
Anticipiamo l’inizio del lungo sermone sulle sette parole di Cristo sulla croce che nel giorno di venerdì santo tiene nella Plaza Mayor di Valladolid don Antonio Pelayo, corrispondente dal Vaticano di «Vida Nueva» e di Antena 3, consigliere ecclesiastico dell’ambasciata di Spagna presso la Santa Sede. Nato a Valladolid, il predicatore di quest’anno ricorda nella premessa di avere ascoltato in passato il tradizionale pregón pronunciato dai cardinali Marcelo González e Antonio María Javierre e da José Luis Martín Descalzo, sacerdote, giornalista e poeta.
(Antonio Pelayo) «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Luca, 23, 34). Sono le sue prime parole dalla croce. Sono parole di perdono, non di vendetta, di odio o di rancore, e non chiedono neppure a Dio, giudice supremo, di fare giustizia davanti all’enorme ingiustizia della morte di un innocente. Gesù inchiodato alla croce si rivolge a Dio come Padre per chiedergli di non scaricare la sua frusta castigatrice su quegli stolti che lo hanno crocifisso.
«Non sanno quello che fanno — scriveva Hans Urs von Balthasar, uno dei grandi teologi del XX secolo — lo inchiodano al legno per disfarsi definitivamente di lui e così lo inchiodano per sempre a questa terra, saldamente. Lo inchiodano in modo che non si possa più muovere e così eseguono la sua volontà di rimanere sempre con noi. Né la Resurrezione né l’Ascensione cambiano tutto ciò. Non è l’uomo che lo costringe a essere fedele alla terra; è Lui stesso che, con la sua divina libertà, rimane con noi fino alla fine e oltre» (Via Crucis in Vaticano, 1988).
«Non sanno quello che fanno», sospira Gesù mentre i suoi occhi, offuscati dal sangue che a fiotti sgorga dal suo capo coronato di spine, intravedono appena l’orrenda folla che assiste alla sua esecuzione. Forse non sapevano quello che stavano facendo i soldati romani, semplici esecutori materiali del più orrendo crimine della storia dell’umanità. Forse Anna e Caifa, e con loro la casta dei sacerdoti e degli scribi corrotti e corruttori, erano incapaci di comprendere l’entità dell’errore che stavano commettendo. Forse il governatore Ponzio Pilato, assalito dalle sue paure e dalla sua codardia, pensava di aver preso la decisione politicamente corretta, sebbene fosse convinto dell’innocenza del Nazareno. Forse Giuda poteva giustificare il suo tradimento con la delusione che aveva subito la sua brama di capeggiare una rivolta contro gli invasori romani. Forse in quella moltitudine vociferante e blasfema non c’erano altro che un sadico desiderio di divertirsi con la disgrazia altrui e di ammazzare un pomeriggio con uno spettacolo che non si vedeva tutti i giorni.
Forse, forse, forse. Ma Gesù si disfa di tutti quei forse e chiede al Padre di perdonare tutti, senza eccezioni. Perciò è venuto al mondo, per perdonare e vuole che questo sia il suo testamento. Il perdono di Gesù non ha limiti e attraversa ogni tempo, fino a giungere ai giorni nostri. Non gli impedisce di perdonare neppure i nostri enormi e gravi peccati, perché anche gli uomini e le donne di oggi non sanno quello che fanno, noi non sappiamo quello che stiamo facendo.
Non sanno quello che fanno quegli scienziati che giocano con la vita umana come se fosse un oggetto, un prodotto che si può manipolare, trasformare, vendere o affittare; quei sapienti che nei loro laboratori possono già clonare l’essere umano privandolo della sua vera natura di uomo libero e di creatura nata dall’amore tra un uomo e una donna.
Sicuramente non sanno quello che fanno quanti trafficano con gli esseri umani, persino con i bambini; quanti li gettano in mare su miseri scafi, esposti a ogni sorta di pericolo con l’unica speranza di lasciare dietro di sé un passato di fame, di violenza e di morte; molti di loro, troppi, finiscono sul fondo del mare, trasformato così nel più crudele di tutti i cimiteri.
Non sanno quello che fanno quei politici corrotti e corruttori che antepongono la loro cupidigia alla ricerca del bene comune; quanti lusingano i più bassi istinti con la demagogia e il populismo, dimenticandosi che la verità non può essere né elusa né camuffata; quanti cercano solo il potere per servirsene e non per servire il popolo dal quale provengono.
Non sanno quello che fanno neanche quanti sfruttano la terra come se fosse una loro proprietà e non un dono che abbiamo ricevuto in prestito per trasmetterlo migliorato alle generazioni future; quegli spietati egoisti che non rispettano le leggi della natura e che ignorano che non si può giocare impunemente con la salvaguardia del pianeta. Non sanno, purtroppo, quello che fanno neppure quei giovani disperati che si abbandonano alla più codarda delle fughe, rifugiandosi nelle reti dell’alcool o delle droghe che uccidono; giovani che hanno perso la bussola della loro esistenza e diffidano di un amore che non hanno mai conosciuto e che perciò sottovalutano; giovani di entrambi i sessi che sembrano aver gettato la spugna prima ancora di cominciare a lottare per la loro vita.
Non sanno quello che fanno — e questo sì che è ancora più preoccupante — i clerici accecati dall’ambizione, dalla ricerca del potere e dall’avidità di denaro; quelli che osano violare le coscienze e i corpi di bambini e di adolescenti; quelli che mettono sulle spalle degli altri gioghi che loro stessi non sono capaci di sopportare e si dimenticano di quella misericordia che deve essere la loro unica norma di comportamento.
Ma Gesù perdona perché il perdono è una forma molto speciale e privilegiata di quell’amore che è la quintessenza del suo Vangelo. Un perdono che sgorga dalla croce come il sangue che scorre sul corpo del Crocifisso e impregna questo nostro amato mondo terribile. «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo — dice il Vangelo di Giovanni — per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (3, 17).
Come Papa Francesco ci ha recentemente ricordato, ci costa accettare la «logica di Dio che, con la sua misericordia, abbraccia e accoglie reintegrando e trasfigurando il male in bene, la condanna in salvezza e l’esclusione in annuncio». Di conseguenza — ha aggiunto nell’omelia ai nuovi cardinali, lo scorso 25 febbraio — «la strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero». Lo stesso Papa ha appena annunciato un anno santo straordinario. Anno santo della Misericordia perché — come Francesco ripete continuamente — «Dio perdona sempre, Dio perdona tutto, Dio non si stanca di perdonare. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono».
L'Osservatore Romano