giovedì 17 aprile 2014

Il pane che fa la comunione



Giovedì santo e l’ultima cena di Gesù.

(Inos Biffi)
Gesù nell’ultima cena (cfr. Matteo, 26, 26-28; Luca, 22, 19-20; 1 Corinzi, 11, 23-25), dando da mangiare ai suoi apostoli il pane, che definisce suo Corpo, e porgendo loro come bevanda il vino che chiama suo Sangue istituisce il sacramento dell’Eucaristia, ossia crea il banchetto pasquale cristiano e quindi una convivialità assolutamente nuova. Per comprenderne il contenuto, occorre chiarire il significato sia dei termini «corpo» e «sangue», sia dei termini «mangiare» e «bere».I termini «corpo» e «sangue» vanno intesi in senso semitico-biblico: essi indicano rispettivamente l’identità concreta, visibile di Gesù, quindi la sua vita, non trattenuta per sé, ma offerta in sacrificio. Il Signore nel Cenacolo consegna ai suoi commensali se stesso nella condizione del suo donarsi estremo. Permangono i segni sacramentali del pane e del vino, ma solo a fare da tramite alla presenza reale del Corpo e del Sangue di Cristo: essi conservano la loro sostanza “fisica”, che nutre materialmente, ma la loro sostanza, diciamo, “metafisica”, la loro profonda identità è quella del Signore. Si potrebbe dire che la funzione di tali segni visibili sia quella di segnare i confini storici, quindi temporali e spaziali, entro i quali si riflettono gli atti del Risorto, cioè i sacramenti.
In virtù della parola di Cristo il pane e il vino naturali sono sottratti alla loro profanità, per diventare tramiti della presenza di Gesù Cristo. Tale sottrazione avverte che non ogni pane è Pane di vita e che non a ogni coppa attingiamo al Sangue versato per la remissione dei peccati, ma soltanto al pane e al vino consacrati e convertiti.
La comunione eucaristica non consiste, tuttavia, nel masticare fisicamente il Corpo di Gesù o nel sorbire materialmente il suo Sangue. E, infatti, Gesù stesso corregge l’interpretazione contenuta nella domanda degli uditori di Cafarnao: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?» (Giovanni, 6, 52). Un’assunzione carnale — egli dichiara — non sarebbe di alcun giovamento: «La carne non giova a nulla». La manducazione che invece importa — quella che fa vivere in eterno ed è fonte di risurrezione — è la manducazione operata dallo Spirito, dal momento che «è lo Spirito che dà la vita» (Giovanni, 6, 63). È, in altri termini, la comunione “spirituale”. Ma occorre intendere rettamente il senso di “spirituale”, che non vuol dire un semplice desiderio privo di realtà e di concretezza. Esso indica invece la reciproca inesione operata dall’assunzione dell’Eucaristia, per la quale noi ci ritroviamo intimamente congiunti con Cristo e lui con noi. Ed è esattamente il significato dei termini «mangiare» e «bere» che, se avvengono nell’oggettività di una consumazione dei dati sacramentali visibili, rimandano a un’efficacia che si compie sul piano soprannaturale o di grazia. «Io sono — dice infatti Gesù — il pane vivo disceso dal cielo» (Giovanni, 6, 51).
Ma occorre un’ulteriore puntualizzazione. Il Signore dichiara che il pane che egli dà è la sua «carne per la vita del mondo», ossia il suo sacrificio. Chi riceve l’Eucaristia diviene consorte della passione di Cristo; inghiottisce, si direbbe, il suo stesso destino supremo. Ma questo avviene non perché nell’Eucaristia è presente il Corpo morto o morente di Cristo — ci sarebbero due corpi di Gesù, quello risorto e quello paziente nel sacramento, quando invece l’unico Corpo di Cristo ora esistente è quello risorto. Ed è esattamente il Signore risorto e assiso alla destra del Padre che, in virtù della sua gloria e mediante il dono del suo Spirito, ci rende partecipi del sacrificio della croce. Questo sacrificio, infatti, è perfetto, definitivo; avvenuto, «una volta per tutte» nella storia, è tuttavia sottratto alla precarietà e all’insufficienza degli antichi sacrifici, che si esaurivano ed erano bisognosi di essere ripetuti. L’offerta del Calvario presenta una validità permanente e perennemente salvifica. Ed è quello che la Lettera agli Ebrei intende sottolineare quando definisce il sacrificio della croce un sacrificio celeste e spirituale.
Ignazio di Antiochia scriveva: «Come nutrimento voglio il pane di Dio, che è la carne di Cristo, e come bevanda il suo sangue, che è l’amore incorruttibile» (Lettera ai Romani, 7, 3). È questo Amore che Gesù ha consegnato ai suoi apostoli durante l’ultima cena. Senza la condivisione reale di questo Amore, l’Eucaristia, anche se ritualmente moltiplicata, non riuscirebbe. In altre parole: solo chi ama fa veramente la comunione.
L'Osservatore Romano