SØREN KIERKEGAARD
1813-1855
L'11 novembre del 1855 si spegne a soli quarantadue anni nella nativa Copenaghen Søren Aabye Kierkegaard, filosofo, teologo luterano e testimone di una spiritualità radicalmente evangelica. Ereditata in gioventù dal padre una marcata simpatia per i grandi esponenti del pietismo tedesco, alla morte del genitore, Søren entrò in possesso anche di un lascito cospicuo che gli permise di dedicarsi alla ricerca intellettuale e di pubblicare a proprie spese i libri - moltissimi - che scriverà nella pur breve esistenza. Formatosi in un mondo pervaso dal pensiero hegeliano, Kierkegaard si ribellò interiormente ai suoi maestri e prese a ricercare una verità diversa da quella dell'idealismo, proponendo un accesso alla verità attraverso la «via della vita». La verità cristiana è infatti per Kierkegaard non quella derivante dall'unità razionale di un sistema di pensiero, bensì quella derivante dall'esperienza personale, l'unica per cui valga la pena di vivere e di morire. Per Kierkegaard l'incontro con Dio avviene soltanto nell'umiliazione dell'intelligenza, quando l'uomo, vinta ogni illusione di poter conoscere la verità con le sole proprie forze, vive rapito e assorto nel senso delle cose eterne e le testimonia accanto agli altri giorno dopo giorno. Il teologo danese espresse questa eccedenza di senso dell'esperienza religiosa soprattutto nelle sue opere poetiche e in brevi ma dense meditazioni religiose. L'influsso dei suoi scritti sul pensiero etico e soprattutto religioso del XIX e del XX secolo fu enorme. Con la sua parresia evangelica egli criticò pensatori e pastori illustri del suo tempo, ridando respiro alla fede e alla cultura cristiane che rischiavano di arenarsi nelle secche del dogmatismo.
TRACCE DI LETTURA
O santo Spirito, noi ti preghiamo per noi e per tutti.
O Spirito di vita, qui non mancano forze, educazione, prudenza:
no, anzi ce n'è fin troppo.
Ciò di cui abbiamo bisogno è che tu ci tolga la forza che ci porta a perdizione: prendila e donaci la vita. Certamente l'uomo prova un brivido mortale quando tu, per diventare la sua forza spirituale, lo privi della forza naturale.
Oh, se le stesse creature irragionevoli capiscono alla fine il bene che loro viene poi quando il cocchiere regale prende in mano le briglie - ciò che dapprima le faceva rabbrividire in un moto di ribellione -, non sarebbe l'uomo in grado di comprendere quale beneficio tu gli fai quando gli togli la forza e gli dai la vita?.
Søren Kierkegaard, Allo Spirito santo
* * *
- L'amore copre una moltitudine di peccati
Signore Gesù Cristo,
gli uccelli hanno i loro nidi e le volpi le loro tane,
ma tu non avesti dove posare il capo,
non hai avuto un letto su questa terra.
Tuttavia eri quel luogo segreto, l'unico,
in cui il peccatore potesse trovar rifugio.
E anche oggi tu sei il nascondiglio:
quando il peccatore torna a te,
si nasconde in te, è nascosto in te.
Allora egli è eternamente difeso,
perché il tuo Amore nasconde una moltitudine di peccati.
- (Soren Kierkegaard)
- Preghiera per vivere il presente
Signore,
aiutaci a vivere l'oggi,
a non indugiare nel passato.
Ciò che è stato è stato,
e tutto il mio rammarico
non lo farà risorgere.
Il momento immediatamente presente
è quasi sempre tollerabile.
Soltanto il rimpianto del passato
e l'apprensione del futuro
lo rendono insopportabile.
Adattarsi alle circostanze
è assai più facile
che piegarle alla nostra volontà.
Aiutaci a capire
che accettare il dono di ogni giorno
è lasciarsi guidare
docilmente da Te.
- (Soren Kierkegaard)
- Parlami col tuo silenzio
Padre celeste!
In molti modi tu parli a un uomo:
Tu, l'unico che ha sapienza e intelligenza,
vuoi tuttavia renderti comprensibile a lui.
Tu parli anche quando taci;
perché parla anche colui che tace,
per provare l'amato;
parla anche colui che tace affinché l'ora del capire
sia tanto più intima quando essa verrà.
Padre celeste, non è forse così?
Oh, quando tutto tace,
quando un uomo se ne sta solo e abbandonato
e più non sente la tua voce,
allora forse è per lui come se la separazione
dovesse essere eterna.
Oh, nel tempo del silenzio,
quando un uomo languisce nel deserto
e non sente la tua voce:
allora è forse per lui come se essa
fosse quasi del tutto svanita.
Padre celeste, è ben questo il momento del silenzio
dei confidenziali colloqui.
Così fa' che sia benedetto anche questo tuo silenzio
come ogni parola che tu rivolgi all'uomo;
che egli non dimentichi che tu parli
anche quando taci.
Donagli, mentre è in attesa di te,
la consolazione di capire che tu taci per amore,
così come parli per amore;
di modo che, sia che tu taccia o parli,
sei sempre il medesimo Padre,
sia che ci guidi con la tua voce
o ci educhi col tuo silenzio.
- (Soren Kierkegaard)
- Tu che ci ami per primo
O Dio che ci hai amato per primo,
noi parliamo di te
come di un semplice fatto storico,
come se una volta soltanto
tu ci avessi amati per primo.
E tuttavia tu lo fai sempre.
Molte volte, ogni volta, durante tutta la vita,
tu ci ami per primo.
Quando ci svegliamo al mattino
e volgiamo a te il nostro pensiero,
tu sei il primo, tu ci hai amati per primo.
Se mi alzo all'alba e volgo a te,
in un medesimo istante, il mio animo,
tu mi hai già preceduto,
mi hai amato per primo.
Quando m'allontano dalle distrazioni,
e mi raccolgo per pensare a te,
tu sei stato il primo.
E così sempre.
E poi, noi ingrati,
parliamo come se una volta sola
tu ci avessi amato così per primo!
- (Soren Kierkegaard)
- Dalla tua mano
Dalla tua mano, o Dio,
noi vogliamo accettare tutto.
Tu stendi la tua mano
e abbatti i potenti nella loro stoltezza.
Tu l'apri, la tua dolce mano,
e tutto ciò che vive, colmi di benedizione.
E anche se sembra che il tuo braccio si sia abbreviato,
accresci la nostra fede e la nostra confidenza
così che ti restiamo tutti fedeli.
E se sembra che alle volte
tu allontani da noi la tua mano,
oh, fa' che allora noi sappiamo
che tu la chiudi soltanto per raccogliere in essa
una sovrabbondanza di benedizione:
che tu la chiudi soltanto
per aprirla e riempire ogni cosa
che vive di benedizione.
- (Soren Kierkegaard)
Pregare non è...
Pregare non è tanto ottenere, quanto piuttosto diventare.
La preghiera è vera non quando è Dio che sta ad ascoltare ciò che gli domandiamo, ma quando l'orante persevera ad orare fino a quando si mette lui ad ascoltare, e ascolta quello che Dio vuole.
- (Sören Kierkegaard)
Nel momento del dolore
Signore nostro Dio,
tu conosci il nostro dolore
meglio di quanto noi stessi non lo conosciamo.
Tu sai come l'anima spaurita
facilmente inciampi in preoccupazioni
intempestive e immaginarie.
Noi ti preghiamo
di darci lume
per penetrare l'intempestività e l'orgoglio,
per disprezzare questi dolori
che ci siamo creati col nostro trafficare.
Ma quel dolore che tu stesso imponi,
dacci la grazia di accoglierlo umilmente dalla tua mano
e forza per portarlo.
SØREN KIERKEGAARD
* * *
Esistere significa "poter scegliere"; anzi, essere possibilità. Ma ciò non costituisce la ricchezza, bensí la miseria dell'uomo. La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti egli si trova sempre di fronte all'alternativa di una "possibilità che sí" e di una "possibilità che no" senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell'altro.
Soren Kierkegaard
Scrive Søren Kierkegaard nell’Esercizio del cristianesimo: «È come l’Assoluto che il cristianesimo è entrato nel mondo e non per consolare, come vorrebbe la ragione umana; al contrario esso parla sempre delle sofferenze che deve sopportare il cristiano o l’uomo in genere per diventare ed essere cristiano… C’è una differenza abissale infinita fra Dio e l’uomo; perciò si è visto che, nella situazione della contemporaneità, diventare cristiani… è per la ragione umana un tormento… E sarà sempre così, se il diventare cristiani significa in verità diventare contemporanei di Cristo… In rapporto all’Assoluto non c’è infatti che un solo tempo: il presente; per colui che non è contemporaneo con l’Assoluto, l’Assoluto non esiste affatto. E poiché Cristo è l’Assoluto, è facile vedere che rispetto a lui, è possibile solo una situazione: quella della contemporaneità» (S. Kierkegaard, Esercizio del cristianesimo, a cura di C. Fabro, Studium, Roma 1971, p. 126). Il danese Søren Kierkegaard, del quale è appena trascorso il 150° anniversario della morte, è stato uno dei massimi pensatori religiosi di tutti i tempi e una delle sue principali preoccupazioni fu quella di mettere al riparo la fede cristiana da qualsiasi annacquamento o facilitazione. A suo giudizio, quello cristiano è un messaggio radicalmente paradossale che esige dall’autentico credente una risposta altrettanto paradossale. Ma ciò è possibile soltanto se Cristo non viene considerato esclusivamente un personaggio storico, per quanto straordinario, ma un “vivente”, un “contemporaneo” che chiede a ciascun uomo di seguirlo “qui e ora”.
Seguire una persona
Sarebbe comodo confinare le parole, la vita, la morte e la resurrezione di Gesù tra gli eventi consegnati agli archivi della storia: in tal modo si priverebbe il Vangelo della sua capacità di fare presa sul presente e sulla vita di ognuno. La contemporaneità diventa allora la condizione essenziale perché ciascuno possa diventare davvero discepolo del Signore: per l’autentico cristiano non si tratta infatti di accettare una dottrina, ma di seguire una persona. Kierkegaard rifiuta un cristianesimo “visto a distanza”, ovvero illanguidito e privato della sua dirompente scandalosità: per lui, il paradosso di un Dio che si fa uomo non ammette comode vie di uscita.
Ammiratori e imitatori
Kierkegaard opera una netta distinzione tra l’ammiratore e l’imitatore di Cristo: «Signore Gesù Cristo - si legge ancora nell’Esercizio del cristianesimo -, Tu non sei venuto al mondo per essere servito e quindi neppure per farti ammirare o adorare nell’ammirazione. Tu eri la via e la vita, Tu hai chiesto solo “imitatori”. Risvegliaci dunque se ci siamo lasciati prendere dal torpore di questa seduzione, salvaci dall’errore di volerti ammirare o adorare nell’ammirazione invece di seguirti e assomigliare a Te» (Esercizio cit., p. 290). Secondo il filosofo di Copenhagen, ammirare significa ridurre l’annuncio cristiano a mera meditazione che, risultando fredda e impersonale, abolisce «l’elemento decisivo della predicazione cristiana, il momento personale, questo tu ed io» (Esercizio cit., p. 291). Ciò va a scontrarsi direttamente con la più intima natura della verità del Vangelo che non può essere spersonalizzata, valutata con distacco oppure freddamente esaminata; anzi, al contrario, è proprio essa a esaminare l’uomo che le si pone seriamente di fronte. È per questa ragione che l’imitatore, colui cioè che si impegna in prima persona nei confronti della Parola salvifica, si trova sempre sotto esame. Il vero cristiano testimonia la fede con la propria vita: si tratta di realizzare una reduplicazione del Cristo, un personale raddoppiamento esistenziale del Verbo, una sincera e vissuta imitazione del Signore. L’imitatore è colui che si fa improntare da Gesù e lo segue fino in fondo, rischiando in prima persona: «Quando non c’è alcun pericolo - scrive Kierkegaard -, quando regna la calma e quando tutto sta in favore del cristianesimo, è fin troppo facile scambiare l’ammiratore con l’imitatore e con tutta tranquillità può accadere che l’ammiratore muoia nell’illusione d’aver scelto la strada giusta. Attenzione quindi alla contemporaneità» (Esercizio cit., p. 302).