domenica 11 settembre 2011

Dio non si arrende!

La buona notizia arriva proprio oggi per l'11 settembre per annunciare la potenza della giustizia di Dio su tutti i mali del mondo: la misericordia redentrice, l'amore al nemico, il perdono infinito come la sua santità. E' questa l'esperienza delle fede evangelica di Cristo crocifisso e risorto per i malvagi e i peccatori.
Di seguito il Vangelo di oggi 11 settembre, XXIV Domenica del T.O. - Anno "A" con due commenti, un testo di san Silvano del Monte Athos e il Discorso 83 di sant'Agostino. Buona Domenica!


Ma Dio non si arrende:
Dio trova un nuovo modo per arrivare ad un amore libero,
irrevocabile, al frutto di tale amore...
Non siamo noi che dobbiamo produrre il grande frutto;
il cristianesimo non è un moralismo,
non siamo noi che dobbiamo fare quanto Dio si aspetta dal mondo,
ma dobbiamo innanzitutto entrare in questo mistero ontologico:
Dio si dà Egli stesso.
Il suo essere, il suo amare, precede il nostro agire
e, nel contesto del suo Corpo,
nel contesto dello stare in Lui,
identificati con Lui,
nobilitati con il suo Sangue,
possiamo anche noi agire con Cristo.

Benedetto XVI, Incontro con i seminaristi di Roma, 12 febbraio 2011




Mt 18, 21-35


In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
A questo proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello».




COMMENTO 1


Il nostro debito è condonato. Ma, come il servo malvagio, probabilmente siamo così presi da noi stessi che riteniamo di aver ottenuto solo una dilazione e non l'estinzione del debito; così tutti i nostri sforzi sono nervosamente diretti a raccattare in qualsiasi modo quanto ancora crediamo di dover rendere. Abbiamo implorato clemenza e un po' di pazienza per restituire, mentre il Signore ci ha condonato tutto il debito, nulla più da restituire. E' questa l'esperienza che cambia radicalmente la vita. E' il cristianesimo. Un condannato a morte cui gli siano spalancate le porte della cella. Libero. "O felix culpa, felice colpa, che meritò di avere un così grande redentore!" (Exultet di Pasqua).


10.000 talenti, una somma esorbitante, se si pensa che 1 talento era pari a 6.000 denari e che uno stipendio medio era di 30 denari: per radunare tale cifra un lavoratore dipendente avrebbe dovuto lavorare per una vita e non sarebbe bastato. Il debito con Dio è inestinguibile, se non a prezzo della vita, come la stessa Legge prescriveva. E non solo con la propria, ma anche con quella della moglie e dei figli. Il peccato che rompe con Dio distrugge tutto, la famiglia, il futuro dei figli, si sparge come un'epidemia, rende schiavi e uccide. Ma Cristo ha pagato sino all'ultimo spicciolo - con la sua stessa vita - il prezzo della nostra redenzione. "Egli ha pagato per noi all'eterno Padre il debito di Adamo, e con il sangue sparso per la nostra salvezza ha cancellato la condanna della colpa antica" (Exultet di Pasqua).


Ma il servo spietato non aveva capito, era rimasto nella convinzione di dover rifondere il debito. Egli è immagine di chi non ha fatto l'esperienza del perdono, della totale gratuità dell'amore di Cristo e vive il proprio cristianesimo senza gioia. Regole e leggi, e sforzi per compierle e rispettarle. La vita diviene come una corsa ad ostacoli, senza amore. Esigendo da se stessi e dagli altri. Moglie, marito, figli, colleghi, tutti strapazzati perchè non scappino dai propri rigidi schemi, ogni "prossimo" preso per il collo e imprigionato perchè paghi il dovuto così che si possa pagare il dovuto - i principi, la giustizia della carne - per mettere in pace la coscienza e rimettere in ordine i cocci dell'esistenza. Anche noi viviamo spesso così; il sangue preziosissimo di Cristo Agnello senza macchia sembra non aver segnato gli stipiti delle nostre porte, e viviamo nel terrore che possa giungere da un momento all'altro l'angelo giustiziere. Una vita senza la Pasqua è una vita preda dell'angoscia e dei sensi di colpa, chiusa nell'oscurità del sospetto e dell'insoddisfazione che avvolge ogni relazione. In debito con Dio vediamo creditori ovunque: tutti ci devono qualcosa, ci sentiamo vittime di ingiustizie di ogni tipo, nessuno ci comprende tributandoci gli onori, l'affetto e la gratitudine che ci spettano. Ma dietro ad ogni atteggiamento di esigenza vi è sempre un cuore che non ha conosciuto il perdono, la profonda riconociliazione con Dio.


Chi non si è sentito perdonato crede di poter rifondere il debito, di poter aggiustare le cose, di eliminare le conseguenze del peccato. Inganno perverso, nessuno potrà riscattare se stesso, ed il male compiuto resta, le ferite stesse del Signore erano ancora lì, dopo la risurrezione. L'unica via è quella di prostrarsi dinanzi a Lui, piangere davvero di fronte al crocifisso, il trono della Grazia, e attendere fiduciosi la sua misericordia. E' Lui che trasforma le piaghe sanguinanti in gioielli luminosi, è Lui che fa sovrabbondare la Grazia laddove è abbondato il peccato. E' Lui che risana, riconcilia, ricrea. In famiglia, al lavoro, ovunque. Lui, nel Mistero Pasquale del suo Figlio. Chi non guarda ora il crocifisso e non si sente preso da una trafittura al cuore, e le lacrime non cominciano a scorrere di pentimento e commozione, non conosce se stesso e non conosce Dio, e la sua vita continuerà ad accumulare debiti e ad esigere dagli altri quanto egli stesso ha frodato a Dio.


Chi invece si è sentito perdonato e riconciliato con Dio, vive in pace, e non pone più limiti all'amore. Perchè la misura dell'amore di Dio è nel non avere misura. Settanta volte sette, cioè infinite volte. Come l'enormità del debito dissolto nella misericordia. Chi ha conosciuto il perdono di Dio vede la sproporzione tra quanto gli è stato condonato e i 100 denari di cui è creditore. Siamo tutti amministratori disonesti, abbiamo rubato a Dio: la bocca affidataci per lodare e annunciare il Vangelo colma di menzogne, maldicenze, mormorazioni, giudizi; gli occhi, per contemplare la sua bellezza e le sue opere nella natura e nelle creature, sporcati dalle concupiscenze; le orecchie, per ascoltare la Buona Notizia ad accogliere pettegolezzi e parole di menzogna contro i fratelli e contro Dio stesso. Il corpo consegnatoci in amministrazione per divenire tempio dello Spirito Santo, e Dio solo sa che cosa ne facciamo ogni giorno, una sentina di ladri e uno strumento di vizi. E così il tempo, i beni, i pensieri, le creature. Abbiamo rubato, ogni giorno, la natura divina che ci è stata donata e abbiamo fatto della nostra vita un cumulo di macerie. E' questo il giudizio più grande, quello lanciato contro Dio, avido e insaziabile, incapace di vedere il suo amore, e per questo pronto a fare la cresta, a pervertire ogni dono, sperperando come il figlio prodigo, sotterrando i talenti come l'amministratore infedele, cogliendo il frutto della menzogna come Adamo. Di questo scrive San Paolo ai Romani: "L'ira di Dio si rivela dal Cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la Verità nell'ingiustizia; pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria, né gli hanno reso grazie come a Dio. E hanno cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio con l'immagine e la figura dell'uomo corruttibile" (Rom. 1, 18 ss). Di tutto questo, ogni giorno, ogni istante, siamo stati perdonati, perchè l'ira gelosa e piena di zelo del Padre ha colpito nel Figlio ogni peccato, ogni furto e perversione. E a noi tutto è stato condonato, senza condizioni, se non quella di lasciarci amare e attrarre nella sua misericordia, abbandonarci alla sua liberazione. Lui è morto ed è risorto perchè non vivessimo più per noi stessi, rubando e frodando per vivere contro natura, perdendo il senso, in un giudizio costante , stringendo il collo alla storia perchè cambi e ci restituisca la gioia e la pace perdute. Ma queste sono il frutto prezioso che scaturisce solo dal suo amore e dal suo perdono.


Chi ha sperimentato il perdono di Dio ha conosciuto la vera liberazione, sa che il Signore non sottrae nulla, quando toglie qualcosa è per strapparci alla menzogna e farci suoi, per sempre, liberi di amare e donare la vita, senza difendere nulla perchè tutto abbiamo ricevuto gratuitamente. Così gli occhi di chi ha conosciuto il perdono autentico vedono la trave che li appesantisce e non si accorgono della pagliuzza posata sugli occhi del prossimo. Se il nostro debito con Dio è estinto, il debito del nostro prossimo è naturalmente disciolto nelle stesse viscere di misericordia che ci hanno liberato. Un amore senza limiti che risponde ad un debito infinito rompe la catena del male e della rivalsa, e disegna una nuova "economia di misericordia", la follia dell'economia divina: "L'amore appassionato di Dio per l'uomo è nello stesso tempo un amore che perdona. Esso è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia" (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 10). La pace, la gioia, la vita vera è tutta in questo amore. "O immensità del tuo amore per noi! O inestimabile segno di bontà: per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio!" (Exultet di Pasqua).

COMMENTO 2

CONGREGAZIONE PER IL CLERO


«Gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti». Il Signore, nel dialogo con l’Apostolo Pietro, introduce nel mondo una nuova ed inimmaginabile misura di Misericordia – «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette» – e, attraverso la semplicità della parabola, guida gli ascoltatori dentro l’altissima realtà del perdono divino, dentro la realtà, cioè, dello stesso Regno dei Cieli, che è la Sua Persona.

Egli indica che vi è un debito, che, in qualche modo, definisce la relazione dell’uomo con il suo Creatore: si tratta di un debito dal valore incalcolabile – diecimila talenti –, che neppure migliaia di “generazioni” avrebbero mai potuto risarcire. Nell’economia romana del I secolo, infatti, un talento corrispondeva almeno a seimila denari ed un denaro costituiva la paga quotidiana di un lavoratore. Con questa parola, quindi, il Maestro informa i Suoi discepoli circa due verità fondamentali: Dio vanta un debito verso l’uomo, ma questo debito è insolvibile.

Una simile immagine, certamente, potrebbe offendere la sensibilità contemporanea, ma esaminandola attentamente, è possibile scorgervi la capacità di mostrare l’uomo, quale creatura di Dio, in tutta la propria dignità.

L’uomo, infatti, è “debitore” verso il suo Signore, almeno in un duplice senso. In primo luogo, è debitore dell’esistenza creaturale: l’uomo, infatti, viene “introdotto” da Dio nella realtà della vita, quale dono a se stesso e, per naturale conseguenza, è chiamato a rispondere di sé a Colui che l’ha creato e tale debito si configura come “responsabilità”.

Il secondo debito, quello più propriamente detto, dipende dall’abuso che l’uomo compie della propria libertà. Invece di usare della realtà che lo circonda e delle proprie facoltà per cercare, conoscere e lodare il suo Creatore, l’uomo cerca di rendersi indipendente da Dio e cade, così, in un assurdo: cerca di vivere senza Dio, mentre, in verità, gli sarebbe impossibile anche solo esistere senza di Lui; evita ogni dipendenza nei confronti del Creatore, mentre è solo la dipendenza d’amore della creazione che lo genera continuamente alla vita. Questo secondo debito dell’uomo nei confronti di Dio si configura come “peccato”.

Mentre il primo legame, quello di dipendenza creaturale, non costituisce propriamente un debito, bensì un dono – il quale, per sua natura, implica una responsabilità –, il peccato ha come effetto lo stravolgimento della dipendenza d’amore in debito. È impossibile, però, risarcire tale debito, come è impossibile risarcire la vita del suo significato, invece di riconoscerlo e abbracciarlo in Colui che ci ha fatti per Sé!

L’unico possibile esito di un simile tentativo è “la perdizione”, il perdere la propria vita e, tendenzialmente, ciò che si crede di possedere: «Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito» (Mt 18,25).

Nella parabola, a questo punto, accade però qualcosa di assolutamente nuovo ed inaspettato: quando il servo, giustamente condannato, si getta ai piedi del padrone e, ancora nell’illusione di poter riscattare se stesso, domanda una dilazione dei tempi, questi si impietosisce e, ben oltre la richiesta, gli condona tutto il debito. I giusti interessi del padrone vengono, per la sua misericordia, sacrificati per il servo: il padrone paga di persona.

Il rapporto tra di loro, allora, è come trasformato ed il condono viene a costituire una fonte di vita nuova per il servo e per la sua famiglia. Da questo gesto di misericordia il padrone ed il servo risultano ancora più strettamente legati.

Domandiamo allo Spirito Santo la grazia di prendere coscienza viva del Dono di Misericordia ricevuto nel Battesimo, quando Cristo ha annullato il documento scritto del nostro debito, inchiodandolo alla Croce (cfr. Col 2,14), e ci ha immersi nella Sua stessa Vita divina. Con Maria Santissima, adoriamo il Signore Gesù, Presente e Operante, e sostiamo davanti al Memoriale della Sua Morte e Risurrezione: la Santissima Eucaristia. Da essa accogliamo la nostra dignità filiale, la certezza dell’Amore di Dio e quell’infinita Misericordia, che, sanando ogni piaga del cuore, si riversa come fiume luminoso nelle strade della nostra vita.


* * *


Silvano dell'Athos:L'UMILTA'
Allora dico: « Signore, Tu sei misericordioso; l'anima mia Ti conosce; dimmi che cosa devo fare perché la mia anima sia umi­liata».
E il Signore rispose alla mia domanda: «Tieni il tuo spirito agli inferi e non disperare».
Quanto è grande la misericordia di Dio! Io sono un abominio davanti a Dio e agli uomini, ma il Signore mi ha amato tanto, che mi consiglia, mi guarisce ed istruisce. Lui stesso insegna all'anima mia l’umiltà, l'amore, la pazienza e l'obbedienza, e riversa su di me tutta la sua misericordia.
Da allora io tengo il mio spirito agli inferi e brucio nel fuoco tenebroso, e ardo d'amore per il Signore, e lo cerco con le lacrime, e grido: «La fine è vicina, io morirò ed abiterò nella buia prigione dell'inferno: là io, solo, brucerò, e avrò nostalgia del Signore e piangerò: Dove sei, mio Signore, tu che la mia anima conosce? » E da questo pensiero trassi grande giovamento. Il mio spirito venne purificato e l'anima mia trovò riposo.
Che meraviglia: il Signore mi ha ordinato di tenere il mio spirito agli inferi e di non disperare. Quanto è vicino a noi: «Ecco, io sono con voi fino alla fine dei tempi », ed ancora: «Invocami nel giorno dell'afflizione, e io ti libererò e tu mi glorificherai» (Mt 28, 20; Sal 49, 15).
Quando il Signore tocca un'anima, allora essa si rinnova. Ma questo è comprensibile solo a coloro che hanno vissuto questa esperienza, perché senza lo Spirito santo è impossibile la cono­scenza delle realtà celesti.
Questo Spirito è stato mandato dal Signore sulla terra. Chi potrebbe descrivere la gioia di conoscere il Signore e insaziabil­mente tendere a Lui giorno e notte? Oh, come siamo fortunati noi cristiani! Non c'è niente di più prezioso della conoscenza di Dio e niente è peggio che non conoscerlo. Ma beato anche colui che, sebbene non lo conosca, tuttavia crede.
Ho cominciato a fare come mi è stato insegnato dal Signore, e il mio cuore poté conoscere il riposo in Dio, e ora, giorno e notte, io domando a Dio l'umiltà di Cristo.


Oh, umiltà di Cristo!
Ti conosco ma non sono capace di raggiungerti,
Ti conosco per grazia di Dio, ma non riesco a descriverti.
Ti cerco come una perla preziosa e splendente.
Tu sei delizia per l'anima e sei più dolce di ogni cosa al mondo.
Ti ho conosciuta per esperienza.
Non stupitevi di questo, perché:
Lo Spirito santo vive in noi e ci illumina.
O Spirito santo!
Tu ci riveli la conoscenza di Dio.
Tu ci comunichi la forza di amare il Signore.
Tu ispiri i pensieri divini.
Tu ci concedi il dono della parola
Tu ci rendi capaci di glorificare Dio.
Tu ci riempi di gioia e di allegrezza.
Tu ci fortifichi per la lotta contro i nemici e trionfi su di loro dentro di noi.


Chi può immaginarsi il paradiso? Solo chi porta in sé lo Spi­rito santo può farsene un'idea, anche se parziale, perché il Para­diso è il Regno dello Spirito santo, e lo Spirito santo è lo stesso nei cieli e sulla terra.
Io pensavo: « Sono abominevole e degno di ogni castigo!» Ma il Signore invece di punirmi mi ha dato lo Spirito santo.
O Spirito santo, più dolce di ogni cosa terrena, cibo celeste, gioia dell'anima! Se vuoi avere sensibilmente la grazia dello Spirito santo, umiliati, come i santi Padri. Abba Poemen disse ai suoi discepoli: « Credetemi, figlioli, io sarò gettato nel luogo dove fu gettato Satana ».
Un calzolaio di Alessandria pensava: « Tutti saranno salvati: solo io sarò perduto ». E il Signore rivelò ad Antonio il Grande che non era ancora giunto alla misura della fede di quel calzolaio. I Padri sostenevano una grande lotta contro i nemici e si abitua­rono a pensare umilmente di sé, e per questo il Signore li ha amati.
Anche a me il Signore ha fatto comprendere la forza di queste parole. E quando tengo l'anima mia agli inferi, essa è pacificata; quando me ne dimentico, mi assalgono pensieri non graditi al Signore.
Pensavo: « Io sono terra, e terra peccatrice ». Ma il Signore ha riversato su di me, in modo incommensurabile, la sua mise­ricordia e mi ha dato con abbondanza la sua grazia, e il mio spirito è pieno di gioia, perché, anche se io sono un essere abominevole, il Signore tuttavia mi ama, e perciò l'anima mia tende insazia­bilmente a Lui, e quando lo troverò, dirò alla mia anima: « Custodisci questo dono, affinché non ti succeda qualcosa di peggio».

Silvano del Monte Athos

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Agostino di Ippona: DISCORSO 83

SULLE PAROLE DEL VANGELO DI MT 18, 21-22:
"
OGNI VOLTA CHE PECCHERÀ CONTRO DI ME MIO FRATELLO" ECC.

Parabola del servo crudele.

1. 1. Ieri il santo Vangelo ci raccomandava di non trascurare i peccati dei nostri fratelli: Ma se un tuo fratello avrà peccato contro di te, rimproveralo a tu per tu. Se ti ascolterà, avrai convertito quel tuo fratello. Se invece non terrà conto della tua riprensione, prendi con te due o tre persone, perché ogni questione sia risolta in base alla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo alla Chiesa. Se poi non ascolterà neppure la Chiesa, consideralo come un pagano e un pubblicano . Anche oggi si riferisce allo stesso argomento il brano che viene subito dopo e che abbiamo sentito leggere poco fa. Il Signore Gesù aveva parlato in quel modo a Pietro; questi soggiunse e domandò al Maestro quante volte doveva perdonare a un fratello che avesse commesso una colpa contro di lui, e chiese se bastava perdonare sette volte. Gli rispose il Signore:Non solo sette volte, ma fino a settantasette volte. Narrò poi una parabola assai terribile: che cioè il regno dei cieli è simile a un padre di famiglia che volle fare i conti con i suoi servi: tra essi ne scopri uno che gli era debitore di diecimila talenti. Il padre di famiglia ordinò che fosse venduto tutto quello che il servo possedeva e tutta la sua famiglia e lui stesso, perché fosse pagato il debito. Allora quel servo prostratosi alle ginocchia del suo padrone gli chiese una dilazione e ottenne addirittura la remissione. Il suo padrone infatti ebbe pietà di lui - come abbiamo udito - e gli condonò tutto il debito. Quel servo però, liberatosi dal debito, ma schiavo dell'iniquità, allontanatosi dal suo padrone incontrò anch'egli un suo debitore, che gli doveva non diecimila talenti, quant'era il proprio debito, ma solo cento denari; lo afferrò per il collo e lo trascinò quasi strangolandolo, dicendogli: Paga quel che mi devi. Quello però pregava il proprio compagno, come questi aveva pregato il padrone; ma non trovò in lui un compagno simile al padrone che l'altro aveva trovato. Non solo questi non volle condonargli il debito, ma non gli concesse neanche una dilazione. Presolo per il collo lo trascinava con sé perché pagasse, pur essendo già libero dal debito verso il padrone. Gli altri servitori rimasero disgustati e riferirono al loro padrone quello ch'era accaduto. Il padrone fece chiamare alla sua presenza quel servo e gli disse: Servo malvagio, pur avendo tu con me un debito enorme, ho avuto pietà di te, te l'ho condonato per intero. Non dovevi dunque avere pietà anche tu del tuo compagno, come io ho avuto pietà di te?. Ordinò allora che fosse richiesto il pagamento di tutto il debito che prima gli aveva condonato.

Ogni uomo è debitore di Dio e ha come debitore il proprio fratello.

2. 2. Il Signore dunque ha narrato questa parabola per la nostra istruzione e con questo avvertimento ha voluto che noi ci salvassimo. Così - dice - farà con voi il Padre vostro ch'è in cielo, se ciascuno di voi non perdonerà di cuore al proprio fratello. Ecco, fratelli, la cosa risulta chiara, l'ammonimento è utile e gli si deve ubbidienza molto vantaggiosa per la salvezza, affinché sia messo in pratica quanto ci è comandato. Poiché ogni uomo non solo è debitore verso Dio, ma anche ha come debitore il proprio fratello. Effettivamente chi non è debitore verso Dio se non Colui nel quale non può riscontrarsi alcun peccato? Chi inoltre non ha come debitore il proprio fratello, se non colui verso il quale non ha commesso alcuna colpa? Si può forse trovare tra il genere umano qualcuno che non si sia reso colpevole di qualche azione cattiva nei riguardi d'un suo fratello? Ogni uomo dunque è debitore, ma tuttavia anch'egli ha un debitore. Ecco perché il Dio giusto ti ha stabilito una norma rispetto al tuo debitore, nel modo anch'egli si comporterà col proprio. Poiché due sono le opere di misericordia che ci liberano e che sono enunciate brevemente dal Signore stesso nel Vangelo: Rimettete [i debiti] agli altri e saranno rimessi anche a voi; date e sarà dato anche a voi. Rimettete [i debiti] e saranno rimessi anche a voi, si riferisce al perdonare. Date e sarà dato anche a voi, si riferisce a fare la beneficenza. Per quanto riguarda il precetto di perdonare, anche tu vuoi ti si perdonino le colpe che commetti ed hai un altro al quale tu possa perdonare. Per contro, per quanto riguarda il fare la beneficenza, ti chiede l'elemosina un mendicante, ma sei anche tu un mendicante di Dio. In effetti, quando preghiamo, siamo tutti mendicanti di Dio; stiamo davanti alla porta di casa del gran padre di famiglia, anzi ci prostriamo con la faccia a terra, gemiamo supplichevoli, desiderosi di ricevere qualcosa; e questo qualcosa è Dio stesso! Che ti chiede un mendicante? Del pane. E tu che cosa chiedi a Dio se non Cristo che dice: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo? Volete essere perdonati? Perdonate. Perdonate e sarete perdonati. Volete ricevere? Date e vi sarà dato.

Quante volte si deve perdonare a un fratello.

3. 3. Ascoltate però che cosa può imbarazzarci riguardo a questo precetto così chiaro. A proposito della concessione del perdono quand'esso viene chiesto e dev'essere accordato da chi perdona, si può rimanere perplessi come capitò anche a Pietro. Quante volte - chiese - debbo perdonare? È sufficiente fino a sette volte? Non è sufficiente, rispose il Signore. No; non ti dico fino a sette volte ma a settantasette volte. Ora conta quante colpe ha commesso contro di te tuo fratello. Se potrai arrivare alla settantottesima, in modo da superarne settantasette, allora preparati a vendicarti! È forse in questo senso ch'è vera l'affermazione del Signore e la cosa sta davvero così, che cioè dovrai perdonare solo se tuo fratello ti avrà fatto del male settantasette volte; se invece te lo avrà fatto settantotto volte, ti sarà ormai lecito non perdonare? Oso dire, sì, oso dirlo francamente, se tuo fratello ti ha fatto del male anche settantotto volte, devi perdonare. Se dunque avrà peccato - come ho detto - settantotto volte, devi perdonare. Anche se peccherà cento volte, devi perdonare. E perché dire tante e tante volte? Tu devi perdonare assolutamente tutte le volte che peccherà. Ho io dunque osato oltrepassare la misura del mio Signore? Egli ha fissato il limite del perdono al numero di settantasette volte; presumerò io di oltrepassare questo limite? No davvero, non ho osato aggiungere qualcosa di più. Ho udito parlare il mio Signore per bocca del suo Apostolo, in un passo dove non è prefissata né la misura né il numero delle volte, poiché dice: Se qualcuno di voi ha motivo di lamentarsi d'un altro, perdonatevi a vicenda, come il Signore ha perdonato voi mediante Cristo. Avete sentito la norma. Se il Cristo ti ha perdonato i peccati settantasette volte, se ti ha concesso il perdono fino a questo punto, e più in là di questo te lo ha negato, poni anche tu un limite e non perdonare più di tante volte. Se invece Cristo ha trovato migliaia di peccati e nondimeno li ha perdonati tutti, non sottrarre la misericordia ma chiedi la spiegazione di quel numero. Il Signore infatti non senza motivo disse: settantasette volte, poiché non c'è assolutamente alcuna colpa che non debba essere perdonata. Ecco, quello stesso servo che fu trovato debitore d'un compagno anch'esso debitore, era debitore di diecimila talenti. Io infatti penso che diecimila talenti, per quanto sia poco, sono diecimila peccati. Poiché non voglio dire che un solo talento comprenda ogni sorta di peccati. L'altro servo invece di quanto era debitore? Di cento denari. Non è dunque più di settantasette? E tuttavia il padrone s'adirò perché non glie li aveva condonati. Non solo infatti cento sono più di settantasette, ma cento denari sono forse mille assi. Ma che cosa sono a paragone di diecimila talenti?.

Bisogna rimettere tutti i debiti.

4. 4. Se perciò desideriamo d'essere perdonati, dobbiamo essere pronti a perdonare tutte le colpe commesse contro di noi. Se in realtà considerassimo i nostri peccati e contassimo le colpe commesse con azioni, con la vista, con l'udito, col pensiero, con innumerevoli moti colpevoli, non so se potremmo dormire senza sentire il peso d'un talento. Ogni giorno dunque noi chiediamo, ogni giorno bussiamo con la preghiera alle orecchie di Dio, ogni giorno ci prosterniamo e diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori. Quali debiti tuoi? Tutti o soltanto una parte? Tu risponderai: "Tutti". Così dunque dovrai rimetterli tutti al tuo debitore. Ebbene, con quelle parole tu enunci questa regola, pronunci questa condizione; sei tu che ricordi questo patto e questo accordo, quando preghi dicendo: Rimetti a noi, come anche noi rimettiamo ai nostri debitori.

Un singolare simbolo di questa verità.

4. 5. Che significa dunque settantasette volte? Sentite, fratelli, un gran simbolismo, una mirabile allegoria. Quando il Signore fu battezzato, l'evangelista san Luca ricorda le generazioni di lui, cioè con qual ordine, per quale serie d'antenati, attraverso quale albero genealogico si arrivò alla generazione dalla quale nacque Cristo. Matteo comincia da Abramo e in ordine discendente arriva fino a Giuseppe, Luca invece comincia a contare gli antenati in ordine ascendente. Perché il primo enumera gli antenati in ordine discendente, e il secondo in ordine ascendente? Perché Matteo voleva far risaltare la generazione di Cristo mediante la quale discese fino a noi; perciò da quando nacque Cristo comincia a contare in ordine discendente. Luca invece perché comincia a contare da quando Cristo fu battezzato; lì è l'inizio della serie ascendente; comincia a contare in ordine ascendente e contando arriva a un totale di settantasette generazioni. Da chi comincia a contare? State attenti: da chi? Comincia a contare da Cristo fino allo stesso Adamo, che fu il primo a peccare e ci ha generati con il vincolo del peccato. Arriva fino ad Adamo, e si contano settantasette generazioni, cioè da Cristo ad Adamo le settantasette che abbiamo detto e da Adamo fino a Cristo settantasette. Se dunque non è stata tralasciata nessuna generazione, non è tralasciata alcuna colpa che non si debba perdonare. Luca dunque enumera settantasette generazioni di Cristo, lo stesso numero indicato dal Signore riguardo al perdono dei peccati, poiché Luca incomincia a contare dal battesimo col quale sono cancellati tutti i peccati.

Il decalogo, altro simbolo della stessa realtà.

5. 6. Inoltre, a proposito di ciò, state a sentire, fratelli, un simbolo più importante. Nel numero settantasette c'è il simbolo della remissione dei peccati. Altrettante generazioni si trovano da Cristo ad Adamo. Esamina poi un po' più diligentemente il significato mistico e indaga i suoi segreti; bussa con più premura perché ti sia aperto. La giustizia si fonda sulla legge di Dio: è vero, poiché la legge è indicata dai dieci comandamenti. Ecco perché quel servo era debitore di diecimila talenti. È lo stesso famoso Decalogo scritto dal dito di Dio e consegnato al popolo da Mosè, servo di Dio. Quel servo era dunque debitore di diecimila talenti: ciò simbolicamente significa tutti i peccati a causa del numero dei comandamenti della Legge. Quell'altro servo era debitore di cento denari, somma non inferiore alla prima; perché non solo cento per cento fa diecimila, ma anche dieci per dieci fa cento. Non solo il primo doveva diecimila talenti, ma anche il secondo doveva cento denari. Da una parte e dall'altra è il numero consacrato dal Decalogo della legge; da una parte e dall'altra è il simbolo dei peccati commessi da tutti e due. L'uno e l'altro era debitore, l'uno e l'altro implorò e ottenne; ma il servo cattivo, ingrato, iniquo non volle restituire quanto aveva ricevuto, non volle concedere il condono ch'era stato concesso a lui che non lo meritava.

Nel numero settantasette sono prefigurati tutti i peccati.

6. 7. Vedete dunque, fratelli: ogni uomo che ha ricevuto il battesimo ne esce esente dal peccato; gli sono stati rimessi diecimila talenti, e quando ne esce incontrerà il compagno suo debitore; consideri allora lo stesso peccato poiché il numero undici significa la trasgressione della legge. Il numero dieci infatti rappresenta la legge, mentre il numero undici il peccato; poiché la legge è costituita da dieci comandamenti, il peccato invece si commette a causa dell'undici. Perché si commette a causa dell'undici? Perché è la trasgressione del dieci per arrivare all'undici. Nella legge invece la misura è fissa, mentre la trasgressione è il peccato. Allorché dunque tu oltrepassi il numero dieci, arrivi al numero undici. Un altro grande significato mistico era inoltre prefigurato quando fu dato l'ordine di costruire la tenda del convegno. Molte cose dice a questo proposito la Sacra Scrittura in vista d'un grande significato mistico. Tra le altre cose fu dato ordine di fare veli di pelle di capra, non dieci ma undici; poiché la pelle di capra indica la confessione dei peccati. Che cerchi ancora di più? Vuoi sapere come nel numero settantasette sono compresi tutti i peccati? Il sette suole esprimere il tutto, poiché il tempo si svolge nello spazio di sette giorni, e al termine dei sette giorni di nuovo si torna daccapo allo stesso punto di partenza, per scorrere secondo la medesima regola. Attraverso cicli regolati da tale norma passano i secoli, ma senza uscire dal numero sette. Cristo dunque, parlando del numero settantasette volle indicare tutti i peccati, poiché se si moltiplica undici per sette si ottiene settantasette. Volle dunque che si perdonassero tutti i peccati Colui che li prefigurò nel numero settantasette. Nessuno li ritenga a suo danno non perdonando, per evitare che quando prega non gli venga ritenuto per suo danno il proprio debito. Poiché il Signore dice: "Rimetti e sarà rimesso a te. Io infatti per primo ho rimesso a te i tuoi debiti; tu rimettili almeno dopo aver ottenuto il perdono. Poiché se non li rimetterai, ti citerò di nuovo in giudizio e ti obbligherò a restituirmi tutto ciò che ti avevo rimesso". La Verità non mentisce; poiché Cristo non inganna né s'inganna; egli poi soggiunge: Così farà anche con voi il Padre vostro ch'è in cielo. Tu trovi in lui il Padre, imita il Padre. Ora, se non lo vuoi imitare, ti esponi ad essere diseredato. Farà dunque così con voi - dice la Scrittura - il Padre vostro celeste se ciascuno di voi non perdonerà di tutto cuore al proprio fratello. Non dire solo con la lingua: "Io perdono", mentre col cuore rinvii il perdono. Dio infatti ti mostra la punizione col minacciarti la vendetta. Dio sa come lo dici. L'uomo sente la tua voce ma Dio vede la tua coscienza. Se dici: "Io perdono", perdona. È meglio che tu lo dichiari con le labbra e perdoni col cuore anziché essere mite a parole e crudele nell'anima.

Si deve perdonare senza trascurare il castigo.

7. 8. Orbene, i ragazzi indisciplinati si mettono a scongiurarci e non vogliono essere picchiati e, quando vogliamo dar loro un castigo, così cercano d'impedircelo dicendo: "Ho mancato, perdonami". Ecco, io perdono, ma quello fa un'altra mancanza. "Perdonami", e io perdono. Ne fa un'altra per la terza volta. E lui: "Perdonami", e io perdono per la terza volta. Ma la quarta volta ormai dev'essere picchiato! Ma lui: "Ti ho forse dato fastidio settantasette volte?". Se con questa scappatoia rimanesse inerte la severità del castigo, una volta impedito che sia il castigo, infurierà impunita la cattiveria. Che si deve fare, allora? Dobbiamo rimproverare a parole e, se è necessario, anche con le busse; ma dobbiamo perdonare le mancanze e allontanare dal nostro cuore la colpa. Ecco perché il Signore soggiunse: di tutto cuore, in modo che, se s'infligge un castigo in virtù della carità, non se ne vada dal cuore la mitezza. Chi è più umano d'un medico che porta i ferri da chirurgo? Uno che deve subire un'amputazione piange, ma viene operato; uno che deve subire una bruciatura piange, ma quell'intervento si compie. Questa non è crudeltà, non si deve chiamare affatto crudeltà del medico. Egli incrudelisce contro una piaga affinché sia guarito l'uomo; poiché se la piaga viene accarezzata, l'uomo è rovinato. Vorrei dunque, fratelli miei, farvi queste ammonizioni in modo che amiamo in ogni maniera i nostri fratelli che hanno commesso qualche colpa senza abbandonare dal nostro cuore la carità verso di essi e, qualora sia necessario, diamo il castigo, per evitare che a causa della eliminazione del castigo aumenti la cattiveria e veniamo accusati presso Dio, poiché ci è stato letto questo passo: Quelli che hanno commesso delle colpe rimproverali pubblicamente in modo che anche gli altri ne abbiano timore. Certamente se si distinguono le occasioni - e questo è l'unico criterio di verità - e così si risolve la questione, ciò è conforme alla verità. Se il peccato è occulto, rimprovera in segreto. Se invece la colpa è pubblica ed evidente, rimprovera in pubblico in modo che il colpevole si corregga e gli altri abbiano paura.