sabato 11 luglio 2015

Papa Francesco. Elogio della donna



(Inviato Gianluca Biccini) Elogio della donna paraguayana: dal «cuore dell’America», così chiamato «non solo per la sua posizione geografica, ma anche per il calore delle sue genti» — ultima meta del viaggio apostolico — Francesco ha chiesto che Dio benedica le madri e le mogli di questo popolo, «le più gloriose» del continente. Nel primo discorso pronunciato ad Asunción, il Papa ha anche definito «fratelli» i paraguayani, rievocando gli emigrati che vivevano a Buenos Aires quando era arcivescovo e ai quali aveva donato la parrocchia della Virgen de los Milagros di Caacupé.Proveniente dalla Bolivia, dopo un paio d’ore di volo durante le quali ha attraversato lo spazio aereo dell’«amata patria argentina», a bordo di un velivolo dell’Alitalia, il Pontefice è atterrato allo scalo Silvio Pettirossi di Luque-Asunción. Sono saliti a salutarlo il nunzio apostolico Eliseo Ariotti e il direttore generale del cerimoniale di Stato paraguayano. Ai piedi della scala anteriore dell’aereo, da cui il Papa è sceso rifiutando l’ombrello nonostante la pioggia, l’accoglienza del presidente della Repubblica, Horacio Manuel Cartes Jara. Da questo momento sono entrati a far parte del seguito papale il nunzio, il presidente della Conferenza episcopale, monsignor Claudio Giménez Medina, vescovo di Caacupé; l’ordinario della capitale, l’arcivescovo salesiano Edmundo P. Valenzuela Mellid; il segretario della nunziatura Pavol Talapka.
Alla presenza di autorità dello Stato e degli oltre venti vescovi del Paese, si è svolta la presentazione delle delegazioni, per la gioia dei tanti fedeli presenti insieme con due cori: uno di bambini di Luque, la città aeroportuale, in tuniche bianche da chierichetti, e uno di indigeni. Il primo, dopo gli onori militari e il saluto alla bandiera, ha eseguito gli inni quando il Pontefice e il capo dello Stato si sono avvicinati al podio. Il secondo ha eseguito un canto in aché e guaraní, le principali lingue dei nativi, che qui costituiscono il 21 per cento della popolazione. Tereguahĕ poraite, Avare marãngatu, cioè “Benvenuto Santo Padre” gli hanno gridato mentre sui maxischermi scorrevano le immagini dell’arrivo del suo predecessore Giovanni Paolo II, che qui giunse ventisette anni fa, il 16 maggio 1988.
Il Pontefice ha benedetto la targa commemorativa della visita: quel giorno pioveva a dirotto e il protocollo venne stravolto. Invece con Francesco la leggera pioggerella si è interrotta al momento dell’omaggio floreale offertogli da una bambina aché, insieme con un rosario artigianale. Molto suggestiva poi la coreografia allegorica sulla storia del Paraguay eseguita da un gruppo artistico: su musiche della banda della polizia nazionale, donne in abiti tradizionali hanno danzato, mentre uomini vestiti da gauchos hanno portato a spalla tre attori che interpretavano la Vergine Maria, Gesù e Roque González de Santa Cruz, il gesuita divenuto primo santo del Paese. Al contempo un massiccio indio seminudo, ricoperto di variopinte piume di uccelli, rappresentava le credenze ancestrali del popolo. 
Visibilmente compiaciuto per lo spettacolo, Francesco si è poi intrattenuto brevemente con il presidente Cartes, dandogli appuntamento a più tardi. Dall’aeroporto alla nunziatura apostolica, sua residenza qui ad Asunción, ha poi percorso i 15 chilometri dell’itinerario in papamobile tra ali di folla entusiasta. In pratica tutta la cittadinanza della capitale si è riversata per le strade incurante del maltempo. Una marea impressionante, se si considera che l’intero Paese conta poco più di sei milioni di abitanti, più o meno quanti erano i fedeli durante la messa celebrata a Manila il 18 gennaio scorso. Anche la loro però è stata un’attesa spirituale: la gioia di un popolo intero, felice di accogliere il Papa; un popolo che chiede benedizioni e non solo foto ricordo.
Tra i Paesi più poveri dell’America latina, senza sbocchi al mare, il Paraguay sta comunque vivendo un momento di crescita impetuosa ed è sicuramente diverso da quando Bergoglio lo ha visitato per circostanze legate alla Compagnia di Gesù: la prima volta fu il 18 luglio 1977, per partecipare a una riunione di provinciali come superiore dell’Argentina. La seconda, tre anni dopo, il 6 agosto 1980, per un incontro di maestri di novizi. 
Dopo una pausa ristoratrice in nunziatura, il Pontefice è salito di nuovo in papamobile per la visita di cortesia al presidente nel palazzo Los López. Ancora cinque chilometri di tragitto tra manifestazioni di giubilo. Accolto all’ingresso del parco d’onore della residenza, il Papa si è intrattenuto con il capo dello Stato per una ventina di minuti. La firma del libro d’oro, la presentazione dei tanti familiari del presidente e lo scambio dei doni sono avvenuti mentre il cardinale segretario di Stato incontrava il cancelliere nazionale alla presenza del nunzio Ariotti. Francesco ha lasciato una copia a mosaico della Mater ecclesiae, l’immagine che Giovanni Paolo II, dopo l’attentato del 13 maggio 1981, volle far collocare su una parete dei palazzi apostolici, visibile da piazza San Pietro. Immagine che a sua volta richiama l’affresco raffigurante l’antica Madonna della Colonna. E come aveva fatto con i presidenti Correa in Ecuador e Morales in Bolivia, ha anche donato una copia dell’Evangelii gaudium e una della Laudato si’. Il presidente, oltre a monete e francobolli commemorativi, ha donato un poncho di lana bianca prodotto artigialmente nel distretto di Las Misiones.
Al termine sono state presentate le rispettive delegazioni. Quindi il Papa e il presidente hanno raggiunto insieme il giardino del palazzo, per l’incontro con le autorità: membri del gabinetto presidenziale, del congresso nazionale, della corte suprema di giustizia e del corpo diplomatico hanno ascoltato i discorsi e musiche dell’epoca delle reducciones gesuitiche: un’esperienza che attraverso insediamenti protetti e autogestiti voleva esaltare la dignità dei popoli indigeni difendendone libertà e cultura, ma che si concluse in un bagno di sangue. La proiezione di immagini di reperti artistici dell’epoca ha accompagnato l’esecuzione dei brani. Al termine il Papa è rientrato in nunziatura per il pernottamento.

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Le prime parole di Papa Francesco in Paraguay sono state un omaggio commosso — «non è difficile sentirsi a casa in questa terra tanto accogliente» aveva appena confessato — a tante migliaia di persone semplici, non destinate a restare nei libri di storia ma che sono state in prima linea nella vita del loro popolo. E subito dopo ha ricordato, «con emozione e ammirazione», il ruolo delle donne. In anni drammatici, «sulle loro spalle di madri, spose e vedove hanno portato il peso più grande, hanno saputo portare avanti le loro famiglie e il loro Paese, infondendo nelle nuove generazioni la speranza di un domani migliore. Dio benedica la donna paraguayana» ha esclamato.

Non è la prima volta che Bergoglio loda le donne di questo Paese dove si sta concludendo il suo viaggio in America latina, come il presidente Horacio Cortes ha ricordato nel suo caloroso saluto. L’allusione è alla situazione creatasi in Paraguay nell’ultimo trentennio dell’Ottocento in seguito alla sanguinosissima guerra contro il Brasile, l’Argentina e l’Uruguay — che il Pontefice ha definito «iniqua» — quando la popolazione maschile fu quasi annientata e soltanto le donne seppero far fronte e porre rimedio al disastro.
Ma l’elogio del Papa si inserisce in una ormai lunga serie di incisive affermazioni sulla specificità e sull’importanza del ruolo della donna nella società e nella Chiesa, da più parti apprezzate e riprese. Emblematico è quanto ha detto, nel penultimo giorno della visita in Bolivia, durante la messa a Santa Cruz de la Sierra: «In questi giorni ho potuto vedere molte madri con i loro figli in braccio. Come fanno qui tante di voi. Portando su di sé la vita, il futuro della loro gente», portando «la gioia e il dolore di una terra»: in una parola, «la memoria del loro popolo» che proprio le donne sanno trasmettere «di generazione in generazione, una memoria in cammino».
E moltissime sono state le donne, in una popolazione mediamente molto giovane, a riversarsi nelle strade di Asunción ad attendere e salutare il Pontefice. In un’accoglienza a tratti bagnata dalla pioggia e che nel palazzo presidenziale è culminata nell’esecuzione di musiche barocche nate nelle Riduzioni gesuitiche, altissima espressione artistica di quel «cristianesimo felice» descritto a metà del Settecento da Muratori pochi anni prima della sua distruzione, che fu una delle più importanti cause della soppressione della stessa Compagnia di Gesù.
Punteggiato da applausi, il discorso di Papa Francesco è tornato su un tema a lui caro come quello della memoria, declinato questa volta sul passato di guerre e ingiustizie. Un passato che impone oggi la costruzione di una pace «giorno per giorno, una pace della vita quotidiana» che sviluppi comprensione, dialogo e collaborazione. Dal Pontefice è venuto così un appoggio esplicito al «progetto democratico solido e stabile» e — ha aggiunto — alla «ferma volontà per allontanare oggi la corruzione», scelte politiche che caratterizzano da alcuni anni il Paraguay e che Bergoglio ha voluto apertamente sostenere.
g.m.v.
L'Osservatore Romano