BONHOEFFER 9 aprile 1945-2015.
di Marco Roncalli
«Ditegli che questa è la fine per me, ma anche l’inizio. Insieme a lui credo nel principio della nostra fratellanza universale cristiana che si eleva al di sopra di ogni interesse nazionale e credo che la nostra vittoria è certa...». Così Dietrich Bonhoeffer, l’8 aprile 1945, – giorno prima della sua impiccagione – nel messaggio affidato a un compagno di prigionia e destinato all’amico George Bell, vescovo anglicano di Chichester, conosciuto nel 1933. Era un saluto sprigionatosi di domenica, dal cuore di un uomo libero, calato nel mondo e nella signoria di Gesù Cristo, un cristiano consapevole di un destino di eternità.
Era una domenica quando le pronunciò e Bonhoeffer era in viaggio verso il lager di Flossenbürg. L’indomani dopo l’alba fu subito giustiziato: nato a Breslavia, nel 1906, non aveva neanche quarant’anni. Ci fu anche un testimone oculare che raccontò quelle ultime sequenze di vita, settant’anni fa. Era il medico del campo. Uno che di lui non sapeva niente. E che ha lasciato scritto altre parole capaci di commuoverci: «Attraverso la porta semiaperta in una stanza delle baracche vidi il Pastore Bonhoeffer, prima di levarsi la sua divisa carceraria, inginocchiarsi sul pavimento per pregare Dio con fervore. Fui profondamente toccato dal modo in cui questo uomo amabile pregava, così devoto e sicuro che Dio udisse la sua preghiera». E ancora: «Sul posto dell’esecuzione, disse un’altra breve preghiera e quindi salì gli scalini verso il patibolo, coraggioso e composto. La sua morte seguì dopo pochi secondi. Nei quasi cinquant’anni di professione medica, non ho mai visto un uomo morire così totalmente sottomesso alla volontà di Dio».
Bonhoeffer, «teologo, cristiano, contemporaneo», per usare la sintesi del suo biografo Eberhard Berthge, certamente è stato uno dei rari uomini di Chiesa che – senza dimenticare una fugace simpatia nel 1920 per il nazionalismo che fu presto in grado di spazzare via–, ben presto scese direttamente nell’agone politico e nella resistenza al Male hitleriano. Bonhoeffer, però, è stato l’uomo che, soprattutto, ha motivato con il suo essere cristiano quelle sue scelte. Come aveva scritto nel 1934 a Valdemar Ammundsen, il vescovo danese direttore del Weltbund für internationale Freundschaftsarbeit der Kirchen (la Federazione mondiale per la promozione dell’amicizia internazionale fra le Chiese): «Qui, anche proprio nella nostra posizione verso lo Stato, si deve parlare in modo del tutto franco, per amore di Gesù Cristo e della causa ecumenica. Dev’essere chiaro – per quanto terribile sia – che di fronte a noi sta questa decisione: o nazionalsocialisti oppure cristiani».
Da quella data alla morte sarebbero passati per Dietrich altri dodici anni costellati di scritti densi (molti quali resi pubblici solo recentemente), che rendono conto del suo impegno nel Kirchenkampf, nella lotta fra la Chiesa confessante antinazista e la Chiesa dei Deutsche Christen (i cristiano-tedeschi sostenitori del nazionalsocialismo), ma che pure offrono uno spaccato storico- politico e le direttrici di un dibattito teologico- culturale ben oltre la sua figura . Un periodo fitto di lettere, specie dall’inizio degli anni Quaranta, a testimoniare una vasta rete di interlocutori e di conoscenze, ma anche un’ampia irradiazione di pensiero sulla premessa di una profonda riflessione esistenziale.
Ben documentata, ad esempio, nella silloge arrivata in libreria a cura di Alberto (Scritti scelti 1933-1945, Queriniana, pagine 920, euro 93) dedicata proprio all’“ultimo Bonhoeffer”, lavoro che conclude la serie dei dieci volumi delle Opere meritoriamente edita da Queriniana. Dove trovano spazio tanti elementi del suo impegno. La questione ecumenica, che assorbì Bonhoeffer sia sul piano del dialogo fra le Chiese sia su quello dell’elaborazione teologica. L’approfondimento biblico, centrale, dal periodo nel seminario clandestino di Finkenwalde a quello – diciotto mesi sino all’ottobre ’44 – nel carcere berlinese di Tegel, prima di essere internato a Buchenwald. E, ancora, la riflessione sull’etica sempre più urgente (con la scelta personale della cospirazione) e la questione della sequela di Cristo in una condizione storica intrisa di violenza. Oppure la riflessione sul significato di una fede personale declinata nel mondo divenuto adulto che ha eliminato l’ipotesi del «Dio tappabuchi».
Pagine e pagine innervate da una fede spesa a dare concretezza alla Parola dentro la storia, a servire la verità che «rimane pur sempre il servizio più grande che si possa tributare all’amore nella comunità di Cristo». Quanto basta per spiegare il pastore teologo del confronto con la modernità, della fedeltà alla terra, dell’obbedienza al Vangelo, della caritasancorata alla trascendenza, che si fa cospiratore, convinto che la Rivelazione comporta più una fede che una religione, e comunque esige una responsabilità personale nel farsi carico dei destini di ogni persona. Se necessario assumendo la Croce. Per gli altri. Per amore.
Avvenire
*
La sfida di Bonhoeffer al nazismo
(Alberto Melloni) Era il dicembre del 1931. Un giovane libero docente evangelico, parroco degli studenti della scuola tecnica di Berlino, avido lettore del volume dalla copertina violetta di Otto Dibelius, Il secolo della Chiesa , va ad ascoltare una lezione dell’ammirato teologo, sovrintendente generale della Chiesa luterana a Berlino. E racconta ad Erwin Sutz la scena esilarante che gli si palesa: «Dibelius ci ha edotto in una conferenza sul fatto che la Chiesa ha 2.500 studenti di troppo, e che perciò ai teologi si potranno avanzare richieste particolari, tra le quali in primo luogo la disponibilità al martirio, in una lotta in cui sarebbero intrecciati ideali politici e religiosi! (...). Gli ascoltatori scalpitavano come pazzi: viva la “Chiesa violetta”».
L’ascoltatore acuto e graffiante di quella infantile tracotanza era Dietrich Bonhoeffer: giovane teologo di alto lignaggio accademico (il bisnonno era lo storico della Chiesa Karl August von Hase, chiamato da Goethe a Jena, il nonno era il predicatore di corte Karl Alfred), la cui figura e la cui opera segnano un prima e un dopo della storia del cristianesimo.
Bonhoeffer non è un uomo costretto a vivere sotto il nazismo: avrebbe potuto restare negli Stati Uniti o a Londra, dove lo aveva portato il suo lavoro di teologo e dove sognò un concilio di tutte le Chiese per annunciare la pace di Cristo al mondo in delirio. Tornato in patria lavora nel seminario clandestino della Chiesa confessante, nella quale era entrato anche Dibelius: e accetta di entrare nel controspionaggio tedesco, posizione essenziale per una azione di resistenza che mirava ad uccidere Hitler. Arrestato il 5 aprile del 1943, si rese conto, dopo il fallimento del complotto di Canaris, di essere senza scampo e dalla prigione di Tegel scrisse, in forma di pensieri, lettere e poesie, testi che compivano il percorso teologico iniziato con la tesi sulla Communio sanctorum nel 1927 e proseguito nei corsi (quello del 1932 esce in italiano, il 22 aprile, col titolo Tra Dio e il mondo da Castelvecchi editore, traduzione di Nicola Zippel, pp. 64, e 9).
Così in quella serie di testi che verrà raccolta col titolo Resistenza e resa , Bonhoeffer, segna uno stacco nel modo di pensare Dio con una «fede concreta». Attorno a questo interrogativo della responsabilità si dipanerà la sua vita di prigioniero fino al 9 aprile 1945, quando, in una Germania ormai sconfitta, Bonhoeffer viene portato al castello di Flossenburg, sottoposto a un processo rocambolesco per salvare le forme e impiccato, poco prima dell’arrivo degli Alleati.
Bonhoeffer non vive questo tragitto con l’animo febbricitante degli scalpitanti esaltati della «Chiesa violetta», ma con la dolorosa tenerezza di chi ha visto la duplice «sostituzione vicaria» della Chiesa e del m ond o, collocati l’una là dove dovrebbe stare l’altro, in uno spostamento nel quale il Cristo si rivela tale «per il mondo» e non «per se stesso».
Lo aveva già scritto in una predica del 1932: «È mai possibile che il cristianesimo, iniziato in modo così rivoluzionario, ora sia per sempre conservatore? (...) Se è davvero così, non dobbiamo meravigliarci che anche per la nostra Chiesa torni il tempo in cui sarà richiesto il sangue dei martiri. Ma questo sangue, ammesso che ne abbiamo ancora il coraggio, l’onore e la fedeltà di versarlo, non sarà così innocente e luminoso come quello dei primi testimoni. Sul nostro sangue ci sarà il peso di una nostra grande colpa: la colpa del servo inetto, che viene buttato fuori nelle tenebre». Ma nel riconoscersi così scopre la grazia a caro prezzo. E al tempo stesso scopre che solo « il Christus intercedens ci rende certi della grazia di Dio».
Corriere della Sera
L’ascoltatore acuto e graffiante di quella infantile tracotanza era Dietrich Bonhoeffer: giovane teologo di alto lignaggio accademico (il bisnonno era lo storico della Chiesa Karl August von Hase, chiamato da Goethe a Jena, il nonno era il predicatore di corte Karl Alfred), la cui figura e la cui opera segnano un prima e un dopo della storia del cristianesimo.
Bonhoeffer non è un uomo costretto a vivere sotto il nazismo: avrebbe potuto restare negli Stati Uniti o a Londra, dove lo aveva portato il suo lavoro di teologo e dove sognò un concilio di tutte le Chiese per annunciare la pace di Cristo al mondo in delirio. Tornato in patria lavora nel seminario clandestino della Chiesa confessante, nella quale era entrato anche Dibelius: e accetta di entrare nel controspionaggio tedesco, posizione essenziale per una azione di resistenza che mirava ad uccidere Hitler. Arrestato il 5 aprile del 1943, si rese conto, dopo il fallimento del complotto di Canaris, di essere senza scampo e dalla prigione di Tegel scrisse, in forma di pensieri, lettere e poesie, testi che compivano il percorso teologico iniziato con la tesi sulla Communio sanctorum nel 1927 e proseguito nei corsi (quello del 1932 esce in italiano, il 22 aprile, col titolo Tra Dio e il mondo da Castelvecchi editore, traduzione di Nicola Zippel, pp. 64, e 9).
Così in quella serie di testi che verrà raccolta col titolo Resistenza e resa , Bonhoeffer, segna uno stacco nel modo di pensare Dio con una «fede concreta». Attorno a questo interrogativo della responsabilità si dipanerà la sua vita di prigioniero fino al 9 aprile 1945, quando, in una Germania ormai sconfitta, Bonhoeffer viene portato al castello di Flossenburg, sottoposto a un processo rocambolesco per salvare le forme e impiccato, poco prima dell’arrivo degli Alleati.
Bonhoeffer non vive questo tragitto con l’animo febbricitante degli scalpitanti esaltati della «Chiesa violetta», ma con la dolorosa tenerezza di chi ha visto la duplice «sostituzione vicaria» della Chiesa e del m ond o, collocati l’una là dove dovrebbe stare l’altro, in uno spostamento nel quale il Cristo si rivela tale «per il mondo» e non «per se stesso».
Lo aveva già scritto in una predica del 1932: «È mai possibile che il cristianesimo, iniziato in modo così rivoluzionario, ora sia per sempre conservatore? (...) Se è davvero così, non dobbiamo meravigliarci che anche per la nostra Chiesa torni il tempo in cui sarà richiesto il sangue dei martiri. Ma questo sangue, ammesso che ne abbiamo ancora il coraggio, l’onore e la fedeltà di versarlo, non sarà così innocente e luminoso come quello dei primi testimoni. Sul nostro sangue ci sarà il peso di una nostra grande colpa: la colpa del servo inetto, che viene buttato fuori nelle tenebre». Ma nel riconoscersi così scopre la grazia a caro prezzo. E al tempo stesso scopre che solo « il Christus intercedens ci rende certi della grazia di Dio».
Corriere della Sera