lunedì 13 luglio 2015

Il viaggio radicale di un Papa radicale




Il viaggio del Papa visto dalla stampa internazionale. Sempre più cattolico

È stato «il viaggio radicale di un Papa radicale» sintetizza, in una sola frase, Jean-Marie Guénois nel suo commento pubblicato sul quotidiano francese «Le Figaro» del 13 luglio. Guénois concentra dunque la sua analisi sulla radicalità del messaggio del Papa, un aspetto «che riassume il senso profondo dei ventidue discorsi pronunciati davanti a milioni di persone» e sull’immagine più forte, lanciata domenica, prima di risalire sull’aereo per Roma: la scelta fondamentale tra i due vessilli, quello del demonio e quello di Cristo. Un’immagine cara alla tradizione ignaziana, tradotta in linguaggio contemporaneo accostandola alle maglie di due squadre diverse, perennemente in lotta tra loro. Con chi vogliamo giocare la partita della vita? Per chi faremo il tifo?
Sceglie uno slogan efficace e sintetico anche Juan G. Bedoya nel suo commento — uscito su «El País» del 12 luglio scorso — dedicato a un Pontefice che si rivela nel tempo «sempre più cattolico e meno romano». In sei giorni, continua Bedoya, viaggiando attraverso i tre Paesi più poveri del continente latinoamericano, Francesco ha rovesciato completamente l’immagine di una Chiesa romana seguita da sempre meno fedeli in America latina.

Il cattolicesimo — chiosa Bedoya — non perde terreno tanto per l’agguerrita concorrenza di altre confessioni religiose, ma soprattutto perché indebolito dalle sue incoerenze interne, dall’esempio negativo di pastori che hanno dimenticato la povertà evangelica e si concedono un tenore di vita principesco, e — cosa ancora più grave — dalla più o meno esplicita collusione con governi che diffondono e consolidano, invece di combatterle, miseria e ingiustizia sociale. «“Vi benedico senza bisogno di riscuotere” ha detto con candida durezza — continua il giornalista spagnolo — Francesco in Paraguay». Durante il viaggio, scrive ancora Bedoya, Bergoglio non ha mai citato la teologia della liberazione ma ha mostrato di condividerne le istanze di giustizia, perché la difesa dei poveri — come ripete in ogni occasione, da due anni a questa parte — è sempre stata una battaglia cristiana. Un messaggio centrale e attuale anche «nella vigna devastata» della Chiesa europea, piegata dalla crisi economica e da una ancora più profonda crisi di identità.
Il Papa inizia ad affrontare temi spinosi, si legge nell’editoriale non firmato, pubblicato dallo stesso giornale il giorno seguente, 13 luglio: il primo Papa latinoamericano della storia ha visitato tre nazioni con la più grande presenza indigena, Ecuador, Bolivia e Paraguay, Paese quest’ultimo in cui convive un quasi totale bilinguismo tra la lingua dei conquistatori, il castigliano, e l’idioma indigeno, il guaraní. A viaggio appena terminato, conclude l’editoriale, si può dire che Francesco ha iniziato una nuova «conquista dell’America», radicalmente diversa rispetto a quella militare del passato.
Sempre in prima pagina, l’«International New York Times» — nell’edizione del 13 luglio — sottolinea come nel corso del viaggio il Papa abbia rinnovato la sua vigorosa critica al capitalismo: una critica, del resto, più volte formulata durante il pontificato. Nell’articolo, a firma di Jim Yardley e Binyamin Appelbaum, si rileva che Francesco, nel muovere dure accuse agli eccessi del capitalismo e alla sfrenata ambizione di accumulare denaro, usa un linguaggio molto forte, parlando di «sterco del diavolo».
La volontà smodata di accumulare ricchezze non è altro che una «sottile dittatura» che rende schiavi. E così, tornando nella sua terra natia, il Papa — prosegue il commento sull’«International New York Times» — ha inteso porre ancora una volta l’accento sulle diseguaglianze determinate dal capitalismo, riconoscendo in esso la causa sotterranea dell’ingiustizia globale e la prima causa dei cambiamenti climatici.
Anche «The Guardian», nell’edizione di lunedì 13, nota come la voce del Papa si sia alzata ancora una volta in difesa degli indigenti. Significativa, al riguardo, la sua visita, domenica 12, a Bañado Norte, una zona molto povera di Asunción, durante la quale ha ribadito un concetto chiave del suo magistero: i poveri non devono essere mai lasciati ai margini della società. Del resto, come scrive Gian Guido Vecchi sul «Corriere della Sera» sempre del 13 luglio, «è nel barrio che si capiscono a fondo le parole ripetute da Francesco in questi giorni».
Sulla pagina internet del settimanale di Cracovia «Tygodnik Powszechny», infine, il padre francescano Kasper Kaproń definisce il viaggio appena concluso uno dei momenti più importanti del pontificato. E aggiunge di sentirsi particolarmente colpito dalle parole di Francesco quando individua nell’ospitalità la parola centrale della spiritualità cristiana. 

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Ai giovani paraguayani il Pontefice raccomanda di non essere schiavi della comodità e dell’inganno. Cuore libero. Fate chiasso e organizzatelo bene perché non faccia disastri

Prima di lasciare il Paraguay il Pontefice ha incontrato migliaia di giovani riuniti sul lungofiume Costanera, ad Asunción. Mettendo da parte il testo già preparato, Francesco ha pronunciato il discorso che pubblichiamo in una traduzione italiana.
Cari giovani, buon pomeriggio!
Dopo aver letto il Vangelo, Orlando si è avvicinato per salutarmi e mi ha detto: “Ti chiedo di pregare per la libertà di ognuno di noi, di tutti”. È la benedizione che ha chiesto Orlando per ognuno di noi. È la benedizione che chiediamo adesso tutti insieme: la libertà. 
Perché la libertà è un dono che ci dà Dio, ma bisogna saperlo accogliere, bisogna saper avere il cuore libero. Perché tutti sappiamo che nel mondo ci sono tanti lacci che ci legano il cuore e non lasciano che il cuore sia libero. Lo sfruttamento, la mancanza di mezzi per sopravvivere, la dipendenza dalla droga, la tristezza... tutte queste cose ci tolgono la libertà. E allora tutti insieme... ringraziando Orlando che ha chiesto questa benedizione, avere il cuore libero, un cuore che possa dire quello che pensa e quello che sente: questo è un cuore libero!... E questo è ciò che adesso chiediamo tutti insieme, questa benedizione che Orlando ha chiesto per tutti. Ripetete con me [il Santo Padre pronuncia la preghiera frase per frase e i giovani ripetono]: Signore Gesù, dammi un cuore libero. Che non sia schiavo di tutte le trappole del mondo. Che non sia schiavo della comodità, dell’inganno. Che non sia schiavo della “bella vita”. Che non sia schiavo dei vizi. Che non sia schiavo di una falsa libertà, che è fare quello che mi piace in ogni momento.
Grazie, Orlando, per averci fatto rendere conto che dobbiamo domandare un cuore libero. Chiedetelo tutti i giorni!
Abbiamo ascoltato due testimonianze: quella di Liz e quella di Manuel. Liz ci insegna una cosa. Come Orlando ci ha insegnato a pregare per avere un cuore libero, Liz con la sua vita ci insegna che non bisogna essere come Ponzio Pilato, lavarsene le mani! Liz avrebbe potuto tranquillamente mettere sua mamma in un ricovero, sua nonna in un altro ricovero e vivere la sua vita da giovane, divertendosi, studiando quello che voleva. E ha detto: “No. La nonna, la mamma...”. E Liz è diventata serva, servitrice e, se volete ancora più forte, servente della mamma e della nonna. E lo ha fatto con affetto! A tal punto — diceva lei — che addirittura si sono scambiati i ruoli e lei ha finito per essere la mamma di sua mamma, nel modo in cui la curava. Sua mamma, con quella malattia così crudele che confonde le cose. E lei ha bruciato la sua vita, fino ad ora, fino a 25 anni, servendo sua mamma e sua nonna. Sola? No, Liz non era sola. Lei ha detto due cose che ci devono aiutare. Ha parlato di un angelo, di una zia che è stata come un angelo; e ha parlato dell’incontro con gli amici nei fine settimana, con la comunità giovanile di evangelizzazione, con il gruppo giovanile che alimentava la sua fede. E quei due angeli — la zia che l’assisteva e il gruppo giovanile — le davano più forza per andare avanti. E questo si chiama solidarietà. Come si chiama? [i giovani rispondono: “Solidarietà!”] Quando ci facciamo carico del problema dell’altro. E lei ha trovato lì un’oasi di pace per il suo cuore stanco. Ma c’è una cosa che ci sfugge. Lei non ha detto: “Faccio questo e basta”. Ha studiato. Ed è infermiera. E nel fare tutto questo, l’aiuto, la solidarietà che ha ricevuto da voi, dal vostro gruppo, che ha ricevuto da quella zia che era come un angelo, l’ha aiutata ad andare avanti. E oggi, a 25 anni, ha la grazia che Orlando ci faceva chiedere: ha un cuore libero. Liz mette in pratica il quarto comandamento: “Onora tuo padre e tua madre”. Liz esprime la sua vita — la brucia! — nel servizio a sua madre. È un grado altissimo di solidarietà, è un grado altissimo di amore. Una testimonianza. “Padre, allora è possibile amare?”. Qui avete qualcuno che ci insegna ad amare.
Primo: libertà, cuore libero. Allora, tutti insieme [con i giovani]: “Primo: cuore libero”. Secondo: solidarietà per accompagnare. Solidarietà. Questo è ciò che ci insegna questa testimonianza.
E Manuel non ha avuto una vita facile. Manuel non è un “cocco di mamma”, non è stato un “pupo”; non è stato un bambino e oggi un ragazzo dalla vita facile. Ha detto parole dure: “Sono stato sfruttato, sono stato maltrattato, a rischio di cadere nelle dipendenze... Ero solo”. Sfruttamento, maltrattamenti e solitudine. E invece di fare cose negative, invece di andare a rubare, si è messo a lavorare! Invece di vendicarsi della vita, ha guardato avanti! E Manuel ha usato una frase bella: “Ho potuto andare avanti, perché nella situazione in cui mi trovavo era difficile parlare di futuro”. Quanti giovani, voi, oggi hanno la possibilità di studiare, di sedersi a tavola con la famiglia tutti i giorni, hanno la possibilità che non manchi loro l’essenziale? Quanti di voi hanno queste cose? Tutti insieme, quelli che hanno questo, dicano: “Grazie Signore!” [giovani: “Grazie Signore!”]. Perché qui abbiamo avuto una testimonianza di un ragazzo che fin da bambino ha saputo che cos’era il dolore, la tristezza, che è stato sfruttato, maltrattato, che non aveva da mangiare e che era solo. Signore, salva i bambini e le bambine che si trovano in questa situazione! E per noi, Signore, grazie. “Grazie Signore!” [giovani: “Grazie Signore!”].
Libertà del cuore — vi ricordate? —, libertà del cuore, quello che ci diceva Orlando. Servizio, solidarietà, quello che ci diceva Liz. Speranza, lavoro, lottare per la vita, andare avanti: quello che ci diceva Manuel.
Come vedete, la vita non è facile per molti giovani. E questo voglio che lo comprendiate. Voglio che ve lo mettiate in testa. “Se per me la vita è relativamente facile, ci sono altri ragazzi per i quali non è relativamente facile”. Addirittura, ce ne sono alcuni che la disperazione spinge alla delinquenza, spinge al delitto, spinge a collaborare con la corruzione. A questi ragazzi, a queste ragazze, dobbiamo dire che noi siamo loro vicino, che vogliamo dare loro una mano, che vogliamo aiutarli, con solidarietà, con amore, con speranza.
Ci sono due frasi che hanno detto i due che hanno parlato, Liz e Manuel. Due frasi, sono belle. Ascoltatele. Liz ha detto che ha incominciato a conoscere Gesù, conoscere Gesù, e questo è aprire la porta alla speranza. E Manuel ha detto: “Ho conosciuto Dio, mia fortezza”. Cioè, conoscere Dio, avvicinarsi a Gesù, è speranza e fortezza. E questo è ciò che abbiamo bisogno di trovare nei giovani oggi: giovani con speranza e giovani con fortezza. Non vogliamo giovani “smidollati”, giovani del “fin qui e non di più”, né sì né no. Non vogliamo giovani che si stancano subito e vivono stanchi, con la faccia annoiata. Vogliamo giovani forti. Vogliamo giovani con speranza e con fortezza. Perché? Perché conoscono Gesù, perché conoscono Dio. Perché hanno un cuore libero. Cuore libero! Ripetete! [i giovani ripetono ogni volta] Solidarietà! Lavoro! Speranza! Impegno! Conoscere Gesù! Conoscere Dio mia fortezza! Un giovane che vive così ha la faccia annoiata? [“No!”] Ha il cuore triste? [“No!”] Questa è la strada!
Però per questo ci vuole sacrificio, bisogna andare controcorrente. Le Beatitudini che abbiamo letto poco fa sono il progetto di Gesù per noi. Ed è un progetto controcorrente. Gesù vi dice: «Beati i poveri in spirito». Non dice: “Beati i ricchi, quelli che accumulano soldi”. No. I poveri in spirito, quelli che sono capaci di avvicinarsi e comprendere chi è un povero. Gesù non dice: “Beati quelli che se la passano bene”, ma dice: “Beati quelli che hanno la capacità di affliggersi per il dolore degli altri”. E così di seguito... Io vi raccomando di leggere dopo, a casa, le Beatitudini, che si trovano nel capitolo quinto di San Matteo. In che capitolo sono? [giovani: “Quinto”] Di quale Vangelo? [“San Matteo”]. Leggetele e meditatele, che vi farà bene.
Voglio ringraziare te, Liz; ti ringrazio, Manuel; e ti ringrazio, Orlando. Cuore libero, così dev’essere.
E devo andarmene... [giovani: “No!”]. L’altro giorno, un prete per scherzo mi ha detto: “Sì, Lei continui pure a dire ai giovani di fare chiasso, continui pure... Ma poi, il chiasso che fanno i giovani dobbiamo gestirlo noi!”. Fate chiasso, ma aiutate anche a gestire e organizzare il chiasso che fate. Fate chiasso e organizzatelo bene! Un chiasso che ci dia un cuore libero, un chiasso che ci dia solidarietà, un chiasso che ci dia speranza, un chiasso che nasca dall’aver conosciuto Gesù e dal sapere che Dio, che ho conosciuto, è la mia fortezza. Questo è il chiasso che vi invito a fare.
Dato che conoscevo le domande, perché me le avevano date prima, avevo scritto un discorso per voi, per darvelo, ma i discorsi sono noiosi..., e così lo consegno al Vescovo incaricato della Gioventù, perché lo pubblichi.
E ora, prima di andarmene, [“No!”] vi chiedo: primo, di continuare a pregare per me; secondo, di continuare a fare chiasso; terzo, di aiutare a organizzare il chiasso che fate perché non faccia disastri.
E tutti insieme adesso, in silenzio, eleviamo il cuore a Dio. Ognuno nel suo cuore, a bassa voce, ripeta le parole:
Signore Gesù, ti ringrazio perché sono qui. Ti ringrazio di avermi dato fratelli come Liz, Manuel e Orlando. Ti ringrazio di avermi dato tanti fratelli che sono come loro, che ti hanno incontrato, Gesù, che ti conoscono, Gesù, che sanno che Tu, loro Dio, sei la loro fortezza. Gesù, ti prego per i ragazzi e le ragazze che non sanno che Tu sei la loro fortezza, e che hanno paura di vivere, paura di essere felici, hanno paura di sognare. Gesù, insegnaci a sognare, a sognare cose grandi, cose belle, cose che anche se sembrano quotidiane sono cose che allargano il cuore. Signore Gesù, dacci fortezza, dacci un cuore libero, dacci speranza, dacci amore, e insegnaci a servire. Amen.
Ora vi do la benedizione e vi chiedo, per favore, di pregare per me, e di pregare per tanti ragazzi e ragazze che non hanno la grazia che avete voi di aver conosciuto Gesù, che vi dà la speranza, vi dà un cuore libero e vi rende forti.

L'Osservatore Romano