(Michele Giulio Masciarelli) Sul tema della misericordia pesa una storia di equivoci e di incomprensioni, fino a potersi parlare di “misericordia esiliata” dalla nostra cultura, soprattutto perché è invalsa l’idea che la ritiene un atteggiamento debole, rinunciatario e addirittura superficiale. Papa Francesco nella bolla Misericordiae vultus rileva la dimenticanza della misericordia nella cultura dei nostri giorni e, dopo aver ricordato che essa fu osservata anche da Giovanni Paolo II nella Dives in misericordia, dice i motivi di tale dimenticanza, rievocando quanto aveva precedentemente scritto: «La mentalità contemporanea, forse più di quella dell’uomo del passato, sembra opporsi al Dio di misericordia e tende altresì ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l’idea stessa della misericordia» (Evangelii gaudium, 24).Di certo “misericordia” è parola di non facile trattamento, ma essa soprattutto è ricca di una profonda densità misterica. Essa è sospettata d’essere parola debole indicante una sorta di bonarietà, di compiacenza, d’indulgenza compassionevole, a prezzo dell’assenza di rigore veritativo e di giustizia. Si tratta però del contrario: la misericordia è molto più temibile della giustizia. È un odio del male in nome di un amore iperbolico, eccedente le ragionevoli sponde della giustizia.
La misericordia, parola fra le più importanti del vocabolario biblico, è tra le più difficili da realizzare: essa non si accontenta delle categorie del lecito, del dovuto, della convenienza, che sono bene illuminate dalla luce della ragione e da essa suffragate e motivate. La misericordia è asimmetrica nei confronti della ragione e, talora le è opposta, come quando chiede e impone l’amore al nemico che si è reso colpevole di gravissimi torti e di atti delittuosi.
Da questo punto di vista si capisce perché Nietzsche, nel suo L’Anticristo, abbia potuto vedere la misericordia come «la più malsana delle virtù» perché al massimo in antitesi con il suo vitalismo tragico e perciò da porre in cima alla sua «maledizione del cristianesimo». Di là di quanto sia devastante per il cristianesimo quanto afferma questo filosofo che ha annunciato di «scrivere la storia dei prossimi due secoli», va riconosciuto che egli sub contrario ha colto la centralità della misericordia per la religione di Gesù.
Che la misericordia — non sub contraria specie, ma in recto — sia il cuore del Vangelo è nel forte richiamo che Papa Francesco tenta di fare, con gesti e parole, dall’inizio del suo pontificato e che concretizza in modo speciale nella bolla che indice l’Anno della misericordia. L’urgente correzione interpretativa da compiere è dire, a scanso di residui equivoci, che la misericordia non è debolezza, anzitutto in Dio. Papa Francesco si premura di respingere il sospetto e l’accusa circa un’ipotetica debolezza della misericordia e delle soluzioni che suggerisce o impone dinanzi alle croci dell’uomo. E, per farlo, nella Misericordiae vultus, ricorda che san Tommaso d’Aquino presenta la misericordia come caratteristica di Dio e che «specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza».
Non è davvero esagerato affermare che con la misericordia si raggiunge una delle espressioni più elevate della rivelazione biblica che trova nel cristianesimo il suo punto apicale. Capace di dire chi sia Dio, la misericordia è in grado di dire anche chi sia l’uomo. La misericordia di Dio porta all’uomo. «Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo — scrive Papa Francesco — perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato» (Misericordiae vultus, 2).
L’uomo è un essere capace di misericordia, mentre dimostra anche di averne essenziale bisogno per essere e per esistere. È per questo che egli è una “creatura di dono”: infatti è attraversato a tal punto dalla “gratuità” che le sue origini, il suo perdurare nell’esistenza e la sua stessa morte stanno nell’unica misteriosa orbita della misericordia.
Tutto questo porta a concludere che, essendo la misericordia la prima verità e la prima legge dei cristiani, questi, tutti e sempre, vi sono obbligati. Papa Francesco, col suo stile linguistico, ne richiama di continuo la necessità: «Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza» (Misericordiae vultus, 2).
Da un lato, dunque, occorre ricordare che nessuna legge di Dio è aliena dalla misericordia o superiore a essa e questo dovrebbe avere qualche conseguenza sui comportamenti di tutti; dall’altro lato va accolto l’impulso di Papa Francesco or ora riportato. Insomma, oltre a praticare il dovere della misericordia, i cristiani sono tenuti a coglierne la qualità di dono arricchente. Se essa fosse sostanzialmente assente, i cristiani non sarebbero affatto uomini di Vangelo, ma se essa fosse fortemente carente, essi sarebbero oltremodo poveri e inaffidabili sia come uomini sia come seguaci di Gesù.
L'Osservatore Romano