domenica 5 aprile 2015

Pasqua 2015. Alcune omelie.




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"E' la festa di Cristo risorto, ma è anche la festa dell'uomo che con Lui sa risorgere ad una vita nuova di amore"

L'omelia dell'arcivescovo di Torino, monsignor Nosiglia, in occasione della messa di Pasqua


Di seguito l'omelia pronunciata stamattina dall'arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, durante la Santa Messa di Pasqua, da lui presieduta nella Chiesa del Santo Volto.
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“Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto ed ora, vivo, trionfa”: così canta la sequenza che abbiamo proclamato.
La Pasqua proclama che l'amore è più forte della morte. Gesù Cristo ha amato la vita e l'ha promossa, difesa e donata a tante persone che ne erano prive: malati in cerca di salute, peccatori in cerca di perdono, ciechi in cerca della vista, lebbrosi in cerca di guarigione. Ha amato sempre tutti senza distinzione alcuna: amici e nemici, santi e peccatori, giusti ed ingiusti, ricchi e poveri. Sulla croce ha perdonato chi lo stava uccidendo e ha promesso ad un ladro di accoglierlo nel suo Paradiso. Ha continuato ad amare il Padre suo, Dio, anche quando sembrava che persino lui lo avesse abbandonato. Non poteva restare nella morte, chi aveva amato così fino alla fine, senza riserve. Chi ama come lui e crede in lui, risorge e vince ogni situazione tragica e difficile, persino la morte.
“Dov'è o morte la tua vittoria, dov'è il tuo pungiglione? Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria sulla morte per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore” (cfr. 1Cor 15,55.57): con queste parole l'apostolo Paolo proclama con forza la sua fede nella risurrezione di Cristo dai morti, centro del Vangelo, la vera ed unica buona notizia, che porta nel cuore la gioia più piena e sicura. “Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo”: sì, la religione cristiana è fondata su un evento di gioia e tende alla felicità dell'uomo, al quale annuncia che Cristo è veramente risorto e la sua presenza di Vivente è garanzia di vittoria su ogni male. Questo annuncio pasquale risuoni nelle nostre coscienze e riscaldi il nostro cuore; oggi nessuno può essere triste o deluso, abbattuto e scoraggiato, perché la risurrezione del Signore dona a tutti la certezza che, malgrado il nostro peccato, Dio vince con l'amore e il perdono e rinnova profondamente la nostra vita.
Se Cristo è veramente risorto, infatti, tutto è possibile e nessuna realtà umana, anche la più tragica ed assoluta di male, può ritenersi irreversibile. Tutto può essere vinto dalla fede e dall'amore che dalla risurrezione scaturisce. Dobbiamo credere fermamente che l'amore di Dio è più forte di ogni male fatto dall'uomo, anche là dove sembrano prevalere l'ingiustizia, la violenza omicida o la morte di tanti innocenti.
Purtroppo, oggi sembra che l'uomo non abbia più fiducia nel Dio della vita e si lasci vincere dalla morte, che avanza inesorabilmente nel cuore e nella storia dell'umanità. Quando si arriva a perseguire con il terrorismo e la guerra la strage di innocenti o l'uccisione di persone malate e sofferenti, giustificandola come un atto di amore, o si sopprime la vita nascente giudicandola "non vita umana" soggetto di diritti inalienabili e universali o si discrimina tra vita e vita in spregio della dignità propria di ogni essere umano o si usa di una persona come mezzo per farne stare bene un'altra, allora si percorre una strada che scivola sempre più verso la morte legalizzata e addirittura voluta e cercata. Lo spazio della vita umana si restringe progressivamente a scapito dei più deboli ed indifesi e di coloro che, per gravi disabilità, sono giudicati "uno sbaglio", un incidente di percorso che andava evitato, secondo parametri prestabiliti di vita buona o non buona, di vita degna di essere accolta e sostenuta o non degna e quindi da eliminare, perché un peso per la persona e per i suoi familiari ed un costo eccessivo per la società.
La Pasqua ci annuncia invece che Cristo ha vinto la morte passando attraverso la via della croce, assumendola su di sé con pazienza e sacrificio. Egli si è fatto così prossimo ad ogni uomo debole, sofferente, rifiutato ed ingiustamente privato della vita. Lui, che era il Figlio di Dio, è stato schiacciato dal peso della morte per vincerla e sollevarsi da essa con potenza di risorto. Chiunque crede in lui - ma anche chiunque crede nell'uomo e nel suo futuro come ci ha creduto lui - lotta ed opera perché la vita trionfi sempre e comunque, a costo di pagare di persona come ha pagato lui, rifiutato e deriso fino alla morte.
Chiunque crede nella Pasqua del Signore ha la fondata certezza che il male non prevarrà mai sul bene e nutre l'indomita speranza che l'amore, alla fine, vince sempre. Nonostante il peccato, la violenza e l'ingiustizia segnino la storia dell'umanità, la speranza pasquale imprime vigore e forza all'impegno dell'uomo, che lotta per la vita e il bene fino alla sicura vittoria. L'importante è che queste convinzioni, che derivano dalla nostra fede in Cristo, trovino concretezza nelle scelte di ogni giorno, tese al cambiamento delle situazioni di male e di morte che incontriamo attorno a noi, situazioni dalle quali mai dobbiamo lasciarci dominare attraverso lo scoraggiamento e l'impotenza.
Voglio anche dirvi, cari fratelli e sorelle, che parlare di Pasqua significa richiamarsi a quel grande dono pasquale che resta sempre a disposizione ogni giorno, ogni domenica in particolare: l'Eucaristia. Essa ci immette in un dinamismo di autentica liberazione dal male e dalla morte. Essa ci permette di prendere con coraggio le distanze da tutto ciò che, nel nostro mondo, pretende di portare salvezza all'uomo prescindendo da Dio ed imponendosi come valore assoluto di felicità e di bene-essere per ricevere la nostra "adorazione", offrendoci palliativi suggestivi di ricchezza o di potere, a scapito della nostra libertà interiore.
In questa Pasqua risuoni forte in ogni coscienza, in ogni persona e famiglia e nell'intera società il grido di libertà che Cristo ci ha donato con la sua risurrezione. In lui, il Risorto ed il Vivente, siamo liberi dalla morte per donare la vita; liberi dall'egoismo e dall'utilitarismo per accogliere la vita di ogni essere umano, nato o non ancora nato; liberi da pregiudizi e da compromessi per difendere la vita dei più deboli ed indifesi; liberi dal peccato dell'orgoglio per saper perdonare vincendo così il male con il bene; liberi dalla presunzione di decidere della vita nostra e di un'altra persona ignorando Dio e gli altri; liberi da ogni forma di violenza e di ingiustizia contro l'uomo.
La festa di Pasqua è la festa di Cristo risorto, ma è anche la festa dell'uomo che con lui sa risorgere ad una vita nuova di amore e di impegno da testimoniare in casa, nel lavoro, nella società e nel mondo. Ciascuno di noi oggi ha bisogno di sperare in un futuro migliore, più sereno e positivo sul versante della famiglia, del lavoro, della società. Si tratta di speranze umane, che coltiviamo nel cuore e che Dio conosce e di cui si fa carico, perché ci ha creati e redenti per avere la vita e possederla in abbondanza. Credere nella risurrezione significa immettere nel tessuto delle nostre miserie quel lievito di amore che cambia e rinnova ogni cosa. Sì, credere nella risurrezione è credere che questo non è bel sogno, un'utopia irrealizzabile, ma una via impegnativa e possibile ora e in ogni istante della nostra vita.
Buona Pasqua a tutti voi e ai vostri cari, ai vostri anziani e malati ed in particolare alle famiglie che soffrono a causa di divisioni o problemi materiali e morali. La benedizione del Signore risorto, la sua gioia e la sua pace inondino i cuori di tutti di forza, consolazione e speranza. Amen.
+ Cesare Nosiglia
Arcivescovo di Torino

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"Il Risorto è reale, appartiene alla storia"

Anche il patriarca di Venezia, monsignor Moraglia, ricorda le vittime della strage in Kenya

Di seguito il testo integrale dell'omelia tenuta da monsignor Francesco Moraglia, patriarca di Venezia, in occasione della messa di Pasqua, nella basilica di San Marco.
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Carissimi fedeli, a tutti auguro una santa Pasqua.
Abbiamo appena ascoltato il racconto della risurrezione di Gesù secondo l’evangelista Marco (16, 1-7); lo stile della narrazione è essenziale e circostanziato.
Questa narrazione, infatti, non appartiene allo stile apologetico, ossia non mira alla difesa pregiudiziale di qualcosa. Qui l’evangelista delinea, piuttosto, una situazione che corrisponde a un fatto accaduto in modo imprevisto; Marco si limita a registrarlo e a trasmetterlo alla Chiesa.
Le donne al sepolcro sono, dapprima, sorprese, poi, spaventate; alla fine, fuggono.
Il testo non appare precostituito per rispondere a obiezioni. Non si tratta di testimonianze concordate o di fatti circa i quali ci si è accordati per difendere la testimonianza “principe” del cristianesimo, ossia la risurrezione di Gesù; niente di tutto ciò. Il racconto di Marco non è frutto di un’intesa previa.
Le donne si recano al sepolcro di loro iniziativa, vanno per onorare il corpo di Gesù e portare a temine la sepoltura sospesa la sera del giorno di Parasceve perché incominciavano a luccicare le prime stelle del sabato.
Le donne, come detto, appaiono sorprese e impreparate di fronte a ciò che vedono. E la conclusione del racconto - nel versetto successivo al Vangelo appena proclamato - esprime bene la loro confusione: “Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite” (Mc 16,8).
Non solo scappano quindi ma, inizialmente e per lo spavento, tacciono su quello che hanno visto al sepolcro.
Secondo la testimonianza di Marco è improponibile la tesi dell’allucinazione che sottintende una lettura pregiudiziale del testo e che ha in Ernest Renan - filosofo, filologo, storico delle religioni ma, soprattutto, noto esponente del positivismo ottocentesco - il suo grande sostenitore.
Il pensiero di Renan oggi non è più rilevante, rappresenta, infatti, un paradigma scientifico oramai superato; tale modo di pensare, tuttavia, continua a vivere in una mentalità che si autoproclama “scientifica”. Così, per certi versi, la mentalità positivista sopravvive anche se ormai siamo entrati nel post-moderno.
Era stato rapito il suo corpo? - s’interroga Renan -. Mancandoci documenti attendibili - risponde -, lo ignoreremo per sempre. Notiamo tuttavia che la forte immaginazione di Maria Maddalena ebbe in questa circostanza una parte capitale…. La passione di un’allucinata risuscita un Dio al mondo!” (E. Renan, Vita di Gesù, Feltrinelli, Milano 1972).
Dato che la risurrezione non può neanche entrare tra le ipotesi del metodo sperimentale/positivista, allora la risurrezione non potrà esser oggetto di riflessioni condividibili a livello ragionevole e umanamente sensato, per questo, si dovrà scartare a priori anche la sola ipotesi di interrogarsi sul sepolcro vuoto in modo libero, a 360 gradi, anche se tale domanda è fondamentale per la fede cristiana in modo in modo pregiudiziale, si dovrà cercare una risposta differente da quella della fede: «Davvero il Signore è risorto»(Lc 24,34).
Tale metodo, però, riporta indietro le lancette dell’orologio della storia. Il pensiero positivista, infatti, ha fatto il suo tempo e, insieme, ha causato non pochi danni allo stesso sapere scientifico e alla cultura in genere; oltre che velleitario, è stato dannoso voler “ridurre” la realtà ad una impossibile oggettività materiale.
Tale pretesa si è tradotta in affermazioni insieme ingenue e arroganti; siamo di fronte a un sapere scientifico falsato che oggi è ampiamente superato, come riconoscono gli stessi scienziati. Da tempo, la vera scienza ha preso le distanze dal positivismo.
Di fronte all’evento della risurrezione è impossibile applicare il metodo delle pure scienze fisico-sperimentali, soprattutto nella versione positivista. La risurrezione, infatti, è un evento che appartiene alla storia (pensiamo al sepolcro vuoto e alla comunità dei discepoli che annuncia il Risorto) ma, soprattutto, è evento che eccede la storia.
Il Risorto, quindi, è reale; è anzi il compiersi ultimo della realtà che, proprio nel Risorto, giunge alla sua pienezza. Esattamente per questo, la risurrezione non può esser assimilata agli altri eventi della storia e neppure a quelli della vita terrena di Gesù, compresa la Sua morte.
Dare ancora credito a un tale metodo - ad un tempo ingenuo e arrogante - vuol dire far retrocedere la cultura in genere e quella biblica e teologica in specie. Alla sfida positivista bisogna così rispondere con una “ragione allargata”, ossia capace di aprirsi alla totalità del reale.
Gesù risorto, infatti, non è frutto del comune modo di pensare; è, piuttosto, l’esito della potenza di Dio che supera ogni risorsa umana.
Ma ritorniamo alla domanda che si ponevano le donne all’inizio del Vangelo di oggi: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?» (Mc 16,3). Viene qui in mente la risposta di Gesù ai farisei che volevano zittire i discepoli: «... se questi taceranno, grideranno le pietre». Ecco il passo esatto: “…tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!». Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre»” (Lc 19,37-40).
Sì, al sepolcro, innanzitutto parlano le pietre. E, infatti, il primo - seppur parziale - annuncio della risurrezione è la pietra rotolata via. Poi, al sepolcro, parlano i lini e il sudario e il loro “ordine inusuale” che male si accompagna alla fretta di ladri preoccupati di fuggire. Infine, al sepolcro, parleranno le Scritture.
Ecco, in proposito, la testimonianza dell’evangelista Giovanni: “Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!". Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti” (Gv 20,1-9).
Il cristiano vive la Pasqua innanzitutto col cuore e la esprime quindi con tutta la vita, una vita capace di condividere le ferite e le lacrime che segnano i corpi e le anime dei nostri fratelli. A Pasqua è proprio Gesù - nel suo vero corpo, martoriato nella passione - a risuscitare.
Ma, allo stesso tempo, la carità non riguarda solamente i corpi; il Vangelo ci chiede anche la carità spirituale. Esistono infatti pure le opere di carità spirituali, tra le quali vi è la carità intellettuale. Certamente l’uomo, per vivere, ha bisogno del pane ma proprio il Vangelo ci ricorda che l’uomo non vive di solo pane «ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»(Mt 4,4).
Per vivere l’uomo ha, quindi, bisogno di trovare il senso della sua vita e Gesù risorto è il senso pieno e vero - oltre la morte - dell’uomo, di ogni uomo, di tutti gli uomini.
Il cristiano è così chiamato a condividere il cibo con l’affamato, il vestito con chi ne è privo, la casa con chi non ha un tetto sotto cui ripararsi ma, a partire dalla Pasqua, per il cristiano è essenziale condividere la gioia della fede e riscoprire il senso pieno della vita, sia nel tempo sia nell’eternità. E questo senso pieno è Gesù, risorto dai morti.
Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, Papa Francesco - quando parla di nuova evangelizzazione - così si esprime: “…l’evangelizzazione è essenzialmente connessa con la proclamazione del Vangelo a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato. Molti di loro cercano Dio segretamente, mossi dalla nostalgia del suo volto... Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa - conclude Papa Francesco citando il suo predecessore Benedetto XVI - non cresce per proselitismo ma «per attrazione»” (Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n.14)
Lasciamoci afferrare dal Signore risorto e incominciamo a vivere realmente la nostra vita di ogni giorno secondo la logica battesimale ed eucaristica.
Un ricordo di particolarissima stima e gratitudine va a quei cristiani che oggi, con la loro testimonianza, rendono viva la croce di Cristo; solo quest’anno sono circa quattromilacinquecento. Essi hanno testimoniato la loro fede in Gesù risorto, dando la vita. I centocinquanta studenti del collegio universitario Garissa in Kenya sono purtroppo solo cronologicamente gli ultimi; ad essi se ne aggiungeranno altri.

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"La luce di Cristo risorto illumina ciascuno di noi"

L'omelia del cardinale Caffarra durante la veglia di Pasqua nella cattedrale di Bologna

Di seguito l'omelia pronunciata ieri sera dal cardinale arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, durante la veglia pasquale nella cattedrale di San Petronio.
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Cari fratelli e sorelle, cari catecumeni, quattro sono le notti che stiamo celebrando: la notte della creazione; la notte della liberazione del popolo ebreo dall’Egitto; la notte in cui è risorto il Signore; questa notte durante la quale stiamo vegliando.
1. «La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso». È la prima notte in cui ha inizio la creazione, in cui accade l’atto creativo di Dio. L’inizio è la creazione della luce. «Dio disse: sia la luce. E la luce fu».
La creazione è il primo atto della nostra salvezza. Come avete sentito, l’ultima ad essere creata è la persona umana. Non per essere la meno importante, ma al contrario. Tutta la creazione è stata orientata all’uomo, perché questi la conducesse al suo Creatore. Egli è posto sul confine fra l’intero universo creato da Dio: è l’anello di congiunzione.
La luce è quindi creata in primo luogo in noi, perché diventando noi pure luce “intelletual piena d’amore”, potessimo essere stretti alla Luce che è Dio, obbedendo a Lui.
2. «E il Signore durante tutta la notte risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto». E’ la seconda notte di cui facciamo memoria: la notte in cui Dio liberò il suo popolo dalla schiavitù egiziana.
Scrive Sant'Agostino: «è caduto l’angelo, è caduta l’anima dell’uomo, e hanno mostrato il fondo dell’abisso delle tenebre, dove giacerebbe tutta la creazione spirituale, se fin dall’inizio tu non avessi detto: sia fatta la luce» [Confessioni XIII 8, 9]. Avete sentito nella terza lettura: «la nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte».
Dio non abbandona il suo popolo. Dio non abbandona l’uomo che non ha accolto la luce, e quindi ha perduto la sua libertà.
La liberazione che Dio opera per Israele è come il modello, la figura di ogni opera salvifica. In Israele liberato dall’Egitto la creazione decaduta è ricostruita, e viene ristabilito nell’umanità il vero culto di Dio. Il profeta Isaia potrà rivolgersi al popolo di Dio, dicendo: «tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore…Sarai fondata sulla giustizia». Ed il profeta Baruc: «beati noi, o Israele, perché ciò che piace a Dio ci è stato rivelato».
3. L’atto creativo di Dio era orientato a quanto è accaduto nella terza notte di cui facciamo memoria. La liberazione d’Israele era la prefigurazione dell’evento accaduto nella terza notte che stiamo ricordando: la risurrezione di Gesù.
Essa è la nuova creazione. La notte della risurrezione «ricongiunge la terra al cielo e l’uomo al suo creatore». La creazione, la persona umana erano stati sfigurati, de-formati dal peccato. «Tutti hanno peccato» scrive l’Apostolo «e sono privi della gloria di Dio» [Rom 3, 23]. Notate bene. San Paolo ci dice che il peccato non è solo l’atto singolo di trasgressione della legge di Dio, ma contrassegna una condizione individuale e sociale che precede anche le nostre scelte. E’ questa la creazione sfigurata e deformata, il cui principe è il peccato che domina in ogni uomo.
Il Verbo facendosi carne, è entrato in questa condizione: in una carne di peccato. Ma nella sua morte Egli ha posto fine a questa creazione: ha distrutto il peccato nel suo corpo morto e crocefisso. E risorgendo ha ri-creato il tutto; ha dato principio alla nuova creazione. La risurrezione è stata come una sorta di big-bang, il quale colla potenza della sua energia ha rifatto tutta la creazione.
4. Cari fedeli, cari catecumeni nella notte in cui stiamo vegliando – la quarta notte, la nostra notte – noi celebriamo la risurrezione di Gesù, prefigurata dalla liberazione d’Israele, e verso la quale l’atto creativo di Dio era orientato.
Come è possibile che ciascuno di noi sia coinvolto nell’evento della Risurrezione, e sia ri-creato e ri-generato? Questo coinvolgimento è assolutamente necessario perché possiamo essere nel Risorto nuove creature.
Il coinvolgimento per noi fedeli è accaduto nel battesimo; per voi catecumeni avverrà fra poco. Ma riascoltiamo per un momento l’Apostolo.
«Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo siamo stati battezzati nella sua morte?». Il battesimo ci immerge in Cristo, e fa accadere in ciascun battezzato quanto è accaduto nell’umanità di Gesù. Muore la nostra appartenenza al peccato e diventiamo una nuova creatura. La condizione nostra è cambiata alla radice: «se qualcuno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate, ecco, altre nuove sono sorte» [2Cor 5, 17].
Carissimi, San Gregorio di Tours riferisce una consuetudine del suo tempo. Il fuoco pasquale, dal quale ha avuto inizio la nostra veglia, mediante cristalli appropriati veniva acceso durante il giorno colla luce del sole. È esattamente questo che accade questa notte: la luce di Cristo risorto illumina ciascuno di noi, e nel battesimo siamo diventati la luce di Cristo nel mondo.