venerdì 4 novembre 2011

San Carlo Borromeo


Oggi 4 NOVEMBRE abbiamo celebrato la memoria liturgica di
SAN CARLO BORROMEO, VESCOVO
(1538-1584)

Nato ad Arona, il 2 ottobre 1538, Carlo Borromeo, nipote di Pio IV, a 24 anni era sacerdote e vescovo. La sua vita spirituale non andò svuotandosi con il crescere dell’attività pastorale; in tutta la sua esistenza lo seguì uno spirito di «conversione» evangelica che lo configurò sempre più a Cristo. Fu segretario di Stato del papa, e in seguito arcivescovo di Milano con responsabilità su 15 diocesi della Lombardia, Piemonte, Liguria e Canton Ticino. Esercitò un influsso decisivo per la conclusione e l’applicazione dei concilio di Trento: visite pastorali frequenti e regolari, riunioni di sacerdoti, fondazioni di seminari, direttive liturgiche per i due riti romano e ambrosiano, catechesi a tutti i livelli. Celebrò ben undici sinodi diocesani che servirono da modello, fondò scuole gratuite, creò quattro collegi per la gioventù, ospizi per le giovani in pericolo. All’udire di tanto lavoro, san Filippo Neri esclamò: «Ma quest’uomo è di ferro?». Un’attività così intensa nasceva da uno spirito di preghiera e da un’austerità che impressionavano tutti. Tra le statistiche religiose da lui stesso redatte colpisce il numero dei poveri bisognosi di assistenza pubblica: un sesto della popolazione. Vi si dedicò con ogni mezzo, adoperandosi di persona specialmente durante una terribile pestilenza dei 1576, di cui afferma il Manzoni: « fu chiamata la peste di san Carlo. Tanto è forte la carità!» ( I Promessi Sposi, c. 31). Morì a 46 anni, il 3 novembre 1584.

Vivere la propria vocazione

Dal Discorso tenuto da san Carlo, vescovo, nell'ultimo Sinodo
(Acta Ecclesiae Mediolanensis, Milano 1599, 1177-1178)

Tutti siamo certamente deboli, lo ammetto, ma il Signore Dio mette a nostra disposizione mezzi tali che, se lo vogliamo, possiamo far molto. senza di essi però non sarà possibile tener fede all'impegno della propria vocazione.
Facciamo il caso di un sacerdote che riconosca bensì di dover essere temperante, di dover dar esempio di costumi severi e santi, ma che poi rifiuti ogni mortificazione, non digiuni, non preghi, ami conversazioni e familiarità poco edificanti; come potrà costui essere all'altezza del suo ufficio?
Ci sarà magari chi si lamenta che, quando entra in coro per salmodiare, o quando va a celebrare la Messa, la sua mente si popoli di mille distrazioni. Ma prima di accedere al coro o di iniziare la Messa, come si è comportato in sacrestia, come si è preparato, quali mezzi ha predisposto e usato per conservare il raccoglimento?
Vuoi che ti insegni come accrescere maggiormente la tua partecipazione interiore alla celebrazione corale, come rendere più gradita a Dio la tua lode e come progredire nella santità? Ascolta ciò che ti dico. Se già qualche scintilla del divino amore è stata accesa in te, non cacciarla via, non esporla al vento. Tieni chiuso il focolare del tuo cuore, perché non si raffreddi e non perda calore. Fuggi, cioè le distrazioni per quanto puoi. Rimani raccolto con Dio, evita le chiacchiere inutili.
Hai il mandato di predicare e di insegnare? Studia e applicati a quelle cose che sono necessarie per compiere bene questo incarico.
Dà sempre buon esempio e cerca di essere il primo in ogni cosa. Predica prima di tutto con la vita e la santità, perché non succeda che essendo la tua condotta in contraddizione con la tua predica tu perda ogni credibilità.
Eserciti la cura d'anime? Non trascurare per questo la cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non rimanga nulla di te a te stesso. Devi avere certo presente il ricordo delle anime di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te stesso.
Comprendete, fratelli, che niente è così necessario a tutte le persone ecclesiastiche quanto la meditazione che precede, accompagna e segue tutte le nostre azioni: Canterò, dice il profeta, e mediterò (cfr. Sal 100, 1 volg.) Se amministri i sacramenti, o fratello, medita ciò che fai. Se celebri la Messa, medita ciò che offri. Se reciti i salmi in coro, medita a chi e di che cosa parli. Se guidi le anime, medita da quale sangue siano state lavate; e «tutto si faccia tra voi nella carità» (1 Cor 16, 14). Così potremo facilmente superare le difficoltà che incontriamo, e sono innumerevoli, ogni giorno. Del resto ciò è richiesto dal compito affidatoci. Se così faremo avremo la forza per generare Cristo in noi e negli altri.



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Di seguito qualche testo di Giovanni Paolo II su san Carlo Borromeo.


UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 4 novembre 1981

Nel nome di San Carlo per una totale dedizione a Cristo e alla sua Chiesa

1. Oggi, 4 novembre, la Chiesa ricorda, come ogni anno, la figura di san Carlo Borromeo, vescovo e confessore. Dato che ho ricevuto nel Battesimo proprio il nome di questo santo, desidero dedicargli la riflessione dell’odierna udienza generale, facendo riferimento a tutte le precedenti riflessioni del mese di ottobre. Ho cercato in esse – dopo alcuni mesi di intervallo, causato dalla degenza all’ospedale – di condividere con voi, cari fratelli e sorelle quei pensieri, che sono nati in me sotto l’influsso dell’evento del 13 maggio. La riflessione odierna si inserisce anche in questa trama principale. A tutti coloro, che nel giorno del mio santo patrono si uniscono a me nella preghiera, desidero ancora una volta ripetere le parole della lettera agli Efesini, che ho riportato mercoledì scorso: pregate "per tutti i santi, e anche per me, perché mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del Vangelo, del quale sono ambasciatore..." (Ef 6,18-20).

2. San Carlo è proprio uno di quei santi, a cui è stata data la parola "per far conoscere il Vangelo" del quale era "ambasciatore", avendone la missione ereditata dagli apostoli. Egli compì questa missione in modo eroico con la totale dedizione delle sue forze. La Chiesa guardava a lui e se ne edificava: in un primo tempo, nel periodo del Concilio Tridentino, ai cui lavori partecipò attivamente da Roma, sostenendo il peso di una corrispondenza serrata, collaborando a condurre ad un favorevole esito la fatica collegiale dei Padri Conciliari secondo i bisogni del Popolo di Dio di allora. Ed erano necessità pressanti. In seguito, lo stesso Cardinale come Arcivescovo di Milano, successore di san Ambrogio, diventa l’instancabile realizzatore delle risoluzioni del Concilio, traducendole in pratica mediante diversi Sinodi diocesani.

A lui la Chiesa – e non solo quella di Milano – deve un radicale rinnovamento del clero, al quale contribuì l’istituzione dei Seminari, il cui inizio risale proprio al Concilio di Trento. E molte altre opere, tra cui l’istituzione delle confraternite, dei pii sodalizi, degli oblati-laici, che già prefiguravano l’Azione Cattolica, i collegi, gli ospedali per i poveri, e infine la fondazione del 1572 dell’Università di Brera. I volumi degli "Acta Ecclesiae Mediolanensis" e i documenti riguardanti le visite pastorali attestano questa intensa e lungimirante attività di san Carlo, la cui vita si potrebbe sintetizzare in tre magnifiche espressioni: egli fu un Pastore santo, un Maestro illuminato, un accorto e sagace Legislatore.

Quando, alcune volte nella mia vita, ho avuto occasione di celebrare il Santissimo Sacrificio nella cripta del Duomo di Milano, nella quale riposa il corpo di san Carlo, mi si presentava davanti agli occhi tutta la sua attività pastorale dedicata sino alla fine al popolo, al quale era stato mandato. Egli chiuse questa vita nell’anno 1584, all’età di 46 anni, dopo aver reso un eroico servizio pastorale alle vittime della peste che aveva colpito Milano.

3. Ecco alcune parole pronunciate da san Carlo, indicative di quella totale dedizione a Cristo ed alla Chiesa, che infiammò il cuore e l’intera opera pastorale del santo. Rivolgendosi ai Vescovi della regione lombarda, durante il IV Concilio Provinciale del 1576, così li esortava: "Sono queste le anime, per la cui salvezza Dio mandò il suo Unico Figlio Gesù Cristo... Egli indicò anche a ciascuno di noi Vescovi, che siamo chiamati a partecipare all’opera di salvezza, il motivo più sublime del nostro ministero ed insegnò che soprattutto l’amore deve essere il maestro del nostro apostolato, l’amore che Lui (Gesù) vuole esprimere, per mezzo nostro ai fedeli a noi affidati, con la frequente predicazione, con la salutare amministrazione dei sacramenti, con gli esempi di una vita santa... con un zelo incessante" (cf. Sancti Caroli Borromei, Orationes XII, Roma 1963 "Oratio IV").

Ciò che inculcava ai Vescovi ed ai sacerdoti, ciò che raccomandava ai fedeli, Egli per primo lo praticava in modo esemplare.

4. Al Battesimo ho ricevuto il nome di san Carlo. Mi è stato dato di vivere nei tempi del Concilio Vaticano II, il quale, come una volta il Concilio Tridentino, ha cercato di mostrare la direzione del rinnovamento della Chiesa secondo i bisogni dei nostri tempi. A questo Concilio mi è stato dato di partecipare dal primo giorno fino all’ultimo. Mi è stato dato anche – come al mio patrono – di appartenere al Collegio Cardinalizio. Ho cercato di imitarlo, introducendo nella vita dell’Arcidiocesi di Cracovia l’insegnamento del Concilio Vaticano II.

Oggi, nel giorno di san Carlo, medito quale importanza abbia il Battesimo, nel quale ho ricevuto proprio il suo nome. Con il Battesimo, secondo le parole di san Paolo, siamo immersi nella morte di Cristo per ricevere in questo modo la partecipazione alla sua risurrezione. Ecco le parole che l’apostolo scrive nella lettera ai Romani: "Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione" (Rm 6,4-5).

Mediante il Battesimo ognuno di noi riceve la partecipazione sacramentale a quella Vita che – meritata attraverso la Croce – si è rivelata nella risurrezione del Signore nostro e Redentore. Al tempo stesso, radicandoci con tutto il nostro essere umano nel mistero di Cristo, siamo in Lui per la prima volta consacrati al Padre. Si compie in noi il primo e fondamentale atto di consacrazione, mediante il quale il Padre accetta l’uomo come suo figlio adottivo: l’uomo viene donato a Dio, perché in questa figliolanza adottiva compia la sua volontà e diventi in modo sempre più maturo parte del suo Regno. Il Sacramento del Battesimo inizia in noi quel "sacerdozio regale", mediante il quale partecipiamo alla missione di Cristo stesso, Sacerdote, Profeta e Re.

Il Santo, di cui riceviamo il nome nel Battesimo, deve renderci costantemente coscienti di questa figliolanza divina che è diventata la nostra parte. Deve pure sostenere ognuno nel formare tutta la vita su misura di ciò che è diventato per opera di Cristo: per mezzo della sua morte e risurrezione. Ecco il ruolo che san Carlo compie nella mia vita e nella vita di tutti coloro che portano il suo nome.

5. L’evento del 13 maggio mi ha permesso di guardare la vita in modo nuovo: questa vita, il cui inizio è unito alla memoria dei miei genitori e contemporaneamente al mistero del Battesimo con il nome di san Carlo Borromeo.

Cristo non ha forse parlato di grano, che caduto in terra muore, per produrre frutto? (cf. Gv 12,24).

Non ha forse detto il Cristo: "Chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà?" (Mt 16,25).

E inoltre: "Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna" (Mt 10,28).

E ancora: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13).

Tutte queste parole alludono a quella maturità interiore, che la fede, la speranza e la grazia del nostro Signore Gesù Cristo fanno raggiungere nell’animo umano.

Guardando la mia vita nella prospettiva del Battesimo, guardandola attraverso l’esempio di san Carlo Borromeo, ringrazio quanti oggi, in tutto il periodo passato e continuamente anche ora mi sostengono con la preghiera e a volte anche con grande sacrificio personale. Spero che, grazie a questo sostegno spirituale, potrò raggiungere quella maturità che deve diventare la mia parte (così come pure la parte di ciascuno di noi) in Gesù Cristo crocifisso e risorto per il bene della Chiesa e la salvezza della mia anima – così come essa è diventata parte dei santi apostoli Pietro e Paolo, e di tanti successori di san Pietro nella sede romana, alla quale, secondo le parole di san Ignazio di Antiochia, spetta di "presiedere nella carità" (S. Ignazio di Antiochia, Epistula ad Romanos Inscr.: Funk, Patres Apostolici, I, 252).

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VISITA PASTORALE IN LOMBARDIA

Omelia

Piazza Vittoria (Pavia) - Sabato, 3 novembre 1984

1. “. . . Abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv 3,16).

Ci troviamo sull’itinerario di san Carlo Borromeo: in occasione del IV centenario della sua morte, visitiamo i luoghi che ebbero un significato-chiave per la sua vita. Tutta la vita di Carlo Borromeo fu una via alla santità. E la santità nasce dalla conoscenza dell’amore, per riempire di esso i pensieri, le parole e le opere.

“Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv 3,16).

Queste parole della prima Lettera di san Giovanni sono la voce di un testimone oculare. Le applichiamo oggi a san Carlo Borromeo. Si può dire che esse riassumono in modo lapidario il pellegrinaggio di 46 anni di questo vescovo e cardinale, che Cristo chiamò in un periodo difficile della storia della Chiesa, per farlo diventare un testimone autentico del Vangelo.

Carlo Borromeo ha conosciuto l’amore. Ha conosciuto quest’amore che si è rivelato nella storia dell’uomo mediante Cristo e in Cristo. In Gesù Cristo si è rivelato l’amore che è da Dio stesso. E si è rivelato per il fatto che Cristo “ha dato la sua vita per noi”.

Carlo ha conosciuto l’amore. Questa fu la più grande scoperta della sua vita, la più grande “conoscenza”. Tale conoscenza ha tracciato una direzione a tutti i suoi pensieri, alle parole e alle opere. In ciascuno di essi risuonava una forte eco di questa conoscenza: anch’io devo dare la vita per i fratelli.

2. Questa conoscenza risale certamente all’ambiente familiare, nel quale egli ricevette una buona educazione cristiana, che lo abituò fin dai più teneri anni al distacco da quegli agi e quelle ricchezze tra i quali viveva, così da sapersene servire con uno sguardo particolarmente rivolto alle necessità dei poveri. Carlo dette prova di questa sua generosità appresa dai pii genitori fin da quando, appena ragazzo, poté usufruire del beneficio di un’abbazia e pensò subito, col pieno consenso del padre, di devolverlo totalmente a favore dei bisognosi. Carlo saprà mantenere per tutta la vita questo stile di azione: le ingenti possibilità economiche che la Provvidenza gli mise a disposizione, egli seppe sempre utilizzarle dando prova di un’eccezionale capacità organizzativa e amministrativa tutta orientata alla salvaguardia e alla promozione del bene comune e a sovvenire alle necessità di chi era meno favorito dalle situazioni della vita.

Tuttavia questa conoscenza dell’amore si collega senza dubbio in modo particolare con il periodo che il figlio della famiglia Borromeo ha passato qui: all’università di Pavia. Inviatovi dal padre, egli ebbe infatti modo di perfezionare in essa la sua educazione e di crescere nelle virtù, dedicandosi con diligenza agli studi di diritto civile e canonico, nei quali conseguì la laurea, e conducendo un tenore di vita che, se non era diverso da quello dei suoi coetanei, tuttavia già da allora dava prova di essere ispirato a solida pietà e onestà, alieno da ogni ambizione, e frutto di una costante disciplina interiore e di un forte dominio di sé. La sua modestia e semplicità di spirito, nell’ambiente universitario, non furono sempre ben comprese, come suole purtroppo accadere. Egli dava l’impressione di essere un timido, mentre in realtà già da allora il suo animo, distaccato dalle realtà caduche, mirava all’esercizio di un amore, posto al servizio del bene supremo della persona e della collettività. Nella calma e nella riflessione dello studio, egli meditava sul vero bene, approfondiva la conoscenza del vero amore - l’amore di Cristo -, quella conoscenza che sarebbe stata il criterio e la sorgente di tutta la prodigiosa azione pastorale, alla quale la Provvidenza lo destinava.

3. Tra gli sforzi richiesti dall’acquisto della scienza universitaria, è cresciuto in Carlo ciò che è più importante: ha conosciuto l’amore.

Quell’amore che si è rivelato in Gesù Cristo, quando, nel suo mistero pasquale, “ha dato la sua vita per noi”, introdusse san Carlo nel profondo del mistero del Buon pastore.

Nei suoi studi all’università di Pavia, Carlo Borromeo si immerge nella teologia del Buon Pastore.

Gesù dice: “Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio” (Gv 10, 17-18).

L’amore che si lascia conoscere in Gesù Cristo, rivela Dio che è amore. Rivela il Padre.

È proprio il Padre che si rivela nel Figlio, che è il Buon Pastore, e che offre la vita per le pecore (cf. Gv 10, 15).

Carlo Borromeo, durante i suoi studi, conosce sempre più profondamente l’imperscrutabile mistero di Dio. E scopre sempre più in questo mistero se stesso, la sua vocazione.

Il futuro pastore della Chiesa milanese e cardinale - legato al Concilio di Trento - impara la sua vocazione e la sua missione alle supreme fonti della teologia.

“Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4, 12).

4. Nella teologia del Buon Pastore trova il suo fondamento un capitolo particolare dell’attività di san Carlo; i seminari ecclesiastici.

Egli, infatti, fu esemplare, tra i vescovi del suo tempo, nell’applicazione delle famose direttive del Concilio di Trento concernenti questo punto. Aveva compreso molto bene come la riforma auspicata dai padri doveva trovare uno dei suoi principali punti di appoggio in un profondo rinnovamento dell’istruzione e dei costumi del clero. Sono i buoni pastori a formare i buoni cristiani. E come i mali del tempo erano in gran parte dovuti ad una crisi del sacerdozio, così era logico attendersi che i rimedi sarebbero venuti - come poi effettivamente ha dimostrato la storia - dal ripristino e dalla stima di una vera concezione del sacerdozio, nonché da una risposta generosa alla vocazione sacerdotale.

Per raggiungere questo fine, la preparazione dei futuri sacerdoti doveva essere più accurata, più metodica, più sistematica: ed ecco san Carlo dedicarsi con straordinario fervore e spirito d’iniziativa, e col saggio uso dei mezzi opportuni, alla fondazione di diverse case, dove i giovani che si preparavano al sacerdozio potessero adeguatamente raggiungere lo scopo mediante la presenza di insegnanti di valore e la vita comune, ispirata a un profondo clima di carità e di spiritualità: erano, appunto, i seminari. Egli ne fondò tre a Milano e tre in diocesi, senza parlare poi dei “collegi”, i quali, sebbene di per sé adibiti alla formazione di giovani laici universitari, tuttavia, per il clima di alto tenore morale dal quale erano informati, ben si potevano considerare quali possibili semenzai di vocazioni ecclesiastiche o religiose.

5. Già studente dell’università di Pavia, san Carlo conservò, come pastore della Chiesa ambrosiana, un profondo rispetto per la conoscenza e per gli studi. Appena due anni dopo la laurea, ben consapevole dei disagi materiali e morali in cui versava gran parte degli studenti di tale università, si accinse alla fondazione di un istituto che provvedesse alla loro assistenza economica, morale e religiosa: così sorse l’Almo Collegio Borromeo, che ho visitato poco fa.

Tra le altre opere che il santo fondò, sempre al fine di promuovere l’istruzione e la cultura, possiamo citare il collegio Elvetico, il collegio dei Nobili, la Scuola di Brera e in particolare la Scuola della dottrina cristiana, che ancor oggi funziona quasi immutata.

L’esempio di san Carlo è profondamente stimolante anche per la Pavia di oggi, che tanta responsabilità detiene nel mondo della cultura universitaria e della formazione dei giovani. Che l’intercessione del santo ispiri quel saggio senso critico che conduce alla scelta e alla pratica di un’autentica cultura cristiana e a una vita coerente con la fede e impegnata nello sforzo di animare la società con la luce e con la forza del Vangelo.

Con questo auspicio saluto tutta Pavia, rivolgendo innanzitutto uno speciale pensiero al suo pastore, monsignor Antonio Angioni e alle autorità civili e militari qui convenute. Saluto i sacerdoti, i religiosi e le religiose, incoraggiandoli nel loro impegno di testimonianza di consacrati a Dio, nel loro zelo per la catechesi e per la cura particolare dei giovani, degli operai, dei disoccupati, degli ammalati, dei poveri.

Saluto gli uomini della cultura e gli appartenenti alle varie categorie sociali; saluto i giovani e gli anziani; saluto tutti i cittadini poveri, soprattutto i più provati dalla sofferenza o dai disagi del fisico e dello spirito, ai quali, prendendo esempio da san Carlo, intendo indirizzare il mio affetto e la mia solidarietà, invitandoli ad approfondire quella “conoscenza dell’amore”, che è l’anima di ogni riscatto e liberazione dell’uomo.

6. San Carlo ha conosciuto l’amore. Egli aveva imparato ad amare così meditando soprattutto su Gesù crocifisso: la contemplazione della passione del Signore l’accompagnò per tutta la vita, mentre la inculcava insistentemente ai sacerdoti e ai fedeli. Così egli pregava in un’omelia tenuta il sabato della terza settimana di Quaresima del 1548: “Rimani con noi con la tua grazia, con il tuo splendore, con il tuo calore, signore Gesù! Rimani nei nostri cuori, nella nostra volontà, nell’intelligenza e nel più profondo della memoria. Fa’ che ci ricordiamo sempre di te, che siamo sempre memori della tua crudelissima passione, che sempre con gli occhi dell’anima e del corpo ti contempliamo crocifisso” (S. Caroli Borromaei, Homiliae, Milano 1747). Amen.

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VISITA PASTORALE IN LOMBARDIA E IN PIEMONTE

SANTA MESSA IN ONORE DI SAN CARLO BORROMEO
NEL IV CENTENARIO DELLA MORTE

OMELIA

Piazza del Duomo (Milano) - Domenica, 4 novembre 1984

1. “Il Signore è il mio pastore” (Sal 23, 1).

Carissimi fratelli e sorelle riuniti nel cuore di questa prestigiosa e laboriosa città per la quale san Carlo si dedicò come pastore!

Il 3 novembre 1584 il cardinale Carlo Borromeo, arcivescovo della Chiesa milanese, rese la sua anima a Dio. Morì all’età di 46 anni. Gli occhi fissi sul Crocifisso, diede l’ultima testimonianza a colui al quale aveva consacrato completamente la vita.

Un profilo sintetico di questa vita ci è stato presentato dall’odierna liturgia in rito ambrosiano.

Il moribondo, fissando lo sguardo su Cristo crocifisso, sembrava ripetere: “Il Signore è il mio pastore”.

2. E insieme col suo vescovo morente, tutta la Chiesa milanese sembrava ripetere le stesse parole.

Il Signore si era già rivelato - un tempo - in questa comunità ecclesiale come il Buon Pastore mediante il grande sant’Ambrogio e, nel corso dei secoli, mediante molti altri vescovi.

Ed ecco nuovamente, nell’arco del XVI secolo, il Buon Pastore trovò un suo nuovo riflesso - della statura di Ambrogio - in Carlo, della famiglia dei Borromeo, del quale commemoriamo i quattrocento anni della morte.

Chi è il Buon Pastore? È colui, che offre la vita per le pecore.

È colui, che conosce le sue pecore ed esse conoscono lui.

È colui, la cui voce ascoltano, divenendo una sola comunità di Dio, un solo gregge.

È colui che il Padre ama.

È Cristo.

Carlo Borromeo morente su un duro giaciglio s’immerge con lo sguardo e con il cuore in Cristo crocifisso, e sembra dire: “Il Signore è il mio pastore”.

La Chiesa milanese, raccolta intorno al letto del moribondo, sembra dire:

- il buon pastore

- era con noi, durante questi anni,

il pastore modellato su Cristo.

- Ecco, il buon pastore ci lascia.

Il Vangelo vera Parola di Vita

3. San Carlo Borromeo fu grande pastore della Chiesa, prima di tutto perché egli stesso seguì Cristo-Buon Pastore.

Lo seguì con costanza, ascoltando le sue parole e attuandole in modo eroico. Il Vangelo divenne per lui la vera parola di vita, plasmandone i pensieri e il cuore, le decisioni e il comportamento.

Nel sacramento del Battesimo viene concepita in noi una nuova vita. “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita”, sembrava ripetere Carlo Borromeo come l’apostolo, fin dalla fanciullezza . . . “siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli” (1 Gv 3, 14).

Proprio quest’amore ha fatto di lui uno straordinario discepolo e seguace di Cristo-Buon Pastore.

In giovane età egli venne nominato cardinale di santa romana Chiesa e arcivescovo di Milano; fu chiamato ad essere pastore della Chiesa, perché egli stesso si lasciò guidare dal Buon Pastore.

“Il Signore è il mio pastore . . . / ad acque tranquille mi conduce. / Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino / per amore del suo nome” (Sal 23,1-3).

4. Quanto era importante, proprio in quell’epoca, andare “per il giusto cammino”. Quant’era importante avere in se stessi quella “alacrità” e la potenza dello Spirito da comunicare poi agli altri! Quant’era importante trovare riposo nel Signore stesso mediante la preghiera, la contemplazione e la stretta unione con lui tra le fatiche, i compiti e le sofferenze di questa vocazione straordinaria!

Non si impaurì per le minacce ed i pericoli

In mezzo a queste fatiche e lotte, proprie del servizio pastorale, Carlo Borromeo poteva ripetere, fissando gli occhi su Cristo: “Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (Sal 23, 4).

E così egli entrava nel suo popolo di Dio, nella sua Chiesa come vescovo e pastore, partecipando al mistero imperscrutabile di Cristo, eterno e unico pastore delle anime immortali, che abbraccia i secoli e le generazioni, innestando in essi la luce del “secolo futuro”.

5. Il secolo e la generazione in cui fu dato a Carlo di vivere e operare, non erano facili. Essi anzi appartenevano a tempi particolarmente difficili della storia della Chiesa.

Gli occhi fissi al suo Redentore e Sposo, il cardinale Borromeo sembrava ripetere col salmista: “Se dovessi camminare in una valle oscura, / non temerei alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23, 4).

San Carlo non si impaurì per le minacce e i pericoli che sovrastavano allora la Chiesa. Li seppe affrontare. Ebbe l’umiltà e la grandezza di vedute necessarie per dare un valido contributo al fine di portare a termine l’opera allora indispensabile del Concilio di Trento.

Come è noto infatti, fin da quando era a Roma, chiamato dalla zio, il papa Pio IV, fu creato cardinale e, divenuto capo della segreteria papale, si adoperò perché il Concilio, interrotto nel 1552, riprendesse i suoi lavori e giungesse a compimento, stabilendo le linee della vera, grande riforma della quale la Chiesa aveva bisogno (H. Jedin, Carlo Borromeo, Roma 1971, p. 9). Fu un’attività intensa, che rivelò le sue eccezionali capacità di lavoro e alla quale si dedicò con ardore, nella coscienza di operare per il bene della Chiesa. Al termine del Concilio, scriveva al cardinale Morone: “È tanto il desiderio mio che ormai si attenda ad eseguire, appena sarà confermato, questo santo Concilio, conforme al bisogno che ne ha la cristianità tutta” (J. Susta, Die römische Kurie und das Konzil von Trient, Wien 1904, IV, p. 454).

6. La via del rinnovamento indicata allora dal Concilio di Trento fu da lui accolta come norma per la sua attività nella sede milanese.

Una volta che a Roma, come membro di un’apposita commissione cardinalizia, aveva contribuito alla determinazione delle direttive generali per l’applicazione del Concilio, sentì poi urgente il bisogno, quando fu investito della responsabilità pastorale per la Chiesa milanese, di tradurre nei fatti quelle direttive secondo le possibilità e le esigenze particolari di quella comunità ecclesiale. Dopo aver quindi dato prova, a Roma, della vastità e profondità dei suoi disegni di rinnovamento, seppe anche mostrare, a Milano, una straordinaria capacità di calare quei principi nella concretezza delle situazioni (Ivi). Come scrisse di lui il cardinale Seripando, egli era “uomo di frutto e non di fiore, di fatti e non di parole” (M. De Certau, Dizionario biografico degli italiani, 20, Roma 1977, p. 263). Perciò volle applicare i canoni della riforma passando immediatamente all’azione; e bisogna dire che egli seppe incontrare nel clero, nei religiosi e soprattutto nel popolo di Dio una generosa disponibilità alle sue aspettative pastorali.

La premura di san Carlo di realizzare le disposizioni del Concilio Tridentino appare innanzitutto dal suo impegno per l’istituzione dei seminari, oggetto di uno dei più importanti decreti dell’assemblea conciliare. Tale decreto era stato approvato il 15 luglio del 1563 e appena l’anno successivo san Carlo, ancora residente a Roma, fondò a Milano il primo seminario, affidandolo ai padri della Compagnia di Gesù. Negli anni seguenti istituì altri seminari minori.

Un altro campo, in cui san Carlo appare per eccellenza il “vescovo del Concilio di Trento”, è quello dell’istituzione dei concili provinciali e dei sinodi diocesani, voluti appunto a Trento, e che risorgevano dopo una lunga dimenticanza risalente al medioevo. Anche da queste assemblee ecclesiali appare chiarissima nel Borromeo la consapevolezza, del tutto conforme all’ispirazione tridentina, che la riforma dovesse cominciare dalla testimonianza di buoni pastori e buoni sacerdoti: “Io sono deciso - scriveva a papa Pio IV (citato da C. Orsenigo, Vita di Carlo Borromeo, Milano 1911, pp. 107-108) - di incominciare dai prelati la riforma prescritta a Trento: è questa la strada migliore per ottenere l’obbedienza nelle nostre diocesi. Noi dobbiamo marciare per i primi: i nostri soggetti ci seguiranno più facilmente”.

La legislazione conciliare e sinodale fece di san Carlo il creatore di un nuovo diritto ecclesiastico locale, che ha lasciato la sua impronta, nella vostra diocesi, fino ad oggi. Egli però voleva essere innanzitutto pastore, e per questo corredò le norme emanate con una serie minuziosa di disposizioni, che mostrarono la concretezza del suo senso pastorale. Aveva poi acquistato una conoscenza precisa dei bisogni del suo popolo mediante un gran numero di visite pastorali, durante le quali cercò di valorizzare la funzione delle parrocchie.

A questo proposito, il mio predecessore papa Paolo VI ebbe a dire giustamente che una delle note più caratteristiche del di lui episcopato fu l’intento di “creare una santità di popolo, una santità collettiva, di fare santa tutta la comunità” (G. B. Montini, Discorsi sulla Madonna e sui Santi, Milano 1965, p. 346).

7. Dice la liturgia odierna: “Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me”.

Carlo Borromeo ha avuto un cuore sempre largamente aperto ai poveri e ai bisognosi.

Ha saputo soffrire con i sofferenti.

L’amore di Cristo, che praticava verso ciascuno di essi, gli permise di non temere alcun male.

Ciò si manifestò in modo particolare quando Milano, durante la peste, che ivi infierì, divenne veramente quella “valle oscura” della disgrazia umana, di cui parla il salmista. In quell’occasione egli volle, come Cristo, “amare i suoi fino alla fine” (cf. Gv 13, 1), ed essere pronto a dare la vita per le pecorelle. Di fatto corse effettivamente questo rischio, esponendosi al contagio con la sua presenza in mezzo agli appestati, ai quali portava il suo aiuto e il suo conforto della sua parola e dei sacramenti.

Con il suo zelo e il suo prestigio finì per trovarsi alla direzione dell’opera di soccorso, provvedendo alla pubblicazione di un direttorio per l’assistenza dei malati e portando ordine e disciplina in simile drammatico frangente” (citato dal M. Bendiscioli, in Storia di Milano, X, Milano 1957, p. 245).

La peste fu così per lui occasione per rinsaldare la sua unione con la popolazione milanese, più che mai amata in quel momento. Ne aveva visto la sciagura, quando era “affamata, angustiata e bisognosa di essere continuamente soccorsa per vivere”; ne vide poi, grazie anche alla sua opera, la risurrezione: “O bontà e grazia di Dio - disse nell’omelia della fine del 1576 - come sono ora mutate le cose? Come sono subito reparate quelle rovine nostre? Come restituita la sanità, rinnovata la speranza della prima grandezza?”. Si vede qui l’umiltà del santo che in questo ritorno della vita riconosce la potenza del dito di Dio, come prima, nell’evento della peste, aveva riconosciuto un salutare richiamo alla penitenza e ai valori eterni.

8. Quando il 3 novembre 1584 la Chiesa milanese si strinse accanto al suo cardinale morente, i pensieri e i cuori di tutti si concentrarono sull’immagine del Buon Pastore. “Abbiamo conosciuto l’amore”.

“Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi” (1 Gv 3, 16).

E Carlo Borromeo, con gli occhi fissi sulla croce di Cristo, rese fino alla fine testimonianza a colui che era la sua “via, la verità e la vita” (Gv 14, 6).

“Il Signore è il mio pastore . . .

Felicità e grazia mi saranno compagne / tutti i giorni della mia vita, / e abiterò nella casa del Signore / per lunghissimi anni” (Sal 23, 6).

Quattrocento anni fa Carlo Borromeo lasciava questi luoghi, e la sua dipartita divenne l’inizio di quella pienezza di vita, che i santi trovano in Dio stesso.

Dopo quattrocento anni tutta la Chiesa, ricordando la vita e la morte di san Carlo, adora e ringrazia la santissima Trinità,

- perché “l’uomo vivente è gloria di Dio” (Ireneo, Adversus haereses, IV, 20, 7): l’uomo in tutta la pienezza di vita che si raggiunge nel Dio vivente.

Signor cardinale arcivescovo di questa città! Venerati fratelli vescovi! Autorità qui presenti, sacerdoti, religiosi, sorelle e fratelli tutti del popolo di Dio che è in diocesi di Milano!

L’intercessione di san Carlo continui a proteggere questa amatissima comunità ecclesiale per la quale egli si prodigò come pastore e il suo esempio sia ancor oggi d’incoraggiamento e di sprone per tutti.

Sia lodato Gesù Cristo.