
Sarà una cerimonia solenne, presieduta oggi pomeriggio alle 17.30 da Papa Francesco, a fare da cornice alla pubblicazione della Bolla di indizione del Giubileo della Misericordia.
Dopo la lettura di alcuni brani della Bolla, dal titolo "Misericordiae vultus", davanti alla Porta Santa della Basilica Vaticana, Francesco presiederà la celebrazione dei Primi Vespri della Domenica della Divina Misericordia, durante la quale consegnerà a sei rappresentanti della Chiesa nel mondo una copia del documento. La festa della Divina Misericordia è legata indissolubilmente a San Giovanni Paolo II, che la introdusse, e al carisma di Santa Faustina Kowalska, che ne fu l'apostola.
Dopo i Vespri Papa Francesco consegnerà una copia della Bolla a diversi ecclesiastici, in rappresentanza delle varie realtà ecclesiali e dei diversi continenti, come spiega il Pontificio Consiglio per la nuova Evangelizzazione.
Una copia del documento verrà data al prefetto della Congregazione dei Vescovi cardinale Marc Ouellet, al prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, cardinale Fernando Filoni, al prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, cardinale Leonardo Sandri; inoltre, «in rappresentanza di tutto l'Oriente», riceverà una copia l'arcivescovo Savio Hon Tai-Fai, nato a Hong Kong e ora segretario della Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli; il continente africano sarà rappresentato dall'arcivescovo Barthelemy Adoukounos, originario del Benin e attuale segretario del Pontificio Consiglio per la Cultura; per le Chiese orientali, il Papa consegnerà la Bolla a monsignor Khaled Ayad Bishay della Chiesa patriarcale di Alessandria dei Copti.
La lettura della Bolla nelle altre basiliche papali avverrà domenica 12 aprile, in una celebrazione liturgica. Nella basilica di San Giovanni in Laterano, alle 17, con il cardinale arciprete Agostino Vallini, durante la celebrazione solenne dei secondi vespri della Domenica in Albis; a Santa Maria Maggiore, con il cardinale arciprete Santos Abril y Castelló, nella Messa capitolare delle ore 10; nella basilica di San Paolo fuori le Mura, con il cardinale arciprete James Michael Harvey, in occasione della liturgia eucaristica delle ore 10.15.
Dopo la lettura di alcuni brani della Bolla, dal titolo "Misericordiae vultus", davanti alla Porta Santa della Basilica Vaticana, Francesco presiederà la celebrazione dei Primi Vespri della Domenica della Divina Misericordia, durante la quale consegnerà a sei rappresentanti della Chiesa nel mondo una copia del documento. La festa della Divina Misericordia è legata indissolubilmente a San Giovanni Paolo II, che la introdusse, e al carisma di Santa Faustina Kowalska, che ne fu l'apostola.
Dopo i Vespri Papa Francesco consegnerà una copia della Bolla a diversi ecclesiastici, in rappresentanza delle varie realtà ecclesiali e dei diversi continenti, come spiega il Pontificio Consiglio per la nuova Evangelizzazione.
Una copia del documento verrà data al prefetto della Congregazione dei Vescovi cardinale Marc Ouellet, al prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, cardinale Fernando Filoni, al prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, cardinale Leonardo Sandri; inoltre, «in rappresentanza di tutto l'Oriente», riceverà una copia l'arcivescovo Savio Hon Tai-Fai, nato a Hong Kong e ora segretario della Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli; il continente africano sarà rappresentato dall'arcivescovo Barthelemy Adoukounos, originario del Benin e attuale segretario del Pontificio Consiglio per la Cultura; per le Chiese orientali, il Papa consegnerà la Bolla a monsignor Khaled Ayad Bishay della Chiesa patriarcale di Alessandria dei Copti.
La lettura della Bolla nelle altre basiliche papali avverrà domenica 12 aprile, in una celebrazione liturgica. Nella basilica di San Giovanni in Laterano, alle 17, con il cardinale arciprete Agostino Vallini, durante la celebrazione solenne dei secondi vespri della Domenica in Albis; a Santa Maria Maggiore, con il cardinale arciprete Santos Abril y Castelló, nella Messa capitolare delle ore 10; nella basilica di San Paolo fuori le Mura, con il cardinale arciprete James Michael Harvey, in occasione della liturgia eucaristica delle ore 10.15.
La Divina Misericordia
"La Divina Misericordia - spiega Jozef Bart, rettore del Santuario della Divina Misericordia di Roma, alla Radio Vaticana - ha sempre acceso una straordinaria gioia nei cuori di tutti i fedeli, perché dalla Divina Misericordia scorrono grazie, grazie infinite. Ma quest’anno viviamo la festa della Divina Misericordia nell’annuncio da parte di Papa Francesco dell’indizione dell’Anno Santo e la gioia è ancora tanto più grande in quanto l’indizione dell’Anno Santo avviene proprio con i primi Vespri della Divina Misericordia".
"Quando Papa Francesco ha proclamato la decisione di aprire l’Anno Santo della Misericordia - continua Bart -, io ho subito fatto riferimento al Pontificato di Giovanni Paolo II il quale ha fatto del suo pontificato l’immagine della misericordia, ma non solo: Giovanni Paolo II, proprio con la sua morte, con i primi Vespri della Divina Misericordia, ha dato un inizio al cammino di misericordia in questo terzo millennio. Giovanni Paolo II ci ha lasciato una grande eredità e questa eredità è racchiusa, contenuta nell’atto della consacrazione alla Divina Misericordia che Giovanni Paolo II ha compiuto il 17 agosto 2002 a Cracovia, nella capitale del culto della Divina Misericordia. In questo atto di consacrazione, Giovanni Paolo II chiede che tutta l’umanità, tutti gli abitanti della terra facciano l’esperienza di questa misericordia. Bene, la proclamazione di Papa Francesco dell’Anno della Misericordia è una risposta a questo atto di consacrazione, perché il Giubileo della Misericordia porterà a far giungere questo messaggio davvero a tutti gli uomini di buona volontà di questa terra".
"Fare esperienza delle Misericordia di Dio – conclude Bart - apre il cuore dell’uomo al Sacramento della Riconciliazione. Questa Misericordia si può toccare con mano e ogni peccatore, ogni uomo emarginato, già condannato umanamente parlando, invece ha la possibilità di rimettersi in piedi e di diventare santo proprio perché la Misericordia di Dio perdona tutti i peccati. E’ bene dirlo che proprio nella Festa della Misericordia, ciò che avverrà poi durante il Giubileo, la Chiesa concede l’indulgenza, il perdono per i peccati, le pene per i peccati commessi, alle condizioni che richiede l’indulgenza della Chiesa".
"La Divina Misericordia - spiega Jozef Bart, rettore del Santuario della Divina Misericordia di Roma, alla Radio Vaticana - ha sempre acceso una straordinaria gioia nei cuori di tutti i fedeli, perché dalla Divina Misericordia scorrono grazie, grazie infinite. Ma quest’anno viviamo la festa della Divina Misericordia nell’annuncio da parte di Papa Francesco dell’indizione dell’Anno Santo e la gioia è ancora tanto più grande in quanto l’indizione dell’Anno Santo avviene proprio con i primi Vespri della Divina Misericordia".
"Quando Papa Francesco ha proclamato la decisione di aprire l’Anno Santo della Misericordia - continua Bart -, io ho subito fatto riferimento al Pontificato di Giovanni Paolo II il quale ha fatto del suo pontificato l’immagine della misericordia, ma non solo: Giovanni Paolo II, proprio con la sua morte, con i primi Vespri della Divina Misericordia, ha dato un inizio al cammino di misericordia in questo terzo millennio. Giovanni Paolo II ci ha lasciato una grande eredità e questa eredità è racchiusa, contenuta nell’atto della consacrazione alla Divina Misericordia che Giovanni Paolo II ha compiuto il 17 agosto 2002 a Cracovia, nella capitale del culto della Divina Misericordia. In questo atto di consacrazione, Giovanni Paolo II chiede che tutta l’umanità, tutti gli abitanti della terra facciano l’esperienza di questa misericordia. Bene, la proclamazione di Papa Francesco dell’Anno della Misericordia è una risposta a questo atto di consacrazione, perché il Giubileo della Misericordia porterà a far giungere questo messaggio davvero a tutti gli uomini di buona volontà di questa terra".
"Fare esperienza delle Misericordia di Dio – conclude Bart - apre il cuore dell’uomo al Sacramento della Riconciliazione. Questa Misericordia si può toccare con mano e ogni peccatore, ogni uomo emarginato, già condannato umanamente parlando, invece ha la possibilità di rimettersi in piedi e di diventare santo proprio perché la Misericordia di Dio perdona tutti i peccati. E’ bene dirlo che proprio nella Festa della Misericordia, ciò che avverrà poi durante il Giubileo, la Chiesa concede l’indulgenza, il perdono per i peccati, le pene per i peccati commessi, alle condizioni che richiede l’indulgenza della Chiesa".
avvenire
*
The abyss of mercyRiporto da: Crux
On Saturday evening, Pope Francis will formally announce the extraordinary Holy Year of Mercy. It will be the eve of the second Sunday of Easter — the Feast of Divine Mercy.
The choice of the Divine Mercy Sunday for this proclamation of the extraordinary Holy Year marks a point of continuity between the pontificate of Pope Francis and those of his predecessors. PopesBenedict XVI and St. John Paul II were both instrumental spreading the devotion to The Divine Mercy throughout the world.
The mercy of God has become a signature theme for Pope Francis. But it’s also important to remember that emphasizing God’s mercy does have a long history within the Catholic Christian tradition. Medieval artists depicted God’s “throne of Mercy,” and the image of “God’s throne of Grace” goes back to St. Paul’s letter to the Hebrews.
But if the “Mercy of God” is one of the most prominent themes in Christian understandings of God, it’s also the most problematic. Simply put, how can a merciful God allow so much human suffering?
* * * * *
On Good Friday, I lingered after a beautiful service at the College of the Holy Cross where I teach. I sat in the back row and fixed my eyes on a large wooden cross behind the altar. The cross was tied with rough-twined rope at the place where the horizontal and vertical beams met.
I tried to simply repeat the name of Jesus — silently, reverently, so that it would merge with the rhythm of my breathing.
I wanted to quiet my mind.
But my mind wandered.
I thought about friends who had died too soon. I thought of loved ones struggling with intractable illnesses. I remembered brilliant teachers and students who felt themselves unnoticed and unloved.
Where was God’s mercy for them?
More thoughts came to me — thoughts of the self-pitying, self-indulgent kind, thoughts of times when I suffered and wondered where God’s mercy was for me.
I forced my mind farther afield, to an experience I had a year ago.
I was in a car driving through the jungle on a dirt road, heading to a shrine dedicated to the Passion of the Christ in the northern part of Sri Lanka.
Nailed to the coconut palms lining the road were signs with diagrams and photos explaining how to identify claymore mines, improvised explosive devices, undetonated shells and grenades — warnings for travelers about the leftover war still lurking in the lush foliage.
As I entered the village, I could see that the area was still rebuilding from two decades of war — the walls of some of the homes were still gouged and pitted from the fighting; other homes were clearly improvised from whatever was available: thatch, wood, corrugated tin.
I entered the small church, carrying photographic equipment. I found it nearly empty, except for some field laborers who were having their lunch on the floor.
Here it was: the heart of desolation, destruction, abandonment. Once again, that subversive thought surfaced: Where was God’s mercy?
* * * * *
The center of the shrine was a large statue of Christ scourged. Christ wore a crown of thorns and a red cloak. The lashes on his body were painted bright red, with drops of blood detailed on his chest, arms, and face. Christ’s eyes looked up and his lips were parted as if he was about to speak.
Here is the God who suffers — suffers for us, suffers with us.
For Pope Francis, the suffering God is the merciful God. God enters into our own experiences of suffering to provide comfort and consolation in unexpected ways. Of course, Pope Francis has said a lot about mercy, and a book has been published that brings together his diverse and varied reflections. Usually, Pope Francis’ penetrating insights come in the form of concise commentaries, aphorisms, and the occasional off-the-cuff sound bite.
We still are waiting for a more systematic explication of his views.
A more academically sustained discussion of mercy can be found in the writings of Cardinal Walter Kasper, formerly the president of the Pontifical Council for Promoting Christian Unity. Kasper and Pope Francis are reported to be quite close; Kasper has been described as “The Pope’s Theologian.”
During the pontificate of Benedict XVI, Kasper published “Mercy: The Essence of the Gospel and Key to the Christian Life.” The central theme of the book is developing a coherent understanding of Christian mercy. Kasper realizes all too well that one of the greatest criticisms that atheists make against Christianity is that it is simply incoherent to believe in a merciful God who is all-powerful and a loving Creator, yet nonetheless allows human suffering.
Kasper reflects on mercy through the ancient Latin termmisericordia, which he defines as having a “heart” with the poor. Taken in this sense, mercy doesn’t eliminate suffering. Humans suffer; that much we know in our fallen world. Rather, in Kasper’s view, mercy responds to suffering, whether it’s the suffering that comes from poverty or persecution, or the suffering that results from a simple lack of love.
Mercy is a connection, not a cure from above.
Mercy is the essence of God — the quality from which all others proceed.
Kasper argues that Christians are required to promote a culture of mercy. He reflects at length on the challenges of globalization and the gap between the rich countries of the North and the poor countries of the South. But he does not want Christianity to become a political program — that would be “Christian totalitarianism.” Instead, mercy forces us to ask in concrete terms: What do human beings need in order to be human beings with full freedom and dignity?
As much as he emphasizes what we must to do in our responses to human suffering, Kasper wants us to know that God suffers with us. It is here that he enters into a contemporary theological controversy: The notion of a suffering God could be understood to compromise God’s omnipotence. If God is all-powerful, doesn’t His suffering make Him weaker or lacking in some way?
But Kasper argues that God’s suffering with us isn’t a sign of weakness; rather, it is a sign of God’s strength, God’s choice to surrender to love.
And we must make the same choice.
Let go of hatred, prejudice, and indifference. Commit to kindness, openness, and solidarity.
Embrace and express the mercy of God.
* * * * *
Seeing my Sri Lanka experience in my mind’s eye during prayer on Good Friday wasn’t something random, but it also wasn’t some sort of mystical insight or illumination.
I had been thinking about — no, struggling with — that Sri Lanka experience intently over the past week as I thought about Pope Francis’s call for a Year of Mercy.
My decision to read Kasper’s book had been part of that effort.
But applying Kasper’s more philosophical reflections on mercy would be a challenging task in Sri Lanka.
Though the civil war ended six years ago, thousands of Sri Lankans remain unaccounted for. There were human rights violations and war crimes on both sides: suicide bombings, massacres, rapes, and torture. Tens of thousands of Sri Lankans died and hundreds of thousands were displaced. Hundreds more have been killed by the war’s leftovers: land mines, injuries, disease.
Surely it was merciful that the conflict ended, but where was God’s mercy when it began? We can speak of mercy for those wounded and displaced. But what about mercy for the killers who remain alive? What about justice for the dead?
One of the aspects I most appreciated about Kasper’s discussion is how he engaged contemporary critics of religion I had read in graduate school. But being in a former war zone definitely puts the academic life in perspective — its “ivy-covered towers” seem privileged and distant when the people around you are collecting brush and leaves to roof their homes.
If I had known Tamil, I could have talked to the people having lunch in the shrine church and asked what they thought about the image of the scourged Christ with his eyes raised to heaven and his mouth parted.
I could have asked: What do you hear Christ saying?
I could have asked: Does God suffer? Is God all-powerful? What is “mercy”?
But would my questions even have made sense in that context? Maybe Kasper’s book — so filled with systematic theological reflections — would have been not just untranslatable, but also strangely irrelevant.
* * * * *
The suffering Christ was not the only image in the shrine that day in Sri Lanka. Off to the side was a poster of the glorified Christ, in a white gown, his pierced right hand raised in blessing. Christ’s left hand pointed to his heart, and from his heart emanated two rays of light: one red and one pale white/blue.
This was the reproduction of The Divine Mercy, originally painted at the direction of Sister Faustina Kowalska — a Polish nun, visionary, and stigmatist who died in 1938. As Faustina had recorded in her spiritual diary, in a vision Christ had asked that the Sunday after Easter be specially consecrated to Divine Mercy.
For a time, the Vatican prohibited dissemination of images and writings associated with Sister Faustina and The Divine Mercy devotion. One concern was that there was perhaps too much focus on Faustina herself as well as potential theological difficulties with some claims about the remission of sins outside of the sacrament of penance. It was only under the pontificate of St. John Paul II that her reputation was fully rehabilitated; in fact, he proclaimed her the first saint of the new millennium.
Seeing The Divine Mercy in Sri Lanka wasn’t that surprising, since the devotion has quickly become popular the world over. But as popular as it is, both the devotion and Sister Faustina herself have their critics. Some are concerned that the more ancient traditions associated with the second Sunday of Easter have been displaced in favor of a contemporary devotion of dubious origins. Some simply do not see Faustina’s visions as genuine.
Given these suspicions, it surprised me when Kasper referenced Faustina’s prayer in his quite scholarly reflections on mercy. Faustina’s prayer begins, “Help me, O Lord, that my eyes may be merciful so that I may never suspect or judge from appearances, but look for what is beautiful in my neighbors’ souls and come to their rescue.”
Mercy involves concrete acts: forgiveness, consolation, patience, and solidarity.
But mercy begins and ends with a prayerful union with the crucified and resurrected Christ that allows us to see our neighbor in a new way.
* * * * *
I didn’t stay long in the Shrine to Christ’s Passion in Sri Lanka. I took photos and departed since it was going to be a long drive back.
I also didn’t stay that long after the Good Friday service at the College chapel. I tried to look at the cross for as long as possible. I reflected on my Sri Lanka experience as much as I could, but realized that I wasn’t going to be able to make complete sense of God’s mercy in that context — or any other.
The Holy Year of Mercy will surely be an extended opportunity not only for us to reflect on God’s mercy in our own lives, but also to bring mercy into the lives of others. There will also be opportunities for discussions of the more academic kind, such as how Pope Francis is explicitly and implicitly drawing upon a range of theologians and mystics when he speaks of the mercy of God and reminds us that “God never tires of forgiving.”
And it is the surely the case that many of us never tire of being forgiven. But the demanding, difficult questions surrounding God’s mercy and the grinding reality of suffering are personally and collectively tiring — they frequently exhaust our abilities to comprehend or understand. The pain and tension seem never-ending.
In her diary, St. Faustina often writes of the “abyss” of misery. But she also describes God’s mercy as an “abyss.”
During this extraordinary Holy Year of Mercy, Pope Francis seems to be asking us to follow St. Faustina’s example and enter into an abyss of both misery and mercy — to “have our hearts” with both; not to quickly retreat, but to linger longer than seems comfortable.
It is then, perhaps, that we can fully experience what is often so hard to understand: that God loves and is present with each and every one of us.
Mathew N. Schmalz is an associate professor of religious studies at the College of the Holy Cross in Worcester, Massachusetts. His teaching and scholarship focus on Roman Catholicism and modern religious movements.
*
di Giacomo Costa*
Proponiamo qui alcuni spunti dall’editoriale di aprile del mensile 'Aggiornamenti Sociali'.
ll Giubileo della misericordia è un dono che papa Francesco fa alla Chiesa per sostenerla nel cammino di rinnovamento a 50 anni dal Concilio. Per comprenderne il valore siamo invitati ad approfondirne il significato di esperienza collettiva, spirituale, concreta. La dimensione sociale del giubileo. Per l’Antico Testamento il giubileo è una periodica revisione delle relazioni che strutturano Israele come popolo in una prospettiva di giustizia e di riconciliazione, tramite disposizioni quali il riposo della terra, la restituzione delle proprietà, la remissione dei debiti, la liberazione degli schiavi. Nella concretezza delle sue prescrizioni, il giubileo ha una duplice radice ideale. Da una parte guarda all’esperienza dell’uscita dall’Egitto e dalla schiavitù che costituisce Israele come popolo: non è un ricordo archeologico, ma deve rimanere vitale e sperimentabile per ogni generazione. Inoltre, rimanda al ciclo settimanale della creazione e al giorno del sabato, che nel riposo ne svela il compimento e il significato. Dunque concentra l’attenzione su un dono ricevuto come esperienza condivisa: essere tutti insieme oggetto della misericordia di Dio. Questa esperienza è la base per strutturare tutte le relazioni all’interno di Israele: sociali, economiche, di proprietà e anche – cosa ritornata oggi di grande attualità – con l’ambiente. La storia tuttavia insegna come nel tempo prendano piede dinamiche opposte alla giustizia, producendo quella che papa Francesco chiama «inequità»: per questo, a intervalli regolari, Dio prescrive di attivare processi di liberazione e di misericordia, per risanare i 'guasti' che si sono prodotti.
D’altra parte l’istituzione giubilare guarda al futuro, al compimento escatologico delle promesse messianiche, con la sua carica utopica e rivoluzionaria, tanto che gli esegeti discutono se sia mai stata effettivamente praticata. Si tratta allora di un ideale irrealistico? Tutt’altro: nel giubileo, il futuro solidale e rispettoso della dignità di tutti, anche dei più poveri, non è prospettato come utopia ultraterrena alla fine della storia, ma attraverso dinamiche di solidarietà concreta che costituiscono per chi è più fortunato un appello a non dimenticare il dono originario e per chi versa in situazioni di difficoltà un sostegno per tenere accesa la speranza. Come ebbe a scrivere il card. Martini, le indicazioni per il giubileo nascono dal continuo riconoscimento del vero volto di Dio: «un Dio che sta dalla parte di coloro che invocano e cercano giustizia e si trovano in una condizione di bisogno; [...] un Dio che non può sopportare che quanti egli ha amato e liberato diventino a loro volta oppressori». Il Giubileo della misericordia.
La misericordia è la chiave in cui oggi papa Francesco propone alla Chiesa di declinare la dinamica del giubileo. Per il Papa, dall’esperienza che Dio prende l’iniziativa e che il suo amore ci precede, sgorga un «desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva» (EG, n. 24), che spinge con tutte le sue forze ad andare incontro a poveri, afflitti e bisognosi (EG, n. 193). Nel lessico di papa Francesco l’attenzione al grido del povero assume il nome di solidarietà. Di fronte alle insidie della società liquida, la misericordia è la strada per costruire qualcosa di autenticamente solido (la radice di solidarietà): non qualche atto sporadico di generosità, ma la forza strutturante di «una nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni» (EG, n. 188) e che diventa capace di operare il cambiamento.
Individuare processi concreti da attivare in occasione del Giubileo della misericordia è la sfida che ci attende nei prossimi mesi, in modo da riproporre nel mondo di oggi la logica che sta dietro la remissione del debito, la liberazione degli schiavi, il riposo della terra e la redistribuzione della proprietà. Il magistero di papa Francesco in questi primi due anni ci fornisce alcune indicazioni. La prima è l’identificazione di cammini di riconciliazione e di pace in un tempo in cui si sta combattendo una «terza guerra mondiale a pezzi». La seconda non può che interessare l’«economia che uccide», diventata quindi un’arma di questa guerra: l’obiettivo sarà arrivare a una riduzione dell’inequità. Un terzo polo, sul quale attendiamo a breve un’enciclica, è l’ecologia, intesa come paradigma che coniuga l’attenzione alle relazioni umane con il rispetto del contesto in cui si svolgono, in tutte le sue dimensioni: dal rapporto con la natura alla promozione di una democrazia sostanziale, alla lotta alla corruzione. Temi su cui papa Francesco è tornato a più riprese, così come sul ruolo della donna nella Chiesa e nella società, che già Giovanni Paolo II aveva inserito nel programma del Giubileo del 2000.
In questa luce misericordia e giubileo non riguardano solo i singoli, né tantomeno esclusivamente i cristiani: il giubileo può diventare per tutti una occasione per recuperare la misericordia come fondamento del legame sociale e della solidarietà. Il Giubileo del Concilio. Il 7 dicembre 1965, giorno di chiusura del Vaticano II, Paolo VI indiceva un giubileo straordinario (dal 1° gennaio al 29 maggio 1966) come risposta allo «straordinario evento» del Concilio e come occasione perché le Chiese locali potessero cominciare a farlo proprio. Il Giubileo della misericordia si colloca a 50 anni da quel precedente e può essere definito come un giubileo del Concilio, di cui riafferma il carattere di evento della storia della salvezza. Al cuore del Vaticano II troviamo la riflessione sulla relazione tra Dio e l’uomo (espressa nella
Dei Verbum), chiamata a diventare la base strutturante delle relazioni all’interno della Chiesa (Lumen gentium) e della Chiesa con il mondo (
Gaudium et spes). Guardato nella prospettiva del giubileo, il Concilio rappresenta l’esperienza di grazia ricevuta che esprime l’ideale a cui tendere e rispetto al quale 'correggere il tiro'. Celebrare il giubileo del Concilio significa per la Chiesa riprendere in mano il modo di vivere le relazioni al proprio interno, chiamate a tradurre quella identità di popolo di Dio in cui il Vaticano II iscrive il ruolo della gerarchia e quello dei laici, in uno stile di sinodalità – cioè di cammino insieme – che papa Francesco non manca di riproporre, in particolare tra l’altro nel percorso dei Sinodi sulla famiglia. Ugualmente significa tornare a prendere in mano il modo in cui la Chiesa fa proprie «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Gaudium et spes, n. 1), in particolare quelle legate alla pace, alla giustizia e all’ecologia umana.
Alla luce del magistero di papa Francesco, assume una particolare pregnanza l’atto che da sempre è simbolo del giubileo: l’apertura della Porta santa tramite l’abbattimento fisico del muro che la chiude, segno di ciò che la misericordia opera. Se tradizionalmente i fedeli entrano attraverso di essa, la Chiesa, che papa Francesco vuole in uscita, è chiamata a imparare a varcare quella soglia in direzione opposta, per portare al mondo la misericordia e la salvezza di Dio e soprattutto per riconoscerle e incontrarle già all’opera. Se al termine del Giubileo le porte sante si richiuderanno, l’auspicio è che nel frattempo la Chiesa possa scoprire quali porte è chiamata a lasciare sempre più aperte, così da essere segno e anticipazione della Gerusalemme celeste, le cui porte «non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte» (Apocalisse 21,25).
La misericordia è la chiave in cui oggi papa Francesco propone alla Chiesa di declinare la dinamica del giubileo. Per il Papa, dall’esperienza che Dio prende l’iniziativa e che il suo amore ci precede, sgorga un «desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva» (EG, n. 24), che spinge con tutte le sue forze ad andare incontro a poveri, afflitti e bisognosi (EG, n. 193). Nel lessico di papa Francesco l’attenzione al grido del povero assume il nome di solidarietà. Di fronte alle insidie della società liquida, la misericordia è la strada per costruire qualcosa di autenticamente solido (la radice di solidarietà): non qualche atto sporadico di generosità, ma la forza strutturante di «una nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni» (EG, n. 188) e che diventa capace di operare il cambiamento.
Individuare processi concreti da attivare in occasione del Giubileo della misericordia è la sfida che ci attende nei prossimi mesi, in modo da riproporre nel mondo di oggi la logica che sta dietro la remissione del debito, la liberazione degli schiavi, il riposo della terra e la redistribuzione della proprietà. Il magistero di papa Francesco in questi primi due anni ci fornisce alcune indicazioni. La prima è l’identificazione di cammini di riconciliazione e di pace in un tempo in cui si sta combattendo una «terza guerra mondiale a pezzi». La seconda non può che interessare l’«economia che uccide», diventata quindi un’arma di questa guerra: l’obiettivo sarà arrivare a una riduzione dell’inequità. Un terzo polo, sul quale attendiamo a breve un’enciclica, è l’ecologia, intesa come paradigma che coniuga l’attenzione alle relazioni umane con il rispetto del contesto in cui si svolgono, in tutte le sue dimensioni: dal rapporto con la natura alla promozione di una democrazia sostanziale, alla lotta alla corruzione. Temi su cui papa Francesco è tornato a più riprese, così come sul ruolo della donna nella Chiesa e nella società, che già Giovanni Paolo II aveva inserito nel programma del Giubileo del 2000.
In questa luce misericordia e giubileo non riguardano solo i singoli, né tantomeno esclusivamente i cristiani: il giubileo può diventare per tutti una occasione per recuperare la misericordia come fondamento del legame sociale e della solidarietà. Il Giubileo del Concilio. Il 7 dicembre 1965, giorno di chiusura del Vaticano II, Paolo VI indiceva un giubileo straordinario (dal 1° gennaio al 29 maggio 1966) come risposta allo «straordinario evento» del Concilio e come occasione perché le Chiese locali potessero cominciare a farlo proprio. Il Giubileo della misericordia si colloca a 50 anni da quel precedente e può essere definito come un giubileo del Concilio, di cui riafferma il carattere di evento della storia della salvezza. Al cuore del Vaticano II troviamo la riflessione sulla relazione tra Dio e l’uomo (espressa nella
Dei Verbum), chiamata a diventare la base strutturante delle relazioni all’interno della Chiesa (Lumen gentium) e della Chiesa con il mondo (
Gaudium et spes). Guardato nella prospettiva del giubileo, il Concilio rappresenta l’esperienza di grazia ricevuta che esprime l’ideale a cui tendere e rispetto al quale 'correggere il tiro'. Celebrare il giubileo del Concilio significa per la Chiesa riprendere in mano il modo di vivere le relazioni al proprio interno, chiamate a tradurre quella identità di popolo di Dio in cui il Vaticano II iscrive il ruolo della gerarchia e quello dei laici, in uno stile di sinodalità – cioè di cammino insieme – che papa Francesco non manca di riproporre, in particolare tra l’altro nel percorso dei Sinodi sulla famiglia. Ugualmente significa tornare a prendere in mano il modo in cui la Chiesa fa proprie «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Gaudium et spes, n. 1), in particolare quelle legate alla pace, alla giustizia e all’ecologia umana.
Alla luce del magistero di papa Francesco, assume una particolare pregnanza l’atto che da sempre è simbolo del giubileo: l’apertura della Porta santa tramite l’abbattimento fisico del muro che la chiude, segno di ciò che la misericordia opera. Se tradizionalmente i fedeli entrano attraverso di essa, la Chiesa, che papa Francesco vuole in uscita, è chiamata a imparare a varcare quella soglia in direzione opposta, per portare al mondo la misericordia e la salvezza di Dio e soprattutto per riconoscerle e incontrarle già all’opera. Se al termine del Giubileo le porte sante si richiuderanno, l’auspicio è che nel frattempo la Chiesa possa scoprire quali porte è chiamata a lasciare sempre più aperte, così da essere segno e anticipazione della Gerusalemme celeste, le cui porte «non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte» (Apocalisse 21,25).
*Gesuita, direttore di 'Aggiornamenti Sociali' (www.aggiornamentisociali.it)
avvenire
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Agência Ecclesia
