
L’arcivescovo José Rodríguez Carballo presenta il congresso internazionale sulla formazione dei religiosi in programma dal 7 aprile a Roma.
(Nicola Gori) La sfida del digitale, la giustizia, la pace, la difesa del creato: sono le nuove frontiere della formazione dei religiosi e delle religiose. Se ne discuterà al congresso internazionale in programma a Roma dal 7 all’11 aprile sul tema «Formati alla vita consacrata nel cuore della Chiesa e del mondo». Ce ne parla l’arcivescovo José Rodríguez Carballo, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica.
Perché un congresso internazionale sulla formazione?
L’emergenza educativa e formativa è una priorità per la vita consacrata. Dalla formazione che riceviamo e offriamo dipende in gran parte il presente e il futuro della vita consacrata. Non c’è fedeltà creativa, non c’è possibilità di vivere il presente con passione e abbracciare il futuro con speranza — obiettivi dell’anno della vita consacrata — senza una formazione di qualità e adeguata ai nostri tempi. D’altra parte, per noi consacrati la formazione è un’urgenza tale che non usiamo più distinguere la formazione iniziale da quella permanente, come si faceva precedentemente, ma ora sentiamo la necessità di parlare di formazione continua. D’altra parte sentiamo l’urgenza della formazione dei formatori. Ecco il perché di questo congresso, che prevede la presenza di 1500 partecipanti, con diverse relazioni offerte da specialisti nell’ambito formativo e più di trenta laboratori. Ci sarà pure un foro interdicasteriale e una tavola rotonda per condividere esperienze.
Esistono forme di collaborazione con gli altri dicasteri in tema di formazione?
C’è una buona collaborazione fra i dicasteri, in particolare fra il nostro e quello del clero e dell’educazione cattolica, perché molti religiosi sono sacerdoti e anche perché gran parte dei religiosi e delle religiose di tutto il mondo studiano nelle pontificie università che dipendono dalla Congregazione per l’educazione cattolica. Numerosi sono i documenti scritti da questi dicasteri sul tema della formazione. È una relazione che vogliamo potenziare con questo congresso.
Come affrontano i religiosi la sfida della comunicazione digitale?
Formare a un adeguato utilizzo dei mezzi di comunicazione è una grande sfida che abbiamo davanti a noi. I media digitali non sono neutrali, ma modificano l’organizzazione del nostro cervello che è un organo estremamente elastico. Numerosi studi scientifici provano che nell’organizzazione di reti neuronali gioca un ruolo decisivo la nostra attività quotidiana. Un posto di particolare rilievo spetta al linguaggio, che influenza in modo determinante l’organizzazione e il funzionamento della mente e, di conseguenza, le tecnologie preposte alla comunicazione. L’uso dei mezzi di comunicazione presenta alcuni problemi ai quali si deve prestare attenzione. L’uso di internet favorisce la risoluzione rapida dei problemi, ma non agevola il pensiero profondo e rende più difficile la memoria a lungo termine. Questo modo di interagire potrebbe avere delle conseguenze negative sulla disposizione dei consacrati allo studio, alla meditazione della Parola, alla introspezione e alla riflessione profonda, al discernimento. Un altro problema da non sottovalutare è quello dell’uso del tempo. Un religioso ha bisogno di regolare la sua vita secondo priorità ben precise. La preghiera, lo studio, il lavoro, l’ascolto delle persone, la vita fraterna in comunità richiedono una gran quantità di tempo e di energie e soprattutto la presenza fisica e intellettuale. Un uso sconsiderato dei mezzi di telecomunicazione digitale potrebbe penalizzare in modo significativo alcune di queste attività e appiattire la vita del religioso su un livello più virtuale che reale.
Che cosa si può fare in questo ambito?
Da quanto detto emerge l’urgenza di una educazione-formazione alla responsabilità. Siamo consapevoli che anche noi consacrati dobbiamo confrontarci con un mondo che sotto l’aspetto della comunicazione è ormai profondamente cambiato. Per quanto riguarda la formazione da offrire ai consacrati che vogliono gestire la sfida dell’era digitale ritengo che sia il modello legalista (ossia un rigido rifiuto del digitale), sia il modello lassista (ossia un fluido appiattimento e una semplice uniformazione al mondo) siano da evitare. Propongo perciò a tutti i formatori di educare a un uso responsabile di questi mezzi avendo come guida il pieno rispetto dell’identità dello stato di vita religiosa. Non tutto ciò che è possibile è lecito. Questo vale per ogni cristiano e, a fortiori, per il consacrato.
Perché si parla dei poveri come agenti della formazione?
Ecco un’altra grande sfida che abbiamo davanti a noi: lasciarci formare dai poveri stessi. Loro hanno tanto da insegnarci, principalmente a essere solidali, a fidarci della Provvidenza e a contentarci dell’essenziale. Frequentare la scuola dei poveri con cuore disponibile e mente aperta, in atteggiamento di profondo ascolto, ci aiuterà tanto ad assimilare questi valori profondamente evangelici.
Che posto occupano nell’ambito formativo temi come la giustizia, la pace e la tutela del creato?
Poiché l’ambito formativo riguarda tutto l’uomo, ogni tema può essere affrontato con grande interesse. Senz’altro i temi dalla giustizia, della pace e del rispetto del creato sono temi di grande attualità. Diceva Platone che il male più grande per l’uomo è commettere un’ingiustizia e che il bene maggiore è essere giusti. Socrate arriva a dire che è molto meglio subire un’ingiustizia piuttosto che commetterla. Se queste cose potevano scaturire dalla retta ragione di un filosofo pre-cristiano, tanto più dovrebbero essere nel cuore di chi ha ricevuto la rivelazione, ossia di ogni cristiano, e tanto più dei consacrati, i quali devono essere formati per testimoniare con la vita che non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza perdono.
Lo stesso discorso vale per l’ecologia.
Per quanto riguarda il rispetto del creato ritengo che sia un tema importantissimo nella formazione dei consacrati. L’uomo, in quanto essere creato a immagine di Dio, deve ricordare che è un semplice amministratore della creazione e non un padrone libero di usurpare e di distruggere l’ambiente. L’amministratore deve rendere conto della sua gestione e il Signore giudicherà le sue azioni. La legittimità morale e l’efficacia dei mezzi impiegati dall’amministratore costituiscono i criteri di tale giudizio. Né la scienza, né la tecnologia sono fini a se stesse; ciò che è tecnicamente possibile non è necessariamente anche ragionevole o etico. La scienza e la tecnologia devono essere messe al servizio del disegno divino per l’insieme della creazione e per tutte le creature, e non devono mai diminuire l’identità dell’uomo creato a immagine di Dio, né alterare e abbrutire la sua altissima dignità. E poi non possiamo mai dimenticare che la creazione è “segno” del Dio creatore, come sottolineava san Francesco d’Assisi nelCantico delle creature.
Esiste anche un’attenzione particolare al dialogo ecumenico e tra le religioni in questo processo?
In quanto persona creata a immagine di Dio, l’essere umano è capace di intessere rapporti di comunione con il Padre e con altre persone umane. Una buona formazione umana e spirituale penso che sia la base sicura per un dialogo rispettoso delle differenze culturali e religiose. Gesù ha dialogato e si è messo in relazione con ogni tipo di persona, credente, non credente, giudeo, samaritano, pagano. E ci ha comandato di predicare innanzitutto con la vita e non solo con le parole la buona novella fino ai confini della terra. Proprio perché la formazione tende all’identificazione con Cristo, con i suoi sentimenti, allora uno degli obiettivi della formazione è proprio quello di preparare gli uomini e le donne del ventunesimo secolo a essere testimoni del Vangelo con le opere, affinché gli altri vedano e diano gloria a Dio. Quindi, il dialogo ecumenico e interreligioso dovrebbero far parte di ogni normale progetto formativo che vuole stare nella linea del concilio Vaticano II e dare risposte alle sfide del momento attuale. Dialogo deve essere una parola e un atteggiamento fondamentali nella vita del consacrato. Quindi dialogo ecumenico e interreligioso non possono mancare in una formazione integrale del consacrato. In questo campo credo che dobbiamo ancora fare dei passi importanti.
L'Osservatore Romano