
Nel pensiero di Pierre Teilhard de Chardin.
(NdR. In occasione del 60.mo della morte di Pierre Teilhard de Chardin riproponiamo un testo di Maurizio Gronchi, pubblicato su L'Osservatore Romano il 29 dicembre 2013).
In prospettiva teologica, oggi sempre più, l’interesse per la componente dinamica ed evolutiva dell’universo e dell’uomo riconosce l’antesignano nel gesuita francese Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955). Senza dubbio la scienza e la fede debbono a questo straordinario studioso un contributo decisivo per le possibilità di un dialogo, pur nei rispettivi ambiti, al di là di ingenui concordismi e di ricorrenti letture oppositive.
Anzitutto, merita di essere ripreso il controverso e doloroso Monitum pubblicato dal Sant’Uffizio il 30 giugno 1962: «Certe opere del P. Pietro Teilhard de Chardin, comprese anche alcune postume, vengono pubblicate ed incontrano un favore tutt’altro che piccolo. Indipendentemente dal dovuto giudizio in quanto attiene alle scienze positive, in materia di filosofia e teologia si vede chiaramente che le opere menzionate racchiudono tali ambiguità ed anche errori tanto gravi, che offendono la dottrina cattolica».
A commento del breve testo, comparve su «L’Osservatore Romano» dello stesso giorno un articolo senza firma, dal titolo Pierre Teilhard de Chardin e il suo pensiero sul piano filosofico e religioso, che spiegava le ragioni della condanna e del perentorio avvertimento, perché le sue opere filosofiche e teologiche, a differenza di quelle di carattere scientifico nel cui merito non si entrava, contenevano ambiguità pericolose e gravi errori. Nonostante la severità dei giudizi espressi sul metodo e sul pensiero del gesuita, l’articolo intendeva salvare la memoria della persona: «Noi vogliamo ammettere che il Teilhard, persona privata, ha avuto una vita spirituale intensa. Non intendiamo, evidentemente, muovere appunti alla persona, ma al metodo, al pensiero». Di fatto, il Monitum non impedì di riconoscere indubitabili meriti al suo contributo, come di condurre seri e sereni studi critici sul suo pensiero — cosa che è avvenuta e continua ad avvenire al presente, con buoni frutti e sempre nuove sfide.
Oggi, a oltre mezzo secolo dal Monitum, indirizzato in particolare ai responsabili della formazione intellettuale dei candidati al sacerdozio, si può dire che — a prescindere dalle buone intenzioni personali e da significative e valide intuizioni — il pensiero di Pierre Teilhard de Chardin non era libero da certe lacune e difficoltà, più che da “ambiguità pericolose e gravi errori”. Di fatto, questo Monitum non impedì di riconoscere alcuni indubitabili meriti al contributo di Teilhard, come di condurre seri e sereni studi critici sul suo pensiero.
Il primo ad apprezzare pubblicamente e con coraggio la figura di Teilhard fu Paolo VI che, il 24 febbraio 1966, in occasione della visita a uno stabilimento farmaceutico romano, così si espresse, secondo la cronaca pubblicata su «L’Osservatore Romano» (del 26 febbraio): «Un celebre scienziato affermava: più studio la materia più trovo lo spirito. (…) E il Santo Padre cita Teilhard de Chardin, che ha dato una spiegazione dell’universo e, tra tante fantasie, tante cose inesatte, ha saputo leggere dentro le cose un principio intelligente che deve chiamarsi Iddio».
Poco più tardi, il teologo Joseph Ratzinger, nella sezione cristologica della sua Introduzione al cristianesimo (1968), a proposito del rapporto tra Gesù e l’intera umanità, dedicava al gesuita una positiva attenzione, nei termini seguenti: «Va ascritto a grande merito di Teilhard de Chardin il fatto di aver ripensato queste connessioni nel quadro moderno del mondo, riassestandole in maniera nuova e, nonostante una certa tendenza non del tutto immune da qualche sospetto di simpatie per il biologismo, comprendendole in maniera esatta e comunque rendendocele nuovamente accessibili». Il valore del contributo di Teilhard consiste — secondo Ratzinger — nella comprensione dell’universo orientato verso un punto trascendente e personale, ove l’uomo è «come una figura che s’inquadra in un “Super-io”, il quale non lo spegne, ma lo abbraccia; ora, è soltanto in questo stadio di unificazione che può apparire la forma dell’uomo futuro, nella quale il fattore umano potrà dirsi giunto davvero al suo traguardo. Crediamo che si possa tranquillamente ammettere che qui, prendendo le mosse dall’odierna concezione del mondo e certo con un vocabolario di sapore
talvolta un tantino troppo biologico, si è però in sostanza afferrata e resa nuovamente comprensibile l’impostazione della cristologia paolina».
Per Ratzinger l’intuizione teilhardiana vale in quanto capace di scorgere in Cristo-Omega il punto di vista unificante ed escatologico dell’umanità. A questo effettivo guadagno — ovvero della nuova comprensione di Cristo nell’odierna concezione del mondo — si può perdonare la simpatia per il vocabolario biologista, in quanto, dal punto di vista del contenuto, vi si riscontra sostanziale coerenza con la cristologia di Paolo.
Tuttavia, a questa positiva valutazione, anni dopo, quando ormai Ratzinger era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, seguiva la presa di distanza da uno dei significativi corollari della visione di Teilhard: la consistenza del peccato originale. Così, il cardinale nel libro intervista a Vittorio Messori (1985): «In un’ipotesi evoluzionistica del mondo (quella alla quale in teologia corrisponde un certo “teilhardismo”) non c’è ovviamente posto per alcun “peccato originale”. Questo, al massimo, non è che un’espressione simbolica, mitica, per indicare le mancanze naturali di una creatura come l’uomo che, da origini imperfettissime, va verso la perfezione, va verso la sua realizzazione completa. Accettare questa visione significa però rovesciare la struttura del cristianesimo: Cristo è trasferito dal passato al futuro; redenzione significa semplicemente camminare verso l’avvenire come necessaria evoluzione verso il meglio. (…) Eppure, queste difficoltà di origine più o meno “scientifica” non sono ancora la radice della odierna crisi del “peccato originale”. (…) Dobbiamo essere consapevoli che siamo di fronte anche a delle precomprensioni e a delle predecisioni di carattere filosofico».
Con tale presa di distanza da certo teilhardismo — e non direttamente da Teilhard — Ratzinger intendeva riferirsi alle difficoltà scientifiche e soprattutto filosofiche che insorgevano nei confronti del peccato originale. Tanto che il 24 luglio 2009, in un’omelia ad Aosta, Benedetto XVI ritornava su Teilhard, questa volta in chiave positiva: «La funzione del sacerdozio è consacrare il mondo perché diventi ostia vivente, perché il mondo diventi liturgia: che la liturgia non sia una cosa accanto alla realtà del mondo, ma che il mondo stesso diventi ostia vivente, diventi liturgia. È la grande visione che poi ha avuto anche Teilhard de Chardin: alla fine avremo una vera liturgia cosmica, dove il cosmo diventi ostia vivente».
Dunque, nessun problema sul futuro quanto invece sul passato, ovvero sull’interpretazione della caduta originaria. A conferma di una progressiva quanto implicita riabilitazione del gesuita, si deve anche ricordare la lettera a nome di Giovanni Paolo II che nel 1981, per il centenario della nascita di Teilhard, il cardinale Casaroli, segretario di Stato, aveva inviato a Paul Poupard, rettore dell’Institut Catholique di Parigi, nella quale apprezzava il tentativo dello studioso di conciliare fede e ragione, peraltro non escludendo «lo studio critico e sereno, sia sul piano scientifico che su quello filosofico e teologico, di un’opera fuori del comune».
A riprova di una positiva ricezione della prospettiva teilhardiana, si debbono ricordare almeno tre luoghi significativi dell’insegnamento magisteriale dove si assume il carattere dinamico ed evolutivo del piano salvifico divino. Il concilio Vaticano II, nella costituzione Gaudium et spes (n. 5) infatti afferma: «Il genere umano passa da una concezione piuttosto statica dell’ordine, a una concezione più dinamica ed evolutiva; ciò favorisce il sorgere di un formidabile complesso di nuovi problemi, che stimola ad analisi e a sintesi nuove». E nel Catechismo della Chiesa cattolica (n. 310), si legge: «Dio ha liberamente voluto creare un mondo “in stato di via” verso la sua perfezione ultima. Questo divenire, nel disegno di Dio, comporta, con la comparsa di certi esseri la scomparsa di altri, con il più perfetto anche il meno perfetto, con le costruzioni della natura anche le distruzioni. Quindi, insieme con il bene fisico esiste anche il male fisico, finché la creazione non avrà raggiunto la sua perfezione». Con tali affermazioni si veniva a riconoscere la valida intuizione di fondo di Teilhard come compatibile con la fede cristiana, al punto da incoraggiare una risposta alla domanda di Giovanni Paolo II contenuta nella lettera al gesuita George V. Coyne, direttore della Specola vaticana (1° giugno 1988): «Può una prospettiva evoluzionistica contribuire a far luce sulla teologia antropologica, sul significato della persona umana come “imago Dei”, sul problema della cristologia — e anche sullo sviluppo della dottrina stessa?». Insomma, un secolo e mezzo dopo la pubblicazione del libro di Charles Darwin The Origin of Species (1859) sull’evoluzione, si può dire
che l’evoluzionismo scientifico non è stato considerato dalla teologia incompatibile con la propria comprensione, come invece poteva apparire in un’epoca segnata dalla reciproca diffidenza tra scienza e fede.
A questo riguardo, sulla scia di Teilhard de Chardin, vengono a collocarsi altri contributi rilevanti, tra i quali, sotto un profilo più antropologico e cristologico, emerge l’apporto di Karl Rahner. Con il proposito di includere la cristologia nella concezione evoluzionistica del mondo, Rahner chiarisce di non avere l’intenzione di dedurre il dogma dell’incarnazione da questa visione del mondo, con il rischio di trasformare la Rivelazione in filosofia, né di mostrarne l’incompatibilità, equivalente a un estraniamento della dottrina cristologica rispetto alla cultura contemporanea. Viceversa, si tratta di «mettere in rilievo l’intima affinità che lega le due realtà, quella certa similarità stilistica che hanno, e infine la possibilità di un mutuo coordinamento di cui sono suscettibili».
Grazie a Teilhard appare ormai consolidato il recupero delle radici neotestamentarie della creazione in Cristo e dell’orientamento cosmico verso la sua perfezione escatologica, come pure della prospettiva dei “semi del Verbo”, proveniente da autori antichi come Giustino e Clemente di Alessandria. In tale quadro, l’opera del Padre non è solo la creazione, quanto la costruzione progressiva dell’universo, che va verso un fine (cfr. Ebrei, 3, 4); in tale disegno vi è un centro, Cristo, la cui perfezione personale si è compiuta attraverso un processo segnato dalla sofferenza (cfr. Ebrei, 5, 8-9).
Oggi, sempre più, insorge potente la necessità di riconoscere i “frutti del Verbo”, maturati nelle culture e in mezzo ai popoli che recano le tracce di una storia di salvezza che li abbraccia, attraverso tante sofferenze e povertà. Se la visione di Teilhard è stata capace di dischiudere l’orizzonte cosmico di Cristo come il versus unum (senso in cui si potrebbe anche intendere il termine “uni- verso”), d’altra pare, la storia e l’universo continuano a mantenere contraddizioni irriducibili all’armonia, alla comunione, alla pace. Perciò, dove riconoscere i frutti maturi del Verbo incarnato, crocifisso e risorto se non in quella croce dell’uomo e del mondo in cui — come si legge nella Gaudium et spes (n. 22) — permane e si perpetua il mistero pasquale?
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Pierre Teilhard de Chardin, teologo ed erudito
(NdR. In occasione del 60.mo della morte di Pierre Teilhard de Chardin proponiamo un testo del pastore evangelico francese Vincens Hubac).
(Vincens Hubac) Il ragazzino raccoglie dei ciottoli sui sentieri dell'Alvernia. Il paese si presta a questo hobby grazie alla sua ricchezza geologica. Pierre Teilhard de Chardin nasce il primo maggio 1881 presso Orcines nel Puy de Dôme, da una vecchia e cattolicissima famiglia alverniate. A 11 anni Pierre entra nel collegio dei gesuiti. Tutta la vita di Pierre Teilhard de Chardin sarà segnata da questa doppia appartenenza: scientifica (da geologo) e spirituale. Le due imposte della sua vita non si divideranno mai.
Pierre Teilhard è prima di tutto uno scienziato conosciuto in tutto il mondo. Viene ammesso tra i gesuiti nel 1899 (noviziato a Aix-en-Provence), pronuncia i suoi primi voti nel 1901 e nel frattempo prosegue i suoi studi e le sue ricerche. Sempre presso i gesuiti, ma nell'isola anglo-normanna di Jersey (a causa delle leggi precedenti la separazione tra le Chiese e lo Stato) studia filosofia fino al 1905, poi diviene lettore di chimica al collegio della Sacra Famiglia al Cairo (Egitto). Dopo quattro anni di teologia vicino a Hastings (Inghilterra), Pierre Teilhard viene ordinato sacerdote nel 1911, l'avvenimento centrale della sua vita. Parallelamente prosegue i suoi studi di geologia. Nel luglio 1912 incontra Marcellin Boule, noto geologo e paleontologo, fondatore della scuola francese di paleontologia umana. Poco dopo, Teilhard fa un altro incontro fondamentale, quello con l'abate Breuil, soprannominato “il papa della preistoria”! La Grande Guerra interrompe le sue ricerche e i suoi incontri, ma non lo lascia privo di domande sull'essere umano. È proprio durante la guerra 1914-18 che si precisa la sua vocazione. Nel 1918 pronuncia i voti solenni e resterà fedele tutta la vita alla Chiesa cattolica di cui ha un'alta opinione, benché essa non l'abbia mai veramente riconosciuto. Riprende i suoi studi, depone la sua tesi alla Sorbona nel 1921 e la sostiene nel marzo 1922. Viene incaricato del corso di paleontologia all'Istituto Cattolico di Parigi. Sempre appassionato di geologia, di pietre e di fossili, partecipa alle ricerche paleontologiche del Museo di Storia Naturale. Sotto l'influenza di Marcellin Boule e dell'abate Breuil, Pierre Teilhard è sempre più attirato dal problema delle origini e dalla paleontologia umana; non dimentichiamo che la tesi sostenuta nel 1922 trattava dei “Mammiferi dell'eocene inferiore francese e i loro giacimenti”. Per tutta la sua vita prosegue la sua formazione scientifica e le sue ricerche e fa grandi scoperte in ambito preistorico. Pierre Teilhard difende il trasformismo contro il fissismo, dibattito che all'epoca era lungi dall'essere chiuso. Le sue ricerche si accompagnano a viaggi incessanti, come quello in Cina, dove arriva una prima volta nel 1923 con padre Licent, anch'egli gesuita e paleoantropologo. Ritorna a Parigi, di nuovo in Cina poi Parigi, il Cantal e l’Ariège (terra di preistoria), seguiti da un viaggio in Obock e Abissinia (Africa dell'est) su invito di Henri de Monfreid. Dal 1929 al 1936 è di nuovo in Cina dove fa la capitale scoperta del Sinanthropus, e così di seguito! Nel 1931 lo troviamo come partecipante, in qualità di geologo, alla mitica “Crociera Gialla” di André Citroën. Pierre Teilhard è anche invitato a molte altre spedizioni di questo tipo, come l'”Harvard- Carnegie” in Birmania (1937-38). Segnaliamo infine un viaggio in Rhodesia e Sudafrica nel 1953. Nell'Africa dell'est manca di poco la spedizione del dottor Leakey a Olduvai. Teilhard partecipa anche a numerosi congressi e dibattiti sulla paleoantropologia. Il lettore poco abituato alla lettura di Teilhard non si stupisca di fronte a questa rapidissima ma necessaria scorsa della vita e delle ricerche scientifiche del nostro. Teilhard è prima di tutto un fenomenologo nel senso etimologico del termine, vale a dire un osservatore; egli vede, studia, comprende, osserva il mondo del quale è un “cittadino” ante litteram, è un iperattivo affascinato dalla Creazione, dall'evoluzione, dal cuore della materia. Fin dall'infanzia è impressionato dal ferro, per lui materia misteriosa e potente. Concepisce il Cosmo nel suo insieme e la Terra sulla quale non ha smesso di viaggiare. Il suo pensiero, la sua riflessione, la sua azione non si ripiegano mai su se stessi. Pierre Teilhard si è relazionato con un numero incredibile di Paesi, di popoli e di persone di ogni sorta. Ha incontrato filosofi come Huxley o Le Roy, successore di Bergson al Collège de France, con il quale lancia la rivista Géobiologie, avventurieri come Henri de Monfreid e, ovviamente, gli scienziati del suo tempo. Assieme a Boule, Licent, Breuil, al conte Begouën e Cartaillac fonda la paleontologia e l'antropopaleologia moderne. Teilhard ripenserà l'evoluzione e l'essere umano. L'uomo è uno dei centri del pensiero teilhardiano, che reca in sé un profondo rispetto delle culture esotiche dei Paesi che attraversa: pensiamo solamente a tutti coloro che hanno portato con sé i tesori archeologici d'Oriente, mentre Teilhard ha contribuito alla costruzione di musei in loco con le sue scoperte, come quello di Zhoukoudian, in Cina, dove si trovano i fossili dell'uomo più antico allora conosciuto, il Sinanthropus, un pitecantropo vecchio di circa 600.000 anni. Il museo fondato da Teilhard è sopravvissuto alla Rivoluzione Culturale e una stele è stata redatta in suo onore. Non si può comprendere il suo pensiero, molto difficile ed esigente, se si ignorano il suo percorso scientifico, i suoi viaggi e il suo percorso religioso. Non si può comprendere Teilhard de Chardin se, tenendo in mano un micascisto, un calcare o un granito si vede solo un volgare ciottolo e non una pietra cosmica, a un tempo risultato dell'evoluzione e portatrice della potenzialità della vita grazie ad una energia venuta da fuori..
Lo scienziato e il mistico
Teilhard è uno scienziato, ma anche un visionario e un mistico. Se Pierre Teilhard è un uomo della terra, del cosmo, è anche un uomo di Dio, che fin dall'infanzia cerca l'Assoluto... forse, alla fin fine, la ricerca di tutta la sua vita. “Per quanto possa risalire nei miei ricordi (da prima dell'età di 10 anni) rilevo in me l'esistenza di una passione nettamente dominante: la passione dell'Assoluto... Il bisogno di possedere, in tutto, “qualche Assoluto” era fin dalla mia infanzia l'asse della mia vita interiore. Tra i piaceri di quell'età io non ero felice (se mi ricordo correttamente) che in rapporto a una gioia fondamentale, la quale consisteva generalmente nel possesso (o nel pensiero) di qualche oggetto prezioso. Ora si trattava di qualche pezzo di metallo, ora di un salto all'altra estremità, io mi compiacevo nel pensiero di Dio-Spirito.” (Il mio universo) Leggendo questa citazione avrete compreso che, se Teilhard è uno scienziato, è ugualmente un uomo di altissima spiritualità, se non un mistico. Per cominciare a leggere le sue opere, “La messa sul mondo” è una buona introduzione, come anche “L'ambiente divino”. È in questo tipo di scritti che si misura l'altezza della sua visione. Ecco qualche riga: “Veramente, attraverso l'operazione tutt'ora in corso dell'incarnazione, il Divino penetra così bene nelle nostre energie di creature che noi non potremmo, per incontrarlo e abbracciarlo, trovare un ambiente più appropriato che la nostra stessa azione. Nell'azione, per cominciare, io aderisco alla potenza creatrice di Dio; coincido con essa; ne divengo non solamente lo strumento, ma il prolungamento vivente. E siccome non c'è nulla di più intimo, in un essere, della sua volontà, io mi confondo, in qualche modo, attraverso il mio cuore, con il cuore stesso di Dio. Questo contatto è perpetuo perché agisco sempre e, nel medesimo tempo, poiché non potrei trovare un limite alla perfezione della mia fedeltà né al fervore della mia intenzione, mi permette di assimilarmi a Dio ancora più strettamente, indefinitamente. In questa comunione l'anima non smette di gioire né perde di vista il termine materiale della sua azione. Non è forse uno sforzo creatore quello che essa sposa?” (L'ambiente divino)
Evoluzione e coscienza
Teilhard de Chardin è, come molti mistici, un uomo d'azione, che attinge le risorse della sua azione, delle sue ricerche e delle sue scoperte scientifiche nella contemplazione di Dio e nella visione del mondo in evoluzione che ad essa si accompagna e nelle quali egli “vede” Dio – ciò che chiama la “diafania”* (gli asterischi rinviano al Glossario alla fine dell'articolo). È proprio in questa altezza di visione, in questa mistica al servizio della quale mette tutte le sue conoscenze scientifiche, che Teilhard elabora la teologia evoluzionista e vivente che lo caratterizza. Pierre Teilhard è un fenomenologo* che guarda le cose e cerca di penetrarne il mistero e il senso. Il suo sguardo di paleologo va molto indietro nel tempo. L'evoluzione è una evidenza che si impone. All'infinito dello spazio e all'infinito del tempo di Pascal egli aggiunge un terzo infinito, l'infinitamente complesso. Per Teilhard la materia si diversifica all'estremo, diventa sempre più complessa nel brulichio della vita, sotto l'azione creatrice dell'energia divina fino a che appare il pensiero, l'immateriale generato dalla materia. La materia si spiritualizza e attraverso di essa è il cosmo a spiritualizzarsi in un infinito atemporale e immateriale. Dalla materia bruta all'alga azzurra, dall'oceano primordiale seguito dall'apparizione della vita, Teilhard vede una evoluzione che, per stadi successivi, va dalla cosmogenesi* alla biogenesi* e all'antropogenesi*. Il “fenomeno umano” (titolo di una delle sue opere fondamentali) illustra l'emergere di un “sempre di più” di coscienza e di spirito. L'antropogenesi è il luogo, il compimento dell'evoluzione. Certo, l'uomo è un essere intelligente, più delle altre specie animali. Soprattutto l'uomo pensa e sa a un livello mai eguagliato: pensa di pensare e sa di sapere. Nell'uomo vi è la coscienza, ecco cosa – assieme all'apparizione della vita e dell'intelligenza – è fonte di meraviglia. L'uomo è più della canna pensante pascaliana perduta nel “gelo infinito” dello spazio e del tempo. L'essere umano è la presenza stessa dell'infinitamente complesso che pensa ed è cosciente. Esso è spirito, spirituale e segno visibile della noosfera* (“sfera dello spirito” in greco). La noosfera viene a sovrapporsi, a completare e oltrepassare la biosfera. Strato pensante dell'essere umano, essa è il luogo e l'unione degli spiriti pensanti in comunicazione gli uni con gli altri e mossi dallo spirito dinamizzante di Dio, il Cristo Evolutore*. La noosfera è centrata su Dio e risolutamente rivolta in avanti, verso il punto Omega*. Questa antropogenesi, sempre da costruire, emerge solo attraverso la dinamica di una energia spirituale inscritta sull'asse evolutivo del mondo: il Cristo Evolutore. Qui il padre gesuita è influenzato dagli apostoli Paolo e Giovanni. In questa ricerca si ritrovano evidentemente il Cristo pantocratore del primo (cfr. le epistole ai Colossesi, ai Filippesi e agli Efesini) e il Verbo creatore del secondo (cfr. Giovanni 1). L'antropogenesi è la punta dell'asse dell'evoluzione, e nell'essere umano è la Chiesa ad essere alla punta estrema di quest'asse. Padre Teilhard vede nella messa la presenza del Cristo Evolutore, vale a dire di un Cristo presente nel mondo, attivo, che dinamizza la cosmogenesi e che è centro delle energie. Il Cristo Evolutore ricentra in sé la noosfera e attira il mondo a sé nel Cristo Omega*. Attraverso il Cristo Evolutore “si può passare, senza deformare l'atteggiamento cristiano, dal concetto di 'umanizzazione attraverso la redenzione' a quello di umanizzazione attraverso l'evoluzione?” (In che modo io credo). Attraverso la diafania cristica – e la presenza reale – il sacerdote associa il cosmo intero all'avvenimento. Il pleroma* appare come la pienezza, la totalità che riunisce Dio e la molteplicità del creato, senza confusione, bensì preservandone l'identità e l'alterità nell'unione. Il pleroma è il compimento dell'evoluzione materiale, biologica e spirituale in Dio, un altro modo di definire il punto Omega. Non scordiamoci mai che Teilhard è cattolico e che per lui la Chiesa cattolica è “la punta” dell'evoluzione. In ogni caso vi è una dinamica creatrice formidabile nella visione teilhardiana che ritroviamo, in una certa misura, nella teologia del processo.
Una ricerca del senso del Cosmo
Se Teilhard conosce bene le opere di Bergson (e del suo successore Édouard Le Roy, con il quale ha una corrispondenza continua) si distingue però da lui, in quanto per lui la dinamica dello spirito è trascendente. Questa dinamica arriva speditamente e attraversa il mondo per sollevarlo, dinamizzarlo, farlo evolvere e spiritualizzarlo verso quell'”in avanti” che non è nient'altro che il punto Omega. Tale Spirito viene da Dio e permette la coscientizzazione del cosmo, l'apparizione della noosfera. È “in avanti” che si svolge il presente, è verso l'avanti che si tendono le energie creatrici e spiritualizzanti, non dispiaccia a coloro che vedono la fine dei tempi come la distruzione del mondo o “Big crunch” (il contrario del Big bang). Qui la curva evolutiva della complessità-coscienza esce dallo spazio-tempo, sfugge alla materia, segue l'asse cristico e sfugge così all'entropia*. Questa entropia è una forma di male che si oppone allo “sforzo” di spiritualizzazione e di Amore. Hiroshima è così per Pierre Teilhard un esempio del male poiché, oltre ai danni umani e materiali, l'energia è stata distolta dall'uso che avrebbe dovuto avere: invece di essere al servizio dello Spirito è stata messa al servizio della distruzione e della morte. La questione delle energie deviate aveva già colpito Pierre Teilhard urante la Prima guerra mondiale. È davanti a noi, verso il punto Omega, che si trova l'immortalità. Il suo pensiero e la sua vita sono infatti una ricerca di senso per il Cosmo e per l'essere umano. Teilhard resterà sempre un po' il bambino che raccoglieva ciottoli sui sentieri d'Alvernia, come Théodore Monod, un altro visionario. Le loro strade si incrociano: per essi Dio è Dio del Mondo, questo mondo che bisogna amare.
L'Amore
L'Amore è ovviamente un'idea centrale per Teilhard. Amore per l'altro, per il prossimo nel senso più classico dell'agape, ma Teilhard non sviluppa il suo pensiero in questo senso, forse evidente ma per lui insufficiente. L'Amore è anche l'amore di coppia, in cui ciascun partner è portatore “della realtà universale che brilla spiritualmente attraverso la carne”. Questi due modi di vedere l'amore sono infatti inglobati in una terza concezione dell'amore, che vede nell'Amore un modo dinamico e dinamizzante di amare, che permette di tessere e costruire la noosfera. Tutto il sistema di pensiero di Teilhard si fonda sulla carità. Ogni relazione segnata dal sigillo dello Spirito si inscrive in questo modo di vedere. Forse oggi si direbbe “tessere legami”. Tutte le relazioni d'amore permettono così al mondo di incontrarsi in Cristo e di entrare nella spirale aspirante attorno all'asse che conduce al punto Omega. Il Cristo Evolutore è ben presente in questa maniera dinamica di vivere l'amore cristiano, riserva sacra di energia. “L'Amore è la più universale, la più formidabile e la più misteriosa delle energie cosmiche” scrive nel suo libro “Mi spiego”. L'Amore, energia cosmica, permette l'unione che tutto differenzia, come differenzia l'unione con il Cristo cosmico. In questo campo, padre Teilhard si inserisce nella visione genesiaca per cui l'atto creatore è una chiamata, una differenziazione, l'identità degli elementi che costituiscono il caos iniziale “Nella mente Elohim creò i cieli e la terra, la terra era tohu e bohu (caos), una tenebra sulla superficie dell'abisso, ma il soffio di Elohim planava sulla faccia delle acque [...]” (Genesi 1:1, nella traduzione di André Chouraqui). L'Amore cristico, amore di Dio, è proprio un atto creativo continuo. Questa maniera di vedere l'amore è tipica del suo pensiero e della sua visione dell'universo e di Dio, tutta movimento e azione. “Nell'universo divenuto pensante tutto si muove nel e verso il personale, è obbligatoriamente l'Amore che forma, e che formerà sempre di più, allo stato puro, il tessuto dell'energia umana... L'Amore non può essere, molto semplicemente, nella sua essenza, l'attrazione stessa esercitata su ciascun elemento cosciente dal Centro dell'Universo?” Il Centro qui è un Dio presente nel mondo e in avanti rispetto al mondo, che egli attira a sé. L'Amore, per Teilhard, non è la semplice carità: l'Amore ingloba la carità in una dinamica di vita più totale.
Il dinamismo di Dio
Potreste pensare che Teilhard è un creazionista. Niente affatto. Dio è energia, dinamismo, dinamizzante, forza convergente che attira, avvolgendolo su se stesso, il modo spiritualizzato verso il suo compimento Omega. Teilhard resta un cristiano classico che evita ogni confusione, checché ne dicano i seguaci della New Age che spesso lo recuperano e lo citano. Egli non vede Dio come un “Grande Tutto” nel quale perdersi, diluirsi: al contrario, la convergenza in Cristo presente al mondo permette di conservare l'identità di tutti gli elementi che concorrono alla noosfera perché nell'amore vi è l'individuazione. Se c'è panteismo, è un panteismo di convergenza e di unione, certamente non di confusione e di unificazione. Dio si manifesta nel mondo attraverso il Cristo Evolutore. La diafania cristica permette la visibilità di Cristo nel mondo e del mondo in Cristo. Se Dio resta il Dio classico che conosciamo attraverso la Rivelazione e l'incarnazione in Gesù Cristo, la specificità del Dio come lo concepisce Teilhard de Chardin è di essere trascendente. Dio chiama il mondo e l'essere umano a un “Sempre di più” di spiritualità, di umanità, di legami e di vita tra ciascuna persona. L'altezza di visione, la mistica rivestono un interesse particolare. L'appello al “Sempre di più” viene dal Dio “davanti a noi” che attende, attira, dinamizza la cosmogenesi, vale a dire l'evoluzione del mondo dalla materia allo Spirito. Se Teilhard non rigetta le idee classiche sulla redenzione fondata sulla morte e la resurrezione di Gesù, ciò non impedisce che per lui la Salvezza del mondo e il senso si trovino anche nell'evoluzione, nella cosmogenesi. Per lui il cristianesimo moderno (e futuro) non può non prendere in considerazione questo aspetto della Salvezza legato all'evoluzione. Ecco un aspetto tra i più fondamentali del suo pensiero: la Salvezza in Cristo Evolutore, Cristo Omega nella sua interezza in Dio Omega. Il punto Omega, all'orizzonte della nostra vita e del mondo, non è dunque un punto di diluizione bensì Dio interamente personalizzante nel quale è posto il nostro essere, la nostra personalità. Il pensiero teilhardiano è ottimista. Malgrado le due guerre mondiali, Teilhard conserva una speranza che si fonda sulla Rivelazione e la scienza, una porta aperta su una nuova maniera di vivere e di esprimere il cristianesimo.
Una Saggezza creatrice
La lettura delle opere di Pierre Teilhard de Chardin è sovente difficile perché ha creato un suo proprio linguaggio (noosfera, Cristo Evolutore, punto Omega, cosmogenesi etc.) e perché mescola senza sosta scienza, mistica, filosofia e dogmatica. Bisogna spesso passare uno o due volumi per vederci chiaro. Ma lo sforzo (ancora un concetto teilhardiano) vale la candela. Il suo pensiero è abbagliante, di alta spiritualità, un pensiero che appartiene al fondo comune del cristianesimo, anche se i protestanti possono rimanere sorpresi dall'approccio talvolta assai cattolico del padre gesuita. Come classificare questo pensiero cristiano e moderno? Alla stregua del pastore Georges Crespy, uno dei migliori conoscitori di Teilhard, noi non vediamo una gnosi (anche se moderna) nel suo sistema, quanto piuttosto una Saggezza come quella della tradizione giudaica, una Saggezza creatrice come quella del capitolo 8 dei Proverbi, una Saggezza come quella che ha ispirato il logos creatore del prologo di Giovanni o il Cristo Pantocrator dell'Epistola ai Colossesi. Questa saggezza, questa parola che agisce, questa presenza di Cristo non si manifesta forse sotto i nostri occhi in maniera spettacolare nella nostra società moderna dell'ipercomunicazione, in cui ciascun elemento dell'umanità può essere in relazione con tutti gli altri? Resta da perseguire lo sforzo di spiritualizzazione nella società moderna, se vogliamo che la curva della complessità-crescita che ci ha condotti fino a qui rifletta veramente il mondo spiritualizzato della noosfera. Nel contesto della noosfera, che è Cristo nell'alto dei cieli, la festa dell'Ascensione, oggi un po' dimenticata, è una delle feste più importanti del cristianesimo. Gesù risuscitato che sale in cielo ci mostra la direzione, ci attira sull'asse dell'evoluzione del mondo che si spiritualizza e diventa più complesso avvolgendosi su se stesso, dinamizzandosi e avvicinandosi all'asse che conduce al punto Omega, il Cristo in gloria, punto finale della spiritualizzazione e della vita che si realizza alla fine in Cristo. Per finire, lasciamo la parola a Pierre Teilhard. Nel marzo 1955, qualche giorno prima della sua morte avvenuta a New York il 10 aprile, scrive: “Già da lungo tempo, in 'La Messa sul mondo' e 'L'ambiente divino' ho tentato, di fronte a quelle prospettive ancora a malapena formate in me, di fermare la mia ammirazione e il mio stupore. Oggi, dopo quarant'anni di continua riflessione, è esattamente la stessa visione fondamentale che sento il bisogno di presentare e di condividere, nella sua forma portata a maturazione un'ultima volta. Non con la stessa freschezza ed esuberanza d'espressione che aveva nel momento del suo primo incontro, ma sempre con la stessa meraviglia – e la stessa passione.” (L'ambiente divino)
Lo scienziato e il mistico
Teilhard è uno scienziato, ma anche un visionario e un mistico. Se Pierre Teilhard è un uomo della terra, del cosmo, è anche un uomo di Dio, che fin dall'infanzia cerca l'Assoluto... forse, alla fin fine, la ricerca di tutta la sua vita. “Per quanto possa risalire nei miei ricordi (da prima dell'età di 10 anni) rilevo in me l'esistenza di una passione nettamente dominante: la passione dell'Assoluto... Il bisogno di possedere, in tutto, “qualche Assoluto” era fin dalla mia infanzia l'asse della mia vita interiore. Tra i piaceri di quell'età io non ero felice (se mi ricordo correttamente) che in rapporto a una gioia fondamentale, la quale consisteva generalmente nel possesso (o nel pensiero) di qualche oggetto prezioso. Ora si trattava di qualche pezzo di metallo, ora di un salto all'altra estremità, io mi compiacevo nel pensiero di Dio-Spirito.” (Il mio universo) Leggendo questa citazione avrete compreso che, se Teilhard è uno scienziato, è ugualmente un uomo di altissima spiritualità, se non un mistico. Per cominciare a leggere le sue opere, “La messa sul mondo” è una buona introduzione, come anche “L'ambiente divino”. È in questo tipo di scritti che si misura l'altezza della sua visione. Ecco qualche riga: “Veramente, attraverso l'operazione tutt'ora in corso dell'incarnazione, il Divino penetra così bene nelle nostre energie di creature che noi non potremmo, per incontrarlo e abbracciarlo, trovare un ambiente più appropriato che la nostra stessa azione. Nell'azione, per cominciare, io aderisco alla potenza creatrice di Dio; coincido con essa; ne divengo non solamente lo strumento, ma il prolungamento vivente. E siccome non c'è nulla di più intimo, in un essere, della sua volontà, io mi confondo, in qualche modo, attraverso il mio cuore, con il cuore stesso di Dio. Questo contatto è perpetuo perché agisco sempre e, nel medesimo tempo, poiché non potrei trovare un limite alla perfezione della mia fedeltà né al fervore della mia intenzione, mi permette di assimilarmi a Dio ancora più strettamente, indefinitamente. In questa comunione l'anima non smette di gioire né perde di vista il termine materiale della sua azione. Non è forse uno sforzo creatore quello che essa sposa?” (L'ambiente divino)
Evoluzione e coscienza
Teilhard de Chardin è, come molti mistici, un uomo d'azione, che attinge le risorse della sua azione, delle sue ricerche e delle sue scoperte scientifiche nella contemplazione di Dio e nella visione del mondo in evoluzione che ad essa si accompagna e nelle quali egli “vede” Dio – ciò che chiama la “diafania”* (gli asterischi rinviano al Glossario alla fine dell'articolo). È proprio in questa altezza di visione, in questa mistica al servizio della quale mette tutte le sue conoscenze scientifiche, che Teilhard elabora la teologia evoluzionista e vivente che lo caratterizza. Pierre Teilhard è un fenomenologo* che guarda le cose e cerca di penetrarne il mistero e il senso. Il suo sguardo di paleologo va molto indietro nel tempo. L'evoluzione è una evidenza che si impone. All'infinito dello spazio e all'infinito del tempo di Pascal egli aggiunge un terzo infinito, l'infinitamente complesso. Per Teilhard la materia si diversifica all'estremo, diventa sempre più complessa nel brulichio della vita, sotto l'azione creatrice dell'energia divina fino a che appare il pensiero, l'immateriale generato dalla materia. La materia si spiritualizza e attraverso di essa è il cosmo a spiritualizzarsi in un infinito atemporale e immateriale. Dalla materia bruta all'alga azzurra, dall'oceano primordiale seguito dall'apparizione della vita, Teilhard vede una evoluzione che, per stadi successivi, va dalla cosmogenesi* alla biogenesi* e all'antropogenesi*. Il “fenomeno umano” (titolo di una delle sue opere fondamentali) illustra l'emergere di un “sempre di più” di coscienza e di spirito. L'antropogenesi è il luogo, il compimento dell'evoluzione. Certo, l'uomo è un essere intelligente, più delle altre specie animali. Soprattutto l'uomo pensa e sa a un livello mai eguagliato: pensa di pensare e sa di sapere. Nell'uomo vi è la coscienza, ecco cosa – assieme all'apparizione della vita e dell'intelligenza – è fonte di meraviglia. L'uomo è più della canna pensante pascaliana perduta nel “gelo infinito” dello spazio e del tempo. L'essere umano è la presenza stessa dell'infinitamente complesso che pensa ed è cosciente. Esso è spirito, spirituale e segno visibile della noosfera* (“sfera dello spirito” in greco). La noosfera viene a sovrapporsi, a completare e oltrepassare la biosfera. Strato pensante dell'essere umano, essa è il luogo e l'unione degli spiriti pensanti in comunicazione gli uni con gli altri e mossi dallo spirito dinamizzante di Dio, il Cristo Evolutore*. La noosfera è centrata su Dio e risolutamente rivolta in avanti, verso il punto Omega*. Questa antropogenesi, sempre da costruire, emerge solo attraverso la dinamica di una energia spirituale inscritta sull'asse evolutivo del mondo: il Cristo Evolutore. Qui il padre gesuita è influenzato dagli apostoli Paolo e Giovanni. In questa ricerca si ritrovano evidentemente il Cristo pantocratore del primo (cfr. le epistole ai Colossesi, ai Filippesi e agli Efesini) e il Verbo creatore del secondo (cfr. Giovanni 1). L'antropogenesi è la punta dell'asse dell'evoluzione, e nell'essere umano è la Chiesa ad essere alla punta estrema di quest'asse. Padre Teilhard vede nella messa la presenza del Cristo Evolutore, vale a dire di un Cristo presente nel mondo, attivo, che dinamizza la cosmogenesi e che è centro delle energie. Il Cristo Evolutore ricentra in sé la noosfera e attira il mondo a sé nel Cristo Omega*. Attraverso il Cristo Evolutore “si può passare, senza deformare l'atteggiamento cristiano, dal concetto di 'umanizzazione attraverso la redenzione' a quello di umanizzazione attraverso l'evoluzione?” (In che modo io credo). Attraverso la diafania cristica – e la presenza reale – il sacerdote associa il cosmo intero all'avvenimento. Il pleroma* appare come la pienezza, la totalità che riunisce Dio e la molteplicità del creato, senza confusione, bensì preservandone l'identità e l'alterità nell'unione. Il pleroma è il compimento dell'evoluzione materiale, biologica e spirituale in Dio, un altro modo di definire il punto Omega. Non scordiamoci mai che Teilhard è cattolico e che per lui la Chiesa cattolica è “la punta” dell'evoluzione. In ogni caso vi è una dinamica creatrice formidabile nella visione teilhardiana che ritroviamo, in una certa misura, nella teologia del processo.
Una ricerca del senso del Cosmo
Se Teilhard conosce bene le opere di Bergson (e del suo successore Édouard Le Roy, con il quale ha una corrispondenza continua) si distingue però da lui, in quanto per lui la dinamica dello spirito è trascendente. Questa dinamica arriva speditamente e attraversa il mondo per sollevarlo, dinamizzarlo, farlo evolvere e spiritualizzarlo verso quell'”in avanti” che non è nient'altro che il punto Omega. Tale Spirito viene da Dio e permette la coscientizzazione del cosmo, l'apparizione della noosfera. È “in avanti” che si svolge il presente, è verso l'avanti che si tendono le energie creatrici e spiritualizzanti, non dispiaccia a coloro che vedono la fine dei tempi come la distruzione del mondo o “Big crunch” (il contrario del Big bang). Qui la curva evolutiva della complessità-coscienza esce dallo spazio-tempo, sfugge alla materia, segue l'asse cristico e sfugge così all'entropia*. Questa entropia è una forma di male che si oppone allo “sforzo” di spiritualizzazione e di Amore. Hiroshima è così per Pierre Teilhard un esempio del male poiché, oltre ai danni umani e materiali, l'energia è stata distolta dall'uso che avrebbe dovuto avere: invece di essere al servizio dello Spirito è stata messa al servizio della distruzione e della morte. La questione delle energie deviate aveva già colpito Pierre Teilhard urante la Prima guerra mondiale. È davanti a noi, verso il punto Omega, che si trova l'immortalità. Il suo pensiero e la sua vita sono infatti una ricerca di senso per il Cosmo e per l'essere umano. Teilhard resterà sempre un po' il bambino che raccoglieva ciottoli sui sentieri d'Alvernia, come Théodore Monod, un altro visionario. Le loro strade si incrociano: per essi Dio è Dio del Mondo, questo mondo che bisogna amare.
L'Amore
L'Amore è ovviamente un'idea centrale per Teilhard. Amore per l'altro, per il prossimo nel senso più classico dell'agape, ma Teilhard non sviluppa il suo pensiero in questo senso, forse evidente ma per lui insufficiente. L'Amore è anche l'amore di coppia, in cui ciascun partner è portatore “della realtà universale che brilla spiritualmente attraverso la carne”. Questi due modi di vedere l'amore sono infatti inglobati in una terza concezione dell'amore, che vede nell'Amore un modo dinamico e dinamizzante di amare, che permette di tessere e costruire la noosfera. Tutto il sistema di pensiero di Teilhard si fonda sulla carità. Ogni relazione segnata dal sigillo dello Spirito si inscrive in questo modo di vedere. Forse oggi si direbbe “tessere legami”. Tutte le relazioni d'amore permettono così al mondo di incontrarsi in Cristo e di entrare nella spirale aspirante attorno all'asse che conduce al punto Omega. Il Cristo Evolutore è ben presente in questa maniera dinamica di vivere l'amore cristiano, riserva sacra di energia. “L'Amore è la più universale, la più formidabile e la più misteriosa delle energie cosmiche” scrive nel suo libro “Mi spiego”. L'Amore, energia cosmica, permette l'unione che tutto differenzia, come differenzia l'unione con il Cristo cosmico. In questo campo, padre Teilhard si inserisce nella visione genesiaca per cui l'atto creatore è una chiamata, una differenziazione, l'identità degli elementi che costituiscono il caos iniziale “Nella mente Elohim creò i cieli e la terra, la terra era tohu e bohu (caos), una tenebra sulla superficie dell'abisso, ma il soffio di Elohim planava sulla faccia delle acque [...]” (Genesi 1:1, nella traduzione di André Chouraqui). L'Amore cristico, amore di Dio, è proprio un atto creativo continuo. Questa maniera di vedere l'amore è tipica del suo pensiero e della sua visione dell'universo e di Dio, tutta movimento e azione. “Nell'universo divenuto pensante tutto si muove nel e verso il personale, è obbligatoriamente l'Amore che forma, e che formerà sempre di più, allo stato puro, il tessuto dell'energia umana... L'Amore non può essere, molto semplicemente, nella sua essenza, l'attrazione stessa esercitata su ciascun elemento cosciente dal Centro dell'Universo?” Il Centro qui è un Dio presente nel mondo e in avanti rispetto al mondo, che egli attira a sé. L'Amore, per Teilhard, non è la semplice carità: l'Amore ingloba la carità in una dinamica di vita più totale.
Il dinamismo di Dio
Potreste pensare che Teilhard è un creazionista. Niente affatto. Dio è energia, dinamismo, dinamizzante, forza convergente che attira, avvolgendolo su se stesso, il modo spiritualizzato verso il suo compimento Omega. Teilhard resta un cristiano classico che evita ogni confusione, checché ne dicano i seguaci della New Age che spesso lo recuperano e lo citano. Egli non vede Dio come un “Grande Tutto” nel quale perdersi, diluirsi: al contrario, la convergenza in Cristo presente al mondo permette di conservare l'identità di tutti gli elementi che concorrono alla noosfera perché nell'amore vi è l'individuazione. Se c'è panteismo, è un panteismo di convergenza e di unione, certamente non di confusione e di unificazione. Dio si manifesta nel mondo attraverso il Cristo Evolutore. La diafania cristica permette la visibilità di Cristo nel mondo e del mondo in Cristo. Se Dio resta il Dio classico che conosciamo attraverso la Rivelazione e l'incarnazione in Gesù Cristo, la specificità del Dio come lo concepisce Teilhard de Chardin è di essere trascendente. Dio chiama il mondo e l'essere umano a un “Sempre di più” di spiritualità, di umanità, di legami e di vita tra ciascuna persona. L'altezza di visione, la mistica rivestono un interesse particolare. L'appello al “Sempre di più” viene dal Dio “davanti a noi” che attende, attira, dinamizza la cosmogenesi, vale a dire l'evoluzione del mondo dalla materia allo Spirito. Se Teilhard non rigetta le idee classiche sulla redenzione fondata sulla morte e la resurrezione di Gesù, ciò non impedisce che per lui la Salvezza del mondo e il senso si trovino anche nell'evoluzione, nella cosmogenesi. Per lui il cristianesimo moderno (e futuro) non può non prendere in considerazione questo aspetto della Salvezza legato all'evoluzione. Ecco un aspetto tra i più fondamentali del suo pensiero: la Salvezza in Cristo Evolutore, Cristo Omega nella sua interezza in Dio Omega. Il punto Omega, all'orizzonte della nostra vita e del mondo, non è dunque un punto di diluizione bensì Dio interamente personalizzante nel quale è posto il nostro essere, la nostra personalità. Il pensiero teilhardiano è ottimista. Malgrado le due guerre mondiali, Teilhard conserva una speranza che si fonda sulla Rivelazione e la scienza, una porta aperta su una nuova maniera di vivere e di esprimere il cristianesimo.
Una Saggezza creatrice
La lettura delle opere di Pierre Teilhard de Chardin è sovente difficile perché ha creato un suo proprio linguaggio (noosfera, Cristo Evolutore, punto Omega, cosmogenesi etc.) e perché mescola senza sosta scienza, mistica, filosofia e dogmatica. Bisogna spesso passare uno o due volumi per vederci chiaro. Ma lo sforzo (ancora un concetto teilhardiano) vale la candela. Il suo pensiero è abbagliante, di alta spiritualità, un pensiero che appartiene al fondo comune del cristianesimo, anche se i protestanti possono rimanere sorpresi dall'approccio talvolta assai cattolico del padre gesuita. Come classificare questo pensiero cristiano e moderno? Alla stregua del pastore Georges Crespy, uno dei migliori conoscitori di Teilhard, noi non vediamo una gnosi (anche se moderna) nel suo sistema, quanto piuttosto una Saggezza come quella della tradizione giudaica, una Saggezza creatrice come quella del capitolo 8 dei Proverbi, una Saggezza come quella che ha ispirato il logos creatore del prologo di Giovanni o il Cristo Pantocrator dell'Epistola ai Colossesi. Questa saggezza, questa parola che agisce, questa presenza di Cristo non si manifesta forse sotto i nostri occhi in maniera spettacolare nella nostra società moderna dell'ipercomunicazione, in cui ciascun elemento dell'umanità può essere in relazione con tutti gli altri? Resta da perseguire lo sforzo di spiritualizzazione nella società moderna, se vogliamo che la curva della complessità-crescita che ci ha condotti fino a qui rifletta veramente il mondo spiritualizzato della noosfera. Nel contesto della noosfera, che è Cristo nell'alto dei cieli, la festa dell'Ascensione, oggi un po' dimenticata, è una delle feste più importanti del cristianesimo. Gesù risuscitato che sale in cielo ci mostra la direzione, ci attira sull'asse dell'evoluzione del mondo che si spiritualizza e diventa più complesso avvolgendosi su se stesso, dinamizzandosi e avvicinandosi all'asse che conduce al punto Omega, il Cristo in gloria, punto finale della spiritualizzazione e della vita che si realizza alla fine in Cristo. Per finire, lasciamo la parola a Pierre Teilhard. Nel marzo 1955, qualche giorno prima della sua morte avvenuta a New York il 10 aprile, scrive: “Già da lungo tempo, in 'La Messa sul mondo' e 'L'ambiente divino' ho tentato, di fronte a quelle prospettive ancora a malapena formate in me, di fermare la mia ammirazione e il mio stupore. Oggi, dopo quarant'anni di continua riflessione, è esattamente la stessa visione fondamentale che sento il bisogno di presentare e di condividere, nella sua forma portata a maturazione un'ultima volta. Non con la stessa freschezza ed esuberanza d'espressione che aveva nel momento del suo primo incontro, ma sempre con la stessa meraviglia – e la stessa passione.” (L'ambiente divino)
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Sessant'anni fa la scomparsa del "gesuita proibito", Pierre Teilhard de Chardin, che anticipò molti temi rilevanti dell'odierno dibattito culturale e religioso
(Luis Badilla) Sessant'anni fa Pierre Teilhard de Chardin - il "gesuita proibito" (definizione di Giancarlo Vigorelli) - moriva a New York. Era il 10 aprile 1955, giorno di Pasqua. Teilhard de Chardin aveva 74 anni e da poco si era stabilito definitivamente nella città americana, fortemente indebolito da problemi cardiaci. A New York era arrivato nel 1951 come collaboratore permanente della "Wenner-Gren Foundation for Anthropological Research". Per conto di questa fondazione di ricerche antropologiche si recò due volte in Africa (Sudafrica e Rodesia), nel 1951 e nel 1953. L'illustre gesuita fu sepolto nel cimitero della casa noviziale dei gesuiti a Saint Andrew on Hudson (oggi Hyde Park of New York).
Ha ragione il prof. Michele Marsonet quando sottolinea "la costante attualità del pensiero di Pierre Teilhard de Chardin" anche se i riferimenti alle tesi teilhardiane, che sovente anticiparono temi che sono diventati poi molto popolari e ampiamente diffusi, appaiono sfumati e anche nascosti. Nulla di strano: anche quando era in vita Pierre Teilhard de Chardin fu contestato e mal interpretato, e non poche volte emarginato e ritenuto un caso di eresia borderline. La sua idea-guida, "la convergenza", sempre al centro delle sue elaborazioni scientifiche e teologiche, non sempre fu ben capita e e non pochi fecero di tutto per snaturarla. La stessa sorte ebbe il suo nuovo concetto di "noosfera" (simmetrico a "biosfera") sul quale parla già per la prima volta nei suoi scritti del 1925.
Le sue relazioni con i suoi superiori non sempre furono facili e con alcuni dicasteri della Santa Sede furono piuttosto problematiche e non poche volte minacciose e punitive, eppure due Papi - Paolo VI e Benedetto XVI - sul pensiero di Teilhard de Chardin, espressero giudizi di elogio e di alto interesse e apprezzamento.
Ha ragione il prof. Michele Marsonet quando sottolinea "la costante attualità del pensiero di Pierre Teilhard de Chardin" anche se i riferimenti alle tesi teilhardiane, che sovente anticiparono temi che sono diventati poi molto popolari e ampiamente diffusi, appaiono sfumati e anche nascosti. Nulla di strano: anche quando era in vita Pierre Teilhard de Chardin fu contestato e mal interpretato, e non poche volte emarginato e ritenuto un caso di eresia borderline. La sua idea-guida, "la convergenza", sempre al centro delle sue elaborazioni scientifiche e teologiche, non sempre fu ben capita e e non pochi fecero di tutto per snaturarla. La stessa sorte ebbe il suo nuovo concetto di "noosfera" (simmetrico a "biosfera") sul quale parla già per la prima volta nei suoi scritti del 1925.
Le sue relazioni con i suoi superiori non sempre furono facili e con alcuni dicasteri della Santa Sede furono piuttosto problematiche e non poche volte minacciose e punitive, eppure due Papi - Paolo VI e Benedetto XVI - sul pensiero di Teilhard de Chardin, espressero giudizi di elogio e di alto interesse e apprezzamento.
Papa Montini, il 24 febbraio 1966, nel discorso pronunciato durante una visita ad un'importante industria farmaceutica disse, secondo il resoconto del sito della Santa Sede: "Ora, quando l’uomo dice che la scienza è tutto, la Chiesa risponde che la scienza è una scoperta perché a forza di osservare, di indagare finisce per scoprire, per vedere l’essenza delle cose e la loro reale natura. Un celebre scienziato affermava: più studio la materia più trovo lo spirito. Chi scruta nella materia vede che esistono delle leggi; questo mondo che sembrava opaco, inerte, è una meraviglia, e il Papa pensa che sarà proprio la scienza - che sembra allontanare le masse, gli uomini moderni, la gioventù da Dio - a ricondurli a Dio, allorché il mondo sarà veramente intelligente e dirà: io devo rendermi ragione di quanto vedo; non io ho creato questo: il mondo è creato da Uno che ha fatto piovere la sua sapienza su tutte le cose. E il Santo Padre cita Teilhard de Chardin, che ha dato una spiegazione dell’universo e, tra tante fantasie, tante cose inesatte, ha saputo leggere dentro le cose un principio intelligente che deve chiamarsi Iddio. La scienza stessa dunque obbliga ad essere religioso, e chi è intelligente deve inginocchiarsi e dire: qui c’è Dio.” (cfr. Allocuzione, 24.2.1966, Insegnamenti , IV (1966), pp. 992-993).
Una nota di cronaca dell'epoca ricorda quanto comunque fosse complesso il rapporto del gesuita francese con il Vaticano: "Il 12 maggio 1981, in una lettera inviata dal card. segretario di Stato Agostino Casaroli a mons. Paul Poupard, Rettore dell' Institut Catholique di Parigi, a motivo del centenario della nascita del paleontologo francese, si affermava che in lui «una forte intuizione poetica del valore profondo della natura, una acuta percezione del dinamismo della creazione e un'ampia visione del divenire del mondo si coniugano con un incontestabile fervore religioso». Nella medesima lettera si aggiunge inoltre che «senza dubbio i nostri tempi non lasceranno cadere, al di là delle difficoltà dei concetti e delle deficienze di espressione del suo audace tentativo di sintesi, la testimonianza di una vita unificata, quella di un uomo conquistato dal Cristo nelle profondità del suo essere, e che ha avuto la preoccupazione di onorare allo stesso tempo la fede e la ragione, anticipando così una risposta all'appello di Giovanni Paolo II “Non abbiate paura, aprite, spalancate le porte a Cristo”» (Insegnamenti , IV,1 (1981), pp. 1248-1249). Una breve nota pubblicata sull'Osservatore Romano dell'11 luglio dello stesso anno dalla sala stampa della Santa Sede preciserà che la lettera in questione non andava considerata una “riabilitazione” del gesuita francese, né dovevano considerarsi risolti gli aspetti problematici presenti nel suo pensiero."
Nella sua omelia del 24 luglio 2009, nella cattedrale di Aosta, l'allora cardinale Joseph Ratzinger disse: "Al cap. 15 dove Paolo descrive l'apostolato come sacerdozio, la funzione del sacerdozio è consacrare il mondo perché diventi “ostia vivente”, perché il mondo diventi liturgia. Che la liturgia non sia una cosa accanto alla realtà del mondo ma che il mondo stesso diventi “ostia vivente”, diventi liturgia. E' la grande visione che poi ha avuto anche Teilhard de Chardin che alla fine avremo una vera liturgia cosmica, e il cosmo diventerà ostia vivente." Prima ancora, J. Ratzinger, in "Principi di Teologia cattolica" (1987) aveva sottolineato che uno dei documenti principali del Concilio Vaticano II, la Gaudium et Spes fosse fortemente permeata dal pensiero di Pierre Teilhard de Chardin.
Si può dire che da subito, la pubblicazione degli scritti di p. Teilhard de Chardin provocarono forti polemiche. Sono in molti a ritenere però che si trattò di controversie da inquadrare soprattutto nei contrasti tra "innovatori" e "conservatori" precedenti al Concilio Vaticano II. Tra le molteplici critiche indirizzate al paleontologo francese la più ricorrente era quella che lo indiziava di "panteismo".
A questo proposito Teilhard de Chardin commentava: "Dapprima, mi hanno considerato un ottimista o un utopista beato, un sognatore di uno stato d'euforia umana in un qualche futuro. Poi, cosa più grave ancora, si va ripetendo che sono il profeta di un universo che distrugge i valori individuali. In verità, la mia più grande preoccupazione è stata quella di affermare che l'unione fra l'uomo e Dio, fra l'uomo e l'altro uomo, fra l'uomo e il cosmo non annulla mai la differenza. Io mi trovo agli antipodi sia di un "totalitarismo sociale" che porta al termitaio sia di un "panteismo induizzante" che conduce ad una fusione e un'identificazione fra gli esseri."
Una nota di cronaca dell'epoca ricorda quanto comunque fosse complesso il rapporto del gesuita francese con il Vaticano: "Il 12 maggio 1981, in una lettera inviata dal card. segretario di Stato Agostino Casaroli a mons. Paul Poupard, Rettore dell' Institut Catholique di Parigi, a motivo del centenario della nascita del paleontologo francese, si affermava che in lui «una forte intuizione poetica del valore profondo della natura, una acuta percezione del dinamismo della creazione e un'ampia visione del divenire del mondo si coniugano con un incontestabile fervore religioso». Nella medesima lettera si aggiunge inoltre che «senza dubbio i nostri tempi non lasceranno cadere, al di là delle difficoltà dei concetti e delle deficienze di espressione del suo audace tentativo di sintesi, la testimonianza di una vita unificata, quella di un uomo conquistato dal Cristo nelle profondità del suo essere, e che ha avuto la preoccupazione di onorare allo stesso tempo la fede e la ragione, anticipando così una risposta all'appello di Giovanni Paolo II “Non abbiate paura, aprite, spalancate le porte a Cristo”» (Insegnamenti , IV,1 (1981), pp. 1248-1249). Una breve nota pubblicata sull'Osservatore Romano dell'11 luglio dello stesso anno dalla sala stampa della Santa Sede preciserà che la lettera in questione non andava considerata una “riabilitazione” del gesuita francese, né dovevano considerarsi risolti gli aspetti problematici presenti nel suo pensiero."
Nella sua omelia del 24 luglio 2009, nella cattedrale di Aosta, l'allora cardinale Joseph Ratzinger disse: "Al cap. 15 dove Paolo descrive l'apostolato come sacerdozio, la funzione del sacerdozio è consacrare il mondo perché diventi “ostia vivente”, perché il mondo diventi liturgia. Che la liturgia non sia una cosa accanto alla realtà del mondo ma che il mondo stesso diventi “ostia vivente”, diventi liturgia. E' la grande visione che poi ha avuto anche Teilhard de Chardin che alla fine avremo una vera liturgia cosmica, e il cosmo diventerà ostia vivente." Prima ancora, J. Ratzinger, in "Principi di Teologia cattolica" (1987) aveva sottolineato che uno dei documenti principali del Concilio Vaticano II, la Gaudium et Spes fosse fortemente permeata dal pensiero di Pierre Teilhard de Chardin.
Si può dire che da subito, la pubblicazione degli scritti di p. Teilhard de Chardin provocarono forti polemiche. Sono in molti a ritenere però che si trattò di controversie da inquadrare soprattutto nei contrasti tra "innovatori" e "conservatori" precedenti al Concilio Vaticano II. Tra le molteplici critiche indirizzate al paleontologo francese la più ricorrente era quella che lo indiziava di "panteismo".
A questo proposito Teilhard de Chardin commentava: "Dapprima, mi hanno considerato un ottimista o un utopista beato, un sognatore di uno stato d'euforia umana in un qualche futuro. Poi, cosa più grave ancora, si va ripetendo che sono il profeta di un universo che distrugge i valori individuali. In verità, la mia più grande preoccupazione è stata quella di affermare che l'unione fra l'uomo e Dio, fra l'uomo e l'altro uomo, fra l'uomo e il cosmo non annulla mai la differenza. Io mi trovo agli antipodi sia di un "totalitarismo sociale" che porta al termitaio sia di un "panteismo induizzante" che conduce ad una fusione e un'identificazione fra gli esseri."
Il Sismografo