domenica 11 settembre 2011

Sperando che non succeda mai più


Per ricordare il tragico 11 settembre di dieci anni fa, ho scelto due interventi, il primo di Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose ed il secondo di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di sant'Egidio.

* * *

Ma la guerra santa sarà sconfitta dalla pace giusta

di Enzo Bianchi


in “La Stampa” di oggi 11 settembre 2011

"Nulla sarà più come prima!". Quante volte sentimmo ripetere questa frase e altre simili all’indomani dell’11 settembre 2001. Quante voci si aggiunsero al coro dei profeti di sventura che consideravano ineluttabile uno scontro di civiltà alimentato dall’integralismo religioso. Quante letture di qualsivoglia fenomeno sociale vennero fatte sotto l’unica prospettiva di un terrorismo globale. Quanto spesso è stata data per scontata e puntuale una svolta storica che avrebbe stabilito un «prima» e un «dopo» assoluti nell’approccio ai problemi più complessi, che fossero di natura geopolitica o economica, di globalizzazione o di confronto tra mondi culturali o religiosi, di giustizia internazionale o di concezione della guerra.



Ma oggi, dieci anni dopo, possiamo interrogarci con un minimo di distanza critica da quei tragici eventi, che in realtà proprio per la loro gravità richiederebbero un giudizio storico ancor più decantato: «Davvero il mondo non è più stato lo stesso?».

Se giudichiamo a partire dalle risposte immediate date all’attacco terroristico alle Torri gemelle e dai molti effetti che queste reazioni continuano a produrre, potremmo dire che ben poco è cambiato: come in ogni guerra tradizionale fin dai tempi più antichi dell’umanità, a violenza si è risposto con la violenza; come sempre la verità è stata la prima vittima del conflitto; analogamente a quanto così spesso è accaduto nella Storia, si è cercato di motivare religiosamente la propria attività bellica; ancora una volta l’operazione di demonizzazione dell’avversario ha identificato qualsiasi membro del gruppo sociale, etnico o religioso antagonista in un nemico da contrastare a prescindere da qualsiasi responsabilità personale: anche per questo, come ormai tragicamente scontato a partire dal secondo conflitto mondiale, il numero di vittime civili è diventato enormemente superiore a quello dei militari belligeranti.

In questo senso l’11 settembre ha magari mutato l’estensione geografica, la complessità dei mezzi e dei metodi di combattimento, la composizione dello spettro delle alleanze in una tipologia di conflitto apparentemente inedita, ma questi mutamenti sono attribuibili anche ad altri fenomeni - la globalizzazione, specie nel campo delle informazioni e della tecnologia; il crollo di un muro che divideva il mondo in due blocchi antagonisti, l’ingiustizia nella ripartizione delle risorse del pianeta e la loro progressiva scarsità - che non sono certo nati con l’attacco al cuore simbolico della prima potenza del mondo «occidentale». Del resto, lo stesso terrorismo di matrice islamica non era certo nato in un rifugio segreto dell’Afghanistan o nella cabina di pilotaggio di un aereo civile.



Eppure, molte cose sono cambiate dopo l’11 settembre, anche se in una direzione diversa di quella preconizzata o addirittura auspicata - da alcuni in quei tragici giorni. Innanzitutto si è affrontato con lucido coraggio un discernimento sulla violenza di cui le religioni possono essere - o sono state - portatrici e strumento. In questo va riconosciuto il ruolo profetico e trainante svolto da papa Giovanni Paolo II fin dall’indomani dell’attacco alla Torri Gemelle: le sue iniziative, a partire dall’incontro delle religioni per la pace ad Assisi nel gennaio 2002, hanno costituito un antidoto alla dispersione e alla divisione di Babele.



Così, in un mondo sempre tentato di rifuggire le differenziazioni e di esaltare le contrapposizioni, il fatto che uomini di ogni lingua, razza, popolo, nazione e religione continuino ancora oggi ad incontrarsi e a lavorare per affermare con risolutezza il loro desiderio di pace è un segno di grande speranza e costituisce un evidente cambiamento nell’approccio alle tante situazioni di conflitto che non sono certo scomparse dall’orizzonte dell’umanità. «Convivere in pace... è il volere di Dio, ed è il nostro dovere su questa terra», ricordava anche Obama nel suo memorabile discorso rivolto dal Cairo all’insieme della «comunità» musulmana, invocando un’assunzione condivisa delle responsabilità etiche nella consapevolezza di appartenere a un’unica comunità umana.



Né si può dimenticare come, proprio all’alba del nuovo millennio, prendeva l’avvio l’ambizioso progetto del Consiglio ecumenico della chiese di un «decennio per vincere la violenza» in tutte le sue forme, grazie al quale i cristiani hanno non solo potenziato le loro attività sul terreno per sconfiggere la violenza con metodi nonviolenti, ma hanno anche proseguito l’elaborazione di una teologia della «pace giusta», capace di porre fine alla teoria della «guerra giusta», troppo a lungo alimentata anche in ambito cristiano.



E come tacere la «novità nella continuità» testimoniata da società civili e dalle loro istanze laiche che, come la Norvegia dopo l’orribile massacro dell’isola di Utoya, decidono di perseverare in atteggiamenti e legislazioni aperte e dialogiche, nonostante la tragica «sconfitta» patita in quell’evento? È la tenace affermazione del fatto che un certo modo di vivere lo si è consapevolmente assunto perché lo si ritiene il più consono all’autentica qualità della convivenza umana e della dignità di tutti: ci si rifiuta di rispondere alla barbarie con la barbarie e ci si impegna nella valorizzazione dell’umanità presente in tutti gli esseri umani, anche in quelli dal comportamento più abietto.

Che molte cose siano cambiate in questi dieci anni, ma non nell’ineluttabile direzione conflittuale intravista allora, lo dimostrano anche le due macroscopiche problematiche che affrontiamo in questi mesi nella loro fase acuta: la crisi finanziaria e la cosiddetta «primavera araba».


Di questi fenomeni complessi e dalle radici ben più profonde di quanto siamo riusciti fin qui a discernere, tutto si può dire, ma non che si muovono nel filone della contrapposizione in base a categorie religiose o dello scontro di civiltà, a meno di non credere che la finanza sia la longa manus per l’affermazione di un credo fideistico o di voler annoverare i giovani arabi nel numero degli «occidentali» solo perché fanno uso anche di tecnologie ormai globali.



Davvero possiamo affermare che oggi più che mai il dialogo resta un’istanza che abita l’immensa maggioranza degli abitanti del pianeta terra, divenuto villaggio globale: un’istanza ineludibile nella nostra vita quotidiana, fatta ormai di un intreccio di esistenze tra simili e diversi.


Per questo va richiesto a chi ha autorità e autorevolezza all’interno del proprio mondo religioso e culturale, e va praticato da ciascuno nel proprio ambito per cercare di tradurre un dato sociologico irreversibile in nuove articolazioni della convivenza civile, della giustizia e del rispetto dei diritti di ogni persona. Il nostro vissuto, infatti, non è determinato da proclami o da scontri di civiltà, ma dall’intersecarsi quotidiano di rapporti personali e familiari, di lavoro, di svago, di attese e di fatiche per un futuro migliore per sé e per le generazioni a venire.

* * *

11 settembre, una ferita nel cuore del mondo

di Andrea Riccardi
dall'ultimo numero di "Famiglia Cristiana"


A dieci anni dagli attentati contro gli Usa, le religioni hanno un compito ancora decisivo: dissociare la violenza dal nome di Dio. Con lo “spirito di Assisi” caro a Giovanni Paolo II



L’11 settembre 2001 è una data da non dimenticare. Quel giorno ha cambiato la storia. Allora seguimmo sconvolti in diretta gli atroci atti terroristici contro gli Stati Uniti, mentre 2.997 americani venivano uccisi.
Per molti, quegli eventi furono la conferma di una lettura della storia. L’aveva proposta, nel 1996, lo studioso americano Samuel Huntington, convinto che fosse finito il tempo delle utopie di pace. Era l’ora del clash of civilizations: scontro tra blocchi di civiltà e religioni. Più grave tra tutti era l’antagonismo tra islam e Occidente cristiano. Bisognava trarne le conseguenze e condurre una guerra al terrorismo. Cresceva l’allarme per la presenza musulmana in Europa, mentre si ripeteva che lo scontro era il nostro futuro.

C’è chi non ha creduto a questa lettura, non per cedevolezza al terrorismo, ma per una comprensione più profonda – credo – della storia.
Dà voce a questo sentire un’iniziativa particolare a Monaco di Baviera per ricordare l’11 settembre. Si apre, proprio l’11 settembre 2011, a dieci anni dagli attentati, con la partecipazione di numerosi leader cristiani, ebrei, musulmani, budhisti e induisti, riuniti nello spirito di Assisi. Vi partecipano il presidente tedesco e la cancelliera Merkel.
L’hanno organizzata la Comunità di Sant’Egidio e la diocesi di Monaco. È un meeting di dialogo e preghiera per la pace. Dopo l’11 settembre il dialogo tra le religioni (specie l’islam) è stato accusato di ingenuità. Bin Laden l’ha irriso con un messaggio farneticante: «Loro vogliono il dialogo, noi la morte».


Lo “spirito di Assisi” viene da una grande intuizione di Giovanni Paolo II, che convocò le religioni nella città di san Francesco nel 1986 per pregare per la pace. Mai si era visto qualcosa di simile. Era una strada da continuare. Così ha fatto la Comunità di Sant’Egidio, radunando anno dopo anno i diversi leader religiosi in differenti città del mondo. Ricordo, ad esempio, l’incontro del 1989 in una Varsavia trepidante, mentre il regime comunista era in bilico.


La fine del comunismo nell’Est europeo è stata, in un certo senso, l’affermazione dello spirito non violento di Assisi: «Non abbiamo pregato invano ad Assisi», disse Giovanni Paolo II.
Quel cammino, con la cadenza annuale degli incontri, ha liberato energie di pace, sostenuto percorsi di riconciliazione, favorito amicizia e conoscenza tra mondi religiosi e umani lontani, se non ostili. Insomma ha avvicinato i credenti. Dopo l’11 settembre, Giovanni Paolo II volle riaffermare lo spirito di Assisi: convocò di nuovo nel gennaio 2002 i leader religiosi nella città di san Francesco per dire no al terrorismo e pregare per la pace.

Il decennio trascorso dall’11 settembre 2001 è stato caratterizzato dalla ripresa dello spirito bellicistico, che ha rivalutato la guerra come strumento per risolvere i conflitti, dare sicurezza, affermare il diritto. Non era la via indicata da Giovanni Paolo II. Il bilancio dei conflitti (tra Afghanistan, Irak e Pakistan) è pesante: 137 mila civili morti, quasi 8 milioni di rifugiati, 6 mila soldati statunitensi uccisi, secondo una valutazione americana. Pochi problemi sono stati risolti. Anzi il mondo di oggi è caratterizzato dalla diffusione della violenza: al terrorismo e alle guerre ancora aperte si unisce una violenza diffusa, spesso opera di mafie o internazionali del crimine.

Bisogna riproporre nuovamente e con serietà il problema della pace sui grandi scenari internazionali e su quelli più piccoli di tante città e regioni, veramente degradate. I muri non difendono: “Destinati a vivere insieme” è il tema del meeting di Monaco di Baviera. Sì, il mondo di domani sarà sempre più caratterizzato dalla convivenza di gente di etnie e religioni diverse. Siamo destinati a vivere insieme e allora dobbiamo trovare le vie per farlo. Il dialogo non è prima di tutto qualcosa di accademico, ma l’arte di vivere insieme.

Le religioni hanno un compito decisivo: dissociare la violenza dal nome di Dio, ma soprattutto fondare la pace come compito religioso nell’esercizio quotidiano del dialogo.
Giovanni Paolo II nel 1986 ad Assisi disse: «Forse mai come ora nella storia dell’umanità è divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace». È un’affermazione ancora più attuale oggi che nel 1986. La logica del conflitto, prevalente negli ultimi dieci anni, ha fallito. È l’ora di una svolta. La costruzione della pace è più realista delle “promesse” di quelli che credono nella guerra.
C’è un grande lavoro da fare: conquistare culture, uomini e donne, ambienti religiosi, all’amore per la pace. Per questo c’è bisogno di “pacificatori”: donne e uomini di diverse religioni che cerchino realisticamente le vie della pace, educhino alla pace, comunichino uno spirito di pace. L’incontro di Monaco, dopo dieci anni difficili e nel cuore di una crisi economica, vuole rappresentare un segno di speranza.