martedì 21 luglio 2015

Nella vita e nella morte



Dal matrimonio pagano a quello cristiano.

(Fabrizio Bisconti) Il rito nuziale romano trovava il suo momento saliente nel gesto solenne, eppure intimo, che induceva gli sposi a stringersi la mano destra, che veniva appunto definito dextrarum iunctio, a cominciare dall’età repubblicana e protraendosi sino all’alto medioevo.
Proprio questa sacra congiunzione delle destre venne tradotta in figura nell’iconografia funeraria per esprimere un connubio fedele, che si manifesta anche attraverso sistemi alternativi, che comportano il commovente abbraccio coniugale nei clipei dei sarcofagi oppure il gesto delle destre tese sulla fiaccola, che allude al sacrificio, che concludeva il rito nuziale.Nei rilievi funerari, a partire dal II secolo dell’era cristiana, la scena della dextrarum iunctio, estratta dal tema del cursus vitae, con particolare riferimento a un atto in parte aulico e solenne, in parte domestico e familiare, viene proiettata contro un simbolico fondale, che vuole rappresentare o un aldilà velato, quando si distende un parapetasma, una sorta di pesante sipario che nasconde un altro mondo, o una condizione ultraterrena che appena si intravede da una porta dischiusa. La congiunzione delle destre, in questi ultimi casi vuole anche alludere al saluto estremo dei coniugi, a un triste congedo ambientato sulla soglia della tomba, che assurge a barriera simbolica del valico che dal mondo conduce all’oltremondo.
Intanto la scena della dextrarum iunctio, proprio nelle rappresentazioni a “fregio continuo”, si arricchisce di figure, alcune di esse complementari, come quelle di giovani che invitano dolcemente gli sposi alla congiunzione, altre fortemente simboliche, come quella del giovane Imeneo con la fiaccola accesa, che spunta tra i coniugi, o quella di Iuno Pronuba che li abbraccia solennemente.
La scena diventa l’immagine significativa e centrale di una macrosequenza di personificazioni augurali, nell’ambito della vita privata e pubblica, come la virtus, la pietas, la clementia e la concordia. Con questa peculiarità plurisignificativa, nel corso della tarda antichità, la dextrarum iunctio interessa le arche funerarie di elevatissima produzione artistica, come quella dell’imperatore Balbino o quella degli Argonauti nel nobile sepolcreto pagano che si sviluppava sulle catacombe romane di Pretestato, ma anche una singolare pittura dell’ipogeo di via Dino Compagni, dove Eracle e Atena si stringono energicamente le mani.
La scena giunge a occupare fregi e pannelli di sarcofagi cristiani dall’età tetrarchica a quella costantiniana, per trovare il momento più alto nel tempo di Teodosio, quando Iuno Pronuba è sostituita dalla mano divina che sostiene una corona, come nel sarcofago di Catervio a Tolentino o come in un arcosolio dipinto di San Sebastiano, che presenta il busto di Cristo mentre posa due corone sulle teste di due defunti, ritratti ai lati del figlio, quasi per significare che questa sacra incoronazione abbraccia tutta la famiglia.
L’unione delle destre da parte degli sposi cristiani è rappresentata anche nelle arti minori, come nei vetri dorati del secolo IV, e nella rievocazione degli sponsali biblici, come nei mosaici di Santa Maria Maggiore, riferibili al V secolo.
Molti gesti e alcune usanze del matrimonio cristiano, come si desume dalla continuità nell’ambito della cultura iconografica, migrano dal cerimoniale pagano.
Lo arguiamo anche dalle testimonianze patristiche orientali, allorquando — ad esempio — Giovanni Crisostomo, dopo aver accusato le spose di coprirsi di elegantissime vesti dorate (Elogio a Massimo 9), ricorda l’usanza di coronare di fiori gli sposi (Omelia sulla prima lettera a Timoteo 9, 2), secondo una consuetudine che, con un suggestivo passaggio di immagine, ci riconduce in Occidente, verso un audace parallelismo, che avvicina la vergine martire Agnese a una sposa: «Non così si sarebbe affrettata una sposa, dopo le nozze, al talamo nuziale, come lei al luogo del supplizio: lieta, rapida nel passo, la vergine avanzò, con il capo non ornato da trecce di capelli, ma di Cristo; non coronata di fiori, ma di virtù» (Sulle vergini 1, 2, 8).
Nelle epigrafi funerarie cristiane si fa menzione del periodo di fidanzamento, al quale si dava tanta importanza quanta quella attribuita al matrimonio. In un titolo sepolcrale del 390 si ricorda, infatti, che una certa Hilaritas, che visse 25 anni, fu promessa sposa a 11 anni, rimase fidanzata 7 anni e visse con il marito per 7 anni (ICUR II, 6049). Questa sorta di carta di identità della donna cristiana diventa più aderente alla nuova religione, con un particolare riferimento biblico, laddove la moglie è definita costa (Genesi 2, 21), come in una iscrizione della catacomba di Sant’Ermete dedicata da un Viscilius alla dolce consorte Niceni costae suae, da lui rimpianta come un dono non del tutto meritato (si eo dono dignus fuerim) (ICUR X, 26985).
Anche i banchetti di nozze dei cristiani provengono dalle usanze pagane, benché i Padri della Chiesa invitino alla moderazione e a evitare canti, suoni e danze, affinché tutto si svolga all’insegna del pudore, della compostezza, secondo un augurio preciso che vuole il Cristo presente alle nozze e che l’acqua si cambi in vino, ossia che tutto sia mutato nel meglio (Giovanni 2, 1).
Questo ultimo miracolo del Cristo diviene un vero e proprio paradigma del matrimonio cristiano, ma sfocia anche verso un simbolismo cristologico ed eucaristico (Cipriano, Epistulae 63), non dimenticando il suo esponente battesimale, che lo introduce nell’arte funeraria, ma anche nei programmi decorativi dei battisteri.
Questo obbligato passaggio esegetico e iconografico sposta l’attenzione dalla scena della dextrarum iunctio e dai matrimoni aulici e ordinari pagani e cristiani verso una rievocazione evangelica che dirotta l’intenzione semantica dal rito personale e privato verso diversi livelli di significato, che gravitano attorno all’orbita simbolica dell’attesa messianica, della prospettiva della salvezza e, da ultimo, come si diceva, dell’evocazione dell’eucarestia.
L'Osservatore Romano