Cirinnà, per i cattolici è l'ora della rivolta
Il dibattito all’interno del mondo cattolico è destinato a riprodursi ogni volta che ci sia in gioco qualcosa di importante. Molti anni fa tutto ruotava intorno alla posizione che la Chiesa e i cattolici in generale avrebbero dovuto assumere riguardo all’aborto e al divorzio. Ci fu chi fece una battaglia culturale per la famiglia e la vita, e contro l’aborto; e chi ritenne che i cattolici avrebbero dovuto tenersi fuori dal dibattito, in nome del dialogo, dell’apertura, del carattere personale della fede. Non mancarono i cattolici pro divorzio e pro aborto, «non per noi, ma per gli altri». Oggi il problema è il ddl Cirinnà, cioè un decreto legge appoggiato da un governo guidato da un “cattolico”, Matteo Renzi, che apre le porte al matrimonio gay e all’utero in affitto.
Il popolo del 20 giugno ha detto a gran voce il suo no. Criticatissimo da Ivan Scalfarotto, MonicaCirinnà e dal segretario della Cei, Nunzio Galantino. Per costoro quella manifestazione non andava fatta. Bollata come omofoba da Cirinnà e Scalfarotto, come pura contrapposizione sterile e sostanzialmente violenta, non cristiana, da monsignor Nunzio Galantino. Di contro, non solo il milione di cattolici in piazza, ma anche il cardinal Bagnasco, il cardinal Caffarra e molti altri prelati hanno ribadito: difendere la famiglia è un dovere, perché essa è un bene per tutti, da tutelare anche tramite l’opposizione a leggi civili che la minano e la indeboliscono. Chi ha ragione? Si potrebbe fare un discorso teologico, e allora si dovrebbe riconoscere che il cristianesimo ha una caratteristica molto peculiare, contenuta nel Padre Nostro: «sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra». Il che, in parole semplicissime, significa che compito dei credenti non è solo preghiera e azione volta all’aldilà, ma anche all’adiquà. Nessun cristiano “vero” concepirebbe mai la politica come la soluzione; come la via di salvezza principale, per l’umanità. Ma nessun cristiano può, d’altra parte, disinteressarsi della polis, della comunità in cui vive, dei suoi bisogni più concreti: dall’aiutare il prossimo che ha bisogno di pane, al promuovere leggi che garantiscano, per quanto possibile, equità e giustizia.
Ora, è difficile immaginare un ddl che violi maggiormente l’equità e la giustizia di quel Cirinnà chevuole togliere ai bambini uno dei due genitori, e aprire la strada allo sfruttamento delle donne, tramite l’utero in affitto. Monica Cirinnà è stata chiarissima, in un dibattito televisivo con Massimo Gandolfini: chi si oppone all’utero in affitto è da Medioevo. Opporsi a questa visione è violenza? È incapacità di dialogare? É atteggiamento non cristiano? Non solo il buon senso, ma anche la storia della Chiesa ci insegnano il contrario. La storia della Chiesa cattolica ha infatti questa peculiarità: l’essere stata, quasi sempre, la spina nel fianco del potere. Chiesa e Stato, nella civiltà cristiana, hanno spesso collaborato e spesso lottato aspramente. Quando gli uomini di Chiesa hanno cessato di lottare, o hanno diminuito il loro sforzo, o sono scesi a patti con il potere, sono successe grandi disgrazie, per la nostra civiltà. Partiamo dal principio: i cristiani riconoscevano lo Stato pagano, ma non versavano incenso davanti alle statue dell’imperatore. Questo loro rifiuto aveva una valenza religiosa e politica molto forte. Da una parte proclamavano così il Dio Creatore e Onnipotente, ma dall’altra si opponevano, sino a morirne, al tentativo dello Stato romano di divinizzarsi.
Lo Stato che si divinizza è quello che si ritiene fonte della legge tout court. Si sono divinizzati lo Stato nazista e gli Stati comunisti. Con ecatombi incredibili. Si divinizzerebbe lo Stato che volesse decidere chi merita di vivere e chi di morire; o lo Stato che volesse stabilire cosa è la famiglia. Contro lo Stato che si divinizza, il cattolico alza la testa, senza paura dello scontro. Perché non è lo scontro che cerca, ma la verità e il bene comune. I ragazzi della Rosa Bianca fecero contro il nazismo, «atea macchina da guerra»», la manifestazione pubblica più forte che potevano: volantinaggi più o meno clandestini. Di più era impossibile. Persero la vita, per farlo. Gli ufficiali dell’Operazione Walkiria, anch’essi mossi dalla fede e dall’amore per il loro Paese, andarono oltre: prepararono l’uccisione del dittatore, e l’organizzazione politica ed economica di una futura, nuova Germania. Non ci riuscirono, ma provarono, e morirono. Il vescovo von Galen fece anch’egli quanto era in suo potere per frenare il programma nazista T4: predicò dai pulpiti, scrisse, urlò con quanta più forza poteva. Mentre il regime ragionava di ucciderlo, a fine guerra.
Consapevoli o meno, i ragazzi della Rosa Bianca, che si opponevano, tra le altre cose, all’eutanasia di Stato, gli ufficiali dell’Operazione Walkiria e von Galen, ripetevano, in altro modo, ciò che avevano fatto i primi cristiani, rifiutandosi di piegare la testa davanti all’Imperatore-dio. Ripetevano il gesto dei missionari, come Montesinos, o de Las Casas, e dei papi Pio II, Paolo III, Eugenio IV… che avevano contrastato lo schiavismo degli europei a danno degli indigeni. Dove la resistenza della Chiesa non vi fu, perché la Chiesa era asservita allo Stato, come in Inghilterra, non vi fu alcun freno all’arbitrio del potere: così, la Chiesa cattolica, permise, con la sua opposizione agli schiavisti spagnoli, la sopravvivenza delle popolazioni indigene del centro e sud America, mentre la Chiesa di Stato anglicana non mosse un dito per frenare il genocidio dei pellerossa. Oggi ricordiamo come eroi de Las Casas, Pio II, von Galen ecc. perché agirono; condanniamo (a volte un po’ troppo semplicisticamente) chi non agì, o agì troppo fiaccamente. Il motivo è sempre quello: non è dato ad un credente disinteressarsi del bene comune.
Torniamo di nuovo ai primi secoli. Uno degli avvenimenti più famosi del rapporto tra Stato e Chiesa, all’origine del cristianesimo, è lo scontro tra Ambrogio, vescovo di Milano, e Teodosio imperatore. Nel 390 d. C., a Tessalonica, Butherich, magister militum dell’Illirico, viene ucciso da una rivolta popolare. L’imperatore cattolico Teodosio, molto impulsivo, «ordinò una punizione sproporzionata e tremenda: “per oltre due ore la città fu abbandonata alla strage” attesta Paolino, e “moltissimi innocenti furono uccisi”». Si parla di migliaia e migliaia di vittime. Non vi era nulla di “strano”: il dispotismo degli imperatori romani, da Tiberio a Nerone, da Caligola a Diocleziano ecc., è capace di tutto, essendo la legge identificata con la loro volontà. Il vescovo Ambrogio, che in precedenza è stato un’autorità civile, il governatore di Milano, decide allora di richiamare l’imperatore, con una lettera personale, a penitenza e a pentimento. Un vescovo non esita a richiamare fortemente il capo dello Stato.
Come risposta Teodosio, anzitutto, il 18 agosto 390 emana una legge nella quale stabilisce che ogni decreto di condanna a morte vada eseguito dopo trenta giorni, e non subito, affinché, spiega Ruffino, «non venisse meno un gesto di misericordia, oppure se le circostanze l’avessero comportato, di un ripensamento». In seguito Teodosio si pentirà pubblicamente e chiederà perdono per la carneficina da lui comandata. Così «per la prima volta nella storia un monarca si riconosceva pubblicamente sottomesso a leggi di eterna giustizia» che lo superavano e lo vincolavano. Riconosceva cioè di non essere Dio e nello stesso tempo, per dirla con Marta Sordi, su impulso di Ambrogio e della dottrina cattolica, affermava «la coesistenza tra l’accettazione realistica di un potere supremo e la conservazione da parte dei sudditi di una libertas(libertà) che li mantiene cives (cittadini)».
Oltre mille quattrocento anni dopo, Hitler e Stalin spiegheranno, in alcune occasioni, di non voler«distruggere il cristianesimo»; solamente di voler impedire ai credenti di andare contro lo Stato, di intromettersi nella cosa pubblica. Non possiamo tollerare, affermava Hitler nelle sue Conversazioni a tavola, il clero che interviene in ciò che è competenza dello Stato (cioè, per lui, tutto); non possiamo tollerare gli Ambrogio, e neppure il “cattolicesimo politico” (intendeva, con questa espressione, il Partito popolare bavarese e il Centro cattolico, punti di resistenza antinazista). Aggiungeva: potremmo elogiare e benedire solo una Chiesa di Stato, come quella anglicana, come certe Chiese protestanti totalmente obbedienti allo Stato. Ecco, una Chiesa cattolica che non lottasse per difendere il diritto dei bambini a papà e mamma, assomiglierebbe ad una Chiesa di Stato: insignificante e inutile. Ma questo, per chi crede, non può succedere. Anzi, non succede, visto che il 20 giugno, in piazza, c’erano migliaia e migliaia di laici cattolici, cioè di membri della Chiesa, sia molti sacerdoti, e, con il cuore, tanti vescovi e cardinali.
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Così ci imporranno anche la pedofilia
Qualche mese fa il New York Times ha pubblicato un articolo di Margo Kaplan, docente alla Rutgers School of Law di Camden. Il titolo è ad effetto: “Pedofilia: un disturbo e non un crimine”. Ora andremo a scorrere le argomentazioni offerte nell’articolo per constatare come la Kaplan riesca sottilmente a legittimare la pedofilia. Sono gli stessi passi che, anni addietro, vennero compiuti per legittimare l’omosessualità.
Un primo passo per rendere accettabile una condotta o una condizione è affermare che non è poi così rara. Scrive la Kaplan: «Secondo alcune stime, l'1 per cento della popolazione maschile continua, molto tempo dopo la pubertà, a sentirsi attratto da bambini in età prepuberale». Direte voi: l’1% è cifra irrisoria. Non è tanto vero. In una qualsiasi giornata voi incontrate per strada, nei luoghi pubblici sicuramente più di 100 maschi. Ecco la docente della Rutgers ci sta dicendo che ogni giorno voi incontrate senza saperlo almeno un pedofilo, se non di più. Posta così la questione quell’1% inizia ad essere un po’ più ingombrante nella nostra percezione del fenomeno. Poco importa poi che il dato sia attendibile o meno, l’importante è far comprendere che la pedofilia è una realtà sociale, un fenomeno che esiste ed esiste accanto a noi. Inoltre, quell’1% ricorda tanto l’1% di persone omosessuali presenti nella popolazione mondiale. Anche loro una minoranza, ma che oggi pesa moltissimo.
Poi la Kaplan cerca di rischiarare la condizione del pedofilo quando ricorda che secondo il ManualeDiagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali la pedofilia è un disturbo se «provoca un disagio o difficoltà interpersonali». Affermazione volutamente obliqua. Si domanderà il lettore: se il pedofilo è felice di essere tale allora non è più un disturbo la pedofilia? Se il bambino, a motivo proprio della sua immaturità, è falsamente consenziente e quindi non ci sono particolari «difficoltà interpersonali» la pedofilia è condizione non più patologica? Domande che la Kaplan volutamente lascia in sospeso, come una spada di Damocle sulle teste dei bambini. Proseguiamo con un altro sottile e pericoloso distinguo che fa l’autrice dell’articolo: «la pedofilia è uno stato e non un atto. […] Circa la metà di tutti i pedofili non sono sessualmente attratti da loro vittime». In filigrana la Kaplan ci sta dicendo che fin tanto che il pedofilo non tocca un bambino, la pedofilia potrebbe essere anche accettata. Infatti, metà dei pedofili non sono nemmeno attratti sessualmente dai bambini (e allora non sono pedofili) e dunque perché temerli? Perché ghettizzarli?
Infatti, più avanti l’articolo così chiosa: «Un pedofilo deve essere ritenuto responsabile per il suocomportamento, non per l'attrazione sottostante». Ad onor del vero qui la professoressa Kaplan sta parlando delle sanzioni penali – e su questo le diamo ragione – ma non specificare che anche la stessa condizione non è sana dal punto di vista clinico e intrinsecamente disordinata dal punto di vista morale potrebbe far ritenere al lettore che tutto sommato, finché non c’è abuso, la pedofilia potrebbe essere anche accettata.
Questa argomentazione appena illustrata offre la sponda ad una successiva: «Un secondo malinteso è che la pedofilia è una scelta. Recenti ricerche […] suggeriscono che il disturbo può avere origini neurologiche». Affermare che la pedofilia non è una scelta, ma una condizione è la stessa motivazione spesa per legittimare l’omosessualità. In sintesi: se sei nato così oppure se è la conformazione del tuo cervello che ti porta a compiere atti pedofili tu non sei responsabile dei tuoi atti. É il tuo Dna o le tue sinapsi che ti costringono ad abusare sui bambini, attraverso una coazione di carattere ormonale e psichico invincibile. Ergo tu non sei colpevole di eventuali abusi. Il determinismo empirista predica in buona sostanza la morte della libertà e quindi della responsabilità morale e penale. Il passaggio per dire che la pedofilia è condizione naturale – proprio perché inscritta nel Dna e nel cervello – è dietro l’angolo.
Poi, ecco un altro tassello per legittimare la pedofilia, lo stesso usato dalle lobby gay per tutelarel’omosessualità: la discriminazione ingiusta che patirebbero i pedofili. La Kaplan racconta di persone che sentono l’impulso di molestare un bambino, ma si trattengono. Costoro «devono nascondere il loro disturbo a tutti», spiega la Kaplan, «altrimenti rischiano di perdere opportunità di lavoro e di formazione […]. Molti si sentono isolati, alcuni pensano al suicidio. Lo psicologo Jesse Bering, autore di Perv.: la devianza sessuale in tutti noi, scrive che le persone affette da pedofilia “non vivono la loro vita nell'armadio; stanno eternamente accovacciati in una panic room”». Poi l’autrice, che si premura nel dire che comunque un pedofilo non dovrebbe mai fare il maestro alle elementari, prosegue citando due leggi statunitensi le quali «vietano la discriminazione contro individui affetti da disabilità mentali, in settori quali l'occupazione, l'istruzione e le cure mediche. Il Congresso, tuttavia, ha escluso esplicitamente la pedofilia dalla protezione di queste due leggi fondamentali. È il momento di rivedere queste esclusioni».
Il pedofilo come soggetto discriminato dalle persone e dalle leggi. Il solito e pericolosissimo clichéche la Kaplan giustifica sostenendo che se non aiutiamo i pedofili a venire allo scoperto sarà impossibile curarli. Quando la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. In sintesi l’autrice ha messo in campo le seguenti argomentazioni per normalizzare la pedofilia: essa è un fenomeno sociale non così marginale e come tale dobbiamo farci i conti; è un disturbo solo se provoca disagio al soggetto o a terzi, non di per se stessa; la pedofilia va impedita solo se sfocia in condotte conseguenti; non è colpa del pedofilo se abusa dei bambini perché è madre natura che lo ha fatto così; i pedofili vivono una vita da ghettizzati, non discriminiamoli. Un film dell’orrore già visto.