venerdì 17 luglio 2015

Profeta della gioia




Il 21 luglio ricorre il quinto centenario della nascita di san Filippo Neri.

(Alfio Cantarella) Il Cinquecento è segnato per la Chiesa dalla grave ferita della scissione luterana, che si allarga ancor più con Zwingli, Calvino ed Enrico VIII. Nel 1527, Roma subisce l’invasione dei lanzichenecchi di Carlo v,che mettono la città in ginocchio con le loro violenze. Alcuni anni dopo si abbatte sulla città il flagello della peste che fa migliaia di vittime. Con il concilio di Trento, aperto nel 1545, inizia per la Chiesa il ritorno lungamente auspicato alla riforma dei costumi e alla disciplina canonica.
In una città così desolatamente smarrita, umiliata e decimata dalle violenze e dalla peste, si ha una fioritura di santi che anticipano e accompagnano quel cammino della Chiesa verso l’austerità, la povertà e una condotta morale edificante. Gaetano di Thiene fonda l’ordine dei teatini, i cui membri vivono in castità, obbedienza e povertà assoluta, Antonio Maria Zaccaria quello dei barnabiti, per la conversione dei lontani da Dio, e Matteo da Bascio quello dei cappuccini, che vivono scalzi e poveri, praticando una durissima vita ascetica e la carità. Ignazio di Loyola fonda la Compagnia di Gesù, i cui membri vivono in povertà, castità e obbedienza, consacrando la loro vita alla difesa e diffusione della fede e alla fedeltà al Papa. Camillo de’ Lellis fonda l’ordine dei ministri degli infermi con i voti di povertà, castità e obbedienza, per l’assistenza materiale e spirituale agli ammalati.
Tra questi uomini animati dallo zelo di ricondurre la Chiesa alla purezza dei costumi delle origini, giunge da Firenze, non ancora ventenne, Filippo Neri. Originalissima è la sua santità. Egli porta una nota fresca e gioiosa nella vita cristiana e nell’educazione dei giovani. A Roma inizia facendo il missionario tra i suoi coetanei, che incontra nelle strade, e molti li avvicina al Signore. Essi sono edificati dalla carità che spingeva Filippo a curare i pellegrini stremati da lunghi e avventurosi viaggi verso la cattedra di Pietro e a servire gli ammalati negli ospedali, lavando loro anche i piedi.
Divenuto sacerdote, la sua giornata è sempre più occupata dalla direzione delle anime che numerose affluiscono al suo confessionale e dall’oratorio che va prendendo forma come luogo di studio e di meditazione della Parola di Dio. Per assicurare la prosecuzione dell’esperienza dell’oratorio, ove si teneva la “trattazione familiare della Parola di Dio”, nasce una congregazione di preti che vivono insieme, senza voti, uniti dal vincolo della carità e che della povertà e obbedienza ne vivono lo spirito per libera scelta. Essi sono dei liberi cantori di Cristo, che rinnovano ogni giorno il loro sì, tanquam viri, dedicandosi ai vari ministeri, con particolare attenzione ai giovani.
Nell’iconografia religiosa ci si imbatte sovente in tele che raffigurano santi in meditazione davanti a un teschio umano per indicare che era stato il pensiero della morte ad averli accompagnati nell’ascesi verso la santità. Filippo Neri vive nella gioia, trasmette la gioia vivendo intensamente nell’amore di Dio e con il salmista può affermare: «nel seguire i tuoi ordini Signore, è la mia gioia». Dalla pace del cuore, dono dello Spirito, zampilla, come acqua limpida e fresca, la gioia cristiana. Il cardinale Valier intitolò il suo immaginario dialogoPhilippus sive de christiana laetitia (Filippo ossia la gioia cristiana”) perché incontrare Filippo significava provare vera gioia. Giovanni Paolo II, in visita alla Chiesa Nuova a Roma, in occasione del quarto centenario della morte del santo, lo definisce “profeta della gioia”. La gioia che da lui si sprigionava era segno della sua intima unione spirituale con Dio, aveva pertanto un carattere sacro. Filippo Neri è un suscitatore di entusiasmi perché affascinatore dei cuori. Nello Vian, profondo studioso delle cose oratoriane, lo descrive “candido e scintillante prete”. 
Il clima fervido che il Neri sa creare favorisce gli incontri con i ragazzi e i giovani. Egli li attira con la santità che si sprigiona dalla sua persona, col modo paterno di accoglierli, comprenderli ed indirizzarli al bene, facendosi con loro “fanciullo tra i fanciulli sapientemente”. Li esortava a non trascendere negli scherzi, «state fermi, state buoni, soleva spesso ripetere», ma aggiungeva «se potete». Filippo capiva i giovani e sapeva bene che la loro esuberanza non è sempre facilmente refrenabile. Li apriva alla gioia parlando dell’amore specialissimo, unico, di Dio per ognuno di loro. Da questa certezza faceva nascere in loro il desiderio gioioso di rispondere con l’amore all’amore di Dio. 
Padre Filippo è anche oggi un grande e moderno educatore grazie alla santità suscitatrice di gioia e alla paternità spirituale che ispirava fiducia e confidenza in quanti lo avvicinavano. E la sua calda e ariosa intuizione pedagogica, basata sulla libertà, la responsabilità e la fiducia, resta viva.
L'Osservatore Romano