sabato 5 luglio 2014

Costosa aberrazione



La violenza contro le donne. 

Vita e Pensiero. Anticipiamo stralci del contributo che Anna Maria Fellegara, docente di economia aziendale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e preside della Facoltà di Economia e giurisprudenza a Piacenza, ha scritto per il numero in uscita di «Vita e Pensiero».
(Anna Maria Fellegara) L’intervento pubblico a contrasto della violenza contro le donne trova nelle istanze di giustizia umana, civile e sociale una piena legittimazione e una ragione assoluta.Tuttavia, individuare il costo della violenza per la società di cui le donne sono parte rappresenta un elemento fondamentale per conoscere la dimensione del fenomeno, argomentare l’insufficienza degli investimenti in azioni di prevenzione e in attività di sostegno e cura e quantificare il danno economico e sociale per la collettività.
La letteratura internazionale sui costi sociali ed economici della violenza è concorde nel mettere in evidenza come le risorse stanziate per la prevenzione del fenomeno comportino netti risparmi rispetto a quanto il sistema pubblico è costretto a spendere una volta che la violenza viene agita. 
La valutazione di tipo economico e sociale che emerge consente una lettura più chiara delle numerose dimensioni sommerse di questo fenomeno: non solo il numero delle donne colpite e delle azioni violente, ma la gravità degli effetti e delle conseguenze sulla vita delle persone (le vittime, i minori spesso testimoni inermi, i maltrattanti), o l’identità degli attori, dalle istituzioni agli enti, che giocano un ruolo nel contrasto, e quanto investono nella loro azione.
L’indagine voluta da Intervista Onlus, presentata nel 2013 nel rapporto Quanto costa il silenzio? Indagine nazionale sui costi economici e sociali della violenza contro le donne, ha offerto uno strumento di valutazione, nel contesto della storica presenza di soggetti attivi a difesa e tutela dei diritti delle donne, e ha portato un contributo al patrimonio comune di conoscenze, che può orientare il quadro politico, stimolando una rilettura delle priorità di spesa e di investimento, soprattutto in una fase congiunturale di risorse sempre più limitate.
Nonostante gli episodi di violenza contro le donne si realizzino in una dimensione privata, è necessario considerare che le conseguenze negative che ne derivano producono effetti altresì nella sfera sociale, compromettendone le capacità relazionali. La letteratura internazionale evidenzia, a tale riguardo, gli impatti in termini di rapporti lavorativi e di produttività atti a ripercuotersi non solo sulle vittime stesse, ma anche sulle famiglie, sul sistema economico, sullo Stato e sulla collettività. 
L’essere oggetto di violenza e le implicazioni emotive che ne discendono comportano frequentemente conseguenze economiche, in capo a differenti soggetti: le vittime, che a seguito degli episodi di violenza vedono incrementato il rischio di perdere il proprio lavoro parallelamente alla perdita di produttività, alla riduzione del reddito percepito e delle opportunità di carriera; i familiari, per i quali diminuisce il benessere economico a seguito della ridotta capacità lavorativa della vittima; le imprese, per le quali il calo di produttività si accompagna a maggiori costi in termini di assenteismo, sostituzione e formazione del personale; pubblica amministrazione e collettività in senso macroeconomico.
La valorizzazione dei costi derivanti dalla riduzione della produttività a seguito di episodi di violenza postula l’inclusione nel computo dei costi aziendali dovuti all’assenteismo, alla minore produttività e al costo di sostituzione del personale.
Ulteriore categoria è data dai costi non monetari correlati ai danni subiti in termini di sofferenze fisiche e psicologiche, la cui misura costituisce il tentativo di quantificare il costo umano, emotivo ed esistenziale sostenuto dalle vittime, dai loro figli e familiari: rientrano pertanto nella fattispecie in esame l’impatto intergenerazionale della violenza sui bambini, l’erosione del capitale sociale, la riduzione della qualità della vita.
La quantificazione su basi oggettive del costo umano inerente alle conseguenze patite dalle donne in termini di danni fisici, morali e biologici, è stata ottenuta mediante il ricorso alla valutazione economica implementata nel caso di incidentalità stradale per il risarcimento del danno biologico e morale. La stima in questo caso supera i 14 miliardi di euro.
Ancora oggi le donne sono ben lontane dall’essere tutelate e protette. Lo dimostra il fatto che è solo del 1993 la Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne, definita come «qualunque atto di violenza in base al sesso, o la minaccia di tali atti, che produca o possa produrre danni e sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che privata delle donne». 
Vent’anni dopo l’Italia ha approvato una legge sul femminicidio che promuove e tutela la vita e i diritti delle donne i cui primi frutti sono sotto gli occhi di tutti. Le principali novità riguardano la rilevanza sotto il profilo penale della presenza di una relazione affettiva attuale o pregressa tra vittima e aggressore e il fatto che per la violenza assistita il codice si arricchisca di una nuova aggravante comune applicabile al maltrattamento in famiglia e a tutti i reati di violenza fisica commessi in danno o in presenza di minorenni o in danno di donne incinte.
La nuova legge è stata finanziata, tuttavia nell’attuale contesto macroeconomico, caratterizzato da interventi di revisione e contenimento della spesa pubblica, assume rilevanza cruciale l’adozione di strumenti adeguati all’apprezzamento dell’efficacia degli interventi in essere. Ciò pone in evidenza la criticità crescente di sistemi informativi per la raccolta di dati affidabili e comparabili, nonché l’elaborazione degli stessi in relazione alle attività svolte, al fine di analizzare la struttura delle spese e valutare l’opportunità di disegnare nuovi modelli di welfare. 
In quest’ottica è possibile riconsiderare il significato di investimento, ponendo in luce l’importanza delle attività di prevenzione, mediante: attività di ricerca, raccolta dati, monitoraggio e costruzione di indicatori di performance, che prevedano stanziamenti e programmi specifici per i servizi di contrasto alla violenza. In tale approccio, la valutazione delle scelte politiche e gestionali effettuate dovrebbe essere parte integrante della programmazione; valorizzazione delle attività di investimento in prevenzione e contrasto della violenza sulle donne, al duplice scopo di evitare l’insorgere di episodi di violenza, creando i presupposti per un cambiamento sociale di lungo periodo, nonché di impedire il perpetrarsi del fenomeno, riducendo per tale via i costi morali ed economici sostenuti dalla collettività; rafforzamento di reti tra i soggetti a livello locale e nazionale che, a diverso titolo, sono attivi sul tema. 
La creazione di network di attori con obiettivi comuni dovrebbe avere a fondamento una concezione di partnership ampia, che includa istituzioni giuridiche, assistenziali, economiche e culturali, pubbliche e del privato sociale, il Terzo Settore e il coinvolgimento pieno delle associazioni di donne e dei Centri Antiviolenza.
La violenza contro le donne è sbagliata e ha un costo inaccettabile, far sì che il suo contrasto non rimanga una pura dichiarazione di principio passa sicuramente attraverso un cambiamento sociale e culturale, di cui l’innovazione normativa non è che un primo momento, che porti a una nuova sensibilità, a una coscientizzazione condivisa e che ponga il rispetto della donna e della sua dignità al centro di una rinnovata relazione tra le persone.
L'Osservatore Romano