Ricordando la figura del cardinale Giacomo Biffi, pubblichiamo alcuni brevi passaggi tratti dal suo libro "La bella, la bestia e il cavaliere" (Jaca Book 1984), per la loro profetica attualità. Non si vuole con questo avere la pretesa di esaurire o ridurre il pensiero di Biffi, ma piuttosto vuole essere un invito a riprendere in mano la sua abbondante produzione letteraria e teologica che è più che mai attuale. In questo caso, il cardinale Biffi esamina alcuni idoli derivati dal post-concilio, ovvero da una lettura distorta e tendenziosa del Concilio Vaticano II.
Ricordiamo che i solenni funerali del cardinale Biffi si terranno martedì 14 luglio nella cattedrale di Bologna alle 10.30.
LA CRONOLATRIA
Senza affermarsi mai espressamente, la cronolatrìa trapela in modo spesso involontario e quindi tanto più significativo dal linguaggio d’uso corrente, nel quale l’aggettivazione del biasimo teorico non è: falso, errato, illogico, cattivo, aberrante; ma piuttosto: superato, sorpassato, attardato, vecchio. Non conta tanto la verità quanto la formulazione recente. Le idee, come le uova, devono essere «di giornata».
(…) Veniamo spesso esortati a pregare per gli «uomini del nostro tempo», come se qualcuno fosse mai tentato di ricordare nelle sue orazioni gli assiro-babilonesi; o a vivere nel «mondo di oggi», contro il pericolo di sconfinare inavvertitamente nell’epoca carolingia; o a impegnarci a «essere moderni», che è un po’ come se una mucca si impegnasse ad avere la coda.
Non ci si meraviglia allora di notare che il tema della «vita eterna» si faccia sempre più raro nei discorsi ecclesiastici, dove invece hanno sempre più larga parte le questioni del «tempo presente». Queste è giusto e doveroso affrontare senza evasioni alienanti, ma non «invece di quella», bensì «alla luce di quella»: solo con la coscienza sempre pungente della «vita eterna» e della sua impareggiabile rilevanza è possibile «redimere il tempo presente», ridonandogli senso e spessore.
LA COSMOLATRIA
Di tutte le idolatrìe che ci affliggono, l’adorazione del mondo è senza dubbio la più clamorosa. Oggi uno può impunemente parlar male della Sposa di Cristo senza avere il minimo fastidio ecclesiale; ma se azzarda a scrivere due righe contro il «mondo», deve aspettarsi almeno qualche tiratina di orecchie anche da parte dei recensori più benevoli e pii.
Questa «cosmolatrìa» fa tanto più spicco in quanto stride con tutta la consuetudine linguistica dell’ascetica tradizionale: la «fuga dal mondo», la «rinuncia al mondo», il «disprezzo del mondo» dai primordi del cristianesimo fino a pochi anni fa sono stati temi classici della riflessione e della predicazione; ebbene, di essi nelle comunità cristiane di oggi non si trova più traccia. Al loro posto si propone l’«inserimento nel mondo» e perfino il «servizio del mondo».
A esaminare con attenzione alcuni testi ecclesiastici recenti (per esempio, alcuni formulari suggeriti da qualche parte per le preghiere dei fedeli) si ha l’impressione che i due vocaboli «mondo» e «Chiesa» rispetto all’uso di prima si siano semplicemente scambiati di senso. Si implora sempre infatti che la Chiesa capisca, riconosca, si converta, abbandoni il suo egoismo e la sua volontà di potenza ecc.; e per conto si prega perché il mondo venga riconosciuto e appagato nelle sue aspirazioni, aiutato nelle sue necessità, esaltato nei suoi valori. Ad ascoltare certe celebrazioni del mondo viene da domandarci perché mai a Gesù Cristo sia venuto in mente di fondare la Chiesa, peggiorando notevolmente le cose. (…)
(…) Occorre ripartire dal dato rivelato preso nella sua integrità, senza operarvi nessuna aprioristica selezione.
Una frase del vangelo di Giovanni ci ricorda da sola tutta la multiformità della parola di Dio a proposito di «mondo» «Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe» (Gv 1,10). In due righe il vocabolo compare tre volte e sempre con sfumature diverse.
Una frase del vangelo di Giovanni ci ricorda da sola tutta la multiformità della parola di Dio a proposito di «mondo» «Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe» (Gv 1,10). In due righe il vocabolo compare tre volte e sempre con sfumature diverse.
«Era nel mondo»: si riferisce al fatto della incarnazione e alla presenza del Verbo nella realtà creaturale. È una indicazione che non implica alcuna valutazione. (…)
«Il mondo fu fatto per mezzo di lui»: qui è implicitamente affermata l’originaria bontà del mondo, e quindi la presumibile disposizione di accoglienza verso il Figlio di Dio. Allo stesso modo è detto che «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3, 16).
«Eppure il mondo non lo riconobbe»: qui la parola «mondo» esprime il grande enigma della opposizione sistematica, permanente, ineliminabile, nella quale si è imbattuta e si imbatterà sempre l’iniziativa salvifica. E il discepolo di Gesù è ripetutamente ammonito di non perdere mai di vista e non sottovalutare questa tragica realtà.
Il mondo è dunque o un semplice spazio o una realtà nativamente buona ma da redimere o una forza malvagia che resiste alla redenzione e cerca di vanificarla. Nessuna di queste tre verità va trascurata.
IL «SERVIZIO DEL MONDO»
L’affermazione (il «servizio del mondo») è carica di ambiguità e, se non è chiarita, può alla lunga provocare una visione distorta dell’impegno cristiano. Gli equivoci possibili sono due: sul concetto di «mondo» e sul dovere del «servizio».
Per «mondo» qui si può intendere solo l’umanità che – dolorante, sviata, senza luce – è in attesa della salvezza. Non certo il «mondo» per il quale il Signore non ha pregato e che noi dalla parola di Dio siamo invitati a odiare; della cui oscura esistenza non dobbiamo mai dimenticarci.
E il «servizio» più urgente e necessario che può essere reso agli uomini decaduti e infelici è l’annuncio del Salvatore e del progetto d’amore che il Padre ha pensato per noi: questa è la vera «promozione umana», che poi diventa la molla propulsiva di ogni altro «progresso» nel benessere, nella pace sociale, nella giustizia terrena.
Va anche detto che l’unico a dover essere propriamente servito da noi è il Figlio di Dio , Gesù Cristo. «Ci sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore» (1 Cor 12,5). Nessun altro può essere riconosciuto come padrone.
Vero è che l’unico nostro Signore si è fatto «servo» di tutti: e noi, se vogliamo veramente e concretamente servirlo, dobbiamo servirlo anche associandoci a lui in questo servizio degli altri e attendendo dunque alle necessità reali di tutti.
Vero è che l’unico nostro Signore si è fatto «servo» di tutti: e noi, se vogliamo veramente e concretamente servirlo, dobbiamo servirlo anche associandoci a lui in questo servizio degli altri e attendendo dunque alle necessità reali di tutti.
(…) Noi, servi di Cristo, diventiamo in lui servi degli uomini; ma non per questo siamo tenuti a dare agli uomini sempre ciò che a loro piace o che da noi essi si aspettano. Noi abbiamo il dovere di servirli secondo la volontà e le decisioni dell’unico vero Signore, che si è fatto loro servo, cioè si è posto al servizio della loro vera felicità. A lui e a nessun altro renderemo conto un giorno di tutte le nostre azioni.
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Mangeremo ancora i tortellini con il card. Biffi
Tra i tanti ricordi del cardinale Biffi che salgono alla mente, chissà perché, emerge una predica tenuta nella basilica di S. Petronio in una Giornata della gioventù del 1997. Anche quella sera, come sempre, offrì una parola mai scontata, mai superficiale.
“Voi oggi”, diceva a qualche migliaio di giovani che avevano pregato e marciato lungo le strade di Bologna, “siete stati i protagonisti di un avvenimento davvero eccezionale, che domani avrà senza dubbio un'ampia risonanza nei giornali dei Cherubini e nelle televisioni del Regno dei Cieli. I giornali e le televisioni delle terra sono troppo impegnati a dar notizia dei maestri e dei propagandisti del niente - insinuanti o vocianti che siano - per accorgersi di voi”.
Ma di lui, di Giacomo Biffi, professione italiano cardinale, si sono accorti in tanti, proprio per quella inguaribile intelligenza che non mancava di sorprendere. Ora che è salito al Cielo, il cardinale, arcivescovo di Bologna dal 1984 al 2003, siamo certi che se la ride con i suoi amati cherubini.
Innanzitutto se la ride per quelli che frettolosamente lo etichettano (e lo etichettavano) come conservatore o, peggio, integralista. Definì Bologna “sazia e disperata”, ebbe parole chiarissime nei confronti del rapporto con l'immigrazione islamica, non mancò di sollevare dubbi in occasione delle “scuse” che Giovanni Paolo II chiese al mondo per le “colpe della Chiesa”. A proposito di questo voleva che non si parlasse di "colpe della Chiesa", ma di "colpe di uomini di Chiesa". E si disse preoccupato che "a forza di chiedere scusa si finisse col perdere lo stupore e la gioia di fronte alla mirabile realtà trascendente della Chiesa". Non occorre grande acume per accorgersi che aveva una certa dose di buon senso: come non riconoscere che Bologna è stata “sazia e disperata”?; come non verificare i danni di una certa superficialità nella gestione del rapporto tra Occidente e islam? E, infine, come non vedere una Chiesa che fatica a farsi percepire come qualcosa di diverso da una qualsiasi istituzione?
Nella città più rossa d'Italia il cardinale Biffi ha esercitato un magistero luminoso, mentre una generazione intera diventava adulta a cavallo del terzo millennio. Per tornare a quella Giornata della gioventù del 1997, ricordo alcune parole che risultano oggi di grande attualità ecclesiale. “Gesù sta dove gli uomini soffrono e sperano”, diceva Biffi, “e attendono di essere aiutati e incoraggiati da noi”. Perché “Gesù abita accanto a noi nei fratelli, di cui condividiamo l'esistenza quotidiana. Gesù abita tra quanti implicitamente lo invocano senza averlo conosciuto, e aspettano da noi che con la nostra testimonianza glielo facciamo conoscere”. Si potrebbe dire che il “conservatore” Biffi predicasse la Chiesa in stato di missione permanente, quella che per molti sembra sorgere solo oggi, grazie alle belle parole e ai gesti di Papa Francesco. Ma ad orecchi attenti si deve riconoscere che questa spinta non è mai mancata.
Innamorato di Cristo come pochi, Biffi ne diede un bellissimo e affrescato ritratto in un consiglio comunale di provincia. Ne venne fuori un libretto che è un best-seller dal titolo simpatico: L'identikit del festeggiato (eravamo a due passi dal grande Giubileo del 2000). Quello che Biffi voleva sottolineare è che “non c’è pluralismo nella Chiesa a proposito di Gesù Cristo: la risposta di Pietro è la risposta di tutti”. Non un mito, non un'idea, non un genio religioso, non un filosofo, non un agit-prop, ma Lui è il Cristo, il Figlio del Vivente, il Figlio di Dio.
“Gesù Cristo”, scriverà riflettendo sull'opera di Vladimir Solovev, “unico Salvatore del mondo, non è traducibile in una serie di buoni progetti e di buone ispirazioni, omologabili con la mentalità mondana dominante. Gesù Cristo è una “pietra”, come Egli ha detto di sé, su questa “pietra”, o (affidandosi) si costruisce o (contrapponendosi) ci si va a inzuccare”.
Martedì, alle ore 10:30, si terrà la Solenne Messa Esequiale, presieduta dal Card. Carlo Caffarra.
Per tutti c'è l'occasione di salutare per un'ultima volta quaggiù il pastore Giacomo Biffi, per molti c'è la speranza di rivederlo ancora lassù. Fedele al suo richiamo sulla fattualità dell'evento cristiano, in un suo celebre saggio sull'escatologia, ricordava che “il nostro traguardo” non è posto in un “regno di spiriti assolutamente lontano e diverso dal mondo materiale in cui viviamo, ma in questo stesso universo purificato e redento”.
Per questo confidiamo un giorno di poter rivedere ancora il cardinale Biffi, e magari farci due risate sotto i colpi della sua inconfondibile ironia da bastian contrario. Magari davanti a un piatto di tortellini fumanti.
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Un grande cardinale, Un grande italiano
Alle 2:30 dell'11 luglio è morto il cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo emerito di Bologna e una delle figure più rappresentative della Chiesa italiana. Il 13 giugno scorso aveva festeggiato l’87° compleanno. Da mesi era ricoverato nella Clinica Toniolo di Bologna per seri problemi al sistema circolatorio. Gli ultimi tre anni e mezzo lo hanno consumato fisicamente e purificato spiritualmente, li ha vissuti con grande serenità.
- UN CARDINALE DALLA FEDE INCROLLABILE
di Giorgio Maria Carbone
Due mesi fa padre Giuseppe Barzaghi gli chiese cosa lo rendesse così sereno. Il card. Biffi gli rispose: «La considerazione dell’unitotalità che ho imparato leggendo i teologi russi e in particolare Solov’ëv», la considerazione che tutto è integralmente e simultaneamente presente allo sguardo di misericordia di Dio.
- UN CARDINALE DALLA FEDE INCROLLABILE
di Giorgio Maria Carbone
Due mesi fa padre Giuseppe Barzaghi gli chiese cosa lo rendesse così sereno. Il card. Biffi gli rispose: «La considerazione dell’unitotalità che ho imparato leggendo i teologi russi e in particolare Solov’ëv», la considerazione che tutto è integralmente e simultaneamente presente allo sguardo di misericordia di Dio.
- UNA VITA "CRISTOCENTRICA"
di Luigi Negri
Il cardinale Biffi è stato senz'altro una grande intelligenza teologica, una delle più profonde e delle più vaste dell’ultimo secolo, raccolta attorno al grande tema di cui egli fu l’ispiratore, ovvero quello del “Cristocentrismo” assoluto, la centralità assoluta di Cristo come redentore dell’uomo e del mondo, centro del cosmo e della storia.
di Luigi Negri
Il cardinale Biffi è stato senz'altro una grande intelligenza teologica, una delle più profonde e delle più vaste dell’ultimo secolo, raccolta attorno al grande tema di cui egli fu l’ispiratore, ovvero quello del “Cristocentrismo” assoluto, la centralità assoluta di Cristo come redentore dell’uomo e del mondo, centro del cosmo e della storia.