di Giuliano Guzzo
Chissà come devono essersi sentiti gli apostoli, il giorno dopo la passione e crocifissione di Gesù: uno, Giuda Iscariota, si era dimostrato un traditore, un altro, quel Pietro cui erano state promesse nientemeno che le chiavi del regno dei cieli, un uomo poco coraggioso e incapace di mantenere la parola data e nessuno, di fatto, aveva potuto e saputo far nulla per impedire una condanna a morte brutale quanto platealmente ingiusta; solo Maria e Giovanni, con la loro presenza al Calvario, evitarono almeno in parte a Gesù, quel giorno, un abbandono altrimenti totale, dall’inizio alla fine. In quel contesto – di profonda e comprensibile tristezza, se non di irrimediabile smarrimento – è dunque più che plausibile immaginare gli apostoli dominati da un senso di sconfitta: la loro guida, il loro carismatico maestro, Colui col quale avevano condiviso intere giornate, meditazioni e pasti fino a quell’ultima cena, se n’era andato. Apparentemente per sempre.
Non c’era insomma alcuna valida ragione, alcuna realistica probabilità per immaginare che qualcosa, tanto meno qualcosa di insperato e assolutamente straordinario, potesse ancora accadere. E se ci pensiamo bene la situazione in cui si trovavano allora gli apostoli – soli, scoraggiati e perfino costretti a nascondersi dalla paura – somiglia infinitamente alla nostra, tutte le volte che consideriamo insufficiente l’amore di Dio fino allo spingerci a dubitare della sua presenza nella nostra vita. Certo, è fin troppo facile ringraziare Gesù quando tutto gira a meraviglia; e molti, difatti, ringraziano. Quando però le cose si mettono male, quando arriva il momento della prova anziché seguire Gesù sulla croce – cosa che nessuno, duemila anni fa, neppure fra coloro che lo frequentarono, fu in grado di fare –, la tentazione è esattamente quella: blindarsi con le proprie paure e lasciare fuori la speranza; accettare che tutto sia concluso senza nemmeno confrontarsi con la possibilità di una svolta.
Non è un caso che, benché in tutto il Nuovo Testamento i termini indicanti la risurrezione – eghiero e anastasis – ricorrano almeno 100 volte, a testimonianza della centralità di quell’Evento, non vi sia neppure un brandello di cronaca dell’evento di risurrezione: non poteva che così dal momento che nessuno era lì; e nessuno era lì perché a nessuno era passato lontanamente per la testa che qualcosa potesse ancora accadere, e quando Maria di Màgdala e l’altra Maria, all’alba del giorno dopo il sabato, andarono a visitare la tomba, di certo non si aspettavano la realtà incredibile che si trovarono di fronte. Faremmo tutti bene, allora, a riflettere con attenzione su quel giorno che seguì la crocifissione e al quale i Vangeli – che sono asciutti resoconti - dedicano pochissime parole: in quel sabato si concentrano infatti disperazione e paura, coloro che più degli altri si adoperarono per mandare a morte quel sovversivo personaggio che si dichiarava essere Figlio di Dio dovevano provare il sollievo di chi vede il proprio piano realizzato e la Morte, più che mai, sembrava destinata ad un trionfo definitivo. Tutto sembrava davvero finito. E invece…
04/04/2015 La Croce quotidiano
*
L'ultimo sabato di Cristo sulla terra conferma il primo sabato della storia: Dio riposa e contempla ciò che ha fatto. Nel sepolcro Dio riposa, dopo aver ricreato il mondo e l’uomo in lui, fatto e disfatto della materia del mondo e dell’uomo. Ha rinnovato dall’interno gli atomi, con la vera particella di Dio, l’Amore che non può essere isolato da nessun acceleratore perché è l’acceleratore di quelle particelle (Amor che move il Sole e l’altre stelle), non può essere ulteriormente diviso perché è l’elemento degli elementi, la sostanza di tutta la tavola periodica. Dio impadronendosi da dentro di ogni atomo di materia lo rende nuovo, ogni atomo adesso appartiene alla vita di Dio e non può più decadere: è salvo. Tutto è rinnovato dal di dentro oggettivamente, e lo sarà anche soggettivamente grazie a chi aderirà: «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo». Ma che gran lavoro è costato tutto questo: ci vuole un momento di silenzio e di riposo, uno di quei momenti in cui l’umanità si chiede: dov’è Dio? Ed è in quel silenzio: contempla che quanto è stato fatto è cosa definitivamente bella e buona. Quel corpo distrutto dalla violenza umana, senza apparenza né bellezza per attirare lo sguardo, ha in sé tutta la bellezza possibile, perché adesso la bellezza porta su di sé anche i segni dell’incompiutezza: dolore, solitudine, tristezza, malattia, ferita, sangue, abbandono... tutto è bello adesso, perché quel corpo distrutto contiene dentro di sé tutto ciò che è brutto al mondo, trasformato da dentro, cioè realmente. Se solo ci soffermassimo a considerare che cosa è significato per l’estetica (e quindi per la vita) aver reso bello un crocifisso, smetteremmo di staccarli per ragioni puramente estetiche.
Alcune cose continueranno a decadere come prima, perché la ferita inferta dal peccato all’uomo e al creato non è del tutto cancellata, e ciò che deve decadere continuerà a decadere, ma una creazione nuova comincia a ergersi, sottile, silenziosa, ma inarrestabile, da quel corpo distrutto coinvolgendo, insieme alle cose che in noi marciscono, chi a lui si volgerà. Quel corpo è il corpo di un morto, ma in Dio la morte è solo riposo: come si riposò dopo aver creato, adesso riposa dopo aver ri-creato. C’è un unico sabato, adesso, in cui Dio, guardando tutta la storia, vede il suo riposo nel giardino della nuova creazione. C’è un gran silenzio nel giardino, attorno a quel sepolcro. Eppure, proprio quando sembra che Dio riposi, egli opera più di ogni altro giorno, perché il suo guardare le cose, dopo averle fatte, in realtà è un modo umano di dire che nel guardarle è lui che le fa esistere, le conserva nell’essere e le fa essere belle. Il riposo di Dio è la restaurazione continua della bellezza, la ri-creazione inesausta della bellezza, tutto più bello di prima, come pallidamente dice quell’arte giapponese di riparare i vasi rotti iniettando vene d’oro dentro le crepe.
Nelle mani del Padre riposa il Figlio per tutto quel sabato, ma intanto quelle stesse mani operano su ogni elemento di quel corpo e quindi della realtà, rinnovandola da dentro. E questo vale per tutti i nostri sabati di dolore, attesa e prostrazione. «Nelle tue mani consegno il mio spirito», dice il Figlio al Padre. «Ecco io faccio nuove tutte le cose», risponde il Padre al Figlio, ricevendo nella sua vita incorruttibile la materia e lo spirito del Figlio e, attraverso di lui, quella di chi a lui si unirà, credendo in lui e lasciandolo entrare nella propria camera del cuore. E il Padre che vede nel segreto lo ricompenserà: con se stesso. Dio vide che ciò che aveva fatto per l’uomo era cosa buona-e-bellissima e lo sarebbe stato in ogni angolo della Terra in cui un uomo e una donna avessero accettato di far riposare Dio, perché ancora una volta era l’uomo la via di Dio: «Io salirò fino ai piedi della Croce, mi stringerò al Corpo freddo, al cadavere di Cristo, con il fuoco del mio amore, lo schioderò con i miei atti di riparazione e con le mie mortificazioni, lo avvolgerò nel lenzuolo nuovo della mia vita limpida, e lo seppellirò nel mio cuore di roccia viva, dal quale nessuno me lo potrà strappare, e lì, Signore, puoi riposare! Quand’anche tutto il mondo ti abbandoni e ti disprezzi, serviam! ti servirò, Signore!» (San Josemaría Escrivá, Via Crucis, XIV stazione).
Quando Dio sembra tacere nella nostra vita, quello è il momento in cui chiede di riposare proprio grazie alla nostra vita. Solo così sarà di nuovo creata, di nuovo bella, pur con tutta la sua fatica e, a volte sconsolata, sensazione di abbandono. La vita di un cristiano sulla terra è un sabato in cui far riposare Dio in noi, un tempo che intercorre tra il dire – qualsiasi cosa accada – «Padre nelle tue mani consegno la mia vita» e l’ascoltare la risposta «Ecco, io faccio nuove tutte le cose», anche le più oscure. E in noi Dio vedrà di aver fatto una cosa bellissima. E saremo il suo riposo.
Avvenire