Il 28 febbraio alle ore 20.00 la cattedra di Pietro sarà vacante. "Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l`età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino". Con queste parole Benedetto XVI ha annunciato, in piena libertà, di rinunciare al ministero di vescovo di Roma. Un evento senza precedenti in epoca moderna, che rimarca la grande umilità e libertà del Pontefice. Di seguito propongo i commenti di: Costanza Miriano, Vittorio Messori e Antonio Socci.
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Il piccolo esercito
di Costanza Miriano
Conosco una giovane donna molto speciale, un cervello che collabora con una prestigiosa università straniera mentre fa da mamma e anche da babbo ai suoi figli, da quando il marito è morto. Ieri l’ho incontrata. Aveva le lacrime agli occhi. “Mi chiedo se lo abbiamo lasciato solo. Non abbiamo pregato abbastanza per lui” – mi ha detto. Solo questo. Mi ha dato una bella lezione, perché io da quando ho sentito la Notizia con la n maiuscola ho attraversato tutti gli stati d’animo (quelli dal lato negativo della gamma, chiaramente), ma a prendermi qualche responsabilità proprio non avevo pensato.
D’altra parte noi semplici fedeli possiamo dire solo questo: forse non ho pregato abbastanza (non sono sicura di voler sentire la risposta, per quanto riguarda me). Per il resto noi non sappiamo niente, non immaginiamo, neanche intuiamo, e non è compito nostro dare una lettura della renuntiatio del nostro amatissimo Papa (a meno che non abbiamo tutti acquistato, come alcuni giornalisti spuntati lunedì come funghi, il kit del piccolo vaticanista: diventa insider in dieci pratici lezioni da un minuto).
Noi fedeli possiamo solo chiederci se abbiamo pregato abbastanza, e per il resto fidarci ciecamente della Provvidenza, che appunto provvede – come mi ha ricordato il mio amico Pippo con un sms mai tanto gradito, a pochi momenti dalla bomba – , fidarci dello Spirito Santo che su tali questioni non si distrae di certo. Fiducia serena, abbandonata come quella di un bimbo svezzato che non si deve preoccupare di niente, se non di fare la sua parte (cioè stare abbandonato, in braccio). Certezza granitica che tutto concorre al bene per quelli che amano Dio, figuriamoci per la Chiesa, sicurezza inaffondabile che nessuna tribolazione potrà separarci dall’amore di Cristo. Speranza certa che un giorno scopriremo un disegno meraviglioso in questo gesto di suprema umiltà.
Certo, nessuno può negare che quanto è successo non ci lascia indifferenti. Lasciando perdere previsioni di fini del mondo, catastrofi, piogge di rane, profezie di monaci, vaticini, complotti e disegni occulti, cose che non ci riguardano (scire nefas) il dato di fatto è che l’evento di lunedì è di portata millenaria, e che viviamo in un momento specialissimo per la storia della Chiesa, un punto cruciale per la vita della nostra madre.
Mi piace pensare allora che noi, proprio noi che siamo vivi in questi giorni, siamo stati scelti per formare un piccolo agguerrito esercito, soldatini scelti pronti a tutto per difendere il nostro Signore, pronti a morire piano piano o anche tutto insieme perché venga il suo regno. Servi inutili, è vero, ma anche pronti per quello che possiamo a combattere la buona battaglia, essendo responsabili per i fratelli.
Il bello infatti è che il nostro club non è esclusivo, anzi è inclusivo, perché il nostro gioco non è a somma zero. Non è che se vinciamo noi gli altri perdono. Se vinciamo noi vincono tutti perché il progetto di Dio sull’uomo è la felicità. Il nostro nemico infatti non è nessun uomo, ma il nemico di Dio, il maligno. Quindi non saremo contro nessun uomo che sbaglia, ma contro l’errore sì. Contro quello è ora di alzare la voce, non per difendere noi stessi, che siamo dei poveracci come tutti, ma il progetto di Dio sull’uomo, che è l’unico a funzionare.
Vorrei rassicurare chi teme di vederci partire per una crociata. Il nostro esercito è armato solo di preghiera, digiuno, parola di Dio, sacramenti. Non serve altro, neanche la corona del rosario, perché come mi ha ricordato ieri un sacerdote, guarda caso abbiamo esattamente dieci dita.
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Messori: l'eredità di Benedetto XVI è la fede
«Benedetto XVI ha una grande devozione per Maria e una particolare predilezione per Lourdes, per la chiarezza cristallina di quella apparizione. Non può dunque essere un caso che abbia scelto l’11 febbraio come giorno per annunciare la sua rinuncia al papato». Vittorio Messori, lo scrittore italiano più tradotto nel mondo, a Lourdes e alle apparizioni della Madonna a Bernadette ha dedicato molti anni di studi approfonditi, che hanno trovato una prima sintesi in “Bernadette non ci ha ingannati”, un libro uscito di recente per la Mondadori. E conosce molto bene Joseph Ratzinger, papa Benedetto XVI, un’amicizia nata in occasione del libro-intervista all’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Le circostanze che hanno accompagnato l’uscita di quel libro, “Rapporto sulla Fede”, nel 1985, hanno certamente contribuito a saldare un rapporto: «Eravamo ancora in piena contestazione ecclesiale – ricorda Messori - e allora non era affatto facile nella Chiesa dirsi “Ratzingeriano”: su di lui girava una leggenda nera, era definito l’«oscuro» prefetto del Sant’Uffizio, il persecutore, il panzerkardinal e via dicendo. Io dovetti addirittura nascondermi, sparire per oltre un mese, mi ritirai in montagna perché i preti del dialogo, i preti ecumenici, quelli della tolleranza volevano farmi letteralmente la pelle: lettere anonime, telefonate notturne. La mia colpa era non solo avere dato voce al nazikardinal, ma addirittura avergli dato ragione». Così la frequentazione si fece assidua, «spesso ci capitava di andare in trattoria assieme», e tante volte hanno parlato di Lourdes con cui condividevano una curiosa circostanza: Messori e Ratzinger sono infatti entrambi nati il 16 aprile, il giorno deldies natalis di Bernadette.
Dunque, Messori, la scelta dell’11 febbraio non è affatto casuale.
Direi proprio di no. Il perché abbia scelto questa data è la prima domanda che mi sono posto, e mi è sembrato si sia rifatto al suo «amato e venerato predecessore», come ha sempre chiamato Giovanni Paolo II: l’11 febbraio dai tempi di Leone XIII è entrato nel calendario universale della Chiesa come festa della Nostra Signora di Lourdes, e dato il legame che questo santuario ha con il male fisico, Giovanni Paolo II l’ha dichiarata Giornata mondiale del malato. Benedetto XVI intendeva parlare dunque della sua malattia.
Malattia? Il portavoce vaticano padre Lombardi ha escluso che motivo della rinuncia sia una malattia.
“Senectus ipsa est morbus”, dicevano i latini: la vecchiaia stessa è una malattia. A 86 anni, anche se formalmente non sei malato, c’è un’infermità legata all’età. Il papa si sente malato perché molto anziano, allora io credo che lui abbia scelto proprio quel giorno per riconoscersi malato tra i malati. E anche per fare un omaggio e una sorta di invocazione alla Madonna: non soltanto la Madonna di Lourdes ma la Madonna in quanto tale.
Il Papa ha parlato diverse volte anche di Fatima, ma con Lourdes forse sente un rapporto particolare.
Di Lourdes abbiamo parlato spesso in 25 anni, e sicuramente ha approfittato dell’occasione dei 150 anni delle apparizioni per recarsi lì in visita (settembre 2008, n.d.r.). Per dare un’idea di cosa suscitasse in lui Lourdes, basti pensare che in quel giorno e mezzo che è stato lì erano previsti 3 suoi grandi discorsi. Ebbene, in realtà il Papa ha parlato ben 15 volte, quasi sempre a braccio e molto spesso si è commosso. E sempre richiamando una grande devozione a Maria, e alla figura di Bernadette. A parlare di Fatima in qualche modo vi è stato trascinato da circostanze quali l’attentato al Papa, però ho l’impressione che istintivamente la sua preferenza vada alla chiarezza cristallina di Lourdes piuttosto che al nodo molto complesso che è Fatima. Considera Fatima fin troppo complessa, ama la chiarezza cristallina di Lourdes: lì non ci sono segreti, tutto è chiaro.
Molti commentatori hanno interpretato la rinuncia di Ratzinger come una sorta di resa davanti alle difficoltà
Ci sono delle apparenti rese che in realtà sono un segno di forza, di umiltà. La libertà cattolica è molto più grande di quanto non si pensi. Ci sono temperamenti diversi, storie diverse, carismi diversi e vanno tutti quanti rispettati perché fanno parte della sacrosanta libertà del credente. In Giovanni Paolo II prevaleva il lato mistico, era un mistico orientale. Mentre in Ratzinger prevale la razionalità dell’occidentale, dell’uomo moderno. Per cui ci sono due possibili scelte: quella mistica, quella di papa Wojtyla, che tiene duro e resiste fino alla fine; oppure la scelta della ragione, come Ratzinger: riconoscere che non si hanno più le energie fisiche e che la Chiesa ha invece bisogno di una guida con grandi energie. Per cui per il bene della Chiesa è meglio che lasci. Entrambe le scelte sono evangeliche.
Papa Ratzinger ha sempre colpito per la sua grande umiltà.
E infatti la scelta di Ratzinger è segnata da una grande umiltà, una virtù che in lui è sempre stata evidente. Mi ricordo ancora un episodio di quel lontano 1985 che mi aveva particolarmente impressionato: dopo 3 giorni interi di colloquio in vista di “Rapporto sulla Fede”, prima di congedarci io gli dissi: “Eminenza, con tutto quello che lei mi ha raccontato della situazione nella Chiesa (ripeto, erano anni ancora di contestazione) mi permetta una domanda: ma lei la notte riesce a dormire bene?” Lui, con quella faccia da eterno ragazzo, e con gli occhi sgranati mi risponde: “Io dormo benissimo, perché sono consapevole che la Chiesa non è nostra, è di Cristo, noi siamo solo servi inutili: io alla sera faccio l’esame di coscienza, se constato che durante la giornata ho fatto con buona volontà tutto quello che potevo, io dormo tranquillo”. Ecco, Ratzinger ha assolutamente chiaro che noi non siamo chiamati a salvare la Chiesa, ma a servirla, e se non ce la fai più la servi in un altro modo, ti metti in ginocchio e preghi. La salvezza è una questione di Cristo.
Allora queste dimissioni mi sono sembrate in questa linea, nel senso di non prendersi troppo sul serio. Fai fino in fondo il tuo dovere e quando ti rendi conto che non riesci più, che le forze non ti assistono più, allora ti ricordi che la Chiesa non è tua e passi la mano e vai a fare il lavoro per la Chiesa che nella prospettiva di fede è il maggiore, il più prezioso: il lavoro del pregare e il lavoro dell’offrire a Cristo la tua sofferenza. La vedo come un atto di grande umiltà, di consapevolezza che tocca a Cristo salvare la Chiesa, non siamo noi poveri uomini a salvarla, anche se sei Papa.
Sabato scorso parlando ai seminaristi del Seminario romano ha detto che anche quando pensi che la Chiesa stia per finire, in realtà si rinnova sempre. Quale rinnovamento ha portato il pontificato di Benedetto XVI?
Si dimentica spesso che lui all’inizio del pontificato disse: il mio programma è di non avere programmi. Nel senso di rimettersi agli eventi che la Provvidenza gli metteva davanti. Il grande disegno strategico, in fondo, consisteva in questo, semplicemente confermare le pecorelle nella fede.
In questo ho sempre sentito una grande sintonia con lui, è sempre stato un Papa convinto della necessità di rilanciare l’apologetica, di ritrovare le ragioni della fede. Anche lui era convinto, come me, che tanti cosiddetti gravi problemi della Chiesa in realtà sono secondari: i problemi dell’istituzione, i problemi ecclesiali, l’amministrazione, gli stessi problemi morali e liturgici, sono certo molto importanti; ma attorno ad essi c’è una rissa clericale che però – lo ha detto lui stesso nel documento di indizione dell’Anno della Fede - dà per scontata la fede, cosa che in effetti non è. Cosa ci mettiamo a fare rissa tra di noi su come organizzare meglio i dicasteri vaticani, e anche sui principi non negoziabili, che cosa ci mettiamo a fare risse e magari organizzare difese se non crediamo più che il Vangelo è vero? Se non crediamo più nella divinità di Gesù Cristo tutto il resto diventa un parlare a vuoto. E infatti non a caso, l’ultimo suo grande atto è stato indire l’Anno della Fede: ma della fede intesa nel senso apologetico, cercare di dimostrare che il cristiano non è un cretino, tentare di dimostrare che noi non crediamo nelle favole, cercare di dimostrare quali sono le ragioni per credere. Le sue grandi linee strategiche sono consistite solo in questo: riconfermare le ragioni per scommettere sulla verità del Vangelo. Tutto il resto va affrontato giorno per giorno. E questo l’ha fatto, l’ha fatto al meglio.
Allora è giusto dire che l’Anno della Fede è la sua vera eredità.
Sì, l’Anno della Fede è la sua eredità, questa è l’eredità che dobbiamo prendere sul serio. Nella Chiesa, nella prospettiva del futuro, l’apologetica deve avere un ruolo centrale, perché se non è vera la base tutto il resto è assurdo. Benedetto XVI ci lascia la consapevolezza che dobbiamo riscoprire le ragioni per credere.
Se parliamo di eredità pensiamo subito a chi potrà raccoglierla. Non per unirci al totopapa che impazza ovunque, ma certo nasce la domanda su chi condivide questa priorità.
Non dobbiamo rubare allo Spirito Santo il suo mestiere. Le previsioni dei cosiddetti esperti, quando si tratta di Conclave, sono fatte per essere smentite. Di solito non ci azzeccano mai. L’impressione è che lo Spirito Santo si diverta a prenderci in giro: i grandi tromboni, i grandi esperti, i grandi vaticanisti danno per sicuro questo o quello e poi è eletto un altro. Ricordo il 1978, lavoravo alla Stampa, ero in redazione quando hanno eletto papa Luciani: all’annuncio grande panico, perché i grandi vaticanisti che avevamo ci avevano detto di tenere pronte certe biografie, perché il Papa sarebbe certamente uscito da quel mazzo di papabili, e invece niente: quando è stato eletto Luciani ci siamo accorti che l’archivio della Stampa non aveva neanche una sua foto. La stessa storia si è ripetuta due mesi dopo con Wojtyla: tutti avevano previsto quello e quell’altro, e invece all’annuncio ancora panico: di lui non sapevamo neanche come si scriveva.
Pensando a questi anni di pontificato, certo lascia pensare il fatto che non sia stato “fortunato” nella scelta dei collaboratori, che lo hanno messo spesso in grandi difficoltà.
Ratzinger per un quarto di secolo è stato prefetto alla Congregazione per la Dottrina della Fede, però ha sempre vissuto appartato, ho sempre avuto l’impressione che fosse un po’ isolato rispetto alla Curia. Lui aveva un legame fortissimo con Wojtyla, funzionava in tandem con lui: non c’è alcuna decisione teologica che Wojtyla abbia preso in cui non abbia prima sentito il parere di Ratzinger. Ma ho sempre avuto l’impressione che fosse, anche per sua scelta, estraneo alla Curia, ai suoi giri, ai suoi giochi, ai suoi schieramenti. E credo che una volta eletto Papa con sua sorpresa in fondo non avesse sufficiente conoscenza dei meccanismi, delle persone. Poi alcune scelte erano in qualche modo obbligate, ma sicuramente non era abbastanza al corrente di come stessero le cose.
Si dice che la Curia non l’abbia mai amato.
Certamente la Curia non l’ha mai amato. Wojtyla aveva scelto di fare un pontificato itinerante e in questo modo ha lasciato che la Curia andasse avanti da sola; così la Curia ha preso il sopravvento, per cui tutto sommato quei vecchi volponi dei dicasteri con Wojtyla si trovavano bene, il papa era distante, non si occupava degli affari quotidiani. Ratzinger invece ha viaggiato poco, voleva sapere, voleva mettere il naso; siccome sapeva poco della Curia, ha cominciato a informarsi e ha cominciato a fare, pur con la sua delicatezza, spostamenti, arretramenti, avanzamenti. E questo non è stato gradito, per cui anche da Papa ha continuato a essere piuttosto isolato. (R. Cascioli)
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QUANDO, NEL SETTEMBRE 2011, SEPPI DELLE DIMISSIONI. E PERCHE’ OGGI….. QUELLE INQUIETANTI PROFEZIE
Le dimissioni di Benedetto XVI non sono soltanto una notizia esplosiva, ma un evento epocale, senza precedenti moderni (si può citare il caso di Celestino V, settecento anni fa, ma fu una vicenda diversissima in tutt’altro contesto).
Quello che accade davanti ai nostri occhi è un avvenimento che, per la sua stessa natura planetaria e spirituale, fa impallidire tutte le altre notizie di cronaca di questi giorni e certamente non ha alcun legame con esse (a cominciare dalle elezioni italiane).
Ieri Ezio Mauro, nella riunione di redazione di “Repubblica” trasmessa sul sito e che ovviamente è stata dedicata al pontefice, ha rivelato che Benedetto XVI è arrivato a questa decisione “dopo una lunga riflessione. Stamattina” ha aggiunto Mauro “ci hanno detto che la decisione l’ha presa da tempo e comunque l’ha tenuta segreta”.
In effetti la decisione risale almeno all’estate 2011 e non è più una notizia segreta dal 25 settembre 2011, quando, su questo giornale, io la portai alla luce, avendola saputa da diverse fonti, tutte credibili e indipendenti l’una dalle altre. In quell’occasione scrissi che il passaggio di mano era stato pensato, da Ratzinger, per il compimento dei suoi 85 anni, cioè nella primavera del 2012.
Sennonché due mesi dopo il mio articolo, nell’autunno del 2011, cominciò a scoppiare il caso Vatileaks e fu subito evidente che – finché non si fosse chiusa quella vicenda – il Santo Padre non avrebbe dato corso alla sua decisione.
Infatti nel libro intervista di qualche anno fa, “Luce del mondo”, con Peter Seewald, analizzando la cosa in via teorica, aveva spiegato che quando la Chiesa si trova nel mezzo ad una tempesta un Papa non può dimettersi.
Per questo l’11 marzo 2012, a un mese dall’85° compleanno del Pontefice (che è il 16 aprile), io scrissi su queste colonne: “va detto che la tempesta che ha travolto in questi mesi la Curia vaticana, in particolare la Segreteria di stato, allontana l’ipotesi di dimissioni del papa, il quale ha sempre precisato che esse sono da escludere quando la Chiesa è in grandi difficoltà e perciò potrebbero sembrare una fuga dalle responsabilità”.
Lo svolgimento dei fatti successivi conferma questa ricostruzione. Perché infine le dimissioni del Papa arrivano puntualmente un mese dopo la definitiva chiusura della vicenda Vatileaks, con la grazia concessa al maggiordomo Paolo Gabriele.
Segno che tali dimissioni effettivamente erano già state decise nell’estate 2011.
Quello che accade davanti ai nostri occhi è un avvenimento che, per la sua stessa natura planetaria e spirituale, fa impallidire tutte le altre notizie di cronaca di questi giorni e certamente non ha alcun legame con esse (a cominciare dalle elezioni italiane).
Ieri Ezio Mauro, nella riunione di redazione di “Repubblica” trasmessa sul sito e che ovviamente è stata dedicata al pontefice, ha rivelato che Benedetto XVI è arrivato a questa decisione “dopo una lunga riflessione. Stamattina” ha aggiunto Mauro “ci hanno detto che la decisione l’ha presa da tempo e comunque l’ha tenuta segreta”.
In effetti la decisione risale almeno all’estate 2011 e non è più una notizia segreta dal 25 settembre 2011, quando, su questo giornale, io la portai alla luce, avendola saputa da diverse fonti, tutte credibili e indipendenti l’una dalle altre. In quell’occasione scrissi che il passaggio di mano era stato pensato, da Ratzinger, per il compimento dei suoi 85 anni, cioè nella primavera del 2012.
Sennonché due mesi dopo il mio articolo, nell’autunno del 2011, cominciò a scoppiare il caso Vatileaks e fu subito evidente che – finché non si fosse chiusa quella vicenda – il Santo Padre non avrebbe dato corso alla sua decisione.
Infatti nel libro intervista di qualche anno fa, “Luce del mondo”, con Peter Seewald, analizzando la cosa in via teorica, aveva spiegato che quando la Chiesa si trova nel mezzo ad una tempesta un Papa non può dimettersi.
Per questo l’11 marzo 2012, a un mese dall’85° compleanno del Pontefice (che è il 16 aprile), io scrissi su queste colonne: “va detto che la tempesta che ha travolto in questi mesi la Curia vaticana, in particolare la Segreteria di stato, allontana l’ipotesi di dimissioni del papa, il quale ha sempre precisato che esse sono da escludere quando la Chiesa è in grandi difficoltà e perciò potrebbero sembrare una fuga dalle responsabilità”.
Lo svolgimento dei fatti successivi conferma questa ricostruzione. Perché infine le dimissioni del Papa arrivano puntualmente un mese dopo la definitiva chiusura della vicenda Vatileaks, con la grazia concessa al maggiordomo Paolo Gabriele.
Segno che tali dimissioni effettivamente erano già state decise nell’estate 2011.
Ecco le ragioni addotte ieri dal Papa: “sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”.
Con la sua abituale limpidezza il Papa ha detto la semplice verità e ha fatto la scelta che ritiene migliore per il bene della Chiesa, fra l’altro una scelta di umiltà, che è un tratto importante della sua umanità e della sua fede.
Noi tuttavia possiamo e dobbiamo osservare che quasi tutti i papi precedenti sono invecchiati e sono rimasti in carica con forze ridotte, governando attraverso i loro collaboratori.
Con la sua abituale limpidezza il Papa ha detto la semplice verità e ha fatto la scelta che ritiene migliore per il bene della Chiesa, fra l’altro una scelta di umiltà, che è un tratto importante della sua umanità e della sua fede.
Noi tuttavia possiamo e dobbiamo osservare che quasi tutti i papi precedenti sono invecchiati e sono rimasti in carica con forze ridotte, governando attraverso i loro collaboratori.
Si può dunque ipotizzare che Benedetto XVI non abbia ritenuto di fare questa scelta perché non giudica di avere collaboratori all’altezza di un tale compito (con le sue dimissioni tutte le cariche di Curia sono azzerate).
Di certo si può dire che Benedetto XVI è stato un grande pontefice e che il suo pontificato è stato – almeno in parte – azzoppato da una Curia non all’altezza, ma anche dalla scarsa rispondenza al Papa di parte dell’episcopato.
Joseph Ratzinger, che si conferma un papa straordinario anche con questa uscita di scena, ha portato la croce del ministero petrino certamente soffrendo molto e dando tutto se stesso (non gli sono mancate né le incomprensioni, né il dileggio).
Di certo si può dire che Benedetto XVI è stato un grande pontefice e che il suo pontificato è stato – almeno in parte – azzoppato da una Curia non all’altezza, ma anche dalla scarsa rispondenza al Papa di parte dell’episcopato.
Joseph Ratzinger, che si conferma un papa straordinario anche con questa uscita di scena, ha portato la croce del ministero petrino certamente soffrendo molto e dando tutto se stesso (non gli sono mancate né le incomprensioni, né il dileggio).
E’ stata una pena vedere come il suo splendido magistero è rimasto spesso inascoltato.
Quando pubblicai il mio scoop scrissi che mi auguravo di essere smentito dai fatti e auspicavo che noi cattolici pregassimo perché Dio ci conservasse a lungo questo grande Papa.
Purtroppo molti credenti invece di ascoltare questo mio appello alla preghiera si scatenarono ad attaccare me, come se dare la notizia del Papa che stava pensando alle dimissioni fosse lesa maestà. Una reazione bigotta che segnalava un certo diffuso clericalismo.
Benedetto XVI – con la sua continua apologia della coscienza e della ragione – è fra i pochi con una mentalità non clericale.
Quando pubblicai il mio scoop scrissi che mi auguravo di essere smentito dai fatti e auspicavo che noi cattolici pregassimo perché Dio ci conservasse a lungo questo grande Papa.
Purtroppo molti credenti invece di ascoltare questo mio appello alla preghiera si scatenarono ad attaccare me, come se dare la notizia del Papa che stava pensando alle dimissioni fosse lesa maestà. Una reazione bigotta che segnalava un certo diffuso clericalismo.
Benedetto XVI – con la sua continua apologia della coscienza e della ragione – è fra i pochi con una mentalità non clericale.
Basti ricordare che non ha esitato a chiamare col loro nome tutte le piaghe della Chiesa e a denunciarle come mai prima era stato fatto.
Nella sua ammirevole libertà morale non esitò nemmeno a smentire qualche suo stretto collaboratore sul “segreto di Fatima”. Accadde nel 2010, quando decise un repentino pellegrinaggio al santuario portoghese e là dichiarò:
Nella sua ammirevole libertà morale non esitò nemmeno a smentire qualche suo stretto collaboratore sul “segreto di Fatima”. Accadde nel 2010, quando decise un repentino pellegrinaggio al santuario portoghese e là dichiarò:
“Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa… Nella Sacra Scrittura appare frequentemente che Dio sia alla ricerca di giusti per salvare la città degli uomini e lo stesso fa qui, in Fatima […] Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità”.
Un’espressione che certamente fa pensare (il centenario delle apparizioni di Fatima è il 2017), anche in riferimento ai famosi “dieci segreti” di Medjugorje.
Un’espressione che certamente fa pensare (il centenario delle apparizioni di Fatima è il 2017), anche in riferimento ai famosi “dieci segreti” di Medjugorje.
D’altra parte lo stesso annuncio delle dimissioni è arrivato in una data gloriosamente mariana, l’11 febbraio ricorrenza (e festa liturgica) delle apparizioni della Vergine a Lourdes.
E’ facile prevedere che ora si scateneranno anche dietrologie fantasiose, si evocheranno i detti di Malachia, la monaca di Dresda e quant’altro.
E’ facile prevedere che ora si scateneranno anche dietrologie fantasiose, si evocheranno i detti di Malachia, la monaca di Dresda e quant’altro.
Ma resta il fatto che il Papa, con la pesantezza epocale della decisione che ha assunto, pone tutta la Chiesa davanti alla gravità dei tempi che viviamo.
Gravità che la Madonna ha dolorosamente sottolineato in tutte le sue apparizioni moderne, da La Salette, a Lourdes, da Fatima a Medjugorje (passando per la misteriosa e miracolosa lacrimazione della Madonnina di Civitavecchia).
C’è solo da augurarsi che invece non si riferisca a questo nostro amato Papa, ciò che è stato attribuito a un suo predecessore, Pio X, che la Chiesa ha proclamato santo.
Gravità che la Madonna ha dolorosamente sottolineato in tutte le sue apparizioni moderne, da La Salette, a Lourdes, da Fatima a Medjugorje (passando per la misteriosa e miracolosa lacrimazione della Madonnina di Civitavecchia).
C’è solo da augurarsi che invece non si riferisca a questo nostro amato Papa, ciò che è stato attribuito a un suo predecessore, Pio X, che la Chiesa ha proclamato santo.
E’ un episodio che da qualche mese viene diffuso fra alcuni ambienti cattolici e anche in Curia.
Risulterebbe che Pio X, nel 1909, abbia avuto durante un’udienza una visione che lo sconvolse: “Ciò che ho veduto è terribile! Sarò io o un mio successore? Ho visto il Papa fuggire dal Vaticano camminando tra i cadaveri dei suoi preti. Si rifugerà da qualche parte, in incognito, e dopo una breve pausa morrà di morte violenta”.
Sembra che sia tornato su quella visione nel 1914, in punto di morte. Ancora lucido riferì di nuovo il contenuto di quella visione e commentò: “Il rispetto di Dio è scomparso dai cuori. Si cerca di cancellare perfino il suo ricordo”.
Risulterebbe che Pio X, nel 1909, abbia avuto durante un’udienza una visione che lo sconvolse: “Ciò che ho veduto è terribile! Sarò io o un mio successore? Ho visto il Papa fuggire dal Vaticano camminando tra i cadaveri dei suoi preti. Si rifugerà da qualche parte, in incognito, e dopo una breve pausa morrà di morte violenta”.
Sembra che sia tornato su quella visione nel 1914, in punto di morte. Ancora lucido riferì di nuovo il contenuto di quella visione e commentò: “Il rispetto di Dio è scomparso dai cuori. Si cerca di cancellare perfino il suo ricordo”.
Da tempo circola questa “profezia” anche perché si dice che Pio X avrebbe altresì dichiarato che si trattava di “uno dei miei successori con il mio stesso nome”.
Il nome di Pio X era Giuseppe Sarto. Giuseppe dunque. Joseph. Mi auguro vivamente che non sia una profezia autentica o da riferirsi ad oggi.
Il nome di Pio X era Giuseppe Sarto. Giuseppe dunque. Joseph. Mi auguro vivamente che non sia una profezia autentica o da riferirsi ad oggi.
Ma la sua diffusione segnala quanto il pontificato di Benedetto XVI – come quello del predecessore – sia circondato da inquietudini.
Del resto fu lui stesso a inaugurarlo chiedendo le preghiere dei fedeli per non fuggire davanti ai lupi. Il Papa non è fuggito.
Del resto fu lui stesso a inaugurarlo chiedendo le preghiere dei fedeli per non fuggire davanti ai lupi. Il Papa non è fuggito.
Ha sofferto e ha svolto la sua missione finché ha potuto e oggi chiede alla Chiesa un successore che abbia le forze per assumere questo pesante ministero.
D’altra parte è evidente a tutti che da trecento anni il papato è tornato ad essere un luogo di martirio bianco, come nei primi secoli esponeva al sicuro martirio di sangue.
Infatti i tempi moderni si sono aperti con un altro evento mistico accaduto a papa Leone XIII, il papa della “questione sociale” e della “Rerum novarum”. Il 13 ottobre 1884 (il 13 ottobre peraltro è il giorno del miracolo del sole a Fatima) il pontefice ebbe una visione durante la celebrazione eucaristica.
Ne fu scioccato e sconvolto. Il pontefice spiegò che riguardava il futuro della Chiesa. Rivelò che Satana nei cento anni successivi avrebbe raggiunto l’apice del suo potere e che avrebbe fatto di tutto per distruggere la Chiesa.
D’altra parte è evidente a tutti che da trecento anni il papato è tornato ad essere un luogo di martirio bianco, come nei primi secoli esponeva al sicuro martirio di sangue.
Infatti i tempi moderni si sono aperti con un altro evento mistico accaduto a papa Leone XIII, il papa della “questione sociale” e della “Rerum novarum”. Il 13 ottobre 1884 (il 13 ottobre peraltro è il giorno del miracolo del sole a Fatima) il pontefice ebbe una visione durante la celebrazione eucaristica.
Ne fu scioccato e sconvolto. Il pontefice spiegò che riguardava il futuro della Chiesa. Rivelò che Satana nei cento anni successivi avrebbe raggiunto l’apice del suo potere e che avrebbe fatto di tutto per distruggere la Chiesa.
Pare che abbia visto anche la Basilica di San Pietro assalita dai demoni che la facevano tremare.
Fatto sta che papa Leone si raccolse subito in preghiera e scrisse quella meravigliosa preghiera a San Michele Arcangelo, vincitore di Satana e protettore della Chiesa, che da allora fu recitata in tutte le chiese, alla fine di ogni Messa.
Quella preghiera fu abolita con la riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II, la riforma liturgica che Benedetto XVI ha tanto cercato di ridisegnare.
Fatto sta che papa Leone si raccolse subito in preghiera e scrisse quella meravigliosa preghiera a San Michele Arcangelo, vincitore di Satana e protettore della Chiesa, che da allora fu recitata in tutte le chiese, alla fine di ogni Messa.
Quella preghiera fu abolita con la riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II, la riforma liturgica che Benedetto XVI ha tanto cercato di ridisegnare.
Mai come oggi la Chiesa avrebbe bisogno di quella preghiera di protezione a San Michele Arcangelo.
Antonio Socci
Da “Libero”, 12 febbraio 2013
Da “Libero”, 12 febbraio 2013