(Maurizio Fontana) Scendono lacrime sul volto della detenuta. I suoi occhi hanno incrociato lo sguardo sorridente del Papa. Francesco le ha appena lavato il piede, lo ha accarezzato e lo ha baciato e poi ha sollevato lo sguardo per farle capire quanto aveva appena detto nell’omelia: «Gesù ti ama. Sempre. Fino alla fine». Un gesto ripetuto dodici volte, come Gesù fece con gli apostoli. Con i fianchi cinti da un asciugamano, inginocchiato, il Pontefice ha lavato i piedi a sei donne e sei uomini di varie nazionalità detenuti nel carcere romano di Rebibbia. Dodici volte più una. Una delle recluse, infatti, una ragazza nigeriana, portava in braccio il suo bambino: anche lui — inconsapevole “tredicesimo apostolo” — col suo piedino scalzo ha ricevuto il gesto d’amore del Papa. E l’abbraccio commosso della mamma sembrava riversare sul piccolino tutta la speranza di un futuro diverso.
Giovedì 2 aprile Francesco ha voluto celebrare la messa «in coena Domini» nella Casa circondariale nuovo complesso di Rebibbia. Con i detenuti, con quella Chiesa che vive e prega dietro le sbarre, di solito ignorata dal resto del mondo. Un gesto importante per chi si sente messo ai margini. «Ci fa sentire vivi», esclama Manuel, uno dei detenuti che quotidianamente collaborano con il cappellano, don Pier Sandro Spriano, e che nell’occasione hanno fatto servizio all’altare come ministranti. «È una visita desiderata, aspettata, con grande emozione e tremore» ci dice Stefano; gli fa eco Simone: «È la stessa emozione che ho provato quando aspettavo il primo colloquio con i miei familiari. È come se quel muro che ci divide dal mondo svanisse in un attimo. Il Papa che viene da noi ci fa sentire nuovamente parte di una comunità». Con loro anche Ugo, Massimiliano e Claudio ribadiscono: «Il Papa che parla sempre di misericordia ci porta una speranza nuova».
Il Pontefice è giunto in auto a Rebibbia intorno alle 17.15, accolto dal saluto della gente che lo attendeva dietro le transenne lungo il viale che porta al nuovo complesso. Il Papa è stato poi accompagnato dal reggente della prefettura della Casa Pontificia, monsignor Leonardo Sapienza, lungo il tragitto che lo ha portato davanti alla cappella intitolata al Padre nostro: «L’abbiamo chiamata così — ci ha spiegato don Spriano — perché lì accogliamo tutti, anche chi è di un’altra religione». Ad attenderlo nel piazzale c’erano il direttore del carcere, Mauro Mariani, il comandante della casa circondariale, commissario Massimo Cardilli, e il cappellano; con loro anche il cardinale Agostino Vallini, vicario di Roma, e l’arcivescovo sostituto della Segreteria di Stato, Angelo Becciu.
Lo spazio antistante la chiesa — la cosiddetta “area verde” dove i reclusi possono incontrare i propri familiari un paio di volte al mese — era affollato già da tempo: da una parte i parenti delle guardie carcerarie e dei dipendenti della casa circondariale, dall’altra circa trecento detenuti emozionatissimi. Francesco si è fermato a salutarli: li ha abbracciati, si è lasciato baciare, ha benedetto rosari. Alcuni avevano preparato dei cartelloni con la scritta «Papa, benedici chi non c’è più» e le foto di familiari deceduti. Una guardia penitenziaria ci ha spiegato: «Per molti di loro la famiglia fuori dal carcere è tutto, è l’aggancio con la vita. Quando muore un familiare, è come se crollasse il mondo». E il Pontefice ha carezzato quei volti fotografati e ha pregato per loro. Particolarmente colpito da tanto affetto, prima di entrare in chiesa Francesco si è fermato per un breve saluto al microfono: «Ringrazio tutti voi per l’accoglienza, tanto calorosa, sentita. Grazie tante!». In occasione della visita i detenuti hanno fatto dono al Papa di alcuni prodotti del loro lavoro quotidiano. E Francesco, come ricordo, ha fatto avere a tutti un cartoncino con un’immagine della risurrezione e il testo del discorso scritto in occasione della visita alla casa circondariale di Poggioreale: «A volte — vi si legge — capita di sentirsi delusi, sfiduciati, abbandonati da tutti: ma Dio non si dimentica dei suoi figli, non li abbandona mai!».
Indossati i paramenti sacri, il Papa ha fatto ingresso processionalmente nella cappella dove ad attenderlo c’erano altri detenuti: circa centocinquanta uomini e altrettante donne, di cui quindici provenienti dalla sezione nido con i loro bambini. Fra i carcerati nell’assemblea — ci rivela Gianluca, uno dei seminaristi che prestano servizio come volontari — ce ne erano cinque che hanno vissuto la visita del Papa con un’emozione del tutto particolare: domenica di Pasqua riceveranno il sacramento della confermazione e faranno la prima comunione. Con il Pontefice hanno concelebrato il cardinale Vallini, l’arcivescovo Becciu, i cappellani e una rappresentanza dei sacerdoti volontari.
Seguito dallo sguardo attento e commosso dei presenti, e accompagnato dal vivace sgambettare dei bambini ai piedi dell’altare, Francesco è andato all’ambone per l’omelia: breve, pronunciata a braccio, incentrata su un messaggio chiaro e diretto a ogni persona che aveva di fronte: tu, proprio tu, anche tu sei amato.
Poi ha ripetuto il gesto che Gesù volle compiere nel momento in cui, si legge nel Vangelo di Giovanni, «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine», fino a farsi «schiavo per amore». Accompagnato dal maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Guido Marini, e da don Ján Dubina, il Pontefice, con una semplice brocca di plastica bianca, ha lavato i piedi ai dodici detenuti. Per ognuno, il dono di uno sguardo amorevole e di un sorriso. Uno dei dodici gli ha preso le mani e le ha poste sulla sua testa chiedendo una benedizione particolare: un gesto che rimane come una delle immagini più intense di questo Giovedì santo.
Al termine della messa, durante la quale il cappellano ha chiesto di pregare in maniera particolare per un detenuto morto suicida pochi giorni fa, il Pontefice si è soffermato in adorazione del Santissimo Sacramento. Poi, dopo aver lanciato un sorriso divertito a una bimba che giocava sdraiata sui gradini dell’altare, si è concesso un ultimo, lungo abbraccio con i detenuti, che uscendo dalla chiesa lo hanno attorniato insieme al personale della polizia penitenziaria e ai volontari.
L'Osservatore Romano