sabato 18 luglio 2015

XV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Il commento di don Pasotti al Vangelo della 16.ma domenica del Tempo ordinario
MESSALE
Antifona d'Ingresso   Sal 53,6.8
Ecco, Dio viene in mio aiuto,
il Signore sostiene l'anima mia.
A te con gioia offrirò sacrifici
e loderò il tuo nome, Signore, perché sei buono.
 
Colletta

Sii propizio a noi tuoi fedeli, Signore, e donaci i tesori della tua grazia, perché, ardenti di speranza, fede e carità, restiamo sempre fedeli ai tuoi comandamenti. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

 Oppure:
Dona ancora, o Padre, alla tua Chiesa, convocata per la Pasqua settimanale, di gustare nella parola e nel pane di vita la presenza del tuo Figlio, perché riconosciamo in lui il vero profeta e pastore, che ci guida alle sorgenti della gioia eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura 
  Ger 23, 1-6Radunerò il resto delle mie pecore, costituirò sopra di esse pastori. 

Dal libro del profeta Geremìa
Dice il Signore:
«Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. Oracolo del Signore.
Perciò dice il Signore, Dio d’Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo: Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; ecco io vi punirò per la malvagità delle vostre opere. Oracolo del Signore.
Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho scacciate e le farò tornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno. Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; non ne mancherà neppure una. Oracolo del Signore.
Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore –
nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto,
che regnerà da vero re e sarà saggio
ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra.
Nei suoi giorni Giuda sarà salvato
e Israele vivrà tranquillo,
e lo chiameranno con questo nome:
Signore-nostra-giustizia».


Salmo Responsoriale
    Dal Salmo 22
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia.

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni. 


Seconda Lettura
   Ef 2, 13-18 

Egli è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
Fratelli, ora, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo.
Egli infatti è la nostra pace,
colui che di due ha fatto una cosa sola,
abbattendo il muro di separazione che li divideva,
cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne.
Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti,
per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo,
facendo la pace,
e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo,
per mezzo della croce,
eliminando in se stesso l’inimicizia.
Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani,
e pace a coloro che erano vicini.
Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri,
al Padre in un solo Spirito.


Canto al Vangelo
   Gv 10,27 
Alleluia, alleluia.
Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore,
io le conosco ed esse mi seguono.
Alleluia.

Vangelo   Mc 6, 30-34Erano come pecore che non hanno pastore.

Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

*
Nella 16.ma domenica del Tempo ordinario, la liturgia ci propone il Vangelo in cui Gesù si ritira in disparte con i discepoli, appena rientrati da una missione, per farli riposare. Ma la folla li segue e li precede:  
“(Gesù) vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”.
Commuove il Vangelo di oggi, e per un duplice motivo: Gesù ha inviato i suoi discepoli a due a due ad annunciare il Regno e questi tornano gioiosi e stanchi; egli li raccoglie in un luogo solitario per ascoltare quanto hanno fatto ed insegnato, ma anche per farli riposare; dall’altra parte commuove l’ansia e la risolutezza con cui le folle sono alla ricerca di Gesù. Intuiscono dove egli sta portando i suoi discepoli e li precedono. Quando giungono è Gesù che, con viscere materne, si muove a compassione per la gente, “perché sono come pecore senza pastore”. E si pone subito a loro servizio, si consegna a loro con la sua parola e il suo insegnamento. Questa commozione, questa compassione interpella oggi anche noi, pastori e fedeli, davanti alle sofferenze di un mondo che più è agitato dalla politica e dall’economia, dalle logiche del potere e della violenza, più rimane senza pastori che abbiano questo “cuore materno di Dio”, quella misericordia che è capace di piegarsi sulle sofferenza del cuore dell’uomo. Più l’uomo – e le nazioni tutte – restano chiuse in sé, senza Dio, alla ricerca delle proprie sicurezze e del proprio futuro, contro il futuro del bene comune, più quest’uomo – e le nazioni tutte – rimangono meschine, senza speranza: “E’ nei vostri cuori che siete allo stretto” (2 Cor 12,6), esclamava già l’apostolo Paolo. L’eucaristia: l’incontro con la vittoria di Cristo sulla morte, nella comunità dei fratelli, viene oggi a riempire  anche noi di questa passione divina per l’uomo, per il piccolo e per il debole. Pasotti

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Chi vive in Cristo sa che tutte le persone, anche i nemici, non appaiono per casualità

Commento al Vangelo della XV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) -- 19 luglio 2015


È  Domenica, il giorno del riposo, e siamo stanchi per “tutto quello che abbiamo fatto e insegnato”. D'accordo, magari non siamo tutti missionari, e forse questa settimana non abbiamo predicato. Probabilmente non siamo entrati nella storia come gli apostoli, senza borsa né denaro; e può darsi che stiamo covando qualche rancore, e non abbiamo nessuna voglia di riconciliarci, altro che andare "a due a due"...
Ma il Signore lo sa, e per questo, attraverso la Chiesa, ci dona questo Vangelo, una Parola che c'entra sempre con la nostra vita. Ci è predicata perché ci illumini e si compia in noi. Apostoli o no, di sicuro "non abbiamo neanche il tempo di mangiare".
Le settimane ci scorrono sotto il naso tra ufficio, spesa, scuola, banche, ospedali, palestra, riunioni di condominio; e poi i figli, il fidanzato, i suoceri, il cane che abbaia davanti alla porta, la spazzatura che tracima come un torrente gonfiato dalla pioggia, il piccolo con la febbre alta ma è finito l’antipiretico e sono le undici e mezza, dove sarà una farmacia di turno?
Se siamo preti, ecco le messe, catechismo, consiglio pastorale, riunione in decanato e mille altri incontri. E alla fine non abbiamo mai tempo per mangiare, per riposare davvero. Ma se non ci alimentiamo, e bene, il nostro fare ci distrugge. Infatti...
Quanti figli, mogli, mariti, amici, colleghi, conducenti della macchina davanti e parrocchiani pagano i nostri isterismi da iperattivismo... Troppi. Siamo sempre stanchi, angosciati, nevrotici, stritolati in agende fittissime che neanche Obama si sogna di avere.
E per alimentarci solo un fast-food spirituale, e che vuoi che sia un hamburger di preghiere, ci basta per stare in piedi, cioè in pace, dieci minuti scarsi. Ma questa Domenica di Luglio può essere diverso. Andiamo allora con Gesù in un "luogo in disparte, solitario", per "riposarci un po'”. Impariamo cioè dal “riposo” di Gesù e degli apostoli come “fare” le cose di tutti i giorni.
Per esempio, nella messa di questa Domenica, il luogo dove imparare a vivere “separati”, cioè “santi”. E nella liturgia, come una saetta, il Vangelo vibra una parola tra le ore indaffarate delle nostre vite: “commozione”, che nel greco del Vangelo, è una parola vicinissima a "viscere", la fonte della vita che risiede nel seno di una madre. 
Gli apostoli dunque, vanno inviati da un amore più grande, l'amore di una madre, assorbito nell'intimità con il Signore.  La missione, qualunque missione, si svela nel cuore di Maria, ferito dall'amore, come quello del suo Figlio: "Chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino" (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 37).
Predicano, annunciano, guariscono, ma poi tornano e si rifugiano dal loro Amato, il Signore che li "rapisce" in un luogo di riposo. Sono questi i ritmi autentici della vita, segnati dall’intimità con il Signore: da Lui, per Lui, con Lui, a Lui. Secondo la Scrittura condensata nel Vangelo di oggi, questa intimità ha un luogo, il deserto. 
Questo, nella Bibbia, è il luogo della memoria dell’amore e dell’ascolto dell’Amato: è il luogo del primo amore, quello a cui ritornare sempre per non abbattersi di fronte alle difficoltà: “Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata” (Ger. 2,2). 
Ma il deserto, in ebraico “midbar”, è anche il luogo-simbolo dell’ascolto della Parola, in ebraico: “dabar”; al centro della missione vi è dunque un luogo dove amare, e dove amare è ascoltare, perché ascoltare è obbedire, e dove vi è l’obbedienza vi è sempre il puro amore. Nel deserto cresce l'amore degli apostoli, nell'ascolto obbediente della parola di Gesù la fede si fa adulta.
Come Maria, come fu chiamata dai Padri, la Chiesa diviene il “deserto fiorito”, la debolezza rivestita della Grazia, l’assemblea convocata per ascoltare la Parola che ha il potere di trasformare il deserto dell'impossibile umano nel giardino del possibile di Dio.
l deserto è così l'esperienza che si fa memoriale e fondamento per ogni missione, anche la più difficile, anche quella che conduce al martirio, sia esso quello del sangue, sia esso quello di una predicazione in una terra indifferente, o quello di un giovane che voglia vivere un fidanzamento casto, o quello di una madre e un padre che accolgono il settimo figlio, o quello di chi non resiste al male e, a scuola, in ufficio, ovunque, si lascia privare dell'onore offrendo l'altra guancia.
Il deserto infatti è anche il luogo della prova. Nel Deuteronomio è scritto: “Il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire” (Dt. 8,14-16). 
Si tratta delle prove conosciute da Israele nel cammino dell’Esodo, ma che evocano anche la dura prova della Donna dell'Apocalisse, perseguitata dal drago che vuole divorare il bambino appena nato. Questa donna è Maria, che ha conosciuto la prova della fede, la spada che le ha attraversato l'anima, come la lancia che ha ferito il costato del suo Figlio.
Nel deserto Maria fugge per esservi nutrita, esattamente come gli apostoli, e come la Chiesa durante i secoli. Nel mezzo delle angustie e delle persecuzioni sofferte per il Vangelo, il Signore dona a Maria e ai suoi figli le "ali della grande aquila" per volare nel deserto preparato per la Chiesa, per gli Apostoli, per ciascuno di noi, come un luogo di rifugio, un porto sicuro dove attraccare la barca della nostra vita; dove imparare l'amore nell'ascolto, dove sperimentare la potenza e la protezione di Dio, dove essere nutriti dall'unico alimento che sazia e rende capaci di qualunque cosa, come è stato per Elia che, nutrito dal cibo del Cielo, ha sfidato gli idoli uscendone vincitore.
Possiamo far mille cose, ma senza l'esperienza del deserto, senza vivere come in una cella dove essere con e per il Signore, tutto ciò che facciamo, fosse anche il miracolo più straordinario, non sarà altro che l'ennesima iniezione di fumo a riempire un vuoto abissale. Lo diceva San Paolo, si può far tutto, anche le cose più sante, ma senza la Carità, senza Cristo, è tutto fumo, vapore, vanità di vanità: "Occorre guardarsi, osservava San Bernardo, dai pericoli di una attività eccessiva, qualunque sia la condizione e l’ufficio che si ricopre, perché le molte occupazioni conducono spesso alla "durezza del cuore", "non sono altro che sofferenza dello spirito, smarrimento dell’intelligenza, dispersione della grazia... Ecco dove ti possono trascinare queste maledette occupazioni, se continui a perderti in esse… nulla lasciando di te a te stesso" (Benedetto XVI, Angelus del 20 agosto 2006; San Bernardo, De consideratione. II, 3).
Fateci caso, anche nel riposo Gesù si “commuove”. Vuol dire che Gesù non viveva a compartimenti stagni, ma tutto quello che diceva e  faceva sorgeva dalla sua “compassione”, dal suo sguardo materno che in tutti riconosceva delle “pecore senza pastore”.
Ecco, oggi il Signore ci dice che c’è un solo modo di vivere autenticamente, ed è quello di una madre che si “commuove”, cioè si “muove-con” il figlio che porta nel seno. Tutto di lei è per lui: i pensieri, i gesti, i minuti. Quando mangia sta attenta a quello che potrebbe fargli male, se c'è qualche pericolo sospende qualsiasi lavoro, perfino il riposo della notte dipende strettamente dal bimbo che porta in grembo. Non si appartiene più, è trasformata in vita da donare al suo piccolo.
Come una madre incinta, anche noi siamo chiamati a dare frutto per gli altri in tutto quello che facciamo. A “muoverci-con” le persone che Dio ci affida, ovvero ad amarle sino al punto di entrare nel loro dolore e nella loro gioia. A donare ogni frammento del nostro fare perché tutto nella nostra vita sia un segno della sollecitudine di Cristo. Anche la malattia che ti impedisce qualsiasi cosa, come il dolore, è amore che sgocciola dalle ferite del corpo e del cuore per la folla che soffre senza speranza.
Occorre allora guardarci dentro e chiederci che cosa ci muove: un'ansia che ci impedisce star fermi per non incontrare noi stessi, una nevrosi che cerca di dare senso all'inutile susseguirsi delle nostre ore vuote? oppure la commozione, le viscere stesse di Gesù che risuonano d'amore nelle nostre viscere, che ci proietta in un amore più grande? L'amore che si dimentica di se stesso, che non scrive appuntamenti sulle agende, che non fa conti, ma che, come pane spezzato, si da in pasto ad ogni uomo. Come ripeteva San Francesco: "Donandosi si riceve, dimenticando se stessi ci si ritrova". 
E questo è vero per ogni atto della nostra vita che si fa annuncio del Vangelo: sbrigare una pratica, cambiare un pannolino, fare la spesa, studiare, uscire con il fidanzato, andare al cinema o guardarsi una partita, "sbarcando" ogni giorno con Lui pieni di "commozione" di fronte a tutti quelli che "ci precedono", dal marito o la moglie che incontriamo svegliandoci, ai figli, ai colleghi, a chi sale sulla metro con noi o sfioriamo al banco del mercato. 
Ma la “compassione” nasce dall’essere stati a nostra volta oggetti della “compassione” di Gesù. Per questo oggi ci richiama all’ovile della Chiesa per “riposare” in Lui. E così, dalle "viscere" della comunità dove ci siamo ben alimentati, sapremo uscire ad annunciare le “molte cose” sperimentate a chi ancora vaga nella vita perché non ha conosciuto Cristo.
Chi vive in Cristo sa che le persone, tutte, anche quelle più moleste, anche chi si fa nemico, non appaiono nella vita per casualità: esse "precedono" i discepoli di Cristo; forse inconsapevolmente, o più realisticamente perché in qualche modo hanno intuito che nei cristiani vi è qualcosa di diverso, un barlume di speranza. Per questo un discepolo non si stupisce mai di quello che accade nella sua esistenza, perché ogni istante, ogni incontro, ogni fare è prezioso. Gli occhi della “commozione”, infatti, “capiscono” che ogni persona ci “precede” e non è lì per caso, perché “tutti cercano Lui” in noi, per non restare come “pecore senza pastore”

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LECTIO DIVINA
Domenica XVI del Tempo Ordinario – Anno B – 19 luglio 2015
di Mons. Francesco Follo
1) Compassionepartecipazione profonda alla vita dell'altro.
Coerente con il fatto di aver scelto i suoi Apostoli “perché stessero con lui e per mandarli a predicare.” (Mc 3,14 – 15), Gesù invita a stare con Lui i discepoli che tornano dal loro giro missionario perché si riposino: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’?” (Mc 6, 31). La missione nata dalla comunione di vita con Cristo ha bisogno di ristoro, richiede di andare in disparte per essere “soli” con Gesù, in un luogo solitario è per parlare al cuore (cfr Osea 2). Questa “sosta di riposo” in disparte è usata da Messia non solo per dare la possibilità ai suoi discepoli di recuperare le forze ma anche per introdurli ad una conoscenza più approfondita dei “misteri del regno” (cfr. Mc 4,10-11) e renderli ancora più capaci di annunziare la Parola. Qualcuno ha scritto: “Cammina per cercare gli altri, ma fermati per trovare te stesso”. E’ quanto ci viene ricordato dall’invito del Signore ai suoi discepoli. Anche con le migliori intenzioni e, persino, allo scopo di far del bene agli altri, si può smarrire se stessi. Ci si può “svuotare” al limite di non verificare più il senso e l’orientamento per cui si lavora. Se questo può succedere all'apostolo, al missionario, tanto più accade a chi si è come ingolfato nella vita attiva di tutti i giorni, la vita che porta con sé una serie di impegni e di problemi tutti all'esterno di noi.
È dunque indispensabile accogliere l’invito di Gesù che dice anche a noi: “Venite in disparte, con me”. Se stiamo con Gesù, impariamo da lui il cuore di Dio. In questo tempo in disparte, il Signore concede ciò che ha promesso di più prezioso, ciò che è più necessario: concede se stesso. Riempiti dalla Sua presenza possiamo ritornare tra la gente, portando con noi il cuore di Dio che fa di noi un santuario di bellezza e compassione. Secondo me, Gesù non è preso dal dubbio di scegliere tra la stanchezza dei discepoli e la domanda della gente che cerca. Il Cristo fai riposare gli amici e risponde ai cercatori di Lui e della Sua parola. In questo modo i discepoli imparano ad essere a disposizione dell’uomo, sempre. Imparano a non appartenere a se stessi, ma al dolore e all’ansia di luce dei cercatori di Luce. Imparano da Gesù la sua semplice e divina capacità di commuoversi. Stando con Cristo, imparano da Lui il Suo sguardo che si commuove. Lo stesso tesoro che noi oggi dobbiamo salvare: la compassione, cioè il moto del cuore che muove la mano a fare.
2) Gesù formatore ed evangelizzatore
Per capire bene i 5 versetti che compongono il brano del Vangelo di oggi è utile parlare del contesto. Il capitolo 6 di San Marco mostra un grande contrasto. Da un lato si parla del banchetto della morte, promosso da Erode con i grandi di Galilea, nel palazzo della Capitale, durante il quale viene ucciso Giovanni Battista (Mc 6,17-29). Dall'altro, il banchetto della vita, promosso da Gesù per la gente di Galilea, affamata nel deserto, in modo che non perissero lungo il cammino (Mc 6,35-44).
I cinque versetti della lettura di questa domenica (Mc 6, 30-34) sono collocati esattamente tra questi due banchetti e sottolineano due cose: Gesù 1) formatore dei discepoli e 2)annunciatore della Buona Novella di Gesù non è solo una questione di dottrina, ma di accoglienza, di bontà, di tenerezza, di disponibilità, di rivelazione dell'amore di Dio.
2.1. Formazione. I vv 30-32 di Marco al capitolo 6 mostrano come Gesù formava i suoi amici alla responsabilità. Il Cristo coinvolgeva i discepoli nella missione e li portava in un luogo più tranquillo per poter riposare e fare una revisione (cf Lc 10,17-20). Si preoccupava della loro alimentazione e del loro riposo, poiché l’opera della missione era tale che non avevano tempo per mangiare (cf Gv 21,9-13). La formazione della "sequela di Gesù" non era in primo luogo la trasmissione di verità da imparare a memoria, bensì una comunicazione della nuova esperienza di Dio e della vita che irradiava da Gesù per i discepoli. La comunità che si formava attorno a Gesù era l’espressione di questa nuova esperienza di comunione. La formazione portava le persone ad avere altri occhi, altri atteggiamenti. Faceva nascere in loro una nuova consapevolezza nei riguardi della missione e di loro stessi. Faceva sì che mettessero i loro piedi accanto a quelli degli esclusi. Produceva la “conversione” per aver accettato la Buona Novella (Mc 1,15).
2.2. Evangelizzazione. Poi nei vv 33-34 sempre del capitolo 6 di Marco, leggiamo che, mosso dalla compassione, Gesù cambia il uso del suo tempo ed accoglie la gente che lo cerca. La gente aveva intuito che Gesù era andato all'altra riva del lago, e lo seguì. Quando Gesù, scendendo dalla barca, vide quella moltitudine, rinunciò al riposo e cominciò ad insegnare. Qui appare come la gente era smarrita. Gesù rimase commosso, “perché erano come pecore senza pastore”. Queste parole ricordano il salmo del buon pastore (Sal 23). Quando Gesù vede che la gente non ha pastore, si offre come guida. Riprende ad insegnare. Guida la moltitudine che altrimenti sarebbe smarrita nel deserto della vita, e la gente poteva così cantare: “Il Signore è il mio pastore! Non manco di nulla!”.
L’annuncio della Buona Novella mostra che Gesù si muove con sollecitudine e che è spinto dalla compassione. Cristo percorre tutta la Galilea: i villaggi, i paesi, le città (Mc 1,39). Cambia perfino la residenza e va a vivere a Cafarnao (Mc 1,21; 2,1), città crocevia di diversi cammini. E questo facilitava la divulgazione del Vangelo. E’ sempre in cammino. I discepoli vanno con lui, ovunque. Nei prati, lungo le strade, in montagna, nel deserto, in barca, nelle sinagoghe, nelle case. Era spinto da una compassione che nasceve dalla passione per il Padre e per la gente povera ed abbandonata della sua terra. In qualsiasi luogo. dove trovava gente che lo ascoltava, parlava e trasmetteva la Buona Novella.
La gente di Galilea era impressionata dal modo di insegnare di Gesù, perché era di fronte a “nn insegnamento nuovo! Dato con autorevolezza! Diverso da quello degli scribi!” (Mc1,22.27). Ciò che più faceva Gesù era insegnare (Mc 2,13; 4,1-2; 6,34). Più di quindici volte il vangelo di San Marco dice che Gesù insegnava. Ma questo Evangelista non dice quasi mai ciò che il Messia insegnava. Forse non gli interessava il contenuto? Dipende da ciò che si intende per contenuto. Insegnare non vuol dire solamente trasmettere verità che la gente doveva imparare a memoria. Il contenuto che Gesù aveva ed ha da dare non emerge solo dalle parole, ma anche nei gesti e dal modo in cui entra in rapporto con le persone. Il contenuto non è mai separato dalla persona che lo comunica.
San Marco definisce il contenuto dell'insegnamento di Gesù come “Buona Novella di Dio”(Mc 1,14). La Buona Novella che Gesù proclama viene da Dio parla di Dio. In tutto ciò che Dio dice e fà, traspaiono i tratti del volto di Dio. Traspare l’esperienza che lui stesso ha di Dio, l’esperienza del Padre. Rivelare Dio come Padre è la fonte, il contenuto e lo scopo della Buona Novella di Gesù.
Questa lieta e buona novella deve avere in tutti i cristiani degli annunciatori. Tuttavia mi permetto di sottolineare il particolare e specifico contributo dato dalla Vergini Consacrate per portare il vangelo nel mondo. La loro consacrazione nella verginità non è fuga dal mondo, fatta per paura o disinteresse o per una deresponsabilizzazione, ma per esprimere attraverso i segni più efficaci e incisivi gli elementi che fanno parte dell'essenza stessa di ogni vita cristiana e della sequela del Signore: essere sempre pronte a lasciare tutto per il regno dei Cieli; rifiutare la logica del mondo; tendere ai beni spirituali che non passano, a cui tutti sono chiamati; affermare il
primato dell'amore di Dio su tutti gli altri valori; vivere nella totale disponibilità all'ascolto del Verbo e nella lode divina; imitare Cristo stando alla sua presenza il più possibile, offrire con una esistenza che diventa servizio d'amore una realizzazione esemplare di quello che la Chiesa tutta deve essere. Come dice la preghiera di Consacrazione di San Leone Magno : “Tu...hai riservato ad alcune tuoe fedeli un dono particolare scaturito dalla fonte della tua misericordia. Alla luce dell’eterna sapienza hai fatto loro comprendere, che mentre rimaneva intatto il valore e l’onore delle nozze, santificate all’inizio dalla tua benedizione, secondo il tuo provvidenziale disegno, devono sorgere donne vergini che, pur rinunziando al matrimonio, aspirassero a possederne nell’intimo la realtà del mistero. Così le chiami a realizzare, al di là dell’unione coniugale, il vincolo sponsale con Cristo di cui le nozze sono immagine e segno. (RCV, n.38).
LETTURA PATRISTICA 
Beda il Venerabile (+ 735) In Evang. Marc., 2, 6, 30-34
Ritornati gli apostoli da Gesù, gli riferirono tutte le cose che avevano fatto e insegnato (Mc 6,30).
Gli apostoli non riferiscono al Signore soltanto ciò che essi avevano fatto e insegnato, ma, come narra Matteo, i suoi discepoli, o i discepoli di Giovanni, gli riferiscono il martirio che Giovanni ha subito mentre essi erano impegnati nell’apostolato (Mt 14,12). Continua pertanto:
"E disse loro: «Venite voi soli in un luogo deserto a riposarvi un poco»" (Mc 6,31), con quel che segue.
Fa così non soltanto perché essi avevano bisogno di riposo, ma anche per un motivo mistico, in quanto, abbandonata la Giudea che aveva con la sua incredulità strappato via da sé il capo della profezia, era sul punto di largire nel deserto, ai credenti di una Chiesa che non aveva sposo, il cibo della parola, simile a un banchetto fatto di pani e di pesci. Qui infatti i santi predicatori, che erano stati a lungo schiacciati dalle pesanti tribolazioni nella Giudea incredula e contestataria, trovano pace grazie alla fede che viene concessa ai gentili. E mostra che vi era necessità di concedere un po’ di riposo ai discepoli con le parole che seguono:
"Erano infatti molti quelli che venivano e quelli che andavano; ed essi non avevano neanche il tempo di mangiare" (Mc 6,31).
È chiara da queste parole la grande felicità di quel tempo che nasceva dalla fatica incessante dei maestri e dallo zelo amoroso dei discenti. Oh, tornasse anche ai nostri giorni tanta felicità, in modo che i ministri della parola fossero talmente assediati dalla folla dei fedeli e degli ascoltatori da non avere più nemmeno il tempo di prendersi cura del proprio corpo! Infatti, gli uomini cui è negato il tempo di prendersi cura del corpo, hanno molto meno la possibilità di dedicarsi ai desideri terreni dell’anima o della carne; anzi, coloro da cui si esige in ogni momento, a tempo opportuno e importuno, la parola della fede e il ministero della salvezza, hanno di conseguenza l’animo sempre ardentemente proteso a pensare e a compiere cose celesti, in modo che le loro azioni non contraddicano gli insegnamenti che escono dalla loro bocca.
"E saliti sulla barca, partirono per un luogo deserto e appartato" (Mc 6,32).
I discepoli salirono sulla barca non soli, ma dopo aver con sé il Signore, e si recarono in un luogo appartato, come chiaramente racconta l’evangelista Matteo (Mt 14,13). "E li videro mentre partivano e molti lo seppero e a piedi da tutte le città accorsero in quel luogo e li precedettero" (Mc 6,33). Dicendo che li precedettero a piedi, si deduce che i discepoli col Signore non andarono con la barca all’altra riva del mare o del Giordano ma, varcato con la barca un braccio di mare o del lago, raggiunsero una località vicina a quella stessa regione che gli abitanti del luogo potevano raggiungere anche a piedi. 
"E uscito dalla barca, Gesù vide una grande folla, e si mosse a compassione di loro, perché erano come pecore senza pastore, e prese a dare loro molti insegnamenti" (Mc 6,34).
Matteo spiega più chiaramente in qual modo ebbe compassione di loro, dicendo: "Ebbe misericordia della folla e risanò i loro ammalati" (Mt 14,14). Questo è infatti nutrire veramente compassione dei poveri e di coloro che non hanno pastore, cioè mostrare loro la via della verità con l’insegnamento, liberarli con la guarigione dalle malattie corporali, ma anche spingerli a lodare la sublime liberalità del Signore ristorando gli affamati. Le parole seguenti di questo passo sottolineano appunto che egli fece tutto questo. Mette alla prova la fede delle folle e, dopo averla provata, la ricompensa con un degno premio. Cercando infatti la solitudine, vuol vedere se le folle vogliono o no seguirlo.
Esse lo seguono e, compiendo il viaggio fino al deserto, «non su cavalcature o su carri, ma con la fatica dei loro piedi» (Girolamo), dimostrano quale pensiero essi abbiano per la loro salvezza. E Gesù, come colui che può, ed è salvatore e medico, fa intendere quanta consolazione riceva dall’amore di coloro che credono in lui, accogliendo gli stanchi, ammaestrando gli ignoranti, risanando gli infermi e ristorando gli affamati. Ma secondo il significato allegorico, molte schiere di fedeli, dopo aver abbandonato le città dell’antica vita, ed essersi liberati dall’appoggio di varie dottrine, seguono Cristo che si dirige nel deserto dei gentili.
E colui che era un tempo «Dio conosciuto solo in Giudea» (Ps 75,2), dopo che i denti dei giudei sono diventati «armi e frecce, e la loro lingua una spada tagliente», viene esaltato «come Dio al di sopra dei cieli e la sua gloria si diffonde su tutta la terra» (Ps 56,5-6).