede di Giovanni Paolo II – dovrebbero essere ricordati in un momento storico come quello che stiamo vivendo, quando troppi sono tentati dal disperare sullo stato del mondo e non pochi si interrogano sulle condizioni della Chiesa. Per quanto riguarda questi ultimi, coloro che temono un'altra deriva cattolica nell’incoerenza dovrebbero aver fede nell’esperienza maturata dal clero nell’ultimo trentennio, una lezione duratura su come il cattolicesimo possa, non solo sopravvivere, ma persino rifiorire in mezzo alle asperità della cultura post-moderna, se si resiste in una ortodossia dinamica, vissuta con compassione e solidarietà. Giovanni Paolo II sprigionò potenti energie evangeliche nella Chiesa di tutto il mondo, energie che sono riassunte nell’appello di Papa Francesco ai cattolici affinché siano una “Chiesa in missione permanente”. Coloro che vivono apertamente questa chiamata, vinceranno il futuro.
Quanto al mondo, i cristiani decapitati, i siriani innocenti sterminati dalle armi chimiche e un’invasione russa dell’Ucraina sono forti richiami al fatto che un “ordine mondiale”, se non viene preservato, sarà disintegrato. Coloro che sono spaventati da un apparente potere dei malvagi nel mondo di oggi, possono rincuorarsi ricordando ciò che Giovanni Paolo II disse ai giovani di Cracovia, nel giugno del 1979: “Abbiate paura solo dell’incoscienza e della pusillanimità”.
Non abbiate paura: la sua frase più caratteristica, vissuta fino alla fine, rende l’uomo, Giovanni Paolo, il Grande.
*Autore e attivista cattolico statunitense, biografo di San Giovanni Paolo II. George Weigel è direttore degli studi cattolici dell'Ethics and Public Policy Center di Washington DC. Questo articolo è pubblicato in lingua inglese sul Denver Catholic. Traduzione di Stefano Magni
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La crisi del matrimonio e della famiglia ci spinge a proclamare con fermezza pastorale, come un autentico servizio alla famiglia e alla società, la verità sul matrimonio e la famiglia come Dio lo ha stabilito. Non farlo sarebbe una gravissima omissione pastorale che indurrebbe i credenti all’errore, così come per chi tiene la importante responsabilità di prendere le decisioni sul bene comune della Nazione.
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Wojtyla, il Papa della famiglia
di Lorenzo Bertocchi
La sfida per la pastorale
Questa verità è valida non solo per i cattolici, ma per tutti gli uomini e le donne senza distinzione, perché il matrimonio e la famiglia costituiscono un bene insostituibile della società, la quale non può rimanere indifferente alla sua degradazione o perdita. (Ai membri della Conferenza Episcopale spagnola in visita “ad limina Apostolorum” - 19 febbraio 1998)
L’amore e la sessualità
L’amore è (...) la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano.
In quanto spirito incarnato, cioè anima che si esprime nel corpo e corpo informato da uno spirito immortale, l’uomo è chiamato all’amore in questa sua totalità unificata. L’amore abbraccia anche il corpo umano e il corpo è reso partecipe dell’amore spirituale.
La Rivelazione cristiana conosce due modi specifici di realizzare la vocazione della persona umana, nella sua interezza, all’amore: il Matrimonio e la Verginità. Sia l’uno che l’altra nella forma loro propria, sono una concretizzazione della verità più profonda dell’uomo, del suo «essere ad immagine di Dio».
Di conseguenza la sessualità, mediante la quale l’uomo e la donna si donano l’uno all’altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l’intimo nucleo della persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano, solo se è parte integrale dell’amore con cui l’uomo e la donna si impegnano totalmente l’uno verso l’altra fino alla morte. La donazione fisica totale sarebbe menzogna se non fosse segno e frutto della donazione personale totale, nella quale tutta la persona, anche nella sua dimensione temporale, è presente: se la persona si riservasse qualcosa o la possibilità di decidere altrimenti per il futuro, già per questo essa non si donerebbe totalmente. (Enciclica Familiaris consortio, n°11)
Indissolubilità del matrimonio
La compattezza della famiglia, la sua stabilità è uno dei beni fondamentali dell’uomo e della società. Alla base della compattezza della famiglia vi è l’indissolubilità del matrimonio; se l’uomo, se la società cercano le vie che privano il matrimonio della sua indissolubilità e la famiglia della sua compattezza e della sua stabilità, allora recidono quasi la radice stessa della sua salute, si privano di uno dei beni fondamentali, sui quali è costruita la vita umana. (Omelia, 19 marzo 1981, Terni)
E’ dovere fondamentale della Chiesa riaffermare con forza la dottrina dell’indissolubilità del matrimonio: a quanti, ai nostri giorni, ritengono difficile o addirittura impossibile legarsi ad una persona per tutta la vita e a quanti sono travolti da una cultura che rifiuta l’indissolubilità matrimoniale e che deride apertamente l’impegno degli sposi alla fedeltà, è necessario ribadire il lieto annuncio della definitività di quell’amore coniugale, che ha in Gesù Cristo il suo fondamento e la sua forza (cfr. Ef 5,25).
Radicata nella personale e totale donazione dei coniugi e richiesta dal bene dei figli, l’indissolubilità del matrimonio trova la sua verità ultima nel disegno che Dio ha manifestato nella sua Rivelazione. Egli vuole e dona l’indissolubilità matrimoniale come frutto, segno ed esigenza dell’amore assolutamente fedele che Dio ha per l’uomo e che il Signore Gesù vive verso la sua Chiesa. (Enciclica Familiaris Consortio, n°20)
Apertura alla vita
Il corpo non viene più percepito come realtà tipicamente personale, segno e luogo della relazione con gli altri, con Dio e con il mondo. Esso è ridotto a pura materialità: è semplice complesso di organi, funzioni ed energie da usare secondo criteri di mera godibilità ed efficienza. Conseguentemente, anche la sessualità è depersonalizzata e strumentalizzata: da segno, luogo e linguaggio dell’amore, ossia del dono di sé e dell’accoglienza dell’altro secondo l’intera ricchezza della persona, diventa sempre più occasione e strumento di affermazione del proprio io e di soddisfazione egoistica dei propri desideri e istinti. Così si deforma e falsifica il contenuto originario della sessualità umana e i due significati, unitivo e procreativo, insiti nella natura stessa dell’atto coniugale, vengono artificialmente separati: in questo modo l’unione è tradita e la fecondità è sottomessa all’arbitrio dell’uomo e della donna. La procreazione allora diventa il «nemico» da evitare nell’esercizio della sessualità: se viene accettata, è solo perché esprime il proprio desiderio, o addirittura la propria volontà, di avere il figlio «ad ogni costo» e non, invece, perché dice totale accoglienza dell’altro e, quindi, apertura alla ricchezza di vita di cui il figlio è portatore. (Enciclica Evangelium Vitae, n°23)
Divorziati risposati
Esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza.
La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.
La riconciliazione nel sacramento della penitenza - che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico - può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l’educazione dei figli - non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi». (Enciclica Familiaris Consortio, n°84)
Maschio e femmina li creò
Sin dall’inizio, [l’uomo] è creato come « maschio e femmina » (Gn 1, 27).
La donna è il complemento dell’uomo, come l’uomo è il complemento della donna: donna e uomo sono tra loro complementari. La femminilità realizza l’« umano » quanto la mascolinità, ma con una modulazione diversa e complementare. (…)
Nella loro reciprocità sponsale e feconda, nel loro comune compito di dominare e assoggettare la terra, la donna e l’uomo non riflettono un’uguaglianza statica e omologante, ma nemmeno una differenza abissale e inesorabilmente conflittuale: il loro rapporto più naturale, rispondente al disegno di Dio, è l’« unità dei due », ossia una « unidualità » relazionale, che consente a ciascuno di sentire il rapporto interpersonale e reciproco come un dono arricchente e responsabilizzante. (Lettera alle donne, 1995)
La propaganda anti-famiglia e per le unioni omosessuali
Purtroppo si devono registrare, proprio in questo Anno della Famiglia [1994, NdR], iniziative propagandate da notevole parte dei mass media, che nella sostanza si rivelano “antifamiliari”. Sono iniziative che danno la priorità a ciò che decide della decomposizione delle famiglie e della sconfitta dell’essere umano - uomo o donna o figli. Vi si chiama, infatti, bene ciò che in realtà è male: le separazioni decise con leggerezza, le infedeltà coniugali non solo tollerate ma persino esaltate, i divorzi, il libero amore sono talora proposti come modelli da imitare. A chi serve questa propaganda? Da quali fonti essa nasce? “Ogni albero buono - osserva Gesù - produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi” (Mt 7, 17). Si tratta, dunque, di un albero cattivo che l’umanità porta dentro di sé, coltivandolo con l’aiuto di ingenti spese finanziarie ed il sostegno di potenti mass media. Il pensiero va qui alla recente e ben nota risoluzione approvata dal Parlamento Europeo. In essa non si sono semplicemente prese le difese delle persone con tendenze omosessuali, rifiutando ingiuste discriminazioni nei loro confronti. Su questo anche la Chiesa è d’accordo, anzi lo approva, lo fa suo, giacché ogni persona umana è degna di rispetto. Ciò che non è moralmente ammissibile è l’approvazione giuridica della pratica omosessuale. Essere comprensivi verso chi pecca, verso chi non è in grado di liberarsi da questa tendenza, non equivale, infatti, a sminuire le esigenze della norma morale (cfr. Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor, 95). Cristo ha perdonato la donna adultera salvandola dalla lapidazione (cfr. Gv 8, 1-11), ma le ha detto al tempo stesso: “Va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 11). (Angelus, 20 febbraio 1994)
Carità nella verità
È vero che molti sono i problemi che si pongono oggi a questa basilare istituzione [la famiglia, Ndr]. Alcuni sono urgenti e molto delicati dato che comportano la decisa applicazione, nel vostro ambiente culturale e sociale, della dottrina cristiana sul matrimonio. A questo proposito non dimenticate che il punto di riferimento deve essere sempre la verità rivelata così come la professa la Chiesa e l’insegna il suo Magistero. “Nessuno può costruire la carità se non nella verità. Questo principio vale sia per la vita di ogni famiglia che per la vita e l’azione dei Pastori che intendono servire realmente la famiglia . . . I compiti della famiglia cristiana, la cui essenza è la carità, non possono essere realizzati se non vivendo pienamente la verità . . . È la verità che apre la via alla santità e alla giustizia” (Ioannis Pauli PP. II, In Xystino sacello homilia habita VI exeunte Synodo Episcoporum, die 25 oct. 1980:Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III/2 [1980] 965ss.). Di questa verità si fa garante il Magistero della Chiesa, cosciente che si tratta di un servizio fondamentale alla famiglia e alla stessa società. (Santa Messa per le famiglie nell’Aeroporto di Valparaiso, Cile - 2 aprile 1987)
02/04/2015 La Croce quotidiano
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Dieci anni fa la morte del Papa «santo subito»
La sera del 2 aprile 2005 si spegneva Giovanni Paolo II, il globe-trotter della fede esaltato come un grande protagonista della caduta del Muro, inascoltato nei suoi appelli contro la guerra
ANDREA TORNIELLICITTÀ DEL VATICANO
Alle 21.37 di sabato 2 aprile 2005, al primo vespro della Domenica della Misericordia, si spegneva dopo qualche giorno di agonia, Giovanni Paolo II. Indiscusso protagonista dell'ultimo quarto di secolo del Novecento, primo Papa proveniente dell'Est Europa, eletto nel 1978 quando ancora il Vecchio Continente era diviso in due dalla cortina di ferro. Dici anni dopo quella morte drammatica vissuta in diretta TV, seguita ora per ora da milioni di persone in tutto il mondo, da generazioni che avevano conosciuto soltanto lui come Pontefice, Karol Wojtyla è già santo. «Santo subito», come volevano i suoi amici e collaboratori, come desideravano in tanti nella Chiesa.
L'eccezionale e innegabile rapidità della beatificazione e della canonizzazione ha consacrato nella sua sfolgorante luce un pontificato lunghissimo, icona delle grandi sofferenze del secolo scorso, incarnato da un figlio di una nazione martire - la Polonia - che aveva sperimentato nella sua carne gli orrori del nazismo e del comunismo divenendo con Karol «il grande» anche simbolo di un'Europa in grado di ritrovare unità e nuovi più larghi confini. Il Papa dei record, il globe-trotter di Dio, il vescovo di Roma che ha trascorso una parte significativa del suo pontificato in giro per il mondo, il Pontefice capace di radunare folle oceaniche, in grado di rianimare una Chiesa che a stento stava uscendo dalla crisi post-conciliare, il Papa dall'umanità traboccante, dai gesti disarmanti...
Il decennale della scomparsa è passato un po' in sordina, anche perché, probabilmente, tutto era già stato detto e in ogni modo possibile celebrato negli anni scorsi, prima con la beatificazione, celebrata dal suo primo successore, Benedetto XVI, e poi dalla canonizzazione, celebrata da Francesco. Certo, l'aureola della santità non cancella le ombre, inevitabili e quasi fisiologiche in un regno così lungo, che ha visto l'entourage più stretto del Pontefice polacco assumere un peso sempre maggiore con l'avanzare della grave e lunga malattia di Karol Wojtyla: sarà la storia, saranno gli archivi e i documenti a dire - in un futuro non si sa quanto prossimo - quanto l'indubbia santità del Papa si sia riflessa in coloro che lo circondavano, negli anni in cui il mondo veniva attraversato da cambiamenti epocali. Cambiamenti dei quali a suo modo san Giovanni Paolo è stato certamente protagonista.
Dieci anni dopo, possiamo fissare l'attenzione su tre elementi che oggi molto più che nel 2005 si stagliano. Sono tre delle tante sottolineature possibili. La prima riguarda la personale testimonianza di fede di Karol Wojtyla. Un uomo alieno da atteggiamenti clericali che viveva la preghiera con un'intensità tale da rendere visibile la sua quotidiana immersione in Dio e che rende per nulla inappropriata per lui la definizione di «mistico».
La seconda: Karol Wojtyla è stato un vescovo e un Papa del Concilio Ecumenico Vaticano II, che pur serrando le fila e chiudendo a certe fughe in avanti, non è mai indietreggiato e non ha mai dato spago a quelle tendenze oggi mediaticamente molto visibili che vivono nella nostalgia di un ancien régime, di una Chiesa fortilizio assediato, che si isola dal mondo specchiandosi in sé stessa, incantata non dal mistero di Dio ma dagli abbagli delle luminarie barocche.
La terza: Giovanni Paolo II, osannato dalle potenze occidentali fintanto che il suo messaggio era utile e utilizzabile nell'aspro confronto della Guerra Fredda, fintanto che le sue parole di uomo che aveva sperimentato il comunismo, è stato rappresentato come un mitico gigante mentre combatteva contro il Muro di Berlino. Ma è stato lasciato solo, drammaticamente solo, da quegli stessi che prima lo osannavano. È stato lasciato solo dai suoi vecchi «alleati» perché ha cominciato a tuonare contro la guerra, contro le guerre occidentali in Medio Oriente, contro le assurde missioni che hanno contribuito ad aumentare l'instabilità della regione con conseguenze oggi sotto gli occhi di tutti.
Il Papa malato, inerme e tremante che supplica - inascoltato - i potenti dell'Occidente di non fare la guerra, il Papa che insiste nel dialogo tra le religioni e non si rassegna allo «scontro di civiltà» è l'icona di un pontificato che, nella fedeltà al Crocifisso, ha conosciuto la spoliazione.