venerdì 3 aprile 2015

Via crucis. Alla scuola del dolore




Pubblichiamo uno stralcio dall’introduzione al libro «La via della Croce» (Brescia, Morcelliana, 2015, pagine 46, euro 6) dell’arcivescovo di Chieti-Vasto(Bruno Forte) La Croce è il luogo in cui Dio parla nel silenzio: quel silenzio della finitudine umana, che è diventata per amore la sua finitudine! II mistero nascosto nelle tenebre del Venerdì Santo è il mistero del dolore di Dio e del suo amore. L’un aspetto esige l’altro: il Dio cristiano soffre perché ama e ama in quanto soffre. Egli è il Dio “compassionato”, il Dio per noi, che si dona fino al punto di uscire totalmente da sé nell’alienazione della morte, per accoglierci pienamente in sé nella donazione della vita. Dio non è impassibile: Egli soffre per amore nostro.
Nella morte di croce il Figlio è entrato nella “fine” dell’uomo, nell’abisso della sua povertà, della sua tristezza, della sua solitudine, della sua oscurità.
E soltanto lì, bevendo l’amaro calice, ha fatto fino in fondo l’esperienza della nostra condizione umana: alla scuola del dolore è diventato uomo fino alla possibilità estrema. Anche il Padre ha conosciuto il dolore: nell’ora della croce, mentre il Figlio si offriva in incondizionata obbedienza a lui e in infinita solidarietà con i peccatori, anche il Padre ha fatto storia!
Egli ha sofferto dell’Innocente consegnato ingiustamente alla morte: e tuttavia ha scelto di offrirlo, perché nell’umiltà e nell’ignominia della croce si rivelasse agli uomini l’amore trinitario di Dio per loro e la possibilità di divenirne partecipi. E lo Spirito, “consegnato” da Gesù morente al Padre, non è stato meno presente nel nascondimento di quell’ora: Spirito dell’estremo silenzio, egli è stato lo spazio divino della lacerazione dolorosa e amante, che si è consumata fra il Signore del cielo e della terra e Colui che si è fatto peccato per noi, in modo che un varco si aprisse nell’abisso e ai poveri si schiudesse la via del Povero.
Questa morte in Dio non significa però la morte di Dio che il “folle” di Nietzsche era andato gridando sulle piazze del mondo: non esiste né mai esisterà un tempio dove si possa cantare nella verità il Requiem aeternam Deo! L’amore trinitario che lega l’Abbandonante all’Abbandonato, e in questi al mondo, vincerà la morte, nonostante l’apparente trionfo di questa.
La sorprendente identità del Crocifisso e del Risorto mostra quanto sulla croce è rivelato sub contrario e garantisce che quella fine è un nuovo inizio: il calice della passione di Dio si è colmato di una bevanda di vita, che sgorga e zampilla in eterno. Adamo è morto, è nato il nuovo Adamo, Cristo e l’uomo che, con lui e in lui, vince il peccato e la morte. Dio è morto, ma si è offerto a tutti il mistero del Padre, che, accogliendo l’Abbandonato nell’ora della gloria, accoglie anche noi con lui.
Il frutto dell’albero amaro della croce è la gioiosa notizia di Pasqua: il giorno in cui Dio è morto cede il posto al giorno del Dio che vive e di noi, viventi di vita nuova in Lui. Il Consolatore del Crocifisso viene effuso su ogni carne per essere il Consolatore di tutti i crocefissi della storia e per rivelare nell’umiltà e nell’ignominia della croce, di tutte le croci della storia, la presenza corroborante e trasformante del Dio cristiano.
La «parola della croce» (1 Corinzi 1, 18) dimostra che è nella povertà, nella debolezza, nel dolore e nella riprovazione del mondo che troveremo Dio: non gli splendori delle perfezioni terrene, ma proprio il loro contrario, la piccolezza e l’ignominia, diventano il luogo della Sua presenza fra noi, il deserto dove Egli parla al nostro cuore.
La perfezione del Dio cristiano si manifesta nelle imperfezioni, che per amore nostro egli assume: la finitudine del patire, la lacerazione del morire, la debolezza della povertà, la fatica e l’oscurità del domani sono altrettanti luoghi dove egli mostra il suo amore, perfetto fino alla consumazione totale del dono.
L'Osservatore Romano