giovedì 15 settembre 2011

Due tipi "tosti"

Oggi 16 settembre ricordiamo:



Cipriano di Cartagine e Cornelio di Roma
(†258), pastori e martiri

Nel 258 muore martire a Cartagine il vescovo Cipriano, nel corso delle persecuzioni dell'imperatore Valeriano. Nato intorno a1210, Cipriano era un retore pagano che si convertì al cristianesimo dopo aver distribuito tutti i suoi beni ai poveri. A tre anni soltanto dalla conversione fu eletto vescovo di Cartagine. Vissuto in un periodo di grandi divisioni nella chiesa, suscitate dalle diverse posizioni assunte dai cristiani di fronte alla pressione ad apostatare esercitata su di loro dai persecutori, Cipriano optò sempre per un atteggiamento misericordioso verso chi era caduto nell'apostasia. Convinto infatti che il ministero episcopale fosse uno e indivisibile, e che fosse stato lasciato da Cristo alla chiesa per custodirne l'unità attraverso la remissione dei peccati, egli difese l'autorità episcopale sia contro le intromissioni dell'impero sia contro quei cristiani che minavano l'unità della chiesa costituendo delle chiese parallele di uomini impeccabili. Anche per questo motivo, Cipriano sostenne contro l'antipapa Novaziano, eletto dalla fazione più rigorista del clero romano, il legittimo papa di Roma Cornelio. Il comune atteggiamento di Cornelio e Cipriano verso chi aveva ceduto di fronte alle violenze dei persecutori, e la loro comune morte nel martirio, hanno fatto sì che la chiesa d'occidente li ricordi assieme in questo giorno.

Tracce di lettura

Dalle «Lettere» di san Cipriano, vescovo e martire(Lett. 60, 1-2. 5; CSEL, 3, 691-692. 694-695)
Cipriano a Cornelio, fratello nell'episcopato.
Siamo a conoscenza, fratello carissimo, della tua fede, della tua fortezza e della tua aperta testimonianza. Tutto ciò è di grande onore per te e a me arreca tanta gioia da farmi considerare partecipe e socio dei tuoi meriti e delle tue imprese.
Siccome infatti una è la Chiesa, uno e inseparabile l'amore, unica e inscindibile l'armonia dei cuori, quale sacerdote, nel celebrare le lodi di un altro sacerdote, non se ne rallegrerebbe come di sua propria gloria?
E quale fratello non si sentirebbe felice della gioia dei propri fratelli?
Certo non si può immaginare l'esultanza e la grande letizia che vi è stata qui da noi quando abbiamo saputo cose tanto belle e conosciuto le prove di fortezza da voi date. Tu sei stato di guida ai fratelli nella confessione della fede, e la stessa confessione della guida si è fortificata ancora più con la confessione dei fratelli. Così, mentre hai preceduto gli altri nella via della gloria, hai guadagnato molti compagni alla stessa gloria, e mentre ti sei mostrato pronto a confessare per primo e per tutti, hai persuaso tutto il popolo a confessare la stessa fede. In questo modo ci è impossibile stabilire che cosa dobbiamo elogiare di più in voi, se la tua fede pronta e incrollabile, o la inseparabile carità dei fratelli. Si è manifestato in tutto il suo splendore il coraggio del vescovo a guida del suo popolo, ed è apparsa luminosa e grande la fedeltà del popolo in piena solidarietà con il suo vescovo. In voi tutta la chiesa di Roma ha dato la sua magnifica testimonianza, tutta unita in un solo spirito e in una sola voce.
E' brillata così, fratello carissimo, la fede che l'Apostolo constatava ed elogiava nella vostra comunità. Già allora egli prevedeva e celebrava quasi profeticamente il vostro coraggio e la vostra indomabile fortezza. Già allora riconosceva i meriti di cui vi sareste resi gloriosi. Esaltava le imprese dei padri, prevedendo quelle dei figli. Con la vostra piena concordia, con la vostra fortezza, avete dato e tutti i cristiani luminoso esempio di unione e di costanza.
Fratello carissimo, il Signore nella sua provvidenza ci preammonisce che è imminente l`ora della prova. Dio nella sua bontà e nella sua premura per la nostra salvezza ci dà i suoi benefici suggerimenti in vista del nostro vicino combattimento. Ebbene in nome di quella carità che ci lega vicendevolmente, aiutiamoci, perseverando con tutto il popolo nei digiuni, nelle veglie e nella preghiera.
Queste sono per noi quelle armi celesti che ci fanno stare saldi, forti e perseveranti. Queste sono le armi spirituali e gli strali divini che ci proteggono.
Ricordiamoci scambievolmente in concordia e fraternità spirituale. Preghiamo sempre e in ogni luogo gli uni per gli altri, e cerchiamo di alleviare le nostre sofferenze con la mutua carità.

* * *

ATTI PROCONSOLARI DI SAN CIPRIANO

Estratto da un’antologia di Omelie di Gregorio Nazianzeno (XII secolo): san Cipriano al lavoro (in alto) e san Gregorio mentre scrive il panegirico di san Cipriano (in basso). (Ms. gr. 548, fol. 87v. Biblioteca Nazionale di Parigi)


1. Essendo consoli gli Imperatori Valeriano per la quarta volta e Gallieno per la terza volta, il trenta di agosto, in Cartagine, il proconsole Paterno disse al vescovo Cipriano in udienza privata:

“I sacratissimi Imperatori Valeriano e Gallieno si sono degnati di mandarmi una lettera nella quale hanno ordinato che quanti non praticano la religione Romana si uniformino al culto Romano. Ho fatto inchiesta riguardo al tuo nome. Che cosa mi rispondi?”.

Il vescovo Cipriano disse: “Sono cristiano e vescovo. Non conosco altri dèi, fuorché l’unico vero Dio, che ha fatto il cielo e la terra, il mare e tutto ciò che è in essi. A questo Dio noi cristiani serviamo: e giorno e notte lo invochiamo per noi, per tutti gli uomini, per la sicurezza degli stessi Imperatori”.

Il proconsole Paterno disse: “Persisti dunque in questo proposito?”.

Il vescovo Cipriano rispose: “Un buon volere che aderisce al volere di Dio non può mutarsi”.

Il proconsole Paterno disse: “Potrai allora, secondo le disposizioni di Valeriano e Gallieno, partire in esilio alla volta di Cùrubi”.

Il vescovo Cipriano disse: “Parto”.

Il proconsole Paterno disse: “Si sono degnati di scrivermi non solo a riguardo dei vescovi, ma anche dei presbiteri. Voglio quindi sapere da te quali sono i presbiteri che si trovano in questa città”.

Il vescovo Cipriano rispose: “Avete provveduto con saggezza e opportunamente con le vostre leggi ad impedire lo spionaggio; non possono quindi essere da me denunziati e deferiti. Li troverete nelle rispettive città”.

Il proconsole Paterno disse: “Oggi ne farò inchiesta qui”.

Il vescovo Cipriano disse: “Essi non possono costituirsi spontaneamente, perché la nostra disciplina ci vieta di offrirci da noi stessi, e ciò dispiace pure alla tua autorità: ma se tu fai inchiesta saranno trovati”.

Il proconsole Paterno disse: “Li troverò io”. E aggiunse: “Hanno anche ordinato che non si facciano in alcun luogo adunanze clandestine e che non si entri nei cimiteri. Pertanto, chi non starà a questa disposizione tanto opportuna, sarà punito di morte”.

Il vescovo Cipriano rispose: “Fa secondo quello che ti è stato comandato”.

2. Allora il proconsole Paterno fece deportare il beato Cipriano nell’esilio. Ed essendo quivi da molto tempo, successe al proconsole Aspasio Paterno il proconsole Galerio Massimo, il quale fece richiamare dall’esilio il beato Cipriano, perché si presentasse in udienza da lui. Il santo martire Cipriano, eletto da Dio, ritornò dunque dalla città di Cùrubi, nella quale era stato relegato per ordine di Aspasio Paterno allora proconsole, e per ordine del magistrato dimorava nella sua abitazione suburbana, e quivi ogni giorno sperava che venissero ad arrestarlo, come gli era stato significato. E mentre quivi dimorava, d’improvviso il giorno 13 di settembre, sotto il consolato di Tusco e Basso, vennero a lui due ufficiali, dei quali l’uno era scudiero del palazzo del proconsole Galerio Massimo, succeduto ad Aspasio Paterno, l’altro era soprintendente delle guardie dello stesso palazzo. Questi lo fecero salire su una vettura in mezzo a loro due e lo condussero a Sesti, dove il detto proconsole Galerio Massimo si era ritirato per riaversi da una malattia. Pertanto il proconsole Galerio Massimo fece rimandare l’udienza al giorno appresso. Frattanto il beato Cipriano, condotto in casa del maggiordomo e scudiero dello stesso palazzo del proconsole Galerio Massimo, uomo illustrissimo, quivi stette ritirato, e si tratteneva con lui nel rione detto di Saturno, fra le porte Veneria e Salutaria. Si radunò colà tutta la folla dei fedeli; Cipriano accortosi di ciò provvide a far sorvegliare le fanciulle, perché ogni sorta di gente faceva ressa nel rione dinanzi alla porta di casa del maggiordomo.

3. Il giorno dopo 14 di settembre, numerosa folla si raccolse a Sesti, ove il proconsole Galerio Massimo aveva indetto l’udienza. Il medesimo Galerio Massimo proconsole nel giorno sopra detto, seduto in tribunale nel vestibolo detto Saucìolo si fece venire innanzi Cipriano. Quando si fu presentato, il proconsole Galerio Massimo disse al vescovo Cipriano:

“Tu sei Tascio Cipriano?”.

Il vescovo Cipriano rispose: “Sono io”.

Il proconsole Galerio Massimo disse: “Tu ti sei comportato come gran sacerdote (tu papam) di gente sacrilega?”.

Il vescovo Cipriano rispose: “Io”.

Il proconsole Galerio Massimo disse: “I sacratissimi Imperatori ti ordinano di far sacrificio secondo le cerimonie Romane”.

Il vescovo Cipriano disse: “Non lo faccio”.

Il proconsole Galerio Massimo disse: “Rifletti ai casi tuoi”.

Il vescovo Cipriano rispose: “Fa quanto ti è imposto. In cosa tanto giusta non occorre riflettere”.

4. Galerio Massimo dopo aver consultato il tribunale pronunziò a stento e malvolentieri la sentenza con queste parole: “Sei vissuto a lungo facendo professione d’empietà e hai raccolto intorno a te moltissimi individui d’una pericolosa setta, ti sei dichiarato nemico degli dèi Romani e delle cerimonie religiose, né i sacratissimi principi Valeriano e Gallieno Augusti e Valeriano nobilissimo Cesare poterono indurti ad aderire alla pratica della loro religione. Pertanto essendo tu autore e istigatore confesso di tali gravissime colpe, servirai di esempio a quanti hai coinvolti nel tuo delitto; col tuo sangue sarà riaffermato il vigore delle leggi”.

Dette queste parole, lesse sulla tavoletta la condanna di morte: “Ordino che Tascio Cipriano sia decapitato”.

Il vescovo Cipriano disse: “Grazie a Dio”.

5. Dopo questa sentenza la folla dei fedeli andava dicendo:

“Così essere noi pure decapitati con lui!”.

V’era agitazione fra loro, e in gran numero gli tennero dietro. Cipriano fu condotto nell’aperta campagna di Sesti; quivi si tolse la sopraveste, la cappa, e piegò le ginocchia prostrandosi a pregare il Signore. Indi si tolse la dalmatica e la consegnò ai diaconi, e standosi colle sole sottovesti di lino, attendeva il carnefice. Giunto che fu il carnefice, ordinò ai suoi di dare al medesimo venticinque monete d’oro. I fedeli sporgevano piccole pezze e fazzoletti dinanzi a lui. Il beato Cipriano si fasciò gli occhi di sua propria mano, ma non riuscendo ad annodarsene le cocche, Giuliano presbitero e Giuliano suddiacono gliele annodarono. Così morì il beato Cipriano; il suo corpo fu ritirato in luogo vicino per sottrarlo alla curiosità dei pagani; di là nottetempo fu portato via e fra ceri e rèsine accese con preci e solenne corteo fu accompagnato fino al sepolcreto di Macrobio Candidiano procuratore, situato sulla via di Mappalia accanto ai serbatoi d’acqua. Dopo pochi giorni morì il proconsole Galerio Massimo.

6. Il beatissimo martire Cipriano sofferse il martirio il giorno 14 di settembre, durante

l’impero di Valeriano e Gallieno, regnando però il Signore nostro Gesù Cristo, a cui è dovuto l’onore e la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

da: P. VANNUTELLI (a cura di), Atti dei Martiri 1, Città del Vaticano, ristampa 1962, 60-71.



* * *


Fratelli, vi sono alcuni che invece di proporre la speranza, insinuano la disperazione e la mancanza di fede sotto il pretesto di offrire la fede. Ma il Signore dice a Pietro: «Io ti dico che tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell'inferno non la vinceranno. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato anche nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto anche nei cieli».
Il Signore edifica la sua chiesa sopra uno solo; anche se dopo la sua resurrezione egli conferisce un'eguale potestà a tutti gli apostoli: «Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi. Ricevete lo Spirito santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi; saranno ritenuti a chi li riterrete», tuttavia per evidenziare l'unità dispose che l'origine della medesima procedesse da uno solo. Come può credere allora di possedere la fede chi non mantiene l'unità della chiesa?

(Cipriano, da L'unità della chiesa cattolica 3-4)

Preghiera

O Dio, che hai dato al tuo popolo
i santi Cornelio e Cipriano,
pastori generosi e martiri intrepidi,
con il loro aiuto rendici forti
e perseveranti nella fede,
per collaborare assiduamente
all'unità della chiesa.
Per il nostro Signore Gesù Cristo,
tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te,
nell'unità dello Spirito santo,
per tutti i secoli dei secoli.