giovedì 9 aprile 2015

Il dialogo necessario tra arte e fede



(Marcello Filotei) «Se hai due pani, uno dallo a un povero, poi vendi l’altro e compra un fiore di giacinto, e dai pure quello al povero». Presentando il 9 aprile presso la Sala Stampa il Padiglione della Santa Sede alla 56A Esposizione internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, ilcardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura e commissario del padiglione, ha voluto sottolineare che la bellezza è un diritto di tutti, anche dei meno fortunati. Per questo la scelta di tornare a proporre arte sacra dal 9 maggio al 22 novembre all’Arsenale (anteprima dal 5 all’8) non è una «iniziativa da principi rinascimentali, ma un impegno anche religioso». Il bello però — ha sottolineato il presidente della Biennale, Paolo Baratta — è insufficiente a spiegare il mondo, e l’arte contemporanea ha necessità di riflettere su quello che accade oggi, deve aprire gli occhi anche su quello che non si vorrebbe vedere. Quello che si propone è quindi uno sguardo senza pregiudizi sul tema «In Principio... la Parola si fece carne». I termini del prologo giovanneo, spiega Ravasi, «ispirano gli spazi tematici in cui è suddiviso il padiglione. In essi trovano posto le creazioni di artisti selezionati sia in ragione della consonanza del loro percorso di ricerca attuale con il tema prescelto, sia per la varietà delle tecniche utilizzate e per la diversa provenienza geografica e culturale». I tre artisti — ha sottolineato Micol Forti, che dirige la collezione d’arte contemporanea dei Musei Vaticani e cura il padiglione di Venezia — sono molto diversi tra loro. Monika Bravo, colombiana di nascita, internazionale di formazione, americana d’adozione, ha elaborato «una narrazione scomposta e ricomposta su 6 schermi e altrettanti pannelli trasparenti, posti su pareti potentemente colorate. In ogni composizione natura, parola e astrazione artistica si presentano come elementi attivi di una visione aperta a un margine di indeterminatezza sperimentale nell’elaborazione di un nuovo spazio percettivo, attraverso il garbo e la “manualità” poetica con cui vengono usati i media tecnologici». La ricerca della giovane macedone, Elpida Hadzi-Vasileva, «fonde invece abilità artigianali, conoscenze scientifiche e una potente visione estetica». La sua è un’installazione monumentale, architettonica, che accoglie il visitatore in una dimensione al tempo stesso fisica e simbolica e che utilizza materiali di scarto, in un tragitto che dal ready-made conduce al re-made. La realtà è invece restituita senza falsificazioni dal fotografo trentenne Mário Macilau. La serie di 9 fotografie in bianco e nero, realizzate a Maputo — capitale del Mozambico dove l’artista è nato e lavora — sono dedicate ai ragazzi di strada che, ancora bambini, si trovano ad affrontare la vita come sopravvivenza. Non si tratta di un reportage, sottolinea Forti, ma di «un’opera poetica che ribalta i nessi tra l’adesso e il già stato, il vicino e il lontano, il visibile e il non-visibile. Il tema dell’origine e del fine di ogni atto artistico è portato dalla forza della composizione fotografica a confrontarsi con l’agonia del reale». Prosegue, quindi, dopo l’esperienza del 2013, la volontà di ristabilire il dialogo tra arte e fede, così come, ha sottolineato ancora Ravasi, «continua a rivelarsi densa di vitalità l’esigenza di interrogare, in un ambito del tutto internazionale, la relazione tra la Chiesa e l’arte contemporanea». E forse, ha concluso Baratta, è arrivato il momento per allargare il discorso anche alla musica.
L'Osservatore Romano