martedì 15 aprile 2014

Il grembiule del servizio



Giovedì santo il Pontefice tra i disabili di don Gnocchi

(Mario Ponzi) «Nel quinto anniversario della beatificazione di don Carlo Gnocchi, accogliere Papa Francesco in uno dei centri della fondazione dedicata al padre dei mutilatini è occasione di grande festa, motivo di gioioso orgoglio e autorevole spinta per tornare a riflettere sul senso più autentico del proprio operare accanto alle persone più fragili e al servizio della vita». Lo sottolinea monsignor Angelo Bazzari — terzo successore del beato don Gnocchi e da un ventennio alla guida dell’opera — commentando in questa intervista al nostro giornale la scelta del Pontefice di celebrare la messa in cena Domini del giovedì santo presso il centro Santa Maria della Provvidenza, della fondazione Don Gnocchi, a Roma.
Come è nata l’idea di invitare il Pontefice a rinnovare il gesto della lavanda dei piedi in una delle vostre strutture?
Abbiamo pensato di scrivere al Papa dopo che nell’analoga occasione del giovedì santo dell’anno scorso si era recato a celebrare la messa con la lavanda dei piedi nel carcere minorile di Casal del Marmo. Gli abbiamo proposto di visitare uno dei luoghi nei quali la vita si mostra in tutta la sua fragilità e in tutta la sua vulnerabilità. Poi qualche mese fa ho avuto l’opportunità di un brevissimo incontro con lui durante un’udienza in piazza San Pietro e gli ho ripetuto l’invito. Mi ha intensamente guardato e mi ha risposto: «Perché no? Pensiamoci...». E ora viene tra noi.
Non è la prima volta che un Pontefice visita uno dei vostri centri.
L’incontro con il Santo Padre è sempre un dono e come tale lo viviamo tutti: operatori, pazienti, familiari, volontari della fondazione Don Gnocchi. Anzi le dirò che quando il Papa viene tra noi è come se avessimo idealmente accanto a noi tutto il mondo della sofferenza e l’universo della disabilità. La visita di Papa Bergoglio esprime effettivamente la continuità di una lunga e gloriosa tradizione di particolare attenzione e solidale prossimità dei Pontefici all’opera dell’indimenticato “papà dei mutilatini” e “apostolo del dolore innocente”. Come non ricordare gli straordinari incontri di don Gnocchi con Pio XII e quelli successivi della fondazione con Giovanni XXIII e Paolo VI? Memorabili, in questi ultimi anni, sono state anche le visite di Giovanni Paolo II al centro Santa Maria della Pace di Roma, nel 1990, e le udienze in Vaticano nel 1997 e nel 2002. È poi ancora impressa nella memoria l’udienza concessaci da Benedetto XVI nel marzo 2010, nella basilica di San Pietro, quale momento di ringraziamento per la beatificazione di don Gnocchi e la consegna della sua reliquia al Santo Padre. Le impegnative e stimolanti parole dei successori di Pietro definiscono o configurano don Gnocchi “seminatore di speranza”, “genio della carità”, “maestro di vita”, “modello da imitare”: sono giacimenti di un patrimonio ideale e bussola di orientamento per il futuro.
Tutti i cristiani sono chiamati a prendersi cura dei più fragili della terra, ha scritto Papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium.
E don Gnocchi è andato perfino oltre questa pur lodevole e provvidenziale opera di assistenza e di cura. Ha sognato e operato per restaurare la persona umana, per “rifare l’uomo ferito e denudato dal dolore”, tramite un’opera riabilitativa capace di utilizzare al meglio il sapere scientifico e i mezzi tecnologici più avanzati del suo tempo, tenendo lo sguardo fisso alla sorgente di questa assolutezza e sacralità dell’uomo. In una sua opera, Restaurazione umana, ha scritto: «In un mondo di valori relativi e destinati a morire, la persona umana è l’unico valore assoluto e immortale. L’uomo individuo è qualcosa di assoluto, che esige un rispetto incondizionato e perciò non può mai essere ridotto a rango di un “mezzo”, essendo egli stesso un “fine” per tutto l’universo materiale e biologico che sta sotto di lui e che a lui è stato ordinato».
Una parola che ispira ancora oggi i suoi figli spirituali.
Direi che costituisce l’anima della fondazione. Tutti i suoi operatori sono quotidianamente impegnati accanto a disabili, anziani non autosufficienti, affetti da alzheimer o parkinson, malati terminali, persone con gravi cerebrolesioni o in stato vegetativo. Cercano così di essere annuncio di una vita che evangelicamente si trova quando la si perde. È il paradigma di ogni vita umana: quando la croce incontra l’umano, dalla provocazione della sofferenza, talvolta tanto inedita quanto inaudita, sgorga la forza incontenibile e prorompente della vita, per la prossimità di chi tiene e dà la mano ai più deboli. È la spinta vitale del messaggio e la forza vulcanica dell’azione di don Gnocchi che, a cinque anni dalla beatificazione — celebrata in piazza Duomo a Milano il 25 ottobre 2009 — vogliamo riproporre per riscaldare i cuori di tutti e rilanciare una speranza affidabile.
Il gesto di Papa Francesco servirà a rafforzare questa speranza che cercate di donare ai vostri assistiti?
Quello della lavanda dei piedi è il gesto semplice e convincente di una Chiesa chiamata da sempre a indossare il “grembiule del servizio” prestando attenzione e continuando a essere prossima alle vecchie e nuove forme di povertà e di fragilità — non solo per filantropia ma per amore evangelico — in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo sofferente; anche se ciò, come ha scritto Francesco, «apparentemente non ci porta vantaggi tangibili e immediati». È una tenera carezza del Papa al mondo della sofferenza e un gesto di evangelica misericordia che aiuta a ricordare come il grado di civiltà di una società va misurato sulla sua capacità di camminare con il ritmo di marcia degli ultimi e dei più deboli. È l’eredità di don Gnocchi, che gli oltre cinquemila operatori della fondazione cercano di custodire gelosamente e di declinare con fedeltà e coerenza ogni giorno, nel loro competente e appassionato impegno di servizio e di promozione della vita di quelle diecimila persone che ogni giorno accedono ai nostri centri alla ricerca di salute, di solidarietà e di compassione.

L'Osservatore Romano