lunedì 20 luglio 2015

La saggezza di Boguljub



Il libro. Pubblichiamo uno stralcio del libro "Vedo un ramo di mandorlo. Riflessioni sulla vita religiosa" (Roma, Edizioni Lipa, 2015, pagine 280, euro 20).

(Marko Ivan Rupnik e Maria Campatelli) Erano arrivati in un soggiorno, dove una grande tavola a ferro di cavallo testimoniava che si trattava di un luogo di ritrovo. La velocità con cui tutti si disposero attorno al tavolo attestò che erano abituati a incontrarsi in quel luogo. Indicarono a Boguljub e ad Amphilochios i posti al centro del tavolo. 

Poi, senza le parole inutili pronunciate normalmente in circostanze del genere, padre Gorazd ringraziò Boguljub e Amphilochios di essere venuti e chiese a tutti di aprire i cuori per saper approfittare dell’occasione per accogliere una sapienza maturata attraverso una lunga esperienza. Dette poi la parola a padre Boguljub.
Boguljub fece un leggero inchino verso i fratelli radunati attorno al tavolo e cominciò con il segno della croce. «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Padre di misericordia, sorgente della vita, dell’amore e di ogni vera sapienza, manda il tuo Spirito Santo su di noi, affinché il tuo Figlio, nostro Signore e Salvatore, si possa manifestare nella nostra umanità povera e fragile. Come hai vivificato i morti, irrobustito i fragili, curato gli infermi, ritemprato i deboli, così rafforza la nostra adesione a te, nella stessa comunione che il tuo Spirito ci comunica e con cui ci unisce a Te e tra di noi. Amen».
Si schiarì la voce, si lisciò la barba con il suo gesto consueto, e riprese: «Cari amici nello Spirito, padre Gorazd mi ha chiesto di fare con voi una riflessione su ciò che è essenziale nella vita religiosa. Ho pensato, sì, di proporvi un momento di riflessione. Ma vorrei che dopo ci fosse lo spazio per parlarne insieme, o per approfondire alcuni aspetti, se avrete delle domande. La prima sottolineatura di questa riflessione che vi voglio proporre è di che vita si tratta quando parliamo di “vita religiosa”. Infatti, considerando la vita religiosa, il punto di partenza della nostra riflessione inizia dalla vita: voi mi avete chiamato perché io vi dica qualcosa sulla vita religiosa». E qui calcò la parola “vita”.
«Ora, la prima cosa evidente è che la vita ha una sorgente. È un ruscello, un fiume. Già nell’Antico Testamento, l’acqua viva è un simbolo di Dio come sorgente di vita. Fin nei profeti quest’acqua viva indica l’effusione escatologica della vita di Dio. Ricordate Zaccaria? Un’acqua viva sgorgherà da Gerusalemme (14, 8). Ma, ancora più interessante, è che questa effusione di acqua viva escatologica è messa in relazione con lo Spirito Santo, come si vede già in Ezechiele, che parla dell’aspersione con quest’acqua in relazione alla remissione dei peccati, al cuore nuovo e allo spirito che abita dentro di noi (36, 25-27). E questa immagine eloquente riappare alla fine dell’Apocalisse, dove Giovanni la descrive in un modo estremamente affascinante: c’è una sorgente che sgorga da sotto il trono di Dio e dell’Agnello (22, 1). Su questo trono è assiso Dio, ma anche l’Agnello immolato, che allo stesso tempo è dritto, risorto, trionfante.
L’acqua che sgorga è la vita, la cui dimora è il santo dei santi, cioè la vita stessa di Dio, di Dio Padre e del Figlio, di quell’Agnello che, immolato, vive trionfante. La sorgente della vita viene dall’alto, così come ogni grazia. E dall’alto, nella Bibbia, significa fuori dal controllo dell’uomo. Dio abita in alto, perché l’uomo non può raggiungere la sua dimora. È al di là di ciò a cui l’uomo può arrivare. La vita appartiene a Lui e noi non possiamo darcela. Nessuno può fare un assalto al santuario e penetrarvi. La vita è quella che sgorga dal trono, dove stanno sia Dio che l’Agnello, cioè è la vita del Padre e del Figlio, perché il trono è unico per entrambi.
Ecco, vedete, la grande tradizione degli antichi ci tramanda questa semplice, ma straordinaria verità: il Padre e il Figlio sono una sola cosa, ma la loro comunione è una terza persona, lo Spirito Santo, che è la vita. E la vita del Padre e del Figlio è l’amore dell’uno per l’altro, e viceversa. Questo, cari amici, ci fa fare un passo ulteriore nella contemplazione del mistero: la vita che sgorga dal santuario è l’amore del Padre per il Figlio e del Figlio per il Padre. Questo amore è la terza ipostasi, lo Spirito. Non è la vita come normalmente la comprendiamo noi nel nostro mondo, segnato dalle tragedie a del peccato. L’idea che abbiamo noi della vita va proprio lasciata da parte, per non contaminare la contemplazione di questa vita che ci viene dall’alto. Noi abbiamo una visione della vita come una specie di energia, una sorta di forza che ci fa muovere, tanto è vero che il movimento è una testimonianza della vita. Ma san Giovanni ci dà un’immagine della vita che in sé stessa, nella sua verità, nella sua indole essenziale, è l’amore delle persone, la comunione tra di loro.
Sì, lo so, non è normale per i nostri orizzonti intellettuali pensare che il Padre e il Figlio vivano la comunione in una persona divina, che è l’ipostasi che ipostatizza tutto ciò che è di Dio come amore delle persone. Non siamo abituati a questo modo, perché tra noi uomini non è così. Ma in Dio, invece, è così. E, anche se alcuni tra voi sono veramente giovani, penso che abbiate già sperimentato un’amicizia che vi fa incontrare l’altro, ma allo stesso tempo vi pone in una relazione che supera il rapporto io-tu. Chiunque ha un’esperienza dell’amore fraterno, della comunione delle persone, ha già gustato un po’ di quella gioia che non è riducibile a una relazione solo intra-umana. La relazione come tale si rivela come una realtà trinitaria. Un grande poeta russo diceva: “Purché il terzo sia presente e quel terzo sia l’amore”. È questo terzo che è tra di noi come amore a garantire che noi ci amiamo. Se in questi anni in cui vivete in comunità avete provato un po’ della bellezza della vita comune, allora avete già sperimentato che non si tratta di un prodotto vostro, che non è una conquista, ma è l’accoglienza del flusso che viene dall’alto.
Quest’acqua che scaturisce dal trono, come ci ricorda ancora l’Apocalisse, comunica la vita, cioè fa crescere alberi di vita che danno raccolto e producono frutti e foglie (22, 2). Ecco, questo è il primo elemento che vorrei condividere con voi: parliamo di una vita che non è un nostro prodotto, e neanche una nostra conquista, ma è un’accoglienza rigenerante, che ci converte, ci cambia, ci rende tanto diversi da come eravamo prima di conoscere questo ruscello che sgorga dall’alto e ci lava. Ma facciamo un passo ulteriore e riprendiamo il fatto che questa vita è la comunione, lo Spirito Santo, la persona divina a noi più intima, perché abita nei nostri cuori conformandoci all’immagine del Figlio. Ecco, vedete, se lo Spirito Santo è la comunione trinitaria, la koinonìa, il “vincolo d’amore della vita”, potete immediatamente comprendere perché noi non lo conosciamo come conosciamo Cristo. Mi seguite? No? Che cos’è la rivelazione dello Spirito? È la comunicazione della vita divina, di questa comunione che Lui estende su di noi. Se allora noi lo volessimo conoscere con il suo volto, dovremmo essere immersi pienamente — anche se sempre come creature — in questa comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito. E voi capite che qui, sulla terra, questo per noi non è possibile. Non possiamo arrivare a una conoscenza integra dello Spirito, perché non siamo capaci di essere coinvolti integralmente in questa relazione comunionale, assoluta, di Dio. Questa è la speranza dell’èschaton, anche se, pure lì, ci sarà una differenza tra noi, persone create, e le persone divine.
La rivelazione dello Spirito Santo, il suo dono, le pentecosti personali di ciascuno di noi, sono la partecipazione a questa vita divina comunionale, assolutamente personale, estesa a noi uomini. E tale partecipazione per noi è possibile in Gesù Cristo. Per questo la pentecoste è possibile solo dopo la risurrezione di Cristo, quando il suo corpo è diventato pneumatico, un corpo di gloria, che ha superato il livello di esistenza di questo mondo e ormai, come dice la Lettera agli Ebrei (cfr. 9, 11), non appartiene più a questa creazione, ma alla nuova. Se cioè prima della risurrezione il corpo di Cristo era il suo corpo individuale, dopo la risurrezione questo corpo non ha più nessuna barriera e in esso veniamo incorporati in molti. Questa è una caratteristica propria all’esistenza divina: vivere l’uno nell’altro. Mentre nella nostra esistenza, segnata dalla tragedia del peccato, siamo impenetrabili gli uni agli altri, nel corpo glorioso di Cristo la sua umanità vive al modo di Dio. Ciò significa che si realizza in pienezza perché diventa una vita di comunione, e dunque una relazionalità aperta all’infinito, perché è nell’infinito che affonda l’amore tra il Padre e il Figlio.
La pentecoste ha innestato nell’umanità ciò che noi possiamo chiamare “vita nello Spirito Santo”, cioè la vita spirituale, la vita della comunione divina. È di questa vita, cari amici, che noi viviamo e della quale noi religiosi siamo testimoni. La nostra vocazione consiste nel manifestare nel mondo questa novità, questa vita che viene dall’alto e che ci innesta nella comunione, che è costituita dalla comunione, la vita dello Spirito Santo in persona.
La vita di ogni uomo consiste nel passare da questa vita creaturale ferita, oscurata, resa mortale, a una nuova creazione. Ma questo passaggio non è un obiettivo che ci viene dato come si dà un compito. È un processo di sinergia che comincia con l’accoglienza della vita dall’alto, con l’accoglienza dello Spirito, e poi continua nel nostro metterci a disposizione della sua azione trasfigurante. La Gerusalemme celeste è il punto di incontro della discesa del cielo e dell’ascesa della terra, e noi religiosi siamo in questo mondo per essere immagine profetica di questo passaggio a una qualità diversa di vita. La nostra vocazione consiste nel rendere visibile, comunicabile, questo passaggio che si è compiuto in Cristo Gesù.
Abbiamo cominciato dicendo che lo Spirito fluisce su di noi, è questo fiume che sgorga dal santuario e ci raggiunge in Cristo, dal momento che noi ci riconosciamo nell’umanità di Cristo. Come lo Spirito Santo è la koinonìa nella Trinità, così attraverso le pentecosti personali, il battesimo suscita la koinonìa degli uomini. E la koinonìa dell’umanità è la Chiesa. Perciò questo flusso che sgorga dal trono dell’Agnello nella storia fa sorgere la Chiesa. Vorrei allora proporvi, come ulteriore passo di approfondimento, alcune sottolineature che ci suggerisce a questo proposito Giovanni nel suo vangelo».
Didascalia: Discesa agli inferi e resurrezione nella cappella del Collegio San Stanislao a Ljubljana in Sloveniaopera di padre Marko Ivan Rupnik e degli artisti del Centro Aletti (2006)
Didascalia: Marko Ivan Rupnik
L'Osservatore Romano