Prima dell’incontro con il Risorto, però, lo stare di Maria è caratterizzato da un lutto senza consolazione.
Il verbo «piangere», che ricorre tre volte, è l’azione che maggiormente identifica la Maddalena; evoca il pianto di Maria di Betania e dei Giudei per la morte di Lazzaro (11, 31-33) ma anche il pianto dei discepoli annunziato da Gesù nell’ora delle doglie (cfr. 16, 20). Col suo pianto la Maddalena esprime tutto il peso dell’assenza del Signore e della separazione determinata dalla sua morte che, solo dopo, sarà riconosciuta come preludio di una vita ulteriore, sovrabbondante, non «toglibile» (cfr. 16, 22). Il suo piangere, tuttavia, si accompagna al medesimo gesto compiuto dal discepolo amato: chinarsi per guardare dentro (cfr. versetto 5).
Il racconto giovanneo richiama, a questo punto, la tradizione sulla visione angelica avuta dalle donne (cfr. Matteo, 2-7; Marco, 5-7; Luca, 4-7.23), ma attribuisce a essa tutt’altra funzione. Dalla bocca degli angeli in bianche vesti, infatti, non viene alcun annunzio pasquale. Il dialogo con loro serve perché la Maddalena espliciti nuovamente, stavolta in prima persona singolare, il profondo smarrimento per la perdita del «suo Signore» che essa cerca cadavere («Donna, perché piangi?»). Con la loro presenza, d’altronde, essi esprimono già l’irruzione della vita divina nel luogo della morte. La loro posizione fisica, che evoca quella dei cherubini l’uno di fronte all’altro ai lati del propiziatorio dell’arca dell’alleanza (cfr. Esodo, 25, 17-22; ,6-9; Numeri, 7, 89; I Re 8, 6s), richiama al lettore la verità sul «corpo» di Gesù, «santuario» della presenza di Dio, e il segno promesso del suo rialzamento (cfr. 2, 18-22).
Nemmeno la parola degli angeli, però, determina alcun cambiamento della situazione. L’azione trasformatrice è riservata al Signore stesso. I versi sono aperti e chiusi dalla ricorrenza del verbo «volgersi». All’inizio Maria volge il suo sguardo all’indietro, cioè fuori dal sepolcro dove esso era fissato nel desiderio del corpo-cadavere, e vede Gesù presente pur senza riconoscerlo (versetto 14); alla fine, lo volge nuovamente a Gesù in risposta al suo richiamo personale riconosciuto e inequivocabile (versetto 16). Il riconoscimento, infatti, avviene attraverso il dialogo con lui in un duplice scambio di battute.
Nel primo (versetto 15) Gesù ripete la domanda degli angeli ma la amplifica interrogando la donna anche sul termine personale della ricerca che il suo pianto esprime («Chi cerchi?»). La domanda di Gesù richiama quella con cui egli aveva esplicitato e accolto l’intenzione di sequela dei primi discepoli (cfr. 1, 38: «Che cosa cercate?»).
Il contesto scenico, quello del «giardino» in cui il sepolcro si trova, permette l’equivoco della Maddalena che scambia Gesù per il «giardiniere» e chiede a lui conto del suo stesso corpo («Se lo hai portato via tu»)! L’ironia nascosta nel fraintendimento si colora dell’allusione al Cantico che paragona l’amata a un giardino (4, 12-5, 1; 6, 1-2) e la ritrae alla ricerca dell’amato (3, 1-4; 5, 6-8), per due volte invitata a voltarsi (7, 1).
A differenza della ricerca che si svolge nel «giardino» dell’arresto alla quale Gesù risponde dicendo la propria identità («Sono io») e consegnandosi liberamente in vista della morte (cfr. Giovanni, 18, 1-11), alla ricerca della discepola nel giardino della sepoltura Gesù risponde chiamandola per nome («Maria!»), dicendo cioè la sua identità così come egli la conosce. La risposta di riconoscimento della discepola, udita la voce del Maestro, a questo punto non si fa più attendere ed è ben espressa dall’appellativo aramaico con cui si rivolge con intimità a Gesù (rabbunì, versetto 16). Il suo incontro con il Risorto, fatto di reciproco riconoscimento, richiama l’incontro di Gesù con Natanaele, ultimo dei primi cinque discepoli (cfr. 1, 47-49). La risurrezione, dunque, non è annunciata formalmente («È risorto», cfr. Matteo, 28, 6; Marco, 16, 6; Luca, 24, 6) ma esperita come inveramento pieno, oltre la morte, della relazione personale e della conoscenza reciproca storicamente vissuta col Maestro.
La parola che Gesù rivolge a Maria dopo essersi fatto riconoscere presuppone un gesto che il testo non descrive («Non continuare a tenermi», versetto 17a) e risponde alla mancata conoscenza del «dove» di Gesù («Salgo al Padre mio», versetto 17b) che determinava l’angoscia della donna.
Il gesto presupposto, che implica la soluzione del problema della scomparsa del corpo di Gesù dal punto di vista della trama di azione, è il contatto fisico di Maria con il corpo del Maestro (cfr. Cantico, 3, 4). Benché sperimentato come segno della verità della risurrezione, questo contatto però non può essere prolungato ulteriormente. La glorificazione-innalzamento di Gesù, cioè il suo «passaggio» pasquale dal mondo al Padre (cfr. 13, 1) come vittoria piena sulla morte, sul mondo e sul suo «principe» (cfr. 12, 31-33; 16, 33), comprende necessariamente la fine delle modalità storiche del suo incontro e contatto con «i suoi». Non è attraverso distinte e interminabili apparizioni individuali che egli sarà presente e riconoscibile come vivente, bensì nel potere — espresso nel dono dello Spirito (cfr. 7, 39; 16, 7; 20, 21-23) — di associarli pienamente a sé e al proprio rapporto col Padre in una relazione di reciproca immanenza consentita dall’amore per lui e per i fratelli e dalla custodia fattiva della sua parola (cfr. 6, 56s; 13, 34s; 14, 15-26; 15, 9-17).
La metafora spaziale del «salire al» Padre, dal quale Gesù viene e al quale deve tornare, esprime ora più chiaramente l’alterità divina e permette di comprendere il fine e significato ultimo della relazione discepolare stabilita storicamente con Gesù: originata da e nel rapporto con Dio Padre (cfr. 6, 45) termina essenzialmente in lui. La relazione col Padre, la destinazione a lui, è il «dove» di Gesù Figlio (cfr. 14, 10s; 16, 28) e nel suo movimento compiuto, incessante e perfetto, verso il Padre (cfr. 1, 18) sarà anche il «dove» dei discepoli (cfr. 12, 26; 14, 3s; 17, 24), diventati a loro volta figli di Dio, partecipi come singoli e come popolo della nuova alleanza compiuta nel Cristo davidico (cfr. II Samuele 7, 14;89, 27; Osea, 2, 25; Geremia, 31, 33; Giovanni, 1, 12s; 1 Giovanni, 3, 1-2; Apocalisse, 21,7).
Alla fine del racconto, dunque, il corpo di Gesù è recuperato e il suo «dove» è svelato perché ne sia manifestato il significato relazionale ai discepoli-fratelli e al Padre. Nella «ascensione» al Padre, che definisce metaforicamente la sua nuova condizione di esistenza in quanto innalzato-glorificato, non è rivelato solo il compimento del destino di Gesù ma anche la vocazione ultima dei credenti in lui, ormai definiti «fratelli».
Ancora una volta, non è l’uso formale della categoria di «risurrezione» che caratterizza il racconto pasquale di Giovanni, bensì quella relazionale del movimento definitivo verso il Padre in atto di compiersi e di esser partecipato ai discepoli anzitutto mediante la parola che lo annunzia. Il nuovo rapporto della Maddalena con il corpo del «suo Signore» risorto starà tutto dentro questa parola («Non continuare a tenermi... Va’, invece, dai miei fratelli e di’ loro»): la parola della glorificazione, infatti, dovrà dirla Maria e risuonerà come parola-azione del Risorto proprio nella bocca della discepola.
Il «non continuare a tenermi» non è la fine di una storia relazionale ma la condizione perché essa, inverata e rinnovata nella sua struttura, sia feconda e si traduca in missione di annunzio.
L'Osservatore Romano
