Personalità, pensiero e opera di Karol Wojtyła.
(Gianfranco Ravasi) L’imponente e sontuoso volume che si apre ora davanti al lettore sembra idealmente partecipare alla grande tradizione dei codici miniati del passato ove alla gloria dei testi si accompagnava lo splendore delle immagini. Certo, oggi non è più il copista amanuense o il miniatore che fanno brillare le pagine, enluminer, come si diceva in francese per indicare l’opera della miniatura e come già evocava Dante attraverso la figura di Oderisi da Gubbio, «onor di quell’arte / ch’alluminar chiamata è in Parisi» (Purgatorio, XI, 80-81). Ora le tecniche sono più sofisticate e complesse, i canoni tipografici sono ben lontani dalla creatività personale; tuttavia attraverso i saggi che costituiscono la base di quest’opera e l’iconografia di un grande artista come Giuliano Vangi, permane la volontà di consegnare un messaggio e un ricordo per immagini che perduri nel tempo.
È ciò che avviene con le pagine che seguiranno, dominate da una figura che si è levata sulla pianura della storia, attuando per certi versi l’appello di Cristo ad essere una città eretta sopra la cima di un monte, impossibile ad essere nascosta e ignorata (Matteo, 5, 14). Giovanni Paolo II non è, infatti, avvolto solo nell’aureola della santità riconosciutagli dalla Chiesa il 27 aprile 2014, ma è anche una sorta di punto di riferimento capitale nella vicenda vissuta dall’umanità sul crinale di due secoli e di due millenni. La sua biografia umana, spirituale ed ecclesiale dalle molteplici dimensioni e dai differenti colori e sfumature può essere idealmente affidata al simbolo della bellezza.
Infatti, come avviene nelle due lingue principali della Bibbia, l’ebraico e il greco, un unico aggettivo “estetico” può esprimere diverse connotazioni: l’ebraico tôb indica contemporaneamente il «bello», il «buono» e persino l’«utile», e il kalòs greco, l’aggettivo tipico della bellezza, può inglobare in sé anche il fulgore del bene e della verità, come si ha nella celebre autodefinizione giovannea di Cristo: «Io sono il pastore kalòs», bello, buono e giusto (Gv, 10, 11.14). Similmente di fronte ai suoi miracoli la folla esclamerà: «Ha fatto kalôs ogni cosa!» (Mc, 7, 37), riconoscendo le sue opere buone e belle, mentre san Paolo esorterà a compiere il bene in modo analogo usando il verbo greco kalopoièin per indicare la giusta azione morale, il «fare il bene» in modo bello.
Perciò, questo bel volume ha voluto raccogliere, all’insegna della bellezza/bontà/verità/giustizia unite quasi come corolla di un unico fiore, i tanti lineamenti che compongono il volto umano, spirituale e pastorale di san Giovanni Paolo II, dalla filosofia alla teologia, dalla spiritualità al suo immenso magistero papale, dalla testimonianza di fede all’esperienza umana nella gioia e nel dolore, dalla santità della vita alla missione ecclesiale. Nasce, così, un ritratto vivo e “mobile” che assume in sé tanti volti i quali, come in un mosaico, si ricompongono nella pienezza dell’unica realtà, quella di un uomo kalòs e quindi bello, buono, santo.
Sono dodici questi profili che ora scorreranno davanti a noi. Innanzitutto su di lui si riflette il volto unico e indispensabile per il cristiano, quello di Cristo, che è stato il cuore pulsante della sua esistenza e il centro della sua missione in tutte le varie tappe. A Piero Coda tocca il compito arduo di cogliere questo nodo vitale di Papa Wojtyła. Accanto a Cristo, quasi come in un’icona unitaria, appare la presenza di Maria, che Vincenzo Battaglia ricostruisce dagli scritti e dalla devozione di un Papa che già nel suo stemma episcopale aveva la M mariana come emblema dominante. Subito, però, come terzo tratto ecco entrare in scena quel volto sofferente ancora stampato negli occhi della folla dei credenti ma anche di tutta l’umanità negli ultimi anni del suo pontificato. Questo tema, modulato sulla stessa passione di Gesù, costituisce, però, anche la sostanza di tante sue pagine e discorsi, come attesta la ricerca di Konrad Krajewski e Tomasz Trafny.
Dopo questa prima trilogia — Cristo, Maria, il dolore — si apre il grandioso polittico dell’azione apostolica di san Giovanni Paolo II col suo ingresso nel mondo e il suo incontro con le folle, con le loro attese, le interrogazioni, le speranze, i drammi, le vicende personali e sociali. Ecco, allora, attraverso il disegno tematico di Eugenia Scabini, la realtà complessa della famiglia con la presenza femminile tanto esaltata da questo Pontefice. Accanto si presentano i giovani, evocati da Domenico Sigalini, destinatari delle Giornate Mondiali della Gioventù, divenute una delle eredità più preziose del suo ministero pastorale.
Ma il suo sguardo si estendeva anche alla trama molto variegata delle questioni e dei problemi che fremevano nel tessuto della società. Così il nostro ideale polittico si allarga con l’attenzione appassionata di san Giovanni Paolo II alla cultura, espressione antropologica alta e spesso decisiva, come dimostra Pasquale Iacobone nella sua analisi del dialogo tra fede e cultura, promosso instancabilmente da questo Papa, che alle spalle aveva anche un passato di docente, di artista e di intellettuale. La sua dottrina sociale, espressa in encicliche fondamentali e delineata da Giampaolo Crepaldi, si associa idealmente allo sguardo planetario del confronto interreligioso e interculturale, da lui instaurato in modo intenso e originale, come testimoniano le analisi di Piero Stefani e Guido Mocellin.
Alla fine — dopo la famiglia, la donna, i giovani, la cultura, la società, le religioni — ecco apparire un’ultima trilogia che marca il forte impegno pastorale e spirituale di Papa Wojtyła. La missione di evangelizzare, presentata da Gian Maria Vian, è stata l’anima costante del suo ministero perché essa è l’anima della stessa Chiesa per volontà del suo Signore («Andate e fate discepoli tutti i popoli», Mt, 28, 19). Il Grande Giubileo del 2000, vero e proprio spartiacque della storia contemporanea, un evento conservato nella memoria di tutti con la sua presenza che recava in sé già le sfumature della sofferenza fisica, è il secondo quadro di questo trittico, tratteggiato da Pasquale Iacobone, mentre in finale, immerso nella contemplazione e nel dialogo comunitario con il Dio della liturgia, ecco il Papa orante, così come lo descrive chi gli era accanto in quei momenti mistici, Piero Marini.
Ora, però, noi vorremmo ritornare a quella sigla ideale che abbiamo impresso a questo volume, ai suoi testi e alle sue immagini commemorative. Sarà questo il dodicesimo profilo di quella fisionomia così ricca, multiforme e feconda, che è stata la figura di san Giovanni Paolo II.
Infatti, c’è un aspetto che è stato espresso da lui in modo appassionato e che, a nostro avviso, non è secondario anche perché nella stessa storia della Chiesa la via pulchritudinis è stata particolarmente seguita. Intendiamo parlare, quindi, della bellezza come una componente rilevante della personalità, del pensiero e dell’opera di Karol Wojtyła.
Il nostro non è, però, un saggio biografico o tematico compiuto né un ritratto perfetto. Sarà soltanto un abbozzo, disegnato quasi a carboncino, con segni essenziali. Dovremo, perciò, delimitare alcuni confini. Così, pur con rincrescimento, non entriamo nell’orizzonte luminoso e polimorfo della sua produzione letteraria soprattutto poetica e teatrale: solo per evocare due titoli, tra i più noti, pensiamo al dramma La bottega dell’orefice, destinato a quella compagnia teatrale che Karol Wojtyła aveva costituito a Cracovia, o al poema Trittico romano, ove il Papa riviveva l’eccezionale, anzi unica esperienza della sua elezione all’interno di quel gioiello assoluto di arte e fede che è — come egli la definiva — «la policromia Sistina».
Noi, invece, riserveremo un’attenzione particolare al suo magistero specifico sulla bellezza nelle vesti di Pontefice. Naturalmente il testo capitale è quella sorprendente Lettera agli artisti che reca la data emblematica della Pasqua 1999, un testo posto quasi a portale d’ingresso del Grande Giubileo del 2000. (...) La Lettera agli artisti costituisce il testo fondamentale dell’insegnamento di Giovanni Paolo II sulla bellezza artistica ma anche sul dialogo con gli artisti, seguendo la scia degli interventi precedenti di straordinaria intensità e suggestione proposti da Paolo VI e in preparazione ai successivi pronunciamenti di Benedetto XVI. Lo scritto di Papa Wojtyła intreccia mirabilmente il percorso antropologico e morale con la prospettiva teologica in un impasto di forte passione ma anche di grande rigore ideale.
È una sorpresa scoprire all’interno di un documento pontificio la presenza di Dante e di Dostoevskij, di Claudel e di quel grande cantore della bellezza delle icone che è stato Pavel Florenskij. Sorprende anche veder accostati alle rarefatte intuizioni di Nicolò Cusano gli impasti cromatici sontuosi di Chagall. Che a scrivere questa Lettera agli artisti sia un Papa che — come si è detto — è stato drammaturgo, poeta, scrittore e, per certi versi, una voce che canta, lo si vede da questi riferimenti e da quelli legati anche alla cultura della sua terra. Da un lato, infatti, nello scritto appare una citazione di Adam Mickiewicz (1798-1855), il bardo del popolo polacco, e d’altro lato si evoca la figura di Cyprian K. Norwid (1821-1883), amico di Chopin, divenuto celebre per la poesia Il pianoforte di Chopin, che è divenuta una specie di emblema nazionale polacco. Era stato lui a cantare l’arte come il fiore dell’amore che affonda le sue radici nel terreno della libertà.
Ma ovviamente la Lettera di un Papa ha sempre una finalità ulteriore, teologica e spirituale, pastorale ed ecclesiale. La base, però, di questo documento intenso e suggestivo è storica, si annoda cioè a quel filo d’oro che ha sempre unito attraverso i secoli fede e arte. (...)
Questo connubio s’è, però, negli ultimi tempi incrinato e forse spezzato. È per questo che Giovanni Paolo II rilancia agli artisti il messaggio del Concilio, quel testo bellissimo che ebbi anch’io la fortuna di ascoltare dal vivo la mattina dell’8 dicembre 1965 in piazza San Pietro: «A voi tutti, artisti che siete innamorati della bellezza e che per essa lavorate… Oggi come ieri la Chiesa ha bisogno di voi, si rivolge a voi. Essa vi dice con la nostra voce: non lasciate interrompere un’alleanza fra tutte!». Paolo VI, un Pontefice tanto sensibile all’arte, alla poesia, alla musica, al pensiero, aveva ripetutamente ribadito durante il suo grande e profondo magistero questo tema dell’ “alleanza” da ritessere tra arte e fede.
Anche la Lettera di Giovanni Paolo II lo fa con insistenza, non solo ripercorrendo l’arco glorioso del passato quando dall’artista «la materia era piegata all’adorazione del mistero» e l’icona diveniva «in un certo senso sacramento» della presenza divina, ma anche con la convinzione — espressa sottovoce e sotto il velo di una domanda — che «l’arte ha bisogno della Chiesa». Ha bisogno perché la Bibbia è «il grande lessico» iconografico dell’arte (Claudel), è «l’alfabeto colorato della speranza in cui hanno intinto il loro pennello gli artisti di tutti i secoli» (Chagall). L’arte ha bisogno della fede cristiana anche perché «il dogma centrale dell’Incarnazione del Verbo di Dio offre all’artista un orizzonte particolarmente ricco di motivi di ispirazione».
Ma dalla storia la riflessione del Papa si protende lungo una traiettoria squisitamente teologica. L’arte è un’epifania della bellezza divina ed è perciò generazione di grazia e di illuminazione; è, per usare una celebre locuzione dantesca, «a Dio nepote». La lettura di questa dimensione trascendente dell’arte è condotta da Giovanni Paolo II in chiave trinitaria. L’artista partecipa all’opera creatrice del Padre: «Dio ha chiamato all’esistenza l’uomo trasmettendogli il compito d’essere artefice…, chiamandolo a condividere la sua potenza creatrice». L’Incarnazione del Figlio ha irradiato di luce, verità e bellezza la storia e il mondo, rendendoli disponibili all’occhio, alla mente e al cuore dell’artista.
E, infine, lo Spirito Santo, «misterioso artista dell’universo», che «pervade sin dall’inizio l’opera della creazione», trasfigura ogni creazione artistica «con una sorta di illuminazione interiore che unisce insieme l’indicazione del bene e del bello», offrendo così «la possibilità di fare una qualche esperienza dell’Assoluto che lo trascende».
Concludiamo, allora, il nostro breve e sintetico profilo di questo “Papa della bellezza”, di una bellezza considerata come espressione di santità, con un’ultima menzione. Essa riguarda un evento particolare, nella cornice del Grande Giubileo del 2000, cioè lo specifico Giubileo degli Artisti, svoltosi dal 17 al 19 febbraio. Giovanni Paolo II li volle incontrare al termine della celebrazione eucaristica, per ricordare loro che «l’artista vive con la bellezza una particolare relazione», tanto da affermare che è proprio questa «la vocazione a lui rivolta dal Creatore». In questa luce egli riproponeva «la feconda alleanza» tra Chiesa e arte, esaltando di nuovo la dimensione evangelizzatrice della bellezza artistica: «Se si è capaci di scorgere nelle molteplici manifestazioni del bello un raggio della bellezza suprema, allora l’arte diventa una via verso Dio».
Lasciamo la dimostrazione di questo asserto proprio all’esercizio poetico personale dell’allora arcivescovo di Cracovia, attraverso un suo testo poetico intitolato Veglia pasquale 1966, presente nella sua raccolta poco nota Pietra di luce. Lo sfondo è quello dell’attesa alba di Pasqua, quando la notte lascia libero spazio al duello tra disperazione e speranza, quando sembrano addensarsi attorno alla tomba di Cristo tutte le lotte della storia. Ma quel tumulo si rivelerà come un grembo di vita e un germe fecondo di significato per l’intero essere ed esistere dell’umanità, superando le spiegazioni parziali, sconcertanti e persino contraddittorie. Ecco, dunque, la voce della fede e della poesia del futuro Papa della bellezza: «V’è una Notte in cui vegliando al Tuo sepolcro, / più che mai siamo Chiesa, / è la notte in cui lottano in noi disperazione e speranza: / questa lotta si sovrappone sempre a tutte le lotte della storia / interamente impregnandole / (perdono il loro senso? O solamente allora l’acquistano?) / In questa notte il rito della terra si ricongiunge al suo inizio, / mille anni come un’unica Notte: / Notte di veglia al Tuo sepolcro.
L'Osservatore Romano
Infatti, come avviene nelle due lingue principali della Bibbia, l’ebraico e il greco, un unico aggettivo “estetico” può esprimere diverse connotazioni: l’ebraico tôb indica contemporaneamente il «bello», il «buono» e persino l’«utile», e il kalòs greco, l’aggettivo tipico della bellezza, può inglobare in sé anche il fulgore del bene e della verità, come si ha nella celebre autodefinizione giovannea di Cristo: «Io sono il pastore kalòs», bello, buono e giusto (Gv, 10, 11.14). Similmente di fronte ai suoi miracoli la folla esclamerà: «Ha fatto kalôs ogni cosa!» (Mc, 7, 37), riconoscendo le sue opere buone e belle, mentre san Paolo esorterà a compiere il bene in modo analogo usando il verbo greco kalopoièin per indicare la giusta azione morale, il «fare il bene» in modo bello.
Perciò, questo bel volume ha voluto raccogliere, all’insegna della bellezza/bontà/verità/giustizia unite quasi come corolla di un unico fiore, i tanti lineamenti che compongono il volto umano, spirituale e pastorale di san Giovanni Paolo II, dalla filosofia alla teologia, dalla spiritualità al suo immenso magistero papale, dalla testimonianza di fede all’esperienza umana nella gioia e nel dolore, dalla santità della vita alla missione ecclesiale. Nasce, così, un ritratto vivo e “mobile” che assume in sé tanti volti i quali, come in un mosaico, si ricompongono nella pienezza dell’unica realtà, quella di un uomo kalòs e quindi bello, buono, santo.
Sono dodici questi profili che ora scorreranno davanti a noi. Innanzitutto su di lui si riflette il volto unico e indispensabile per il cristiano, quello di Cristo, che è stato il cuore pulsante della sua esistenza e il centro della sua missione in tutte le varie tappe. A Piero Coda tocca il compito arduo di cogliere questo nodo vitale di Papa Wojtyła. Accanto a Cristo, quasi come in un’icona unitaria, appare la presenza di Maria, che Vincenzo Battaglia ricostruisce dagli scritti e dalla devozione di un Papa che già nel suo stemma episcopale aveva la M mariana come emblema dominante. Subito, però, come terzo tratto ecco entrare in scena quel volto sofferente ancora stampato negli occhi della folla dei credenti ma anche di tutta l’umanità negli ultimi anni del suo pontificato. Questo tema, modulato sulla stessa passione di Gesù, costituisce, però, anche la sostanza di tante sue pagine e discorsi, come attesta la ricerca di Konrad Krajewski e Tomasz Trafny.
Dopo questa prima trilogia — Cristo, Maria, il dolore — si apre il grandioso polittico dell’azione apostolica di san Giovanni Paolo II col suo ingresso nel mondo e il suo incontro con le folle, con le loro attese, le interrogazioni, le speranze, i drammi, le vicende personali e sociali. Ecco, allora, attraverso il disegno tematico di Eugenia Scabini, la realtà complessa della famiglia con la presenza femminile tanto esaltata da questo Pontefice. Accanto si presentano i giovani, evocati da Domenico Sigalini, destinatari delle Giornate Mondiali della Gioventù, divenute una delle eredità più preziose del suo ministero pastorale.
Ma il suo sguardo si estendeva anche alla trama molto variegata delle questioni e dei problemi che fremevano nel tessuto della società. Così il nostro ideale polittico si allarga con l’attenzione appassionata di san Giovanni Paolo II alla cultura, espressione antropologica alta e spesso decisiva, come dimostra Pasquale Iacobone nella sua analisi del dialogo tra fede e cultura, promosso instancabilmente da questo Papa, che alle spalle aveva anche un passato di docente, di artista e di intellettuale. La sua dottrina sociale, espressa in encicliche fondamentali e delineata da Giampaolo Crepaldi, si associa idealmente allo sguardo planetario del confronto interreligioso e interculturale, da lui instaurato in modo intenso e originale, come testimoniano le analisi di Piero Stefani e Guido Mocellin.
Alla fine — dopo la famiglia, la donna, i giovani, la cultura, la società, le religioni — ecco apparire un’ultima trilogia che marca il forte impegno pastorale e spirituale di Papa Wojtyła. La missione di evangelizzare, presentata da Gian Maria Vian, è stata l’anima costante del suo ministero perché essa è l’anima della stessa Chiesa per volontà del suo Signore («Andate e fate discepoli tutti i popoli», Mt, 28, 19). Il Grande Giubileo del 2000, vero e proprio spartiacque della storia contemporanea, un evento conservato nella memoria di tutti con la sua presenza che recava in sé già le sfumature della sofferenza fisica, è il secondo quadro di questo trittico, tratteggiato da Pasquale Iacobone, mentre in finale, immerso nella contemplazione e nel dialogo comunitario con il Dio della liturgia, ecco il Papa orante, così come lo descrive chi gli era accanto in quei momenti mistici, Piero Marini.
Ora, però, noi vorremmo ritornare a quella sigla ideale che abbiamo impresso a questo volume, ai suoi testi e alle sue immagini commemorative. Sarà questo il dodicesimo profilo di quella fisionomia così ricca, multiforme e feconda, che è stata la figura di san Giovanni Paolo II.
Infatti, c’è un aspetto che è stato espresso da lui in modo appassionato e che, a nostro avviso, non è secondario anche perché nella stessa storia della Chiesa la via pulchritudinis è stata particolarmente seguita. Intendiamo parlare, quindi, della bellezza come una componente rilevante della personalità, del pensiero e dell’opera di Karol Wojtyła.
Il nostro non è, però, un saggio biografico o tematico compiuto né un ritratto perfetto. Sarà soltanto un abbozzo, disegnato quasi a carboncino, con segni essenziali. Dovremo, perciò, delimitare alcuni confini. Così, pur con rincrescimento, non entriamo nell’orizzonte luminoso e polimorfo della sua produzione letteraria soprattutto poetica e teatrale: solo per evocare due titoli, tra i più noti, pensiamo al dramma La bottega dell’orefice, destinato a quella compagnia teatrale che Karol Wojtyła aveva costituito a Cracovia, o al poema Trittico romano, ove il Papa riviveva l’eccezionale, anzi unica esperienza della sua elezione all’interno di quel gioiello assoluto di arte e fede che è — come egli la definiva — «la policromia Sistina».
Noi, invece, riserveremo un’attenzione particolare al suo magistero specifico sulla bellezza nelle vesti di Pontefice. Naturalmente il testo capitale è quella sorprendente Lettera agli artisti che reca la data emblematica della Pasqua 1999, un testo posto quasi a portale d’ingresso del Grande Giubileo del 2000. (...) La Lettera agli artisti costituisce il testo fondamentale dell’insegnamento di Giovanni Paolo II sulla bellezza artistica ma anche sul dialogo con gli artisti, seguendo la scia degli interventi precedenti di straordinaria intensità e suggestione proposti da Paolo VI e in preparazione ai successivi pronunciamenti di Benedetto XVI. Lo scritto di Papa Wojtyła intreccia mirabilmente il percorso antropologico e morale con la prospettiva teologica in un impasto di forte passione ma anche di grande rigore ideale.
È una sorpresa scoprire all’interno di un documento pontificio la presenza di Dante e di Dostoevskij, di Claudel e di quel grande cantore della bellezza delle icone che è stato Pavel Florenskij. Sorprende anche veder accostati alle rarefatte intuizioni di Nicolò Cusano gli impasti cromatici sontuosi di Chagall. Che a scrivere questa Lettera agli artisti sia un Papa che — come si è detto — è stato drammaturgo, poeta, scrittore e, per certi versi, una voce che canta, lo si vede da questi riferimenti e da quelli legati anche alla cultura della sua terra. Da un lato, infatti, nello scritto appare una citazione di Adam Mickiewicz (1798-1855), il bardo del popolo polacco, e d’altro lato si evoca la figura di Cyprian K. Norwid (1821-1883), amico di Chopin, divenuto celebre per la poesia Il pianoforte di Chopin, che è divenuta una specie di emblema nazionale polacco. Era stato lui a cantare l’arte come il fiore dell’amore che affonda le sue radici nel terreno della libertà.
Ma ovviamente la Lettera di un Papa ha sempre una finalità ulteriore, teologica e spirituale, pastorale ed ecclesiale. La base, però, di questo documento intenso e suggestivo è storica, si annoda cioè a quel filo d’oro che ha sempre unito attraverso i secoli fede e arte. (...)
Questo connubio s’è, però, negli ultimi tempi incrinato e forse spezzato. È per questo che Giovanni Paolo II rilancia agli artisti il messaggio del Concilio, quel testo bellissimo che ebbi anch’io la fortuna di ascoltare dal vivo la mattina dell’8 dicembre 1965 in piazza San Pietro: «A voi tutti, artisti che siete innamorati della bellezza e che per essa lavorate… Oggi come ieri la Chiesa ha bisogno di voi, si rivolge a voi. Essa vi dice con la nostra voce: non lasciate interrompere un’alleanza fra tutte!». Paolo VI, un Pontefice tanto sensibile all’arte, alla poesia, alla musica, al pensiero, aveva ripetutamente ribadito durante il suo grande e profondo magistero questo tema dell’ “alleanza” da ritessere tra arte e fede.
Anche la Lettera di Giovanni Paolo II lo fa con insistenza, non solo ripercorrendo l’arco glorioso del passato quando dall’artista «la materia era piegata all’adorazione del mistero» e l’icona diveniva «in un certo senso sacramento» della presenza divina, ma anche con la convinzione — espressa sottovoce e sotto il velo di una domanda — che «l’arte ha bisogno della Chiesa». Ha bisogno perché la Bibbia è «il grande lessico» iconografico dell’arte (Claudel), è «l’alfabeto colorato della speranza in cui hanno intinto il loro pennello gli artisti di tutti i secoli» (Chagall). L’arte ha bisogno della fede cristiana anche perché «il dogma centrale dell’Incarnazione del Verbo di Dio offre all’artista un orizzonte particolarmente ricco di motivi di ispirazione».
Ma dalla storia la riflessione del Papa si protende lungo una traiettoria squisitamente teologica. L’arte è un’epifania della bellezza divina ed è perciò generazione di grazia e di illuminazione; è, per usare una celebre locuzione dantesca, «a Dio nepote». La lettura di questa dimensione trascendente dell’arte è condotta da Giovanni Paolo II in chiave trinitaria. L’artista partecipa all’opera creatrice del Padre: «Dio ha chiamato all’esistenza l’uomo trasmettendogli il compito d’essere artefice…, chiamandolo a condividere la sua potenza creatrice». L’Incarnazione del Figlio ha irradiato di luce, verità e bellezza la storia e il mondo, rendendoli disponibili all’occhio, alla mente e al cuore dell’artista.
E, infine, lo Spirito Santo, «misterioso artista dell’universo», che «pervade sin dall’inizio l’opera della creazione», trasfigura ogni creazione artistica «con una sorta di illuminazione interiore che unisce insieme l’indicazione del bene e del bello», offrendo così «la possibilità di fare una qualche esperienza dell’Assoluto che lo trascende».
Concludiamo, allora, il nostro breve e sintetico profilo di questo “Papa della bellezza”, di una bellezza considerata come espressione di santità, con un’ultima menzione. Essa riguarda un evento particolare, nella cornice del Grande Giubileo del 2000, cioè lo specifico Giubileo degli Artisti, svoltosi dal 17 al 19 febbraio. Giovanni Paolo II li volle incontrare al termine della celebrazione eucaristica, per ricordare loro che «l’artista vive con la bellezza una particolare relazione», tanto da affermare che è proprio questa «la vocazione a lui rivolta dal Creatore». In questa luce egli riproponeva «la feconda alleanza» tra Chiesa e arte, esaltando di nuovo la dimensione evangelizzatrice della bellezza artistica: «Se si è capaci di scorgere nelle molteplici manifestazioni del bello un raggio della bellezza suprema, allora l’arte diventa una via verso Dio».
Lasciamo la dimostrazione di questo asserto proprio all’esercizio poetico personale dell’allora arcivescovo di Cracovia, attraverso un suo testo poetico intitolato Veglia pasquale 1966, presente nella sua raccolta poco nota Pietra di luce. Lo sfondo è quello dell’attesa alba di Pasqua, quando la notte lascia libero spazio al duello tra disperazione e speranza, quando sembrano addensarsi attorno alla tomba di Cristo tutte le lotte della storia. Ma quel tumulo si rivelerà come un grembo di vita e un germe fecondo di significato per l’intero essere ed esistere dell’umanità, superando le spiegazioni parziali, sconcertanti e persino contraddittorie. Ecco, dunque, la voce della fede e della poesia del futuro Papa della bellezza: «V’è una Notte in cui vegliando al Tuo sepolcro, / più che mai siamo Chiesa, / è la notte in cui lottano in noi disperazione e speranza: / questa lotta si sovrappone sempre a tutte le lotte della storia / interamente impregnandole / (perdono il loro senso? O solamente allora l’acquistano?) / In questa notte il rito della terra si ricongiunge al suo inizio, / mille anni come un’unica Notte: / Notte di veglia al Tuo sepolcro.
L'Osservatore Romano