domenica 5 aprile 2015

Persecuzione dei cristiani e prospettiva di fede

I corpi degli studenti cristiani dell'università di GarissaLa Pasqua del Papa per i martiri cristiani
di Massimo Introvigne


Nel messaggio Urbi et orbi per la Pasqua 2015, Papa Francesco ha voluto ancora una volta – come aveva fatto in tutta la Settimana Santa – ricordare i cristiani perseguitati. «A Gesù vittorioso – ha detto – domandiamo di alleviare le sofferenze dei tanti nostri fratelli perseguitati a causa del Suo nome». Il Papa ha ricordato in modo speciale i giovani cristiani trucidati nell’Università di Garissa, in Kenya,  coloro che sono vittima di rapimenti – che continuano a colpire ragazze cristiane in Nigeria – o sono costretti a lasciare le loro terre e le loro case. A Pasqua dobbiamo pregare, ha insistito Francesco, «per quanti sono stati rapiti, per chi ha dovuto abbandonare la propria casa e i propri affetti».
Il ricordo nella preghiera si è esteso «agli emarginati, ai carcerati, ai poveri e ai migranti che tantospesso sono rifiutati, maltrattati e scartati; ai malati e ai sofferenti; ai bambini, specialmente a quelli che subiscono violenza; a quanti oggi sono nel lutto». E ancora una volta il Papa ha condannato chi fomenta l’odio e chi ne profitta, tra cui «i trafficanti di armi, che guadagnano con il sangue degli uomini e delle donne». La preghiera per i cristiani perseguitati – che sono stati i grandi protagonisti della Settimana Santa del Papa – e per tutti i sofferenti ha avuto però nel giorno di Pasqua l’accento gioioso della consapevolezza della vittoria di Cristo. Preghiamo per i perseguitati: ma preghiamo «Gesù vittorioso». «L'amore ha sconfitto l'odio, la vita ha vinto la morte, la luce ha scacciato le tenebre!». Sì, «Gesù Cristo, per amore nostro, si è spogliato della sua gloria divina; ha svuotato sé stesso, ha assunto la forma di servo e si è umiliato fino alla morte, e alla morte di croce». Ma «per  questo Dio lo ha esaltato e lo ha fatto Signore dell'universo». 
E oggi «Gesù indica a tutti la via della vita e della felicità: questa via è l'umiltà, che comporta l'umiliazione. Questa è la strada che conduce alla gloria. Solo chi si umilia può andare verso le “cose di lassù”, verso Dio. L'orgoglioso guarda “'dall'alto in basso”, l'umile guarda “dal basso in alto”». Umiltà, preghiera, penitenza sono elementi essenziali della risposta cristiana alla violenza e all’odio. Papa Francesco lo aveva ricordato nell’omelia della Veglia Pasquale. La nozione stessa di vegli- ci ricorda che mai «dorme il Signore, veglia il Custode del suo popolo (cfr Sal 121,4), per farlo uscire dalla schiavitù e aprirgli la strada della libertà. Il Signore veglia e con la potenza del suo amore fa passare il popolo attraverso il Mar Rosso; e fa passare Gesù attraverso l’abisso della morte e degli inferi».
Come per i perseguitati di oggi, per i discepoli la notte prima della Resurrezione è «una notte didolore e di paura». «Gli uomini rimasero chiusi nel cenacolo. Le donne, invece, all’alba del giorno dopo il sabato, andarono al sepolcro per ungere il corpo di Gesù». Ma ecco le donne per prime, «entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito di una veste bianca…» (Mc 16,5). «Le donne – ha commentato il Pontefice – furono le prime a vedere questo grande segno: la tomba vuota; e furono le prime ad entrarvi…». «Entrare nel sepolcro» significa «entrare nel Mistero che Dio ha compiuto con la sua veglia d’amore. Non si può vivere la Pasqua senza entrare nel mistero. Non è un fatto intellettuale, non è solo conoscere, leggere… E’ di più, è molto di più!». Significa «capacità di stupore, di contemplazione; capacità di ascoltare il silenzio e sentire il sussurro di un filo di silenzio sonoro in cui Dio ci parla». Entrare nel mistero «ci chiede di non avere paura della realtà: non chiudersi in sé stessi, non fuggire davanti a ciò che non comprendiamo, non chiudere gli occhi davanti ai problemi, non negarli, non eliminare gli interrogativi…». Entrare nel mistero significa «andare oltre le proprie comode sicurezze, oltre la pigrizia e l’indifferenza che ci frenano, e mettersi alla ricerca della verità, della bellezza e dell’amore, cercare un senso non scontato, una risposta non banale alle domande che mettono in crisi la nostra fede, la nostra fedeltà e la nostra ragione».
Per entrare davvero nel mistero «ci vuole umiltà, l’umiltà di abbassarsi, di scendere dal piedistallo del nostro io tanto orgoglioso, della nostra presunzione; l’umiltà di ridimensionarsi, riconoscendo quello che effettivamente siamo: delle creature, con pregi e difetti, dei peccatori bisognosi di perdono. Per entrare nel mistero ci vuole questo abbassamento che è impotenza, svuotamento delle proprie idolatrie… adorazione. Senza adorare non si può entrare nel mistero». È una Pasqua particolare, bagnata dal sangue dei cristiani assassinati. Nella Settimana Santa il Papa ha parlato delle diverse dimensioni della persecuzione. Ma a Pasqua si tratta di restare vicini ai perseguitati nell’adorazione e nella preghiera, si tratta d’imparare dalle donne del Vangelo, che «non rimasero prigioniere della paura e del dolore, ma alle prime luci dell’alba uscirono, portando in mano i loro unguenti e con il cuore unto d’amore. Uscirono e trovarono il sepolcro aperto. Ed entrarono. Vegliarono, uscirono ed entrarono nel Mistero. Impariamo da loro a vegliare con Dio e con Maria, nostra Madre, per entrare nel Mistero che ci fa passare dalla morte alla vita».

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Persecuzione dei cristiani e prospettiva di fede
di Vittorio Messori

Pubblichiamo il commento di Vittorio Messori pubblicato il 3 aprile scorso dal Corriere della Sera. Pur scritto in occasione del Venerdì Santo presenta una prospettiva sul martirio di tanti cristiani nel mondo che non perde di attualità, e si lega ai costanti riferimenti a questo tema che papa Francesco ha fatto in questi giorni.

Venerdì di passione per il Cristo ma anche per troppi cristiani. Proprio mentre scrivo, giungono notizie  drammatiche, le ennesime: questa volta,  dal Kenya. La croce di Gesù sul Golgota è divenuta realtà per tanti suoi seguaci. I cristiani, infatti,  stando a insospettabili statistiche, sono da anni  la comunità umana  più perseguitata. Il totale delle vittime tende  ad aumentare e coinvolge tutte le confessioni che si rifanno al Vangelo, anche se i cattolici hanno un triste primato , rappresentando la parte maggiore. I carnefici non vengono certo solo dall’islam ma anche da comunità che la leggenda rosa occidentale rappresentava come miti, pacifiche, fraterne. La ferocia di alcune sette induiste sembra voler gareggiare con quelle musulmane,  ma pure da qualche ramo buddista viene una persecuzione crescente. Anche  l’animismo pagano dell’Africa nera vive  ormai da tempo un risveglio sanguinario e pratica volentieri la caccia al missionario cristiano e magari il genocidio verso gli autoctoni che hanno accettato il battesimo.
Perché questi massacri? Probabilmente, il fattore maggiore è un caso esemplare di quella "eterogenesi dei fini" che deforma ogni ideologia umana, rovesciando le intenzioni, anche le migliori, nell’esatto contrario. Ecco, dunque, l’utopia mondialista, le bandiere arcobaleno, tutti i popoli del globo che si tengono fraternamente per mano e vivono in pace, operando per un progresso, ovviamente "sostenibile". Ecco ancora, sul piano economico, l’ideologia globalista: un mondo integrato, con razionale  spartizione del lavoro e dei beni, con un benessere (o, almeno, una esistenza dignitosa) per ogni Paese e ogni popolo.
In realtà è avvenuto ciò che  sempre – historia docet –  è  sempre avvenuto e avverrà: nobili gli obiettivi, ma disastrosi i risultati. I popoli hanno sentito minacciate le loro culture proprio dal mondialismo politico e dalla globalizzazione economica, sono divenuti consapevoli di una diversità di tradizioni che li distingueva da ogni altro popolo. Di queste culture, di queste tradizioni la religione autoctona è un cardine essenziale. Dunque, i nazionalismi che, paradossalmente, l’utopia della mondialità ha risvegliato si sono fatti difensori, anche con le armi, della fede dei loro antenati, intesa come elemento di coesione politica per la salvaguardia della diversità.

Il cristianesimo, anzitutto, è stato ed è avvertito come un corpo estraneo, da scacciare o, se necessario, da schiacciare con la violenza. Ma perché il maggior accanimento verso i cattolici? Perché il suo cristianesimo è sentito come il più estraneo di tutti, come inassimilabile (a differenza di certe sette di un protestantesimo pronto ad ogni concessione) in quanto dipendente da un’autorità lontana e ritenuta nemica: la Chiesa romana e la rete di vescovi che da essa direttamente, e strettamente, dipendono.
Per stare ai cattolici: in certi settori ecclesiali c’è malcontento verso papa Francesco, sospettato di reagire in modo tiepido, timido, a questa mattanza di figli della Chiesa di cui pure è pastore. Verità imporrebbe di riconoscere che il rimprovero non sembra giustificato: in effetti, qualcuno ha potuto compilare una sorta di antologia delle denunce al proposito del pontefice. È comunque curioso: proprio coloro che lodano (e giustamente) la prudenza di Pio XII verso coloro che seguivano il Mein Kampf, si lagnano della prudenza del suo attuale successore  soprattutto verso coloro che seguono, fino alle estreme conseguenze, un altro libro, il Corano.

Il realismo cattolico ha portato  i papi a firmare concordati con Napoleone, con Mussolini, con Hitler, e con molti altri tiranni. È lo stesso realismo che li  ha indotti poi a una Ost Politik che scandalizzava i puri e duri dell’anticomunismo, che ha portato Giovanni XXIII a negoziare con i sovietici il silenzio del Concilio sul comunismo in cambio di una mitigazione della persecuzione e che porta ora Bergoglio a non ignorare il problema, ma a muoversi con prudenza obbligata. Obbligata, certo, come fu sempre quella ecclesiale coi tanti persecutori della storia: non dimenticare ma, al contempo, tutelare le pecorelle minacciate dai lupi, cercando di porre limite alla loro ferocia o con trattati o, almeno, non eccedendo con la protesta pubblica. Facili, edificanti, virtuose le altisonanti denunce al riparo delle mura vaticane. Non altrettanto benvenute per chi debba poi, in lontani Paesi, subirne le conseguenze.
Comunque, in una prospettiva di fede – confermata però anche, e sempre, dalla storia – il sangue dei martiri è, per il cristianesimo, il seme non solo più prezioso ma anche più fecondo. Ogni volta, alle persecuzioni ha fatto seguito una nuova fioritura sulle radici di una Chiesa desolata. Ma, già ora, sembra di scorgere qualche frutto in un Occidente forse meno secolarizzato di quanto si creda: proprio il confronto tra la mitezza cristiana e la ferocia di altre religioni porta a riflettere sui valori di un Vangelo che non incita alla guerra santa ma al perdono di tutti, soprattutto dei nemici. Un Vangelo il cui Protagonista vieta ai discepoli di difenderlo con la spada e che, sulla croce, prega il Padre di essere indulgente verso i suoi stessi carnefici e verso quel popolo che a lui ha preferito Barabba. Un Vangelo i cui discepoli hanno anch’essi commesso violenze ma non da esso istigati, anzi da esso condannati. Forse non è solo folklore la scritta che, ci dicono, sta già dilagando dopo questa serie di stragi, sulle magliette dei giovani tra Europa e America: Christianity is better.