mercoledì 15 luglio 2015

Islam della tolleranza






In Marocco una fondazione per la formazione degli ulema africani. 

Il Marocco intensifica gli sforzi per contrastare il fondamentalismo islamico. È stata infatti annunciata ieri l’istituzione di una fondazione per la promozione di un islam moderato che si occuperà della formazione di ulema destinati all’insegnamento religioso in tutto il continente africano. Si tratta, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Map, di una «istanza volta a unificare e coordinare gli sforzi degli studiosi musulmani in Marocco e in altri Paesi africani» nella «consapevolezza dei valori tolleranti dell’islam».
Per il vice presidente della fondazione, il ministro marocchino degli Affari islamici, Ahmed Taoufik, in questo modo si risponde alle «aspettative espresse in modo ufficiale dai Paesi africani sulla necessità di una formazione per gli imam e i predicatori». Non a caso alla cerimonia, presieduta dal re del Marocco, Muhammad vi, hanno partecipato decine di religiosi islamici provenienti da diverse nazioni.
Non si tratta di una iniziativa isolata. Tanto più che oggi Rabat non nasconde la sua preoccupazione per la piaga del reclutamento jihadista. Con più di un migliaio di cittadini che hanno aderito alle fila delle organizzazioni fondamentaliste dello Stato islamico, il Marocco è uno dei Paesi più colpiti dal fenomeno. Proprio per questo nelle scorse settimane la Rabita Mohammedia degli Oulemas, la massima autorità religiosa che detta le linee per la formazione dei predicatori islamici, ha annunciato di avere chiamato consulenti statunitensi per la formazione professionale, inserendoli nel quadro di una strategia contro il terrorismo di matrice ideologica. Gli esperti terranno lezioni su come resistere alle ideologie estremiste e affrontare ad armi pari gli attacchi propagandistici. Il programma prevede anche l’analisi dei materiali audio e video diffusi nella rete dai terroristi.
Colpito nel maggio 2003 da un’ondata di attentati a Casablanca, con decine di vittime, il Marocco da tempo cerca di esercitare un ruolo diplomatico attivo tra i Paesi africani per presentare il suo modello religioso basato su un islam moderato di ispirazione sufi. Un programma di formazione degli imam è stato lanciato nel 2008 per promuovere la diffusione di un islam tollerante e non violento tra i sunniti. Questo progetto ha attirato l’interesse di molti Paesi, tra cui il Mali, con il quale nel 2013 è stato firmato un accordo per la formazione di cinquecento imam maliani.

L'Osservatore Romano

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Centrafrica: cristiani e musulmani si incontrano a Bruxelles

La delicata situazione del paese è stata trattata in una tavola rotonda al Parlamento Europeo, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio

A qualche mese dal viaggio di papa Francesco a Bangui, previsto per il mese di novembre 2015, la Comunità di Sant’Egidio ha organizzato questa mattina una tavola rotonda sulla crisi nella Repubblica Centrafricana. La conferenza si è tenuta al Parlamento Europeo a Bruxelles, in collaborazione con il parlamentare Louis Michel (Grupo Alde), inviato speciale della Francofonia presso la Repubblica centrafricana.
La conferenza aveva come obiettivo di dare la parola ad interlocutori venuti dal paese, a qualche mese dalle elezioni presidenziali, che attualmente rischiano di slittare oltre il previsto mese di ottobre. La Presidente di transizione del Centrafrica, Catherine Samba-Panza, ha voluto inviare, attraverso l’ambasciatore centrafricano a Bruxelles, un messaggio di ringraziamento alla Comunità di Sant’Egidio per i suoi continui sforzi per la pace e la riconciliazione nel suo paese.
Secondo Luis Michel, il Centrafrica rischia di diventare un paese orfano della comunità internazionale. Con l’eccezione della Francia, non vede molto interesse della comunità internazionale per questo paese, malgrado sia centrale per la stabilità geopolitica dell’Africa. Ha comunque sottolineato che l’Unione Europea ha già speso più di 530 milioni di euro per la Repubblica Centrafricana. Michel ha detto di sostenere fortemente la tenuta delle elezioni entro la fine dell’anno – anche se non “perfette” - in modo da avere un governo in carica democraticamente legittimato. Ha anche denunciato ciò che ha definito la “scarsa qualità della classe politica centrafricana”.
Prosper N’Douba, redattore capo di Centrafrique-presse, ha risposto dicendo che il problema della “qualità” è anche dovuto alla povertà endemica del paese e della sua storia, e che saranno necessari più momenti di formazione e di esercizio del potere politico. Ha evocato il ruolo centrale della Comunità di Sant’Egidio, che ha riunito più volte, nella sua sede di Roma, alcuni dei protagonisti della crisi centrafricana. Ha anche sottolineato l’importanza del “Patto Repubblicano” firmato a Sant’Egidio, a Roma.
Christophe Bremaidou, ex Ministro dell’Economia e Finanze, ha da parte sua evocato l’importanza del sostegno della comunità internazionale, particolarmente in vista dell’organizzazione di un processo elettorale trasparente e democratico. Secondo lui, la sicurezza sta tornando a Bangui, ma molti bambini e giovani restano armati.
Youssoufa Silla, economista, esperto del PNUD a Bangui, ha spiegato che la situazione economica del paese è leggermente migliorata (è previsto che il 2015 segni una ripresa economica). Per lui la ricostruzione dell’esercito centrafricano e del sistema giudiziario sarà decisiva.
Ibrahim Hassan Frede, portavoce della comunità musulmana del Centrafrica, ha spiegato come i musulmani della Repubblica Centrafricana siano doppiamente vittime della situazione, sia a causa della violenza delle milizie anti-Balaka, ma anche di quella delle milizie musulmane Seleka, con le quali la comunità musulmana non ha niente a che fare. Ha evocato la condizione difficile nella quale si trovano molti rifugiati, specialmente in Ciad, ma anche la situazione difficile che persiste nei quartieri popolari della capitale, Bangui, “dove l’insicurezza regna a causa della droga e delle armi che circolano”. Ha lamentato che i fedeli musulmani non abbiano attualmente più il permesso di accedere ai cimiteri, ciò che li costringe a seppellire i loro morti in condizioni indegne.
Nelle sue conclusioni, Mauro Garofalo, responsabile delle Relazioni internazionali della Comunità di Sant’Egidio, ha sottolineato come il desiderio di pace possa vincere la sete di vendetta, come è già avvenuto in Mozambico, in Costa d’Avorio e in molti altri paesi africani.
Secondo lui, l’avvenire della Repubblica Centrafricana non si trova nella ricerca di una uniformità artificiale “perché questo paese non è mai stato omogeneo né politicamente né etnicamente, né religiosamente, ma solo linguisticamente. “Ha chiuso i lavori riaffermando l’impegno di Sant’Egidio per la pace e la riconciliazione a fianco del popolo centrafricano e dicendo che “il futuro della Repubblica centrafricana è nel convivere, ognuno deve imparare a superare le differenze che lo separano dagli altri, non c’è altra alternativa”.
Tutti i partecipanti hanno sottolineato l’importanza storica della visita di papa Francesco che, ha notato Mauro Garofalo, “nei suoi viaggi sceglie di visitare prioritariamente le periferie del mondo”.
Zenit