sabato 9 febbraio 2013

Allontànati da me, Signore, perchè sono un peccatore!


 La missione del profeta è quella di indicare al mondo la presenza di Dio che opera incessantemente per sottrarre l'uomo all'angoscia della morte. Che cosa ci rende cattivi, violenti ed incapaci di stabilire giorni di giustizia e di pace sulla terra? L'insicurezza e la paura mascherate dal benessere riemergono ogni volta che ci troviamo davanti alle emergenze di ogni tipo che ci trattengono in un mare di guai. C'è qualcuno che sia in grado di pescarci e farci uscire verso la vita?
Buona domenica!
 pb. Vito Valente.


"Giustamente gli strumenti della pesca degli apostoli sono le reti, perché non 
 uccidono la preda, ma la conservano in vita, e dall’abisso la sollevano all’aperto, 
 trasportando creature fluttuanti dalla terra al cielo".
S. Ambrogio, Esp. del Vang. sec. Luca IV, 72

Oggi 10 febbraio celebriamo la    

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno C  

Di seguito testi e commenti.

MESSALE
Antifona d'Ingresso  Sal 94,6-7
Venite, adoriamo il Signore,
prostrati davanti a lui che ci ha fatti;
egli è il Signore nostro Dio.

Colletta 
Custodisci sempre con paterna bontà la tua famiglia, Signore, e poiché unico fondamento della nostra speranza è la grazia che viene da te, aiutaci sempre con la tua protezione. Per il nostro Signore...


Oppure:
Dio di infinita grandezza, che affidi alle nostre labbra impure e alle nostre fragili mani il compito di portare agli uomini l'annunzio del Vangelo, sostienici con il tuo Spirito, perché la tua parola, accolta da cuori aperti e generosi, fruttifichi in ogni parte della terra. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

LITURGIA DELLA PAROLA
   
Prima Lettura   Is 6,1-2.3-8
Eccomi, manda me!
Dal libro del profeta Isaia
Nell’anno in cui morì il re Ozìa, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Sopra di lui stavano dei serafini; ognuno aveva sei ali. Proclamavano l’uno all’altro, dicendo:
«Santo, santo, santo il Signore degli eserciti!
Tutta la terra è piena della sua gloria».
Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi:
«Ohimè! Io sono perduto,
perché un uomo dalle labbra impure io sono
e in mezzo a un popolo
dalle labbra impure io abito;
eppure i miei occhi hanno visto
il re, il Signore degli eserciti».
Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e disse:
«Ecco, questo ha toccato le tue labbra,
perciò è scomparsa la tua colpa
e il tuo peccato è espiato».
Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!».
    
Salmo Responsoriale
  Dal Salmo 137
Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria.
   
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo.

Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.

Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra,
quando ascolteranno le parole della tua bocca.
Canteranno le vie del Signore:
grande è la gloria del Signore!

La tua destra mi salva.
Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani.
    
Seconda Lettura
  1 Cor 15,1-11 forma breve  15, 3-8.11
Così predichiamo e così avete creduto.
 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano![ A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè
che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. 
 ]
Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. 
[ Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.  ]
  

Canto al Vangelo
   Mt 4,19
Alleluia, alleluia.
Venite dietro a me, dice il Signore,
vi farò pescatori di uomini.
Alleluia.
  
  
Vangelo  Lc 5,1-11
Lasciarono tutto e lo seguirono.
Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono. Parola del Signore.

* * *

COMMENTO

Un Maestro insegna e cambia la vita. E la storia del mondo. La Chiesa comincia a nascere da quel giorno sul lago di Galilea, da una barca che era di Pietro, e diventa quella di Gesù. Ne prende possesso e vi si siede, come un Re sul suo trono, come lo Sposo che entra nella sua casa. Da quel momento Pietro non sarà più lo stesso, la barca solcherà altri mari, le reti pescheranno altri pesci. Ed una parola a segnare il confine, una chiamata che rimbalza immediatamente in una missione. Nessuna chiamata è mai fine a se stessa; Dio chiama e invia, sempre. Spesso ci equivochiamo, ci disperdiamo contemplandoci nello specchio d'un disperato Narciso deluso, esattamente come Pietro dinnanzi all'enorme squilibrio tra lui e Gesù; più spesso ci afferriamo alla chiamata e ne facciamo ragione di vita, cercando successo e chiamandolo zelo. Ma non è così. Gesù prende possesso della nostra vita, del fondamento della nostra vita, delle nostre fibre più intime, come ha fatto con Pietro entrando nella sua barca, che era il suo sostentamento, il suo cibo, la sua vita. Gesù ci cerca, vuole esattamente noi, come ha voluto Pietro e la sua barca in mezzo a tante altre, come ha voluto gli altri Undici: "Scelse quelli che egli volle". E' la volontà di Dio che emerge prepotente e si posa, irresistibile, su ciascuno di noi. E' il cuore e il fondamento della chiamata: la volontà di Dio. Chi era Pietro, che cosa avesse fatto, quale il suo carattere, le sue predisposizioni, i suoi sentimenti, nulla ci è dato sapere. Aveva una barca, quindi era un pescatore, e tanto è bastato. Così come per ciascuno di noi, inutile cercare caratteristiche, idoneità, prerogative interiori o intellettuali. Nulla, non sono importanti. E per Pietro neanche sembra avere avuto importanza l'essersi scoperto e denunciato peccatore. Gesù lo rialza in tutta fretta, pescandolo dentro allo stupore e al senso d'indegnità che lo aveva fatto precipitare per terra. Umiltà fondamentale in ogni chiamata e ministero, ma non decisiva, non in quel momento almeno. Dovrà scoprire che quel sentirsi peccatore dinnanzi al miracolo stupefacente era ancora un semplice abbozzo; sperimenterà per via, con Gesù, la discesa alla verità, allo sfarinarsi delle sue presunzioni di fedeltà e amicizia, sino alle lacrime che solcheranno il suo viso esattamente nello stesso luogo dove Gesù lo aveva incontrato e lo aveva pescato. Quel giorno, risorto dalla morte, lo pescherà di nuovo dal fondo della sua debolezza, che diverrà roccia ferma incastrata nella misericordia di Dio. Da quel giorno sarà Pietro il pescatore e pastore di uomini, abbandonato all'amore del Maestro, esperto di misericordia e di fede, quella incrollabile che ha visto pescare nel suo cuore atterrito la speranza e il desiderio purissimi che vi si nascondevano. Gesù prende dunque possesso della barca di Pietro e ne fa la sua sinagoga, il trono per la sua parola e il suo compimento. La Chiesa è anche questo, il luogo della Parola proclamata e sempre compiuta. E' la predicazione di Gesù che cambia le sorti di quel mare che non aveva dato pesci. E' la Parola di Gesù che squarcia la notte e la fatica inconcludente di esperti pescatori rendendo quel mare sterile un seno fecondo. Così è per la Chiesa: la predicazione scuote la notte del mondo, richiama gli uomini come pesci in cerca di cibo. Senza la predicazione non può esservi alcuna missione. Quando la Chiesa dimentica il suo ministero fondamentale, la stoltezza dell'annuncio del Vangelo, si riduce a istituzione sterile, capace di opere meritorie, ma non di pescare uomini dal fondo della morte. La Chiesa è sempre guardata da Gesù, e Pietro è ogni giorno di nuovo pregato di scostarsi un poco da terra, perchè è sempre in agguato la tentazione di ormeggiare la Chiesa ad un molo che sembra dare sicurezza; Gesù non può insegnare mentre la folla fa ressa intorno, per questo la Chiesa non può legarsi alla terra ferma: essa è nel mondo ma non è del mondo. Quanto moli suadenti e pericolosi si nascondono sul suo e sul nostro cammino: quelli che sembrano assicurare cittadinanza nel mondo, condizione che subdolamente si insinua come necessaria ed inevitabile per evangelizzare; e allora ecco presbiteri che dismettono l'abito, e con esso molte, troppe sante abitudini; ecco le attualizzazioni e le traduzioni della Scrittura che sono tradimenti che ne diluiscono il vigore salvifico; ecco la paura del rifiuto, dello scandalo, dellìessere segno di contraddizione cambiare il vino in acqua, lo splendore della Verità nel grigio degli accomodamenti relativistici; ecco i compromessi con i linguaggi e i criteri mondani, e strutture e uffici stampa e riunioni e commissioni, e mezzi e strumenti che presto si trasformano in armature pesanti e ingombranti come quella che soffocava Davide; per affrontare Golia, il principe di questo mondo, occorre essere sempre liberi, scostati da terra pr senza abbandonarla, ed in mano le cinque pietre di Davide, i cinque Libri della Torah, la Parola di Dio insegnata da Gesù. E' questa l'unica che realizza ciò che annuncia. Dal buio di una notte di fatiche sbattute contro il fallimento s'erge una Parola che si fa creatrice: nel nulla crea, ed è subito abbondanza. L'impossibile si fa possibile. E supera ogni desiderio e speranza. Abramo desiderava un figlio, Dio gli dona una discendenza. Pietro sperava del pesce per vivere, il Signore gliene dona da far quasi affondare la barca. Abramo desiderava essere padre nella sua famiglia, Dio lo fa Padre di una moltitudine immensa, un Popolo che giunge sino all'eternità; Pietro desiderava essere un buon pescatore, il Signore lo fa pescatore di uomini. La promessa di Dio supera sempre la sua fama, il compimento della sua volontà genera sempre infinito stupore perchè non solo colma l'angusta misura dei desideri umani, ma la dilata in spazi infiniti. Così è la chiamata di Dio, prende la mia vita e la trasforma in benedizione per tutti; sembra qualcosa di molto personale è invece affare che riguarda il mondo intero e la sua felicità. La vita di ciascuno di noi, quando è afferrata dal Signore, smette d'essere una matassa arrotolata su se stessa, nevrosi e angosce su come stare al mondo per essere accettato e amato; diventa una fonte di acqua viva a dissetare tutti, un seno di misericordia per chiunque si imbatta nelle nostre esistenze; non ci apparteniamo più, diveniamo la barca dove ormai è seduto Gesù, il Maestro che ama, salva, perdona; chiamati da Lui diveniamo un dono di Grazia per tutti. E' il mistero più profondo della Chiesa: una barca tra mille, povera, debole, fragile, è il sacramento di salvezza per tutte le Nazioni. Il fallimento che precede l'incontro con Cristo è parte integrante della Volontà di Dio, è la preparazione all'esplosione della sua Grazia. E' sempre stato così nella Scrittura: Abramo, Mosè, Davide, e poi le donne sterili, sino a Maria, senza peccato, ma fragile, piccola, vergine, come il nulla più santo della terra ad accogliere il tutto più Santo del Cielo. Nella barca di Pietro, come nella vita di ciascuno di noi, si compie di nuovo il mistero dell'incarnazione; quella barca come la casa di Nazaret, come ogni ora della nostra vita. C'è il nulla ad accogliere il Signore, ed è proprio quello che Lui desidera. Forse per questo ha sceltoquella barca; nelle altre aveva forse scorto qualche pesce, piccolo frutto degli sforzi umani. Ma Lui aveva da sempre pensato a Pietro, al più fallito, ed in lui a tutti i falliti della storia, a ciascuno di noi. Quella notte di pesca infruttuosa è notte benedetta, come la notte del Sepolcro di Gerusalemme, come le notti della Creazione, del sacrificio di Isacco, dell'Esodo, del Messia, come recita il Poema delle Quattro Notti del Targum al libro dell’Esodo. Quante volte Pietro avrà ascoltato questo commento che traduceva nella sua lingua aramaica il brano dell'esodo che riguarda la Pasqua: «La prima notte, quando Jahvè si manifestò sul mondo del creato; il mondo era confusione e caos e le tenebre ricoprivano la superficie dell’abisso e la parola di Jahve era la luce che brillava: ed egli la chiamò Prima notte. La seconda notte, quando Jahvè si manifestò ad Abramo vecchio di cento anni e a Sara, sua moglie, di novanta anni perché si adempisse la Scrittura. Come mai Abramo a cento anni sta per generare e Sarà, sua moglie, a novanta sta per partorire? E la chiamò Seconda notte. La terza notte, quando Jahvè si manifestò agli Egiziani nel mezzo della notte: la sua mano uccideva i primogeniti degli Egiziani e la sua destra proteggeva i primogeniti d’Israele, perché si adempisse ciò che dice la Scrittura: il mio figlio primogenito è Israele e la chiamò Terza notte. La quarta notte, quando il mondo giungerà alla sua fine per essere sciolto: le catene di ferro saranno spezzate e le generazioni dell’empietà saranno distrutte e Mosè verrà dal deserto e il Re Messia dall’alto. È la notte della Pasqua per il nome di Jahve, stabilita e consacrata per la salvezza di tutte le generazioni di Israele. Questa è la Quarta notte». La notte dunque come un seno gravido di vita. Il segno che Gesù compie sarà lo stesso che compirà, nel medesimo luogo, dopo essere risuscitato dalla morte, e aver compiuto la sua pasqua. I pesci, immagine degli uomini che la Chiesa pescherà nei secoli, sono liberati dalle catene di ferro, è dunque giunto il Messia. "E' il Messia" griderà Pietro quella mattina di Pasqua, riconoscendolo proprio da quel segno; "è il Signore, lo aveva profetizzato quando mi ha chiamato e ha preso la mia vita". La notte apre il cammino al Signore, sempre. Per questo il Vangelo di questa domenica ci invita ad alzare lo sguardo e a prendere il largo di uno sguardo di fede; esso guarda oltre la superficie, e vede già nella notte la benedizione del giorno. Prendere il largo significa avere questo discernimento, senza il quale non si tolgono gli ormeggi e si resta ancorati alla paura. Il discernimento che si addice alla Chiesa e ai cristiani, che non conosce disperazione, che spera contro ogni speranza pur vedendo, con gli occhi della carne, morte e fallimento ovunque. Ma proprio dove il mondo vede solo macerie e cerca responsabili e capri espiatori in una spirale di violenze e rancori, la Chiesa incontra lo sguardo commosso del Signore, e lascia che le sue Parole rimbalzino attraverso le sue e rechino ovunque vita e risurrezione. Non può temere Pietro dinnanzi alla sua debolezza, neanche dinnanzi ai suoi peccati. Il Signore ha tratto vita laddove non ve n'era, e quel lago senza pesci non era altro che l'immagine della sua stessa vita. Della nostra vita. Ma basta una Parola di Gesù sulla quale gettare le reti e appare il miracolo. La Chiesa, e ciascuno di noi, conoscendo a fondo d'essere totale impedimento e nulla più, fondata esclusivamente sulla Parola di Dio può lasciare tutto e seguire il Signore. I mezzi e gli schemi di prima, le sicurezze e i criteri non servono più. La Chiesa è Lui, è la sua Parola, il suo potere che si realizza nei sacramenti e nella predicazione, la comunione (secondo la parola greca utilizzata alla fine koinonoi) di quelli che erano stati umanamente solo soci in affari e che son diventati fratelli oltre la carne. Con il Signore possono gettarsi nel mondo a catturare vivi, come dice con forza l'originale greco del verbo pescare, tutti coloro che, nel mondo e nelle generazioni, giacciono morti nella notte

ALTRI COMMENTI

1. Congregazione per il Clero
Dopo averci mostrato come, davanti a Cristo, davanti all’eccezionalità di Cristo, l’animo umano possa difendersi al punto tale da cacciarlo via, riducendo la realtà che ha di fronte, la santa Chiesa ci introduce, oggi, dentro quell’esperienza di familiarità con Gesù, che è all’origine della chiamata dei primi discepoli, della loro fede e della loro vita.
La pagina evangelica che abbiamo ascoltata, tratta dal Vangelo secondo Luca, inizia mostrandoci la “concretezza” con cui il popolo si rapportava con Cristo: «Mentre la gente gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio…» (Lc 5,1). La gente “gli faceva ressa attorno”, cioè lo intravedeva, lo seguiva, gli si avvicinava per ascoltarlo, al punto che il Signore rischia di essere schiacciato e, con la sua straordinaria prontezza, con quel mirabile senso pratico che ogni suo gesto rivela, salta su una barca ormeggiata a riva e domanda a Simon Pietro  di scostarsi un po’ da riva, così ch’egli possa parlare alla gente.
Che Mistero! La Parola di Dio, l’eterno Figlio del Padre, facendosi carne, ha assunto, ha “preso” tutta la nostra umanità e la vive fino in fondo, senza risparmiarsi nulla di ciò che è umano, compresa la fragilità propria della nostra natura: la Parola eterna, per mezzo della quale il Padre ha creato il mondo, ha bisogno di “alzare la voce” per farsi udire; ha bisogno di sottrarsi alla ressa della folla, di quella folla di persone che ama visceralmente, per evitare di rimanere “schiacciato”; di domandare a Simon Pietro ospitalità sulla sua barca. Agli occhi degli israeliti, Cristo appare, perciò, in tutto e per tutto, come un uomo, fatto di carne come ogni uomo, con un corpo soggetto alla fatica fisica, alla fame e alla sete, alle intemperie, come ogni altro uomo, eppure da quell’uomo non potevano stare lontani, da lui non potevano distogliere lo sguardo. Neanche la fame – quella fame che il Signore sazierà con la moltiplicazione dei pani e dei pesci (Gv 6,1ss.) – può distrarli da lui.
Inoltre, è commovente vedere come nulla, con Cristo, accada per caso: egli non sale su una barca tra le altre, ma sulla barca di Simone; questi aveva già incontrato il Signore, quando suo fratello Andrea, arrivando a casa trafelato, gli aveva detto: «Abbiamo trovato il Messia» (Gv 1,41); Simone aveva già trascorso del tempo con lui, tanto che, all’invito del Signore di riprendere il largo, in pieno giorno, il momento meno favorevole per la pesca – anche chi non è esperto di pesca lo sa –, all’invito di gettare nuovamente le reti dopo una notte infruttuosa, arriva già a poter esclamare: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma – aggiunge Simon Pietro – sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5).
Che cosa poteva portare Simone ad un’affermazione apparentemente così illogica? Perché sembra illogico, dopo una notte di lavoro assolutamente infruttuoso, tentare una nuova pesca di prima mattina, quando la luce diurna allontanerebbe tutti i pesci e la fatica fisica richiederebbe soltanto riposo. Illogico! Eppure, Simone dice: «Ma sulla tua parola getterò le reti». Perché? Come può un pescatore di professione dire una cosa simile? Tutto è racchiuso in quel “ma” iniziale: «Ma, sulla tua parola». Nell’ordinarietà della vita, nella prevedibilità degli impegni quotidiani, nella routine del proprio lavoro o nel tepore del focolare domestico, improvvisamente, cominciava a farsi strada un “ma”. Nella vita di Simone, pochi giorni prima, aveva iniziato a farsi strada questo “ma”, proprio quando Andrea l’aveva portato a conoscere Gesù e, trascorsa qualche ora con lui, tornando a casa per prepararsi, come ogni sera, alla pesca notturna, pensando tra sé e sé, aveva iniziato, lentamente, a prendere coscienza che qualcosa di nuovo gli era accaduto, qualcosa che non sapeva esprimere ancora fino in fondo, ma di cui non poteva più fare a meno.
È in questa familiarità con Cristo, progressiva e quotidiana, che cresce e si delinea nel cuore di Simon Pietro una nuova certezza: con Cristo, nella realtà, entra un fattore di assoluta novità, una novità nella quale, misteriosamente, tutta la realtà sembra convergere. Questa novità è, ultimamente, lui stesso, la sua stessa persona, Gesù. Paradossalmente, per Simone, davanti a Cristo, la cosa veramente illogica non era fidarsi di lui contro ogni evidenza, ma dire, come sarebbe parso più normale: “È assurdo, maestro, tentare una nuova pesca adesso. Su, non scherzare!”. Di fronte a qualunque altro uomo, sarebbe stato normale pensare si trattasse di una burla e continuare a riassettare le reti, per andare a casa a riposare, al più presto. Ma con Gesù, no. Con lui, sarebbe stato illogico non tentare, non prendere sul serio la sua parola, nonostante l’esperienza umana sembrasse dire tutt’altro.
E inizia, così, per Simone, un’esperienza nuova, che si rinnoverà per tre anni e fino all’ultimo suo respiro: con Cristo, la realtà non delude mai; Cristo non delude mai! La pesca accade, la barca non basta ad accoglierne il frutto prodigioso, le due barche sembrano affondare e il fratello di Andrea si getta alle ginocchia di Gesù ed esclama: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore!» (Lc 5,8). Sarebbe stato lo stesso che dire: «Tutto di te mi supera, di te, Signore, non sono degno, ma non posso fare a meno di starti attaccato, di gettarmi alle tue ginocchia!».
Domandiamo alla Beata Vergine Maria, che, nella sua vita terrena, ha trascorso più anni con il Figlio – lo aveva concepito ad appena dodici anni! – che senza di lui, di crescere in questa familiarità con Cristo, in questo quotidiano contatto con lui, attraverso uno sguardo alla realtà reso attento dalla preghiera costante, in questo suo “ma”, che è entrato nel mondo per mai più lasciarlo. E uniti a lei, uniti a Pietro, diciamo anche noi, oggi e sempre: «Fiat mihi secundum verbum tuum – Signore, accada di me, secondo la tua parola», «Signore, sulla tua parola getterò le reti». Amen!
 2. Padre Raniero Cantalamessa ofmcapp.
La pesca miracolosa era la prova che occorreva per convincere un pescatore, come era Simone Pietro. Tornati a terra egli si getta ai piedi di Gesù dicendo: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore!" Ma Gesù gli rispose con queste parole che rappresentano il culmine del racconto e il motivo per cui l'episodio è stato ricordato: "Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini" .

Gesù si è servito di due immagini per illustrare il compito dei suoi collaboratori: quella di pescatori e quella di pastori. Entrambe queste immagini hanno bisogno oggi di essere spiegate, se non vogliamo che l'uomo moderno le trovi poco rispettose della sua dignità e le rifiuti. A nessuno piace oggi essere "pescato" da qualcuno, o essere una pecora del gregge!

La prima osservazione da fare è questa. Nella pesca ordinaria, il pescatore cerca il suo utile, non certo quello dei pesci. Lo stesso il pastore. Egli pascola e custodisce il gregge, non per il bene del gregge, ma per il proprio bene, perché il gregge gli fornisce latte, lana e agnelli. Nel significato evangelico, avviene il contrario: è il pescatore che serve il pesce; è il pastore che si sacrifica per le pecore, fino a dare la vita per esse. D'altra parte, quando si tratta di uomini, essere "pescati", o "ripescati", non è disgrazia, ma salvezza. Pensiamo a delle persone in balia delle onde, in alto mare, dopo un naufragio, di notte, al freddo; vedere una rete o una scialuppa gettata verso di loro non è un'umiliazione, ma la suprema delle loro aspirazioni. È così che dobbiamo concepire il mestiere di pescatori di uomini: come un gettare una scialuppa di salvataggio a coloro che si dibattono nel mare, spesso in tempesta, della vita.

Ma la difficoltà di cui parlavo rispunta sotto altra forma. Mettiamo pure che abbiamo bisogno di pastori e di pescatori. Ma perché alcune persone devono avere il ruolo di pescatori e altri quello di pesci, alcuni quello di pastori e altri quello di pecore e di gregge. Il rapporto tra pescatore e pesci, come quello tra pastore e pecore, suggerisce l'idea di disuguaglianza, di superiorità. A nessuno piace essere un numero nel gregge e riconoscere un pastore sopra di sé.

Qui dobbiamo sfatare un pregiudizio. Nella Chiesa nessuno è solo pescatore, o solo pastore, e nessuno è solo pesciolino o pecorella. Tutti siamo, a un titolo diverso, l'una e l'altra cosa insieme. Cristo è l'unico ad essere soltanto pescatore e soltanto pastore. Prima di diventare pescatore di uomini, Pietro è stato lui stesso pescato e ripescato più volte. Fu, letteralmente, ripescato quando, camminando sulle acque, ebbe paura e fu sul punto di affondare; fu ripescato soprattutto dopo il suo tradimento. Dovette sperimentare cosa significa trovarsi ad essere una "pecorella smarrita", perché imparasse cosa significa essere buon pastore; dovette essere ripescato dal fondo dell'abisso in cui era caduto, perché imparasse cosa vuol dire essere pescatore di uomini.

Se, a titolo diverso, tutti i battezzati sono pescati e pescatori insieme, allora si apre qui un grande campo di azione per i laici. Noi sacerdoti siamo più preparati a fare i pastori che non a fare i pescatori. Troviamo più facile nutrire, con la Parola e i sacramenti, le persone che vengono spontaneamente in chiesa, che non andare noi stessi a cercare i lontani. Rimane dunque in gran parte scoperto il ruolo di pescatori. I laici cristiani, per il loro più diretto inserimento nella società, sono dei collaboratori insostituibili in questo compito.

Una volta calate le reti sulla parola di Gesù, Pietro e quelli che erano con lui sulla barca presero una quantità tale di pesci che le reti si rompevano. Allora, è scritto, "fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli". Anche oggi il successore di Pietro e quelli che sono con lui sulla barca – i vescovi e i sacerdoti – fanno cenno a quelli dell'altra barca – i laici – di venire ad aiutarli.

3. Hans Urs Von Balthasar

Sono un uomo peccatore. Perché parlo ancora con te? L'alito della mia bocca ti colpisce come veleno e ti insudicia. Va' via e spezza questo legame impossibile. C'è stato un tempo in cui ero un peccatore come gli altri, e potevo giustamente afferrare il dono della tua grazia, il dono del mio pentimento, come il mendicante la monetina di rame, che gli viene gettata nel cappello rotondo, e potevo allora comperarmi la zuppa e il pane e vivere grazie a te. Mi si consentiva di gustare la felicità del pentimento. Potevo masticare l'erba amara della contrizione come un beneficio della tua grazia. Un'amarezza di grazia superaddolciva l'amarezza della mia colpa. Ma oggi? Che fare? Verso dove trascinarmi carponi dal momento che non mi vedresti più e che non ti sono più di peso e la mia contrizione non ti importuna più? Ti ho peccato in faccia, e la bocca, che ha toccato mille volte le tue labbra, le tue labbra divine, ha baciato le labbra del mondo e ha pronunciato le parole: «Non ti conosco». Non lo conosco quest'uomo. Se lo avessi conosciuto, non l'avrei potuto tradire in questo modo. In un modo così spensierato, così ovvio. E se l'avessi forse conosciuto, non l'avrei amato. Perché l'amore non tradisce così, non si volta e ne se va con la faccia più innocente, l'amore non dimentica l'amore. Il fatto che io, dopo tutto quello che c'è stato tra noi, potevo buttarti via in questo modo dimostra solo che non ero degno del tuo amore, che io stesso non ho mai avuto dell'amore. Non è orgoglio, non è umiltà, è semplicemente la verità se ti dico: basta. Non voglio che un raggio della tua purezza venga a perdersi nel mio inferno. È bello quando l'amore si degrada nel volgare, ma è intollerabile se esso nel volgare diventa volgare. Esiste un tradimento cui non si può più rimediare. Rimane un resto nell' eternità, il mio occhio non potrà mai più incontrare il tuo. Getterò nel tempio i trenta denari, ma ti prego non prendere questa azione per un pentimento. Questa nobile parola qui non si adatta. La mia anima serra le sue labbra perché non le sfugga nessuna parola. La mia azione parla abbastanza, essa grida al cielo, ma sarebbe meglio se gridasse all'inferno. Fammi quest'ultimo regalo e voltati, non voglio più vedere questo volto coperto di sputi. Lavati la faccia, lasciami là dove sono, dove appartengo. Questa volta io so chi sono. Questa volta è definitiva.
Tu sai pure che il tuo apostolo ha detto: «Quelli che furono una volta illuminati, gustarono il dono celeste, diventarono partecipi dello Spirito Santo e gustarono la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro e tuttavia sono caduti di nuovo, è impossibile rinnovarli una seconda volta portandoli alla conversione, dal momento che quanto a loro crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all'infamia. Infatti quando una terra imbevuta dalla pioggia abbondante produce erbe utili a quanti la coltivano, viene a godere della benedizione da parte di Dio; ma se produce pruni e spine, non ha alcun valore ed è prossima alla maledizione da parte di Dio: sarà infine arsa nel fuoco». Basta ora con il concime e con l'albero sterile, che, io penso, voleva dimostrarti che troppa cura non fa bene. Taglialo e non se ne parli più.
Gli uomini hanno ferito il tuo cuore, ne sono profluiti acqua e sangue, gli uomini bevvero e guarirono, si lavarono e divennero puri. Ma io ho fatto una cosa tutta diversa. Ho puntato con un forte colpo al centro dell' amore. Ho ucciso l'amore. Ho colto il midollo più interno dell' amore, sapendo quel che facevo e ho toccato il nervo più delicato della sua vita. È crollato, non c'è più. Un cadavere pende dalla croce, io sto lontano da lì, covando la mia perduta vergogna. Sono il figlio della rovina.
Ho abusato della tua croce e della tua misericordia. Tutto è consunto fino all'ultima goccia. Anche il ritorno del figlio prodigo, anche la pecora impigliata nelle spine, la dramma perduta; tutto sprecato e buttato. Si può recitare venti volte questa scena, forse cinquanta, ma a un certo punto diventa insipida, non ha più sale. E percepisco di nuovo la voce del tuo apostolo: «Se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la piena conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco pronto a divorare i ribelli. Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. Pensate quanto maggiore sarà il castigo di cui sarà ritenuto meritevole chi avrà calpestato il Figlio di Dio e considerato profano quel sangue dell' alleanza dal quale è stato un giorno santificato e avrà disprezzato lo Spirito della grazia! Conosciamo infatti colui che ha detto: A me la vendetta! lo darò il giusto! E ancora: il Signore giudicherà il suo popolo. Terribile cadere nelle mani del Dio vivente!».
Esiste una comunione dei santi. Esiste anche una comunione dei peccatori. Forse l'una e l'altra sono la stessa ed identica. Questa catena, quest'onda, che si avvolge e cresce avanzando attraverso i giorni e i secoli, un fiume sanguigno di colpe, la strada d'inciampo degli uomini che si trascinano a terra e si rialzano.Una sola vita di calda colpa e di caldo pentimento pulsa attraverso di essi e in mezzo a questo fiume oscuro di buono e cattivo dolore sono immerse anche le gocce salvifiche del Tuo sangue, Signore. Tu li salverai.
Io sono stato gettato fuori da questa comunione dei peccatori. Rigido e ferreo, rigirato come un grumo, sto fissato in disparte, il mio peccato non ha paragoni. Se quelli mancano, piange in mezzo a loro l'angelo di Dio. In me non c'è nessun angelo. Se quelli cadono, si spezza in essi un vaso segreto e il sentimento amaro ne sgorga come una vittima sacrificale. Ma in me non si spezza più niente, tutto vi è duro e chiuso inesorabilmente. Se quelli hanno peccato, possono pregare; ma quale preghiera potrei mai pronunciare io che non venga accompagnata dai sarcasmi dell'inferno? Che cosa credere, che cosa dirti? «Mi dispiace»? «Ti voglio amare»? Ho la prova sperimentale che non è vero. Negli altri geme l'offeso Spirito Santo. In me tutto rimane muto; questo può ben essere ciò che chiamano peccato contro lo Spirito. Gli altri cadono in ginocchio davanti alla croce. lo sono finito dietro la croce. Gli altri stanno nell'educazione di Dio: «Buona cosa che mi hai umiliato, così imparo a conoscere la tua giustificazione». lo ho percorso questa scuola da lungo tempo, da me la colpa non ha più una qualche parte che sia migliorabile. Essa è rotonda e sazia, non la si può aggredire da nessuna parte, una palla di fuoco e di ferro.
Lasciami solo. Neppure tua madre mi tocchi. Non sono uno da vedere per voi. Non sprecate con me la vostra misericordia, sarebbe un fallimento. Venga su di me quel che deve venire. A quello di destra, di là, hai promesso il paradiso. Gliela auguro di cuore. Lo ha meritato. Non sapeva quel che faceva. Siate insieme felici nel vostro eterno giardino. Ma per me non tormentarti. Resto quello della parte sinistra. E non tormentarmi neppure più con il tuo tormento. Cerca di dimenticarmi.

HA LAMPEGGIATO? Lungo come uno squarcio nella tenebra era visibile il frutto sulla croce, immobile, rigido come la morte, con occhi assenti e fissi, pallido come un verme, presumibilmente già morto. Questo era certo il suo corpo, ma dove è la sua anima? In quali spiagge senza confini, in quali profondità marine senz' acqua, sul fondo di quali cupe fiamme essa avanzava? A un tratto tutti lo sanno quelli che circondano il supplizio: egli è andato via. Un vuoto (non solitudine) a perdita d'occhio discende dai corpi penzoloni, non esiste più nulla fuori di questo vuoto di fantasmi. Il mondo con la sua forma è passato, si è spaccato come un sipario da cima a fondo, senza un suono; precipitò, si afflosciò, scoppiò come una vescica. Niente più che il niente. Niente anche la tenebra. Dio è morto. L'amore è morto. Tutto ciò che era, era un sogno che nessuno aveva mai sognato. Il presente è puro passato. Niente anche il futuro. La lancetta è scomparsa sul quadrante. Nessuna tensione più fra amore e odio, fra vita e morte. Si sono livellate entrambe le cose, e lo svuotamento dell'amore è passato nel vuoto dell'inferno. Solo una cosa ha perfettamente trapassato l'altra, il nadir sta nello zenith: nirvana.
Ha lampeggiato? Lungo come uno squarcio nel vuoto illimitato era visibile la forma di un cuore? Essa si muoveva tra vortici attraverso il caos senza cosmo, sospinta come una foglia o fornita essa stessa di ali, cacciata avanti veloce dalle sue proprie invisibili oscillazioni, sovrastando da sola al di sopra di un cielo disanimato e di una terra che non esiste più.
Caos. Al di là del cielo e dell'inferno. Nulla informe di là dai confini della creazione. È Dio questo? Dio è morto in croce. È questa la morte? Non si vedono morti. È questa la fine? Non c'è più nulla che abbia un fine. È questo il principio? Principio di che? In principio era il Verbo. Quale Verbo? Quale Verbo insensato informe incomprensibile? Ma guardate: che cos'è questo lieve chiarore, che comincia indeciso ad apparire, a delinearsi nell'infinitamente vacuo? Non ha né contenuto, né contorno; qualcosa di innominato, più solo di Dio, affiora dall'assolutamente vuoto. Non è nessuno. È prima di ogni cosa. È quello il principio? È piccolo e indeterminato come una goccia. È forse acqua. Ma non scorre. Acqua non è, è più torbido, meno trasparente, più viscoso di acqua. E neppure è sangue, perché il sangue è rosso, il sangue è vivo, il sangue ha una lingua umana che grida. Questo qui non è né acqua né sangue, è più antico di entrambi, un fluire caotico. Lentamente, lentamente, improbabilmente lenta la goccia comincia ad animarsi; non si sa se questo movimento è stanchezza infinita alla più estrema fine della morte, oppure il primo inizio: di che? Silenzio, silenzio! Trattenete il respiro dei pensieri. Troppo presto per pensare al giorno, alla speranza. Germe ancora troppo debole per bisbigliare di amore. Ma guarda bene: ora proprio si muove. Un filo liquido, debole, viscoso. Troppo presto per parlare di una sorgente. Cola perduto nel caos, disorientato, senza forma di gravità. Ma più ricco. Una sorgente nel caos. Zampilla dal puro niente. Zampilla da se stesso. Non è il principio di Dio, che dall'eternità pone con potenza se stesso nell'essere, come luce e vita e unitrina felicità. Non è il principio della creazione, che scivola lieve e sonnolenta dalle mani del Creatore. È un principio senza confronto. Come se la vita salisse dalla morte. Come se la stanchezza - così stanca che per gran tempo nessun sonno potrebbe ristorarla - come se la forza frantumata del tutto fondesse all' orlo più estremo dell' esaurimento, cominciasse a scorrere, perché lo scorrere è forse un segno e un simbolo della stanchezza che non può più trattenersi, perché ogni cosa forte e ferma si scioglie alla fine in acqua. Ma non era anche nata - al principio - dall' acqua? E questa sorgente nel caos, stanchezza che scorre, non è l'inizio di una nuova creazione?
Fascino del sabato Santo. Disorientata rimane la fontana caotica. Sedimento forse dell' amore del Figlio. Questo amore, versato fino all' estremo, avendo rotto ogni contenitore, mentre, l'antico mondo, è passato, si cerca una strada attraverso l'ombroso nulla in direzione del Padre. Oppure scorre nonostante tutto, inerme, inconsapevole, in direzione di una nuova creazione, non ancora esistente, innalzata, formata? Protoplasma; generando se stesso ab origine, il germe primo del cielo nuovo e della nuova terra? Sempre più ricca sgorga la fonte. Certo che sgorga da una ferita, è come il fiore, il frutto di una ferita, che si innalza come un albero da questa ferita. Ma la ferita non fa più male, la sofferenza è dimenticata da tempo, origine è passata, è la bocca di ieri della odierna sorgente. Ciò che qui viene versato non è più il dolore che soffre, è il dolore che ha sofferto. Non più l'amore che si offre, è l'amore già offerto. Solo la ferita c'è ancora: spalancata, la grande porta aperta, il caos, il nulla, da cui la sorgente affiora. Mai più sarà chiusa questa porta.
Allo stesso modo che la prima creazione non è zampillata sempre nuova che dal nulla, così questa creazione nuova, seconda, ancora non partorita, nuovo mondo colto nel suo sorgere primo, non deriva se non dalla ferita che più non si chiude. Ogni altra forma dovrà in futuro emergere da questo vuoto abissale, ogni salute dovrà trarre la sua forza da questa lancia che ferisce. O porta di vittoria della vita che ti innalzi come un grande arco! Schiere di grazie marciano corazzate di oro, escono da te con lance di fuoco. Coppa fontale della vita scavata sul fondo! Onda su onda scorrono da te inarrestabili, per sempre, onda di acqua e di sangue, a battezzare cuori pagani, dissetando definitivamente seti spasimanti di anime, avvolgendo i deserti del peccato, arricchendo oltre misura, stracolmando ogni capacità di recezione, bastando e avanzando per ogni desiderio.
(Da "Il cuore del mondo")

COMMENTI PATRISTICI

S. Ambrogio

Maestro, disse, abbiamo faticato tutta la notte, e non abbiamo preso nulla; ma su la tua parola getterò la rete. Anch’io, o Signore, so che per me è notte, poiché tu non comandi. ... Aspetto che tu comandi; su la tua parola getterò le reti. O presunzione, quanto sei sterile, o umiltà, quanto sei feconda! Prima non avevano preso nulla, ma, su la parola del Signore, prendono una grande quantità di pesci. Questo risultato non è certo opera di umana eloquenza, ma è un dono della chiamata celeste. Qui le dispute degli uomini devono ritirarsi, il popolo ormai crede con la propria fede.
Le reti si rompono, ma i pesci non fuggono via. Si chiamano in aiuto i compagni, che stavano su l’altra barca. Che cosa sarà quest’altra barca, se non forse la terra di Giuda, dalla quale vengono scelti Giovanni e Giacomo? La Giudea è divenuta il suo santuario (Sal 113, 2). Costoro dalla sinagoga vennero verso la nave di Pietro, cioè verso la Chiesa, per riempire tutt’e due le barche: tutti effettivamente, sia Greci, sia Giudei, piegano il ginocchio nel nome di Gesù; Cristo è tutto, in tutti (Col 3, 11). Però questo gran mucchio di pesci mi fa temere che, quasi quasi, col suo peso, non faccia affondare le barche; in realtà è necessario che ci siano le eresie finché i buoni vengano provati.
Ma possiamo tuttavia intendere nella barca di un altro una seconda Chiesa, poiché una Chiesa dà origine a molte altre. Ecco allora un nuovo motivo di sollecitudine per Pietro, il quale già è in apprensione per la sua preda. Ma egli, che è perfetto, sa bene come salvare quelli che ha già raccolto, sapendo bene prendere quelli che si disperdono. Egli restituisce alla Parola coloro che prende su la sua parola; non ammette che siano sua preda, non ammette che siano sua spettanza.
Dice infatti: Signore, allontànati da me che sono un uomo peccatore. Stupiva, infatti, di quei doni divini, e quanto maggiori erano i suoi meriti, tanto meno presumeva di sé. Di’ anche tu: Signore, allontànati da me, che sono un peccatore, affinché il Signore ti risponda: Non temere. Non temere di confessare il tuo peccato al Signore, che ti perdona, non temere di riferire al Signore anche ciò ch’è tuo, perché Egli ci ha dato quello che è suo. Egli non è capace di provare invidia, non è capace di portarti via qualcosa, non è capace di sottrartelo. Vedi quant’è buono il Signore, che ha dato una tale forza agli uomini, da poter anch’essi dar la vita alle anime.
(Dall’Esposizione del Vangelo secondo Luca IV, 76-79)


S. Bruno di Segni

In quel tempo, mentre levato in piedi stava presso il lago di Genesaret e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù vide due barche ormeggiate alla spondaI pescatori erano scesi e lavavano le reti. Le due barche sono i due popoli, quello dei Giudei e quello delle genti. I pescatori sono i dottori dell’uno e dell’altro popolo; oppure i pontefici, i sacerdoti ... invece lavare le reti significa esporre e render chiare le affermazioni della propria predicazione.
Salì in una barca che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca.Il Signore è salito sulla barca di Simone, perché è venuto a predicare alla sinagoga e al popolo dei Giudei; per cui egli stesso dice:Non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa di Israele (Mt 15, 24). Di questa barca di Simone, infatti, l’Apostolo dice: Colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani (Gal 2, 8). La barca di Simone è dunque la sinagoga nella quale, sedutosi, il Signore istruiva le folle, poiché lì ha predicato il vangelo per il quale tutte le genti sono istruite e chiamate alla fede.
Quando ebbe finito di parlare disse a Simone: Prendi il largo e calate le reti per la pesca. Il Signore finì di parlare quando dopo la sua passione cessò dalla predicazione e allora comandò a Simone e a tutti gli altri apostoli di condurre al largo la barca e di calare le reti per la pesca, dicendo loro: Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura (Mt 28, 19). E aggiunse: Andate e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Il mare dunque è il mondo per cui il salmista dice: Ecco il mare spazioso e vasto: lì guizzano animali senza numero (Sal 103, 25). Della sua grandezza e profondità dice: Dio è per noi rifugio e forza, aiuto sempre vicino nelle angosce. Perciò non temiamo se trema la terra, se crollano i monti nel fondo del mare (Sal 145, 2-3).
Le reti poi sono i Vangeli dalle cui parole sono come catturate e prese le anime fedeli. La Chiesa ha infatti molte reti e molti pescatori.Simone rispose: "Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla". Così infatti anche la sinagoga, pur avendo molto faticato e gettato le reti, esposto le Scritture e proclamato la Legge e i Profeti, tuttavia, poiché faceva questo nella notte, vale a dire nelle tenebre dell’ignoranza, dal momento che non comprendeva quello che diceva, poté catturare e convertire a sé ben pochi tra i gentili.
Ma sulla tua parola getterò le reti. E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci. Questo è ciò che il salmista dice: Quanti prodigi hai fatto, Signore, mio Dio ... Se li voglio annunziare e proclamare, sono troppi per essere contati. (Sal 39, 6). E ancora:Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero o Dio; se li conto sono più della sabbia, se li credo finiti con te sono ancora (Sal 138, 17-18).
Le reti si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. Si rompe infatti la rete della Chiesa apostolica quando i Giudei, gli eretici e gli infedeli con violente argomentazioni contraddicono alla predicazione evangelica. Perciò l’Apostolo dice: Mi si è aperta una porta grande e propizia, anche se gli avversari sono molti (1 Cor 16, 9). Vengono dunque in aiuto i compagni delle altre barche, poiché da tutte le altre Chiese vescovi e sacerdoti da ogni parte convengono nell’unità, aprono la verità, condannano gli eretici e richiamano alla fede e alla Chiesa coloro che quelli avevano ingannato con frode.
Al veder questo Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: Signore, allontanati da me che sono peccatore. Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano con lui per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone.
Dice infatti l’Apostolo: Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti (1 Cor 1, 27). E ancora: Poiché, nel disegno sapiente di Dio il mondo con tutta la sua sapienza non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione (1 Cor 1, 21). Chi dunque potrebbe non stupirsi? Chi non meravigliarsi che il mondo sia convertito per mezzo di tali predicatori, che i filosofi siano stati superati, distrutta la sapienza del mondo e che una sì gran moltitudine di pesci fedeli sia stata raccolta nelle reti della fede e nella barca della Chiesa, soprattutto quando predicavano Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e follia per i Greci? ...
Gesù disse a Simone: Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini. Non temere, non stupirti – dice – ma piuttosto rallegrati e abbi fede, perché sei destinato ad una pesca ben più grande! Fino ad ora hai preso pesci, d’ora in poi prenderai uomini. Ti sarà data un’altra barca, altre reti ti saranno date! Tirate a terra le barche, lasciarono tutto e lo seguirono.
(Dal Commento su Luca I, V, XVI)


S. Agostino

Quanta fu la degnazione di Cristo! Pietro ... era stato un pescatore; ma adesso gran lode merita ogni oratore che riesca a comprendere il pescatore. Al riguardo, parlando ai primi cristiani, diceva l’apostolo Paolo: Considerate la vostra chiamata, o fratelli. In mezzo a voi non ci sono molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili. Ma Iddio ha scelto le cose deboli del mondo per confondere le forti, e le cose stolte del mondo ha scelto Dio per confondere i sapienti; e le cose ignobili e disprezzate del mondo ha scelto Dio, e quelle che non sono, quasi che fossero, per ridurre al nulla quelle che sono (1 Cor 1, 26-28). Se infatti Cristo avesse scelto per primo il retore, questo retore avrebbe detto: Sono stato scelto in grazia della mia eloquenza. Se avesse scelto il senatore, il senatore avrebbe detto: Sono stato scelto per la mia dignità. In fine, se avesse scelto l’imperatore, l’imperatore avrebbe detto: Sono stato scelto in vista del mio potere. Stiano dunque calmi tutti costoro e si lascino rimandare a dopo! Stiano calmi! Non saranno scartati né disprezzati ma solo posti in seconda linea, in quanto potrebbero in se stessi trovare come gloriarsi di se stessi. Dice: Dammi quel pescatore, dammi quell’illetterato, quell’ignorante; dammi quel tale con cui il senatore non si degna di parlare neppure quando compra il pesce. Dammi quello, dice. Se riempirò [di sapienza] un uomo come questo, sarà palese che sono io a farlo. Anche il senatore – è vero – e il retore e l’imperatore io renderò [miei discepoli], poiché io cambierò anche il senatore, ma è più convincente che io abbia agito nel pescatore. Il senatore potrebbe gloriarsi di se stesso, e così il retore e l’imperatore, mentre il pescatore non potrà gloriarsi se non di Cristo. Venga dunque [il pescatore] e questo sia per dare una lezione di umiltà salutare. Venga per primo il pescatore. Per suo mezzo sarà più facilmente guidato anche l’imperatore. Tenete in mente il pescatore santo, giusto, buono, pieno di Cristo. Insieme con gli altri popoli anche questo doveva essere preso dalle sue reti allargate per tutto il mondo.
(Dal Discorso 43, 6)



1. La barca di Pietro

"Montato su una delle barche, che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra" (Lc 5,3). Appena il Signore ebbe operato alcune guarigioni, né il tempo né il luogo furono più sufficienti a trattenere la folla dal desiderio di essere risanata. Cadeva la sera, ma la folla lo seguiva; incontrano il lago e la folla gli è da presso; per questo sale sulla barca di Pietro. È questa la barca che, secondo Matteo, è scossa dalle onde, e che, secondo Luca, si riempie di pesci, perché tu riconosca gli inizi così tempestosi della Chiesa, e i tempi successivi così fruttuosi. I pesci sono infatti coloro che navigano nel mare della vita. Là, Cristo dorme ancora presso i discepoli, qui egli dà ordini; dorme per coloro che tremano, veglia tra quanti sono già fortificati. Ma dal Profeta hai già sentito dire in qual modo dorme Cristo: "Io dormo, ma il mio cuore veglia" (Ct 5,2).

Opportunamente san Matteo non tralascia di testimoniare la manifestazione della potenza divina, quando narra che Cristo comanda ai venti (Mt 8,26). Non si tratta infatti di scienza umana - come avete udito dai Giudei quando dicevano: «Con una parola comanda agli spiriti» - ma c’è il segno della potenza celeste, allorché il mare agitato si calma, gli elementi obbediscono all’ordine della voce divina, gli oggetti insensibili acquistano il senso dell’obbedienza.

Il mistero della presenza divina si rivela quando i flutti del mondo si calmano, quando una parola sconfigge lo spirito immondo: ma questo aspetto non sopprime l’altro, ma l’uno e l’altro vengono esaltati. Riconosci il miracolo nel comportamento degli elementi, l’insegnamento nei misteri.

Dunque, poiché san Matteo aveva già fatto la sua scelta, san Luca preferisce parlare della barca nella quale pescava Pietro. La barca che ospita Pietro non è scossa dalle onde; è scossa quella che ospita Giuda. Benché navigassero i molteplici meriti dei discepoli, tuttavia quest’ultima era turbata dalla perfidia del traditore. Nell’una e nell’altra, c’era Pietro; chi è ben saldo per la sua fede, è però turbato dai demeriti altrui. Guardiamoci dunque dal perfido, guardiamoci dal traditore, affinché la maggior parte di noi non sia agitata dai flutti a causa di uno solo. Non è turbata la nave, nella quale naviga la prudenza, la perfidia è assente, respira la fede. Come poteva essere agitata la nave, di cui era pilota colui sul quale poggia il fondamento della Chiesa? C’è dunque turbamento là dove la fede è debole; c’è sicurezza dove la carità è perfetta.

E infine, benché il Signore comandi agli altri di gettare le reti, solo a Pietro dice: "vai al largo" (Lc 5,4), cioè avventurati nel mare profondo delle dispute. Che cosa c’è infatti di così alto come vedere l’altezza dei misteri, riconoscere il Figlio di Dio, proclamare la sua divina generazione? Sebbene lo spirito umano non possa comprenderla pienamente con la penetrazione della ragione, tuttavia la pienezza della fede può abbracciarla. Infatti, anche se non mi è concesso di sapere come egli è nato, tuttavia non mi è permesso ignorare il fatto che egli è nato; ignoro il modo della sua generazione, ma ne riconosco la verità. Non eravamo là, quando il Figlio di Dio era generato dal Padre; ma eravamo là quando dal Padre fu dichiarato Figlio di Dio.

Se non crediamo a Dio, a chi crediamo? Tutto ciò che crediamo, lo crediamo per avere visto o per avere udito. Ebbene, la vista sovente si inganna, ma l’udito fa fede. Vogliamo discutere della veridicità del testimone? Se attestassero persone dabbene, giudicheremmo sconveniente non creder loro: qui Dio afferma, il Figlio prova, il sole che si eclissa lo riconosce, la terra tremando lo testimonia (Mt 27,45-51 Lc 23,44).

La Chiesa è condotta da Pietro nel mare alto delle dispute, per vedere, da un lato, il Figlio di Dio che risorge, e dall’altro lo Spirito Santo che si effonde.

Che cosa sono le reti dell’apostolo, che il Signore gli ordina di gettare, se non il significato delle parole, il senso del discorso, le profondità delle dispute, che non lasciano più sfuggire coloro che ne sono presi? Ed è giusto che gli strumenti della pesca apostolica siano le reti, perché le reti non fanno morire chi vi è preso, ma lo conservano, lo traggono dalle profondità alla luce e dal fondo conducono in alto chi fluttuava sott’acqua.

Ambrogio, In Luc. 4, 68-72



2. Conoscere la propria anima

Conosci dunque te stessa, o anima bella: tu sei l’immagine di Dio. Conosci te stesso, o uomo: tu sei la gloria di Dio. Ascolta in qual modo ne sei la gloria. Dice il Profeta: "La tua scienza è divenuta mirabile provenendo da me", cioè: nella mia opera la tua maestà è più ammirabile, la tua sapienza viene esaltata nel senno dell’uomo. Mentre io considero me stesso, che tu cogli anche nei pensieri segreti e negli intimi sentimenti, io riconosco i misteri della tua scienza. Conosci dunque te stesso, o uomo, quanto grande tu sei e vigila su di te perché, una volta o l’altra, incappando nei lacci del diavolo che ti dà la caccia, tu non ne divenga preda, perché tu per caso non finisca nelle fauci di quel tetro leone che ruggisce "e va in giro cercando chi divorare". Bada a te, considerando che cosa in te entra, che cosa ne esce. Non parlo del cibo, che viene digerito ed espulso, ma parlo del pensiero, alludo alle parole. Non entri in te il desiderio del talamo altrui, non si insinui nella tua mente; il tuo occhio non rapisca, il tuo animo non chiuda in sé la bellezza d’una donna che passa; la tua parola non escogiti trame di seduzione, non le conduca innanzi con l’inganno, non ricopra il prossimo con maldicenze calunniose. Iddio ti ha fatto cacciatore, non conquistatore; egli che ha detto: "Ecco mando molti cacciatori", cacciatori non di colpe, ma di perdono, cacciatori non di peccati, ma di grazia. Tu sei pescatore di Cristo, al quale si dice: "Da questo momento darai la vita agli uomini". Getta le tue reti, getta i tuoi sguardi, getta le tue parole, così da non opprimere nessuno, ma da sostenere chi vacilla. "Bada", dice, "a te stesso". Sta’ saldo per non cadere, corri in modo da guadagnare il premio, gareggia così da resistere sino alla fine, perché la corona è dovuta soltanto a un combattimento regolare. Tu sei un soldato: spia con attenzione il nemico, perché di notte non strisci sino a te; sei un atleta: sta’ più vicino all’avversario con le mani che con il volto, perché non colpisca il tuo occhio. Lo sguardo sia libero, astuto l’incedere per stendere a terra l’avversario quando ti si precipita contro, per serrarlo fra le braccia quando si ritrae, per evitare le ferite con la vigilanza dello sguardo, per impedirle assalendolo con decisione. Se poi sarai ferito, bada alla tua salute, corri dal medico, cerca il rimedio della penitenza. Bada a te stesso, perché hai una carne pronta a cadere. Venga a visitarti, medico buono delle anime, la parola divina, sparga su di te gli insegnamenti del Signore come rimedi salutari. Bada a te stesso, perché le parole celate nel tuo cuore non siano inique; serpeggiano infatti come veleno e causano contagi mortali. Bada a te stesso, per non dimenticare Iddio che ti ha creato e non pronunciare inutilmente il suo nome.

Ambrogio, Hexaemeron, 6, 50



3. L’umiltà e la dote del predicatore del Vangelo

Quando lo stupore e l’ammirazione si impadronirono di Simon Pietro e dei suoi compagni e l’animo tutto si raccolse su quei fatti straordinari, Pietro, comprendendo che ciò non poteva essere opera dell’umana forza, umilmente si gettò ai piedi di Cristo riconoscendo in lui il suo Signore, dicendogli: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore" (Lc 5,8s) e non sono degno di stare in tua compagnia. Allontanati da me, poiché sono un comune mortale, mentre tu sei il Dio-uomo; io peccatore, tu santo; io il servo, tu il Padrone. Quante cose mi dividono da te: la debolezza della mia natura, l’abiezione della colpa, il peccato. Si considerò indegno di trovarsi in presenza di una persona così santa. Questo dimostra quanto si debba temere di toccare le cose sante, di stare attorno all’altare e di accostarsi all’Eucaristia.

Cristo, però, confortò Pietro spiegandogli che pescare voleva dire essere pescatori di uomini e questo avrebbe dovuto fare. Gli disse dunque: Non aver paura, non meravigliarti, ma piuttosto rallegrati e credi che sei destinato ad una pesca più grande: avrai un’altra barca e altre reti. Finora hai preso i pesci con le reti, d’ora in poi - cioè in un prossimo futuro - prenderai gli uomini con la parola, e con la dottrina salutifera li condurrai sulla via della salvezza, poiché tu sei chiamato al servizio della Parola.

La Parola di Dio è stata paragonata all’amo, poiché come l’amo non prende il pesce se non viene ingoiato, così anche l’uomo per la vita eterna prende la Parola di Dio solo se custodisce nell’anima la Parola di Dio. "D’ora in poi sarai pescatore di uomini", vuol dire che, dopo quanto è accaduto, prenderai gli uomini; cioè, dato che ti sei umiliato, a te spetterà d’ufficio di pescare gli uomini; l’umiltà infatti ha il potere di attirare ed è cosa buona e giusta che coloro i quali, pur avendo autorità, sanno non esaltarsi nell’essere a capo degli altri...

In Pietro - che per tutta la notte nulla aveva preso, ma dopo aver gettato le reti alle parole di Cristo fece una pesca abbondante, eppure nelle parole: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore", non si attribuisce altro che la colpa - abbiamo l’immagine di colui che predica il Vangelo. Quando fa assegnamento soltanto sulla propria forza, non ricava alcun utile, sostenuto però dalla potenza divina ottiene grandi frutti.

Pietro si gettò ai piedi di Gesù dopo aver catturato una enorme quantità di pesci. Questo ci insegna che il predicatore, catturando con la sua eloquenza un gran numero di uomini, deve umiliarsi interamente davanti a Dio e a lui deve riconoscere ogni cosa, a sé invece nulla se non gli errori. Allora troverà forza nel Signore che gli dirà: Non aver paura, avrai in futuro un successo ancora più grande: d’ora in poi catturerai un maggior numero di uomini.

Ludolfo il Certosino, Vita Dom. Christi, 1, 29


4. Perché Gesù sceglie dei pescatori

La scelta dei pescatori (Mt 4,18-22) illustra l’attività del loro futuro incarico derivante dal loro mestiere umano: gli uomini, alla stregua dei pesci tirati su dal mare, debbono emergere dal secolo verso un luogo superiore, ossia verso la luce del soggiorno dei cieli.

Abbandonando mestiere, patria, casa, ci insegnano, se vogliamo seguire Cristo, a non essere trattenuti né dall’inquietudine della vita nel mondo, né dall’attaccamento alla casa paterna.

La scelta di quattro apostoli all’inizio, insieme alla veracità dei fatti, dal momento che questi sono effettivamente avvenuti, prefigura il numero futuro degli evangelisti.

Ilario di Poitiers, In Matth., 3, 6