giovedì 15 settembre 2011

C'erano anche alcune donne...


Di seguito il Vangelo di oggi, 16 settembre, Venerdi della XXIV settimana del T.O., con un commento, il testo di una predica del p. Cantalamessa e una breve pagina di Benedetto XVI. Buona giornata!

Le donne sono le prime incaricate di annunciare la resurrezione.
Avevano vissuto gli eventi tragici culminati nella crocifissione di Cristo sul Calvario; avevano sperimentato la tristezza e lo smarrimento.
Non avevano abbandonato, però, nell´ora della prova il loro Signore.
Vanno di nascosto nel luogo dove Gesù era stato sepolto
per rivederlo ancora e abbracciarlo l´ultima volta.
Le spinge l´amore;
quello stesso amore che le aveva portate a seguirlo
per le strade della Galilea e della Giudea sino al Calvario.
Donne fortunate!
Non sapevano ancora che quella
era l´alba del giorno più importante della storia.
Non potevano sapere che loro, proprio loro,
sarebbero state le prime testimoni della risurrezione di Gesù.

Giovanni Paolo II, Omelia della Veglia di Pasqua, 14 aprile 2001





Dal Vangelo secondo Luca 8,1-3.

In seguito egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demòni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni.


IL COMMENTO

La missione sorge sempre dalla gratitudine. L'annuncio del Vangelo ed ogni opera e attività al servizio della missione non si possono imporre. Non hanno nulla a che vedere con un volontariato. Sono opere della Grazia, di quel dono unico e gratuito dell'amore di Dio che risana, libera, ridona dignità e pienezza. L'esperienza del perdono e della vita nuova ricevuta gratuitamente muove "naturalmente" il cuore alla gratitudine. E la gratitudine si fa sempre sequela, offerta della propria vita. Chi ha sperimentato l'amore che sazia il cuore, chi ha scoperto per Chi e per che cosa vale davvero la pena vivere, non ha bisogno di appelli, di comitati, di convegni, di spot pubblicitari. Chi ha conosciuto l'amore di Cristo che lo ha guarito, ne è attratto, coinvolto e assorbito completamente. Quell'amore che ha colmato ogni suo desiderio, che ha ricreato un'esistenza agonizzante sotto i colpi del peccato, diviene, con evidenza, il centro e il motore della vita. Per esso vi si dedicano tempo, energie, beni. Le membra una volta offerte al peccato, vivificate di quell'amore, ne divengono strumenti privilegiati.

E' la storia delle donne che appaiono nel Vangelo, fondamento della missione della Chiesa. Come quella di Pietro, cercato e perdonato sulle sponde del lago di Galilea. La Chiesa è fondata sul perdono perchè l'annuncio del Vangelo sia una Buona Notizia autentica nella vita dei testimoni. Pietro, gli Apostoli, le donne al seguito di Gesù, una comunità di "graziati", un Popolo scampato alla spada e alla morte. Un popolo che, per pura gratitudine, annuncia l'unica notizia capace di salvare l'uomo, e serve con i propri beni, con la propria vita, l'opera più importante che si possa compiere sulla terra. Annunciare il Vangelo è il culto che San Paolo offre a Dio, il compimento dello Shemà, amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze: il Signore è uno solo perchè Lui solo ha liberato il Popolo dalla schiavitù. Ha compiuto un'opera che nessuno avrebbe potuto compiere, la gratitudine si fa amore indiviso, ascolto obbediente che si fa vita e così testimonianza, dove anche i beni sono offerti con gioia. Nessun "dovere" moralistico, solo un'immensa gratitudine per un amore gratuito e senza condizioni: "gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date". C'è da chiedersi allora come mai tanti problemi economici e di bilancio affliggano Diocesi e Parrocchie. E' probabile che molti tra quanti frequentano e si impegnano nella Chiesa non hanno ancora l'esperienza decisiva del perdono, della liberazione, dell'amore infinito di Dio: "colui al quale è stato perdonato poco ama poco", e la carne e la paura impediscono la generosità che, solo, scaturisce dalla gratitudine e dalla libertà. Chi è stato amato molto ama molto, e l'amore si manifesta attraverso la totale generosità e il distacco dai beni, nell'intima certezza che Chi lo ha perdonato può, a maggior ragione, provvedere alla sua vita. La gratitudine, il segno di un Popolo che si sente amato, e così anche di famiglie dove l'amore ed il perdono ne costituiscono il fondamento, e così di amicizie, di fidanzamenti, anche di rapporti di lavoro: laddove regna il perdono, nelle relazioni fondate sulla misericordia di Dio non può insinuarsi il veleno dell'avarizia, anche se la lotta con la carne e il mondo ne tessono le trame. Chi vive abbandonato alla misericordia è misericordioso, offre senza riserve se stesso, progetti, schemi, tempo, denaro.

La Chiesa è il luogo della gratitudine. Con Cristo percorre ogni giorno le strade del mondo, annunciando la Buona Notizia. In ebraico la prima e l'ultima parola del primo versetto dello Shemà, Ascolta - Shemà e Uno - Echad terminano il primo con la lettera'ayin e il secondo con la lettera dalet: unite insieme queste due lettere formano la parola'ed, testimone. La testimonianza, il martirio, l'annuncio fatto carne sino al dono della propria vita, scaturiscono dall'ascolto dell'Unico Dio, dell'obbedienza ad un amore sconvolgente che ha consegnato tutto se stesso per ciascun uomo. Gli apostoli, e con loro le donne che seguono il Signore con i propri beni, vivono lo Shemà, l'unicità piena di gratitudine dell'amore di Dio. A Cristo hanno dato tutto, perchè da Cristo tutto hanno ricevuto. Per questo le donne, che tutto hanno consegnato a Cristo, dai peccati alla loro stessa vita, saranno le prime testimoni della sua risurrezione. Uno le ha amate di un amore unico, Uno è morto per loro, Uno è risorto per la loro giustificazione. Lo hanno ascoltato, hanno creduto, hanno accolto quell'unico amore, lo hanno incontrato sulla soglia del sepolcro, vivo e vittorioso. Nella sua vittoria la loro vita salvata diviene testimonianza dell'unica Verità capace di salvare e donare la felicità autentica.

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C’erano anche alcune donne
p. Raniero Cantalamessa ofmcapp Predica del Venerdì Santo 2007



“Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala” (Gv 19, 25). Per una volta lasciamo da parte Maria, sua Madre. La sua presenza sul Calvario non ha bisogno di spiegazioni. Era “sua madre” e questo spiega tutto; le madri non abbandonano un figlio, neppure condannato a morte. Ma perché erano lì le altre donne? Chi erano e quante erano?

I vangeli riferiscono il nome di alcune di esse: Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, Salome, madre dei figli di Zebedeo, una certa Giovanna e una certa Susanna (Lc 8, 3). Venute con Gesú dalla Galilea, queste donne lo avevano seguito, piangendo, nel viaggio al Calvario (Lc 23, 27-28), ora sul Golgota osservavano “da lontano” (cioè dalla distanza minima loro consentita) e di lì a poco lo accompagnano, mestamente, al sepolcro, con Giuseppe di Arimatea (Lc 23, 55).

Questo fatto è troppo accertato e troppo straordinario per passarvi sopra in fretta. Le chiamiamo, con una certa condiscendenza maschile, “le pie donne”, ma esse sono ben più che “pie donne”, sono altrettante “Madri Coraggio”! Hanno sfidato il pericolo che c’era nel mostrarsi così apertamente in favore di un condannato a morte. Gesú aveva detto: “Beato chi non si sarà scandalizzato di me” (Lc 7, 23). Queste donne sono le uniche che non si sono scandalizzate di lui.

Si discute animatamente da qualche tempo chi fu a volere la morte di Gesú: se i capi ebrei, o Pilato, o gli uni e l’altro. Una cosa è certa in ogni caso: furono degli uomini, non delle donne. Nessuna donna è coinvolta, neppure indirettamente, nella sua condanna. Anche l’unica donna pagana menzionata nei racconti, la moglie di Pilato, si dissociò dalla sua condanna (Mt 27, 19). Certo, Gesú morì anche per i peccati delle donne, ma storicamente esse solo possono dire: “Noi siamo innocenti del sangue di costui!” (Mt 27, 24).

Questo è uno dei segni più certi dell’onestà e dell’attendibilità storica dei vangeli: la figura meschina che fanno in essi gli autori e gli ispiratori dei vangeli e la figura meravigliosa che vi fanno fare a delle donne. Chi avrebbe permesso che fosse conservata, a imperitura memoria, la storia ignominiosa della propria paura, fuga, rinnegamento, aggravata in più dal confronto con la condotta così diversa di alcune povere donne, chi, ripeto, l’avrebbe permesso, se non vi fosse stato costretto dalla fedeltà a una storia che appariva ormai infinitamente più grande della propria miseria?

* * *

Ci si è sempre chiesti come mai le “pie donne” sono le prime a vedere il Risorto e ad esse viene dato l’incarico di annunciarlo agli apostoli. Questo era il modo più sicuro per rendere la risurrezione poco credibile. La testimonianza di una donna non aveva alcun peso. Forse proprio per questo motivo nessuna donna figura nel lungo elenco di coloro che hanno visto il Risorto redatto da Paolo (cf. 1 Cor 15, 5-8). Gli stessi apostoli sulle prime presero le parole delle donne come “un vaneggiamento” tutto femminile e non credettero ad esse (Lc 24, 11).

Gli autori antichi credettero di conoscere la risposta a questa domanda. Le donne, dice in un suo inno Romano il Melode, sono le prime a vedere il Risorto perché una donna, Eva, era stata la prima a peccare! (1) Ma la risposta vera è un’altra: le donne sono state le prime a vederlo risorto perché erano state le ultime ad abbandonarlo da morto e anche dopo la morte venivano a portare aromi al suo sepolcro (Mc 16,1).

Dobbiamo chiederci il perché di questo fatto: perché le donne hanno resistito allo scandalo della croce? Perché gli sono rimaste vicine quando tutto sembrava finito e anche i suoi discepoli più intimi lo avevano abbandonato e stavano organizzando il ritorno a casa?

La risposta l’ha data in anticipo Gesú, quando rispondendo a Simone, disse, della peccatrice che gli aveva lavato e baciato i piedi: “Ha molto amato!” (Lc 7, 47). Le donne avevano seguito Gesú per lui stesso, per gratitudine del bene da lui ricevuto, non per la speranza di far carriera al suo seguito. Ad esse non erano stati promessi “dodici troni”, né esse avevano chiesto di sedere alla sua destra e alla sua sinistra nel suo regno. Lo seguivano, è scritto, “per servirlo” (Lc 8, 3; Mt 27, 55); erano le uniche, dopo Maria la Madre, ad avere assimilato lo spirito del vangelo. Avevano seguito le ragioni del cuore e queste non le avevano ingannate.

* * *Raniero Cantalamessa

In ciò la loro presenza accanto al Crocifisso e al Risorto contiene un insegnamento vitale per noi oggi. La nostra civiltà, dominata dalla tecnica, ha bisogno di un cuore perché l’uomo possa sopravvivere in essa, senza disumanizzarsi del tutto. Dobbiamo dare più spazio alle “ragioni del cuore”, se vogliamo evitare che l’umanità ripiombi in un’era glaciale.

In questo, a differenza che in molti altri campi, la tecnica ci è ben poco di aiuto. Si sta lavorando da tempo a un tipo di computer che “pensa” e molti sono convinti che vi si arriverà. Ma nessuno finora ha prospettato la possibilità di un computer che “ama”, che si commuove, che viene incontro all’uomo sul piano affettivo, facilitandogli l’amare, come gli facilita il calcolare le distanze tra le stelle, il movimento degli atomi e memorizzare i dati...

Al potenziamento dell’intelligenza e delle possibilità conoscitive dell’uomo, non va di pari passo, purtroppo, il potenziamento della sua capacità d’amore. Quest’ultima, anzi, sembra che non conti nulla, mentre sappiamo benissimo che la felicità o l’infelicità sulla terra non dipende tanto dal conoscere o non conoscere, quanto dall’amare o non amare, dall’essere amato o non essere amato. Non è difficile capire perché siamo così ansiosi di accrescere le nostre conoscenze e così poco di accrescere la nostra capacità di amare: la conoscenza si traduce automaticamente in potere, l’amore in servizio.

Una delle moderne idolatrie è l’idolatria dell’“IQ”, del “quoziente di intelligenza”. Si sono messi a punto numerosi metodi di misurazione. Ma chi si preoccupa di tener conto anche del “quoziente di cuore”? Eppure solo l’amore redime e salva mentre la scienza e la sete di conoscenza, da sole, possono portare alla dannazione. È la conclusione del Faust di Goethe ed è anche il grido lanciato dal regista che fa inchiodare simbolicamente al pavimento i preziosi volumi di una biblioteca e fa dire al protagonista che “tutti i libri del mondo non valgono una carezza” (2). Prima di tutti loro san Paolo aveva scritto: “La scienza gonfia, l’amore edifica” (1 Cor 8,1). "Senza l’amore – ricordava nella Messa crismale di ieri il papa – la persona è buia dentro".

Dopo tante ere che hanno preso il nome dall’uomo – homo erectus, homo faber, fino all’homo sapiens, cioè sapientissimo, di oggi –, c’è da augurarsi che si apra finalmente, per l’umanità, un’era della donna: un’era del cuore, della compassione, e questa terra cessi finalmente di essere “l’aiola che ci fa tanti feroci” (3).

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Da ogni parte emerge l’esigenza di dare più spazio alla donna. Noi non crediamo che “l’eterno femminino ci salverà” (4). L’esperienza quotidiana dimostra che la donna può “sollevarci in alto”, ma può anche farci precipitare in basso. Anch’essa ha bisogno di essere salvata da Cristo. Ma è certo che, una volta redenta da lui e “liberata”, sul piano umano, da antiche discriminazioni, essa può contribuire a salvare la nostra società da alcuni mali inveterati che la minacciano: violenza, volontà di potenza, aridità spirituale, disprezzo della vita…

Bisogna solo evitare di ripetere l’antico errore gnostico secondo cui la donna, per salvarsi, deve cessare di essere donna e trasformarsi in uomo (5). Il pregiudizio è tanto radicato nella cultura che le stesse donne hanno finito a volte per soccombere ad esso. Per affermare la loro dignità, hanno creduto necessario assumere atteggiamenti maschili, oppure minimizzare la differenza dei sessi, riducendola a un prodotto della cultura. “Donna non si nasce, ma si diventa”, ha detto una loro illustre rappresentante (6).

Come dobbiamo essere grati alle “pie donne”! Lungo il viaggio al Calvario, il loro singhiozzare fu l’unico suono amico che giunse agli orecchi del Salvatore; sulla croce, i loro “sguardi” furono gli unici a posarsi con amore e compassione su di lui.

La liturgia bizantina ha onorato le pie donne dedicando ad esse una domenica dell’anno liturgico, la seconda dopo Pasqua, che prende il nome di “domenica delle Mirofore”, cioè delle portatrici di aromi. Gesù è contento che si onorino nella Chiesa le donne che lo hanno amato e hanno creduto in lui quand’era in vita. Su una di esse – la donna che versò sul suo capo un vasetto di olio profumato – fece questa straordinaria profezia, puntualmente avveratasi nei secoli: “Dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei” (Mt 26,13).

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Le pie donne non sono, però, solo da ammirare e onorare, sono anche da imitare. San Leone Magno dice che “la passione di Cristo si prolunga sino alla fine dei secoli” (7) e Pascal ha scritto che “Cristo sarà in agonia fino alla fine del mondo” (8). La Passione si prolunga nelle membra del corpo di Cristo. Sono eredi delle “pie donne” le tante donne, religiose e laiche, che stanno oggi a fianco dei poveri, dei malati di AIDS, dei carcerati, dei reietti d’ogni specie della società. Ad esse – credenti o non credenti – Cristo ripete: “L’avete fatto a me” (Mt 25, 40).

Non solo per il ruolo svolto nella passione, ma anche per quello svolto nella risurrezione le pie donne sono di esempio alle donne cristiane di oggi. Nella Bibbia si incontrano da un capo all’altro dei “va!” o degli “andate!”, cioè degli invii da parte di Dio. È la parola rivolta ad Abramo, a Mosè (“Va’, Mosè, nella terra d’Egitto”), ai profeti, agli apostoli: “Andate in tutto il mondo, predicate il vangelo ad ogni creatura”.

Sono tutti “andate!” indirizzati a degli uomini. C’è un solo “andate!” indirizzato a delle donne, quello rivolto alle mirofore il mattino di Pasqua: “Allora Gesù disse loro: “Andate ed annunziate ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno” (Mt 28, 10). Con queste parole le costituiva prime testimoni della risurrezione, “maestre dei maestri” come le chiama un autore antico (9).

È un peccato che, a causa dell’errata identificazione con la donna peccatrice che lava i piedi di Gesú (Lc 7, 37), Maria Maddalena abbia finito per alimentare infinite leggende antiche e moderne e sia entrata nel culto e nell’arte quasi solo nella veste di “penitente”, anziché in quella di prima testimone della risurrezione, “apostola degli apostoli”, come la definisce san Tommaso d’Aquino (10).

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“Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli” (Mt 28, 8). Donne cristiane, continuate a portare ai successori degli apostoli e a noi sacerdoti loro collaboratori il lieto annuncio: “Il Maestro è vivo! E’ risorto! Vi precede in Galilea, cioè dovunque andiate!” Continuate l’antico cantico che la liturgia pone sulla bocca di Maria Maddalena: Mors et vita duello conflixere mirando: dux vitae mortuus regnat vivus: “Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto, ma ora è vivo e regna”. La vita ha trionfato, in Cristo, sulla morte e così avverrà un giorno anche in noi. Insieme con tutte le donne di buona volontà, voi siete la speranza di un mondo più umano.

Alla prima delle “pie donne” e loro incomparabile modello, la Madre di Gesú, ripetiamo con un’antica preghiera della Chiesa: “Santa Maria, soccorri i miseri, sostieni i pusillanimi, conforta i deboli: prega per il popolo, intervieni per il clero, intercedi per il devoto sesso femminile”: Ora pro populo, interveni pro clero, intercede pro devoto femineo sexu (11).



(1) Romano il Melode, Inni, 45, 6 (ed. a cura di G. Gharib, Edizioni Paoline 1981, p. 406).
(2) Nel film “Cento chiodi” di Ermanno Olmi.
(3) Dante Alighieri, Paradiso, 22, v.151.
(4) W. Goethe, Faust, finale parte II: “Das Ewig-Weibliche zieht uns hinan”.
(5) Cf. Vangelo copto di Tommaso, 114; Estratti di Teodoto, 21, 3.
(6) Simone de Beauvoir, Le Deuxième Sexe (1949).
(7) S. Leone Magno, Sermo 70, 5 (PL 54, 383).
(8) B. Pascal, Pensieri, n. 553 Br.
(9) Gregorio Antiocheno, Omelia sulle donne mirofore, 11 (PG 88, 1864 B).
(10) S. Tommaso d’Aquino, Commento al vangelo di Giovanni, XX, 2519.
(11) Antifona al Magnificat, Comune delle feste della Vergine.

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Benedetto XVI, papa

Udienza generale, 14 febbraio 2007 (trad. © Libreria Editrice Vaticana)

«C'erano con lui i Dodici e alcune donne»

Anche nell'ambito della Chiesa primitiva la presenza femminile è tutt'altro che secondaria... Una più ampia documentazione sulla dignità e sul ruolo ecclesiale della donna la troviamo in san Paolo. Egli parte dal principio fondamentale, secondo cui per i battezzati non solo «non c'è più né giudeo né greco, né schiavo, né libero», ma anche «né maschio, né femmina». Il motivo è che «tutti siamo uno solo in Cristo Gesù» (Gal 3,28), cioè tutti accomunati nella stessa dignità di fondo, benché ciascuno con funzioni specifiche (cfr 1 Cor 12,27-30). L'Apostolo ammette come cosa normale che nella comunità cristiana la donna possa «profetare» (1 Cor 11,5), cioè pronunciarsi apertamente sotto l'influsso dello Spirito, purché ciò sia per l'edificazione della comunità e fatto in modo dignitoso...

Abbiamo già incontrato la figura di Prisca o Priscilla, sposa di Aquila, la quale in due casi viene sorprendentemente menzionata prima del marito (cfr At 18,18; Rm 16,3): l'una e l'altro comunque sono esplicitamente qualificati da Paolo come suoi «collaboratori» (Rm 16,3)... Occorre inoltre prendere atto, ad esempio, che la breve Lettera a Filemone in realtà è indirizzata da Paolo anche a una donna di nome «Affia» (cfr Fm 2)... Nella comunità di Colossi ella doveva occupare un posto di rilievo; in ogni caso, è l'unica donna menzionata da Paolo tra i destinatari di una sua lettera. Altrove l'Apostolo menziona una certa «Febe», qualificata come diákonos della Chiesa di Cencre... (cfr Rm 16,1-2). Benché il titolo in quel tempo non abbia ancora uno specifico valore ministeriale di tipo gerarchico, esso esprime un vero e proprio esercizio di responsabilità da parte di questa donna a favore di quella comunità cristiana... Nel medesimo contesto epistolare l'Apostolo con tratti di delicatezza ricorda altri nomi di donne: una certa Maria, poi Trifena, Trifosa e Perside «carissima», oltre a Giulia (Rm 16,6.12a.12b.15)... Nella Chiesa di Filippi poi dovevano distinguersi due donne di nome «Evodia e Sìntiche» (Fil 4,2): il richiamo che Paolo fa alla concordia vicendevole lascia intendere che le due donne svolgevano una funzione importante all'interno di quella comunità. In buona sostanza, la storia del cristianesimo avrebbe avuto uno sviluppo ben diverso se non ci fosse stato il generoso apporto di molte donne.