ELISABETTA DELLA TRINITÀ
(1880-1906)
monaca
La chiesa cattolica ricorda oggi 9 novembre Élisabeth Catez, meglio conosciuta come Elisabetta della Trinità. Nata nel 1880 ad Avor, nei pressi di Bourges, in Francia, Elisabetta trascorse l'infanzia a Digione. Donna dal carattere difficile, profondamente segnata dalla scomparsa del padre quand'era ancora bambina, essa ebbe una gioventù tormentata. In conflitto con la madre che contrastava la sua vocazione religiosa, la ragazza divenne un'eccellente pianista e frequentò gli ambienti dell'alta società, pur custodendo un profondo amore per la vita interiore. A ventun anni Elisabetta entrò nel Carmelo, per vivere radicalmente la chiamata a rientrare in quella che lei stessa chiama «la cella del cuore», destinata a divenire dimora della Trinità. La sua vita monastica non fu altro che ricerca dell'inabitazione di Dio nel cuore: e nel cuore, nella propria coscienza, Elisabetta cercò di offrire uno spazio materno perché lo Spirito potesse generare in lei il Verbo. Colpita da una grave forma di tubercolosi, visse l'ultimo anno della propria vita sopportando sofferenze atroci. Ma Elisabetta ritrovò proprio nel momento più difficile e angosciante la pace a cui aveva a lungo anelato. Grazie all'assiduità con le Scritture, soprattutto con i testi di san Paolo, essa riuscì a fare della sua croce un cammino di amore senza riserve, come testimoniano i testi dei suoi Ritiri, scritti poco prima di morire. Elisabetta morì l'8 novembre del 1906, appena ventiseienne, dicendo: «Vado alla luce, all'amore, alla vita».
TRACCE DI LETTURA
Rimanete in me. È il Verbo di Dio che dà quest'ordine, che esprime questa volontà. Rimanete in me non per alcuni istanti, alcune ore che devono passare, ma rimanete... stabilmente, abitualmente. Rimanete in me, soffrite in me, lavorate, agite in me. Rimanere in me per donarvi a ogni persona e a ogni cosa, penetrate sempre più in questa profondità. E proprio questa la solitudine in cui Dio vuole attirare l'anima per parlarle.Ma per comprendere questa parola così misteriosa è necessario non fermarsi alla superficie: bisogna penetrare sempre più nell'Essere divino con il raccoglimento. «Mi lancio verso la meta», esclamava Paolo. Così noi dobbiamo discendere ogni giorno in questo sentiero dell'abisso che è Dio, lasciandoci scivolare con fiducia e amore. «L'abisso chiama l'abisso»: laggiù avrà luogo l'impatto divino; è laggiù che l'abisso del nostro nulla, della nostra miseria, incontrerà l'abisso della misericordia, dell'immensità del tutto. È laggiù che troveremo la forza di morire a noi stessi e che, perdendo le nostre sembianze, saremo trasformati in amore.aniore. «Beati i morti che muoiono nel Signore».
Elisabetta della Trinità, da Il cielo nella fede
PREGHIERA
O Dio, ricco di misericordia,
che hai dischiuso
alla beata Elisabetta della Trinità
il mistero della tua arcana presenza
nell'anima del giusto,
e l'hai resa adoratrice in spirito e verità,
per sua intercessione
fa' che perseveriamo nell'amore di Cristo,
per essere tempio dello Spirito
a lode della tua gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo,
tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te,
nell'unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
che hai dischiuso
alla beata Elisabetta della Trinità
il mistero della tua arcana presenza
nell'anima del giusto,
e l'hai resa adoratrice in spirito e verità,
per sua intercessione
fa' che perseveriamo nell'amore di Cristo,
per essere tempio dello Spirito
a lode della tua gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo,
tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te,
nell'unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
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PER APPROFONDIRE
Profilo biografico
Domenica mattina, 18 luglio 1880, Elisabetta Catez vede la luce in una baracca del campo militare d'Avor, vicino a Bourges, dove il padre, Giuseppe Francesco, è ufficiale col grado di capitano.
La nascita è preceduta da gravi preoccupazioni: i medici infatti hanno avvertito che il cuore del nascituro non batte più e che bisogna intervenire per salvare almeno la madre.
Gli sposi chiedono al Cappellano Chaboisseau di celebrare una Messa per ottenere da Dio un parto felice. Al termine della Messa viene al mondo - come ricorderà, poi, la signora Catez - una bambina sana, molto bella e vivace. La bimba riceve il Battesimo nello stesso campo militare, il 22 luglio successivo, festa di S. Maria Maddalena.
Vive serenamente la sua infanzia prima a Bourges, poi ad Auxonne, infine a Digione. Qui, il 20 febbraio 1883 nasce la sorellina Margherita: la piccola "Guite" sarà tanto dolce quanto Elisabetta, il "piccolo capitano", è turbolenta! "È un vero diavolo; si trascina; ha bisogno ogni giorno di un paio di calzoncini bianchi!... Elisabetta, che parla così bene, ti divertirà molto, è una grande birichina", scrive la mamma.
Ha solo 7 anni quando a breve distanza muoiono prima il nonno materno Rolland e, otto mesi dopo, il 2 ottobre, il padre, il fiero capitano, che, improvvisamente stroncato da una crisi cardiaca, muore nelle braccia della bambina.
Il suo animo sensibile recepì in profondità la sofferenza per il padre morente e il dolore che la sua morte portò nella famigliola così affiatata.
La signora Catez affronta la sua condizione di vedova con grande dignità e buon senso; si trasferisce in una casa più piccola e utilizza le risorse per assicurare alle figlie una formazione ed un'educazione rispondente alla loro posizione sociale e ai valori morali coltivati dalla famiglia.
Grazie alla sua sapiente opera, Elisabetta potè gradualmente volgere al meglio la potenzialità del suo carattere; così il dolore per la perdita del padre, l'amore tenerissimo verso la madre e il senso di responsabilità verso la sorellina consolideranno il lavorio su di sé per rispondere ai desideri della mamma e ai movimenti della grazia di Dio.
Tutti i testimoni concordano nell'affermare che tra la prima Confessione a 7 anni e la prima Comunione a 11 anni, Elisabetta cambiò progressivamente e radicalmente, tanto che a 11 anni il suo carattere si era totalmente modificato, senza che l'impegno da lei posto nel vincersi alterasse la sua naturale vivacità e gaiezza.
Chi la conobbe appena un anno dopo la sua prima Comunione non voleva credere che ella fosse stata così "terribile" come si diceva.
Già la sera stessa del giorno della sua prima Comunione, è molto colpita dalla spiegazione del suo nome, che la Priora del Carmelo - situato a pochi passi da casa sua - le diede: Elisabetta=casa o abitazione di Dio.
Corrispondeva correttamente all'esperienza da lei vissuta in quel giorno: un orizzonte meraviglioso e sempre più nuovo le si era dischiuso. Nessuna tempesta successiva potrà alterarne il ricordo e il "richiamo".
Questi "episodi" non devono però creare in noi l'immagine di una ragazzina esteriormente troppo diversa dal normale o "strana".
Se si escludono le lezioni al Conservatorio (iniziate a otto anni), Elisabetta non ha frequentato scuole. La signorina Irma Florey le dà, a casa, lezioni di formazione generale e letteraria. Questa formazione rimarrà abbastanza incompleta. Si devono certamente alle sue doti personali, più che alla scuola, la profondità del suo pensiero e la vivacità delle immagini nei suoi scritti.
Quanto alla musica, studia al Conservatorio ed ogni giorno trascorre molte ore al piano. Spesso partecipa attivamente ai concerti organizzati in città dal Conservatorio e dal grande Teatro di Digione, presso San Michele. La sua maestria precoce le varrà le lodi dei giornali locali. Probabilmente la madre intendeva avviarla all'insegnamento della musica, ma la strada di Elisabetta volge altrove!
A quattordici anni fa di se stessa questo "autoritratto": "Senza orgoglio io credo che l'insieme della mia persona non sia da disprezzare. Sono bruna e, secondo il parere degli altri, abbastanza alta per la mia età. Ho due occhi neri scintillanti, le mie folte sopracciglia mi conferiscono un'aria severa. Il resto della mia persona è insignificante. I miei eleganti piedi potrebbero farmi soprannominare "Elisabetta dai lunghi piedi"... Questo il mio ritratto fisico.
Passando al morale, dirò che ho un carattere abbastanza buono. Sono gaia e, lo devo confessare, un po' stordita. Ho buon cuore. Sono di natura civettuola. Si dice che bisogna esserlo un po'. Non sono pigra "io so che il lavoro rende felici". Senza essere un modello di pazienza, so generalmente contenermi. Non ho rancore. Ecco il mio ritratto morale. Ho i miei difetti, e purtroppo poche qualità. Spero di acquistarne...".
Si nota la simpatica sincerità di una ragazza che sa sorridere anche dei propri difetti, e la modestia di Elisabetta che non fa nessun accenno ai successi per le eccellenti qualità di pianista.
Va crescendo la sua maturità spirituale e la vita interiore che già la rende libera da tanti "valori" importanti per le sue coetanee e per la società che frequenta. Ciò le permetterà di non prendersela troppo quando, ingiustamente, le verrà tolto un prestigioso premio già assegnatole dalla giuria (il primo premio di piano al Conservatorio di Digione).
Elisabetta custodisce il suo cuore; ma non per questo è insensibile alle bellezze del creato; e neppure rifiuta la compagnia e il sano divertimento; ama i bei vestiti e per non gravare sull'economia familiare impara taglio e cucito e se li confeziona!
Nascita di una vocazione
Questa ragazza simpatica e disinvolta ha già superato, verso i tredici anni, una dolorosa fase di scrupoli. È capace di profondo raccoglimento e, alle soglie della sua giovinezza, si è consacrata interamente a Dio. Ecco il suo racconto: "Stavo per compiere 14 anni, quando una mattina nel ringraziamento della Comunione mi sentii spinta irresistibilmente a scegliere Gesù per mio unico Sposo, e senza indugio a Lui mi legai col voto di verginità. Non ci scambiammo parole, ma ci donammo l'un l'altra in silenzio, con un amore così forte, che la risoluzione di non appartenere che a Lui divenne in me definitiva". (S 23)
Elisabetta è impegnata in una donazione totale che diventa sempre più la legge, l'opzione fondamentale della sua vita.
Questa scelta, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non produce né rifiuto della sua condizione sociale, né dicotomia tra la sua vita di società e la sua vita interiore.
Le persone più sensibili che la avvicinavano avvertivano in lei, dal suo sguardo, una "profondità" non comune. Una volta una signora le disse: "Elisabetta, tu vedi Dio!"
Conoscere l'esistenza del Carmelo fu per Elisabetta una questione "geografica": la sua casa di Digione distava pochi metri dal Monastero, ed ella imparava il ritmo della giornata delle Monache dal suono della campanella che la raggiunge nelle stanze di casa sua. Una coincidenza? Certo è che il suo proposito di totale donazione a Dio la porta a considerare la vita religiosa come sbocco della sua vocazione che, ben presto, si preciserà come "chiamata al Carmelo".
Ma quando parlò con la mamma della sua vocazione al Carmelo ne ebbe una risposta negativa che non ammetteva repliche; le fu proibito addirittura di frequentare il Carmelo! E nulla faceva prevedere la possibilità di un cambiamento.
Tuttavia la speranza di Elisabetta rimase solida e ferma la sua decisione. Esternamente e nella vita di ogni giorno ella si comportò come se il problema non esistesse. Continuò gli studi, l'impegno nelle opere parrocchiali, i viaggi, la partecipazione alla vita sociale con naturalezza e senza creare problemi in famiglia.
Gli anni passavano, ma il suo proposito non mutava: ella li viveva come una preparazione per la vita al Carmelo. Furono anni di sofferenza perché la chiamata di Dio si faceva via più chiara e il cammino spirituale si precisava sempre più in linea con la vita claustrale Carmelitana.
Finalmente (è il 26 maggio del 1899) "...dopo colazione - scrive Elisabetta - questa povera mamma mi ha interrogata, e quando ha veduto che le mie idee erano sempre le stesse, ha pianto molto, e ha detto che a ventun'anni non mi impedirà di partire;... Quanto ho ammirato la sua rassegnazione! È stata propriamente la Madonna che mi ha ottenuto questa grazia, poiché non avevo mai trovato la mamma così. Quando le ho vedute piangere tutte e due (mamma e sorella), anch'io ho pianto a dirotto. O mio Gesù! Bisogna che siate proprio Voi a chiamarmi e sostenermi... perché il mio cuore non si spezzi. Per risparmiare loro una lacrima, tenterei tutto;... ed invece sono propriamente io che le affliggo così!"
Si rivela qui la profonda umanità di Elisabetta e la sua squisita sensibilità: la gioia per l'ottenuto consenso non la distrae dal dolore della madre e della sorella.
E così sarà anche dopo la sua entrata al Carmelo; non teme di esprimere la calda tenerezza del suo cuore, di partecipare ed immedesimarsi con la mamma, la sorella (si sentirà mamma - più che zia - delle nipotine), le zie, gli amici.
Fin dalle prime volte che aveva trattato della sua entrata al Carmelo, la Madre Priora le aveva offerto di seguirla nelle fondazioni del Monastero di Paray-le-Monial e lei aveva accettato, senza fare cenno alle sue preferenze per il Carmelo di Digione e al bisogno di trovare già stabilita, nella piena regolarità, quella vita di solitudine e di preghiera cui si sentiva chiamata. La violenza che doveva fare a se stessa aumentava con l'avvicinarsi della sua entrata, ma lasciò che gli altri facessero di lei ciò che volevano.
Prima di lasciare definitivamente la sua casa, Elisabetta si inginocchia davanti alla fotografia del padre e gli chiede l'ultima benedizione. È il 2 agosto 1901, primo venerdì del mese: la mamma, la sorella e qualche amica l'accompagnano, prima, alla Messa e, poi, alla porta del Convento.
Dietro le porte della Clausura l'accolgono le nuove sorelle e la Maestra delle Novizie, Madre Germana di Gesù (che sarà presto anche Priora). Veste l'abito delle postulanti, e meraviglia tutti per il suo raccoglimento, la sua amabilità, per la gioia e la semplicità con cui svolge i compiti che le vengono richiesti.
La vita di una Postulante nel suo complesso è austera e molto diversa da quella vissuta fuori. Per Elisabetta non vi sono più il pianoforte, i viaggi..., deve adattarsi al ritmo della vita di comunità che ella trova molto impegnativa, ma entusiasmante e che vive con generosità.
Giunge così l'8 dicembre: dopo quattro mesi di postulandato, ha luogo la "vestizione" di Elisabetta. Secondo l'uso, ella passa la mattinata con la sua famiglia e le amiche nella casa esterna del Monastero.
Nel pomeriggio, indossando un abito da sposa, si presenta alla Vestizione religiosa che ha luogo nel coro: le viene dato il nome di "Elisabetta della Trinità", nome che è un po' la sintesi della sua spiritualità: essere l'abitazione dove la Trinità trovi accoglienza e dedizione totale.
Se i quattro mesi di postulandato erano stati pieni di luce e di consolazione, i mesi del noviziato sono piuttosto duri e penosi: l'aridità, gli scrupoli tornano a tormentarla. È nella nebbia, ha giorni di confusione, in certe ore c'è angoscia e tempesta. La sofferenza scuote la sua salute; ma lei continua il suo sforzo di non gravare sulle altre, tanto che nessuno si accorge del travaglio interiore.
La fede e la fiduciosa obbedienza la guidarono a confidarsi con la Madre Germana che la aiutava a leggere tali pene come mezzo di cui Dio si serviva per far si che conoscesse meglio se stessa, si perfezionasse nell'umiltà e si avvicinasse di più a Cristo.
Elisabetta annota: "Ecco il mio stato d'animo: per me è come se Dio non esistesse", confida alla Madre Germana. Ed ad un'amica: "Non si viene al Carmelo per sognare contemplando le stelle. Vada a Lui con la pura fede!"
Anche nel ritiro che precede la Professione l'angoscia perdura, tanto che proprio alla vigilia della Professione, la Madre ritiene opportuno chiamare un confessore prudente per tranquillizzarla.
La mattina seguente - 11 gennaio 1903, festa dell'Epifania - suor Elisabetta emette la Professione perpetua, pronunziando i voti di povertà, castità ed obbedienza, davanti all'altare, ornato di fiori, della sala del capitolo, attorniata solo dalla comunità. Entro di lei sente risuonare la frase di S. Paolo: "Fratelli, vi scongiuro per la misericordia di Dio di offrire i vostri corpi come un sacrificio vivente, santo, gradito a Dio, come vostro culto spirituale", e intende viverla con gioia in risposta all'invito paolino.
Dopo la Professione Elisabetta rimane nell'ambito del noviziato, perché era usanza considerare le neo-professe come religiose che dovevano ancora perfezionarsi per un triennio, senza poter esercitare impegni di responsabilità.
Dopo aver superato la soglia del suo impegno definitivo con la professione, Elisabetta gode pienamente d'una profonda pace, d'una profonda gioia in Dio al quale continua abbandonarsi con una fedeltà e un ardore totali.
La propria vita, il personale cammino di perfezione non sono per la propria soddisfazione o sicurezza, sono per Gesù. E Gesù non è forse lo "sposo delle anime"? Non ha dato la vita per la sua Chiesa?
Suor Elisabetta non può trascurare questo mirabile disegno di Dio e sempre più si offrirà perché "l'amore trionfi" nelle anime, nella Chiesa. Perché ella è convinta, alla scuola di S. Giovanni della Croce, che quello stesso Amore che "spira" nella Trinità vuole parteciparsi agli uomini, ma è così misconosciuto e dimenticato!
Nei mesi della sua dolorosa malattia, diventerà sempre più evidente come la sua vocazione di "laudem gloriae" della Trinità si concretizzi in un vero martirio volontariamente accolto ed offerto in unione "trasformante" a Cristo.
La salute di Suor Elisabetta è rimasta discreta fino alla primavera del 1905; ma la terribile stanchezza, contro cui aveva lottato per mesi, comincia a prendere il sopravvento, e i terribili mal di stomaco, che le impedivano di nutrirsi regolarmente, non possono più esser tenuti nascosti.
Nessuno sospettava ancora la gravità del male, ma Elisabetta, il primo gennaio 1906, commentava l'assegnazione - fatta per estrazione - di S. Giuseppe come suo protettore per quell'anno: "S. Giuseppe è il protettore della buona morte e mi verrà a prendere per condurmi al Padre".
Il medico lasciava sperare che questa crisi si sarebbe superata con riposo e aria buona; per questo le venne tolto anche l'ufficio di aiuto portinaia.
A metà quaresima, invece, si aggravano i sintomi del male, che tutti i biografi definiscono come morbo di Addison, allora inguaribile. Una serie di gravi disfunzioni, prima, e poi l'atrofia delle ghiandole surrenali le procurarono quei terribili sintomi - stanchezza fino quasi all'impossibilità di compiere movimenti, mancanza di appetito con nausea e vomito, violente coliche intestinali, diminuzione della resistenza alle infezioni (si manifesteranno ulcere dolorosissime), al freddo ecc..., depressione psichica, irritabilità, insonnia - che resero necessario il trasferimento nell'infermeria della comunità.
Nella domenica delle Palme una crisi più violenta del solito consiglia di amministrarle l'Unzione degli infermi.
Ma la crisi viene superata: per intercessione di S. Teresina riacquista l'uso delle gambe e può avere la consolazione di recarsi nel coretto dell'infermeria dove, oltre a partecipare, fin che le sarà possibile, agli atti comuni, cerca la forza per sopportare gli attacchi della malattia sempre più frequenti e intollerabili.
"Sono venuta a rifugiarmi nella preghiera del mio Maestro, perché soffro tanto e avevo bisogno della sua forza Divina!" spiega alla Madre che la trova tutta rattrappita in un angolo del coretto. Eppure ella continua a preoccuparsi degli altri, a mantenere il proprio equilibrio, anche se confida al medico:
"Questa notte ho tanto sofferto che sono stata tentata di gettarmi dalla finestra; ma mi sono detta: non è così che una Carmelitana deve soffrire".
Alla Madre: "Soffro tanto che adesso capisco il suicidio. ma non si preoccupi. Dio veglia su di me".
Elisabetta, che ha saputo amare e apprezzare con acuta sensibilità contemplativa la vita, accetta la sofferenza e la morte "trasfigurandole": "Quando mi corico sul mio lettino, penso di salire sul mio altare e Gli dico: "Mio Dio, non preoccuparti!" Talvolta sento angoscia, ma allora mi calmo dolcemente e Gli dico: "Mio Dio, non importa"", confida alla Madre Maria di Gesù che era tornata a Digione per qualche tempo.
"Eccolo che viene!"
A metà agosto fa il suo ultimo ritiro, di cui lascia per obbedienza degli appunti; verso la fine di ottobre è costretta definitivamente a letto, totalmente esausta e ormai scheletrita.
È consapevole della fine vicina:
"Sento che la morte mi afferra...
Per la natura è talvolta penoso e t'assicuro che se mi fermassi qui, non sentirei che la mia viltà nella sofferenza. Ma questo non è che lo sguardo umano, e ben presto apro l'occhio della mia anima alla luce della fede, e la fede mi dice che è l'amore che mi distrugge, che mi consuma lentamente, e la mia gioia è immensa..."; e confida alla Madre di preferire - se le fosse dato di scegliere - fra un'estasi e la morte nell'abbandono del Calvario, quest'ultima; non per il merito ma per glorificare e rassomigliare al Divino Maestro.
Verrà esaudita!
Una lunga e dolorosissima agonia l'attende.
Riceve nuovamente l'Unzione degli infermi al mattino del 31 ottobre.
A mezzogiorno, sentendo suonare le campane, spera che siano il segnale della sua "partenza", ma dovrà attendere ancora.
Conservò sino alla fine lucida la coscienza e tutto il suo spirito soprannaturale. La sete ardente, che non poteva essere alleviata perché non poteva inghiottire neppure l'acqua, rimandava la mente all'agonia di Cristo, ed ella giudicava questa somiglianza "una delicatezza infinita" del suo Sposo.
Spesso cercava di consolare le sorelle e raccomandava la mamma. Al medico che le aveva parlato dell'estrema debolezza del battito del polso dice:
"Fra due giorni, probabilmente sarò in seno ai miei Tre! È meraviglioso!"
Verso le prime ore del mattino del 9 novembre i suoi dolori si calmarono, ma i lineamenti alterati facevano presagire vicina la fine, per cui tutta la Comunità venne radunata attorno al suo letto.
Il volto si distese, gli occhi si aprirono per fissarsi in alto, e spirò senza che le sorelle potessero coglierne l'ultimo respiro: "Vado alla Luce, all'Amore, alla Vita!", erano state le ultime parole che aveva potuto pronunciare qualche giorno prima.
Le sue esequie furono più una festa che un funerale; i sacerdoti e le persone amiche che vi parteciparono affermarono di aver provato, più che cordoglio, dolcezza e speranza.
Opere, pensiero, dottrina di Elisabetta della Trinità
Scrittrice
Suor Elisabetta ci ha lasciato degli scritti di vario genere, anche se è ovvio che ella non è una scrittrice di professione. Neppure ha avuto dei confessori o direttori autorevoli che le imponessero di scrivere su argomenti spirituali o di testimoniare le proprie esperienze, come capitò a Teresa d'Avila o a Teresa di Lisieux. Solo "Ultimo ritiro" sembra le sia stato chiesto da Madre Germana con una certa intenzione, cioè di potersene servire per l'eventuale circolare da spedire ai Carmeli dopo la morte, la cui imminenza era ormai a tutti evidente.Nonostante che Elisabetta scriva, dunque, occasionalmente, i suoi scritti sono di grande importanza, soprattutto perché contengono un'alta esperienza di Dio e una dottrina spirituale che interessa tutti i cristiani, trattandosi di valori essenziali alla santità.
Elisabetta è molto spontanea e molto "vera" in ciò che redige. Poiché aveva un cuore pieno di tenerezza, apertissimo all'amicizia, umanamente e soprannaturalmente nobili - e specialmente pieno di Dio - i suoi scritti avvincono e interessano il lettore.
Certa la formazione umanistica generale di Elisabetta fu piuttosto elementare e lacunosa. Tutto ciò si riflette negli scritti dal punto di vista dell'ortografia, della grammatica, della redazione in genere. Queste cose non interessano se non gli studiosi; ma paradossalmente non fanno che evidenziare la distanza tra la povertà dello strumento letterario e la ricchezza, anche intellettuale, e della personalità e del messaggio di Suor Elisabetta.
I suoi scritti
Escursioni nel Giura (agosto-settembre 1895).Diario (1899-90).
Poesie (n. 123).
Lettere (n. 342).
Elevazione alla SS. Trinità (21-11-1904).
Il Cielo nella fede (1906).
La grandezza della nostra vocazione (1906).
Ultimo ritiro di laudem gloriae (1906).
Gli scritti più conosciuti della Beata Elisabetta, che si sono conservati e che tanto ci informano sulla sua dottrina, sul suo modo di vivere e di pensare sono: il Diario, le Poesie, le Lettere e gli scritti: "Il Cielo nella fede" e "Ultimo Ritiro di Laudem gloriae".
Il Diario
Circa il Diario che ella scrisse prima di entrare al Carmelo, di cui abbiamo all'inizio riportato qualche frase e qualche riflessione, gli studiosi ci dicono che si è conservato solo in parte.Si pensa che quello che manca sia stato eliminato da Elisabetta stessa. Forse è la parte che tratta del rapporto tra lei e la mamma, circa la sua vocazione. Pare che la destinataria sia la stessa sorella Margherita.
Il Diario fu scritto nel 1899-1900. Elisabetta segnala in esso, in modo tutto speciale, le istruzioni e la prediche avute nella sua parrocchia durante le Missioni di quell'anno. Il tono e le finalità sono moralistici; vi si tratta dei "novissimi", della conversione, della penitenza, della tentazione ecc... Sono le tipiche prediche di quei tempi.
Come disposizione di fondo ella rivela il forte desiderio di amare Cristo. Si tratta di un amore forte, appassionato, che richiede la totalità e la donazione di se stessi, di un Amore che vive della consapevolezza di essere a sua volta molto amata. Si fa sempre più forte in lei il desiderio e il gusto dell'adorazione eucaristica.
Questa passione d'amore accende il lei anche la passione per la gloria di Cristo e la salvezza dei suoi fratelli. Le pagine del Diario ci presentano una Elisabetta tutta avvolta da sentimenti di tenerezza filiale, da un amore appassionato per Cristo, cui spera potersi donare un giorno del tutto al Carmelo.
L'ultima pagina fa risuonare queste parole:
"Signore, che la mia vita sia un'orazione continua, che nulla mai possa distrarmi da te, né le preoccupazioni, né i piaceri, né la sofferenza. Che sia inabissata in te, che faccia tutto sotto il tuo sguardo. Prendimi Signore, prendimi tutta intera" (p. 589).
Le poesie
La Beata Elisabetta ci ha lasciato diverse poesie: ne scrisse dai suoi quattordici anni, cioè dal 1894 al 1906, anno della sua morte. Dal punto di vista letterario, dello stile, della tecnica della composizione, non hanno un vero valore.Ella non aveva certo avuto una formazione letteraria adeguata: le mancavano gli elementi indispensabili per poetare in modo apprezzabile. Tuttavia, poiché la poesia stessa, nel suo fondo, è un colloquio interiore con un essere intensamente amato, sentito come interlocutore vivo e amico, anche quando si tratta di un fatto o di un oggetto, il suo valore va considerato anche sotto questo aspetto.
Da questo punto di vista le poesie di Elisabetta hanno un notevole valore di creazione, che serve assai per conoscere la sua personalità e la sua spiritualità. Ecco la sua posizione:
"I miei versi sono l'eco del mio cuore
e se manca loro l'armonia
o una dolce melodia
vi diranno sempre il mio amore" (Poesia 28).
La poesia mostra, nella persona umana, la capacità di spiritualizzare le cose, di attrarre anche il mondo esterno nel mondo interiore, rivestendolo di luminosità: è insomma una delle espressioni della dimensione spirituale dell'uomo.
Del resto Elisabetta è molto aperta, come si vede anche dalle lettere, alla natura, alle meraviglie del creato. Basta fermarsi, per comprenderlo, ad alcuni versi:
"Non dimenticherò mai
che fu a Carlipa
questo piccolo angolo del mondo,
che composi i miei primi versi".
Oppure, ricordando la sua escursione al bacino di Lampy:
"Ti guardo laggiù nel profondo
della tua voragine, tra il verde
e l'incanto della natura,
o bacino di Riquet.
Com'è bello e riposante
questo paesaggio, mio Dio!
Come vorrei restare qui
dove l'anima si eleva al cielo!"
Queste le poesie dei primi tempi. Dopo qualche anno toccherà tematiche più importanti: ad esempio farà sentire il desiderio molto profondo di entrare al Carmelo.
La vocazione è contrastata, come già si sa, dalla mamma, che le proibisce di parlare con le Carmelitane; questo è per lei un dramma interiore, che caratterizza particolarmente i versi poetici di questo periodo. Quando la mamma le donerà il suo consenso, il cuore di Elisabetta si sente colmo di felicità. Lo esprime in una sua lunga poesia, colma di gratitudine verso la Vergine e il suo Cristo.
D'allora in poi il Carmelo è al centro delle sue composizioni: basta guardare alla poesia "La carmelitana", già citata, che esprime tutto il suo pensiero personale. Varie poesie poi sono scritte per rallegrare una festa al Carmelo, per far gioire una sua consorella, per esprimere la letizia della vita comune: in tutte si sente la tenerezza di un amore vissuto come in una vera famiglia.
Particolarmente profondi sono i pensieri sul mistero che è stato al centro della sua vita mistica: l'inabitazione trinitaria e il mistero della nostra comunione con le tre Persone Divine.
Negli ultimi quattro mesi vissuti nell'infermeria, dedica ben 13 poesie alla Madre Germana, che parlano tutte della ricchezza dell'inabitazione trinitaria e della sua conformazione a Cristo Crocifisso. Il suo amore filiale per questa Madre sembra non avere limiti:
"...Se tu sapessi, Madre, che soave missione
l'Adorato Maestro un giorno m'ha affidato!
Attirarti dal cielo un torrente di grazie
che ti fissi per sempre nel centro dell'amore.
Egli vuole rinchiuderti dentro quella fortezza,
quell'abisso profondo ch'è il pio raccoglimento.
Questo il fiore che t'offrono con tanto grande affetto
le tue due figlioline che sono uno con te".
Le poesie di Suor Elisabetta sono un mezzo indispensabile per conoscerla a fondo, siano esse elevazioni, preghiere, meditazioni sui misteri di Cristo o tenere effusioni verso la Vergine Maria: sono una rivelazione della sua personalità umana e spirituale.
L'epistolario
Elisabetta scrisse molte lettere: l'edizione italiana ne numera 287, oltre ad alcuni biglietti scritti a varie persone: certamente non ci sono rimaste tutte, perché si sa che alcune andarono perdute. Comunque, data la brevità della sua vita, sono proprio un numero considerevole.Se è vero che nella lettera, nel rapporto vivo e immediato con le persone, si può generalmente conoscere la persona del mittente, quest'affermazione vale in particolare per le lettere di Elisabetta, considerato il suo tipo così affettivo, aperto, bisognoso di espandersi e di comunicare quello che sente dentro di lei.
Si avverte in lei molto bene che è un'anima prediletta, ricca di quei doni soprannaturali che il Signore ama elargire in particolare ad alcuni, e di profonde esperienze. Si avverte che è una persona guidata dallo Spirito Santo alla contemplazione della carità di Cristo, che supera ogni conoscenza.
Sembra che ella senta viva la consapevolezza di dover comunicare agli altri i doni che ha ricevuto: vuole non tenere rinchiuse per sé le sue ricchezze, ma ha bisogno di farne partecipi le persone che ama e che le vivono intorno.
Il contenuto elevato di quello che viene detto nelle sue lettere e il fascino che esse esercitano su chi le riceve, spiega il fatto che siano state conservate con cura: quello che contengono non è certo a livello comune. Le lettere di Elisabetta sono infatti di primaria importanza per la conoscenza del suo messaggio spirituale.
La corrispondenza prima di entrare al Carmelo, con le amiche che vivono nel mondo, ha un contenuto caratterizzato dai ricordi degli incontri avuti, dal racconto di viaggi, di luoghi visti insieme, di persone incontrate, di riunioni festose. Dopo l'entrata al Carmelo, pur conservando il rapporto con le antiche amicizie per quel tanto che è consentito al Carmelo, le sua corrispondenza cambia tonalità.
L'esperienza di Dio Trinità, presente ed operante nell'intimo della sua persona, la porta necessariamente a svelare i segreti di Dio. Nel raccontare questo, conserva la stessa spontaneità e la stessa apertura di cuore del tempo passato, ma l'oggetto dell'attenzione cambia. Basta ad esempio citare quello che scrive alla contessa de Sourdon:
"Amo tanto questo mistero che un pio autore ha chiamato "la discesa dell'amore" e penso che nella contemplazione di esso S. Paolo ha potuto dire: "Dio ci ha troppo amato..."" (L 219).
Ormai tutte le lettere sono su questo piano nettamente spirituale. Interessante in particolare, sotto il duplice aspetto umano e spirituale, le lettere che scrive alla mamma: queste lettere sono sempre più ricche di affetto, di tenerezza e di premure. Seppe confortarla, cercando di portarla verso altezze spirituali, quando la povera donna venne a sapere del terribile male della figlia.
"...Egli mi aiuta a soffrire e mi fa oltrepassare il dolore, per riposarmi in Lui..." (L 272).
E la mamma seppe stare all'altezza della grande prova!
Il Cielo nella fede
Elisabetta, gli ultimi mesi prima di morire, pensò di lasciare un piccolo scritto alla sorella, perché lo conservasse come suo ricordo, dopo la sua morte.Le due sorelle si erano sempre volute molto bene ed erano cresciute insieme accanto alla madre, condividendo la stessa passione per la musica. Erano di temperamento molto diverso. Margherita aveva sofferto molto per la partenza della sorella al Carmelo; non l'aveva però ostacolata, anzi, alla sua partenza, l'aveva assai aiutata presso la mamma. Margherita, che aveva sposato l'impiegato di banca Giorgio Chevignard, aveva avuto nove figli: la maggiore venne chiamata Elisabetta.
Questo piccolo trattato prese in seguito questo nome ad opera della Madre Germana, cui l'autrice aveva consegnato lo scritto, da consegnare, dopo la morte, a sua sorella. Elisabetta spiega alla sorella la verità di cui ella vive e che capiva essere l'essenza della vita di grazia di ogni cristiano. Non è preoccupata di fare un'opera originale: vuole solo parlare al cuore della sorella, essendo ella stata "ascoltatrice" della Parola di Dio. Si può bene affermare che la sua dottrina non è che la riflessione sulla rivelazione biblica, e dell'esperienza che lei stessa ha avuto di questa rivelazione.
Il breve scritto è strutturato come un ritiro di 10 giorni, con 2 meditazioni al giorno. Il pensiero s'incentra sull'unione di Dio Trinità con l'anima, che tende a diventare sempre più intimo e totale. Al piccolo trattato è stato posto il titolo "Il Cielo nella fede", perché per Elisabetta l'inabitazione trinitaria costituisce il nostro cielo, pur sotto il velo della fede.
Ultimo Ritiro
"Parto con la S. Vergine la sera della sua Assunzione per prepararmi alla vita eterna", scriveva Elisabetta alla Madre Maria di Gesù, la Priora del tempo in cui ella era entrata al Carmelo."Nostra Madre mi ha fatto tanto bene dicendomi che questo ritiro sarebbe stato il mio noviziato del cielo, e che l'8 dicembre, se la Vergine mi troverà pronta, mi rivestirà della veste di gloria. La beatitudine mi attira sempre di più. Ormai tra il Maestro e me non si tratta che di questo e tutta la sua occupazione non mira che a prepararmi alla vita eterna" (L 259).
Questo Elisabetta lo scriveva il 14 agosto 1906. Il ritiro durò ben sedici giorni. Quando aveva chiesto alla Madre Priora il permesso di fare questo ritiro, lei stessa le aveva raccomandato di scrivere ciò che lo Spirito le avrebbe fatto intendere. Obbedì al desiderio della Madre, scrivendo ogni giorno quello che sperimentava nel cuore e nella sua anima. Consegnò il plico dello scritto alla Madre Germana giorni dopo, il 24 settembre, avvolgendolo in una carta su cui era scritto:
"Ultimo ritiro di laudem gloriae".
Da quando infatti aveva letto, nella lettera agli Efesini di S. Paolo, che il Padre ci ha destinati a diventare "in laudem gloriae eius", Elisabetta, illuminata interiormente, si appropriò di questo titolo (lasciando laudem all'accusativo, invece di "laus" al nominativo come andrebbe fatto: non conosceva il latino!) e trovò che esprimesse assai bene la sua vera vocazione, tanto da appropriarsene come suo nuovo nome: "lode di gloria della Trinità".
Questo ritiro lo possiamo davvero considerare il suo testamento spirituale. Col corpo che andava a brandelli, guardandosi alla luce dell'eternità, sentiva più chiaramente che mai che la sua esistenza era tutta chiamata dall'alto a diventare questa lode di gloria. Su questo fatto portò in modo particolare la sua riflessione.
La verità che viene man mano esponendo, la sta in realtà vivendo. Da quale sorgente una tale realtà scaturisca, cosa sia necessario per attuarla, quali esigenze richieda, quale sia la sua efficacia nella Chiesa, sono gli aspetti essenziali della sua riflessione. Se nel disegno della salvezza Cristo sulla croce diventa la perfetta lode del Padre, anche ogni suo membro lo può diventare nel suo mistico Corpo. Egli, il Figlio, attrae e conforma al suo mistero di amore. Questa è la teologia esperienziale che Elisabetta vuole donare in questo suo ultimo ritiro: lo stile del Maestro che soffre e muore in croce, deve diventare quello della sua Sposa:
"Essa cammina sulla via del Calvario, alla destra del suo Re crocifisso, annientato, umiliato, eppure così forte sempre, così calmo, così pieno di maestà, che va alla passione per far risplendere la gloria della sua grazia, secondo l'espressione così forte di S. Paolo. Egli vuole associare la sua Sposa alla sua opera di Redenzione e questa via dolorosa dove essa cammina, le appare come la strada della beatitudine, non solo perché vi conduce, ma perché il Maestro santo le fa comprendere che deve oltrepassare ciò che vi è di amaro nella sofferenza, per trovarvi, come Lui, il suo riposo... Dio, chinandosi su quest'anima, sua figlia adottiva, così conforme all'immagine del suo Figlio Primogenito fra tutte le creature, la riconosce per una di quelle che Egli ha "predestinato, chiamato, giustificato" e si commuove nelle sue viscere di Padre, pensando a consumare la sua opera, cioè, a glorificarla trasferendola nel suo regno, per cantarvi, nei secoli senza fine, la lode della sua gloria" (UR).
Sono queste pagine che hanno nutrito tante persone nelle loro aspirazioni verso la santità stessa.
Autoritratto
PROFILO DI ME STESSA
Elisabetta della Trinità viene giustamente ritenuta una delle voci profetiche che lo Spirito Santo suscita affinché la Chiesa abbia più viva e costante la coscienza dell'abbondanza di doni di cui Egli stesso l'ha dotata.Se si escludono le lezioni al Conservatorio (iniziate a otto anni), Elisabetta non ha frequentato scuole. La signorina Irma Florey le dà, a casa, lezioni di formazione generale e letteraria. Questa formazione rimarrà abbastanza incompleta. Si devono certamente alle sue doti personali, più che alla scuola, la profondità del suo pensiero e la vivacità delle immagini nei suoi scritti.
A quattordici anni Elisabetta fa di se stessa questo autoritratto:
"Senza orgoglio io credo che l'insieme della mia persona non sia da disprezzare. Sono bruna e, secondo il parere degli altri, abbastanza alta per la mia età. Ho occhi neri e scintillanti, le mie folte sopracciglia mi conferiscono un'aria severa. Il resto della mia persona è insignificante. Gli eleganti piedi potrebbero farmi soprannominare "Elisabetta dai lunghi piedi"... Questo il mio ritratto fisico.
Passando al morale, dirò che ho un carattere abbastanza buono. Sono gaia e, lo devo confessare, un po' stordita. Ho buon cuore. Sono di natura civettuola. Si dice che bisogna esserlo un po'. Non sono pigra: "so che il lavoro rende felici". Senza essere un modello di pazienza, generalmente so contenermi. Non porto rancore. Ecco il mio ritratto morale. Ho i miei difetti, e purtroppo poche qualità. Spero di acquistarne."
Si nota la simpatica sincerità di una ragazza che sa sorridere anche dei propri difetti, e la modestia di Elisabetta: nessun accenno ai successi per le eccellenti qualità di pianista.
Va crescendo la sua maturità spirituale e la vita interiore che già la rende libera da tanti "valori" importanti per le sue coetanee e per la società che frequenta. Ciò le permetterà di non prendersela troppo quando, ingiustamente, le verrà tolto un prestigioso premio già assegnatole dalla giuria (il primo premio di piano al Conservatorio di Digione).