mercoledì 2 aprile 2014

Omofobo a chi?


P.zza Montecitorio, flash mob contro l'omofobia
di Andrea Piccolo
Mi è capitato durante un viaggio sul treno veloce tra Milano e Roma, di vedere un uomo di sessanta anni circa, italiano, probabilmente meridionale a giudicare dall’accento, che si rivolgeva a un altro uomo di quaranta-quarantacinque anni, seduto dall’altro lato del corridoio, per chiedergli in modo garbato di abbassare il volume della voce, dato che stava conversando al telefono in modo chiassoso.
L’interpellato, indubbiamente extracomunitario per accento e tratti somatici, e come dal seguito della vicenda inequivocabilmente emerge, dopo aver tentato di liquidare la questione con un “faccio quello che mi pare, tu fatti gli affari tuoi”, dato che il primo uomo insisteva, sempre garbato ma determinato, facendo notare che lo stesso regolamento di viaggio del treno richiede un volume moderato di telefoni e conversazioni per non disturbare gli altri viaggiatori, ha cambiato strategia e alzando molto il volume della voce ha detto: “mi stai trattando così perché sono straniero! Tu ce l’hai con me perché sono straniero!”. E subito urlando a pieni polmoni ha continuato a ripetere all’indirizzo del primo: “Razzista! Razzista! Razzista!” strillandolo almeno una decina di volte. A quel punto c’erano non più di cinque o sei persone che sapevano cosa fosse successo, e almeno cinquanta persone nel vagone convinte di viaggiare loro malgrado in compagnia di uno schifoso, e chissà se pericoloso, razzista.
Il percorso che porta all’omofobia conclamata è identico nella sostanza, pur basandosi su una tattica più elaborata e meglio strutturata: basta fare una affermazione positiva in difesa della famiglia o del matrimonio, perché certi militanti prontamente, così prontamente che è legittimo pensare abbiano organizzato turni per le pause, la impugnino per travisarla, caricandola di un significato che non aveva assolutamente, strumentalizzandola a danno di chi l’ha pronunciata e dei valori che voleva sostenere.
-Il matrimonio è un fondamento della società.
-Quindi secondo te se due non sono sposati la società dovrebbe isolarli perché minacciata ?!?
-Ma no! Mica ho detto quello, però tra i pilastri su cui poggia una società l’unione “per sempre” di un uomo e una donna è in primo piano.
-Allora sei un bigotto, e forse anche fondamentalista: se due persone non sono credenti non dovrebbero mettere su famiglia e avere figli?
-Ma certo che possono! “Per sempre” non si riferiva necessariamente a una idea religiosa di matrimonio che in ogni civiltà, anche quelle non ispirate al cristianesimo, non è mai stato pensato con una data di scadenza, così lo ha recepito anche lo Stato quando è nato il matrimonio civile: un uomo e una donna che si uniscono senza porre un termine.
Mi riferisco qui agli stati moderni, lasciando aperta la questione se in antichità si sia originato prima l’istituto religioso o giuridico in quanto poco rilevante in questo caso.
-Quindi per te due persone dello stesso sesso non possono amarsi! Non possono desiderare di vivere insieme!
-Ma si, può essere, ma il matrimonio è un’altra cosa.
-Perché? Decidi tu cosa è il matrimonio? Decidi tu in che modo le persone devono volersi bene?
-No, però… tanto per cominciare due omosessuali non possono avere figli.
-Bravo! Meglio lasciare tanti bambini negli orfanotrofi anziché affidarli a chi gli darebbe amore e cure, pur di non farli avvicinare a persone gay.
Non sto dicendo che i bambini sono felici negli orfanotrofi, ma che hanno bisogno di un papà e una mamma.
Me lo immagino… ne conosco di famiglie dove il marito picchia la moglie o va a prostitute mentre la moglie ha l’amante. Come si fa a dire che sia preferibile a una famiglia omosessuale dove i due partner si rispettano e si vogliono bene? Come puoi essere così intollerante e omofobo?
Così, facendo una constatazione sul valore del matrimonio ci si trova sul banco degli imputati tra i peggiori bruti.
La cosa che salta all’occhio in questi discorsi, è che mentre si cerca di fare affermazioni di principio, che valgano in generale, dall’altra parte si ribatte con esempi limite, ma non si può fondare una norma sulle eccezioni che devono esserne invece i casi particolari. Mentre si vuole argomentare cercando un confronto ragionevole, spostano il problema e cambiano di fatto l’argomento da discutere, facendo sembrare il percorso della ragione inconcludente; si cerca di fare affermazioni positive strutturate e ben motivate, e ci si trova nella condizione di chi deve giustificarsi per tesi che non si sarebbe mai nemmeno lontanamente sognato di pronunciare; a volte, infine, mentre ci si esprime civilmente si viene apostrofati in modo brusco da persone arroganti.
Quando si dice che un bambino ha bisogno di un padre e una madre per crescere bene, nessuno sta autorizzando i padri a picchiare le madri davanti ai figli, non c’è proprio in nessun possibile significato recondito dell’affermazione; eppure spesso negli interventi successivi si pretende aperta quella interpretazione e ci si trova a discutere di violenza domestica che, per quanto tragica ed esecrabile, è inequivocabilmente un caso particolare e patologico della relazione di coppia. Credo si possa concordare sul fatto che dire “in ogni famiglia vi sono difficoltà, a volte grandi, nella relazione tra i coniugi” è tutt’altro che dire “in ogni famiglia il padre picchia la madre”, ma stranamente nella mente di qualcuno la verità della prima affermazione autorizza a generalizzare ogni sviluppo ipotizzabile, quasi che in ogni famiglia basti trovare la molla giusta da fare scattare ed ecco che il marito prontamente si avventerebbe sulla moglie per percuoterla, quando nella realtà l’uomo, proprio perché uomo, trova infamante anche solo l’idea di alzare le mani su una donna. (Devo ricordare di nuovo che tralascio i casi particolari, numericamente trascurabili e privi di rilevanza in questo caso?). Stesso discorso per analoghi ragionamenti, magari basati su fallacie meno evidenti ma non meno errati.
Tornando alla questione omofobia, a causa delle fallacie argomentative in cui si cade, questo modo di procedere nella discussione, in cui una tesi viene contestata facendo ricorso a casi particolari che spostano l’ambito del problema, chi sostiene la tesi iniziale sembra comunque in difficoltà: se rinuncia a inseguire gli interlocutori sui nuovi temi proposti, dato che questi sono solitamente casi di ingiusta discriminazione e intolleranza rischia di sembrare conciliante se non favorevole a comportamenti violenti; se invece si addentra nella discussione degli esempi di discriminazione e intolleranza, l’inevitabile ovvio consenso sui casi particolari usati per confutare la tesi di partenza, sembra indicare che si riconosca un errore nella affermazione iniziale.
Ma i nuovi temi sono fuori contesto e i casi particolari per definizione non generalizzabili. Riconoscere che ci sono coppie capaci di amarsi al di fuori di schemi istituzionalizzati non svuota il ruolo sociale del matrimonio; piuttosto, se questo ruolo sociale esiste, adoperarsi per moltiplicare a dismisura le eccezioni può solo indebolire il tessuto sociale, con conseguenze che non sono state indagate in anticipo. Che esistano casi di bambini maltrattati in famiglia o cresciuti al di fuori di essa, non dice assolutamente nulla in favore o contro il ruolo di un padre e una madre per la maturazione di una persona, e se tale ruolo riveste una qualche importanza, non si possono improvvisare e sperimentare forme di allevamento alternativo dei bambini senza rischiare di produrre danni devastanti su chi è più indifeso
Come se non bastasse, il termine “omofobia” è stato caricato di una gamma di significati che vanno dall’aggressione violenta di persone con tendenze omosessuali fino al semplice dissentire dalle idee sostenute negli ambienti LGBT. Non si tratta però di significati diversi veicolati dalla stessa parola: nella mente di chi ha coniato questo termine e ne detta l’utilizzo, tutti i significati intesi, tutte le azioni e le manifestazioni del pensiero etichettate come omofobe sarebbero accomunate dalla stessa insofferente avversione per chi è omosessuale. L’idea che si vuole suggerire in questo modo è che se io non condivido anche solo una tesi dell’ideologia LGBT è perché sono animato dallo stesso sentimento che porta alcuni fino ad aggredire fisicamente.
Chi è disposto a un confronto franco e intellettualmente leale, non fatica a capire che opporsi alle idee con idee richiede abilità e maturità dialettiche che sono in un altro mondo per chi pratica la violenza fisica, che le aggressioni effettivamente annoverate in cronaca sono opera di bulli e teppisti imbrancati, i quali approfittano dell’incontro con l’omosessuale per fare esplodere un disagio che deflagra allo stesso modo con tanti altri pretesti.
Omofobia è la parola d’ordine per guadagnare consenso all’agenda LGBT e si tratta di una strategia decisamente indovinata: il ruolo della vittima produce empatia e suscita comprensione, al punto da riscattare anche il senso di disgusto generato dal pietoso carrozzone “gay pride”. Ma l’idea di omofobia onnicomprensiva non ha senso e non regge alla prova dei fatti, tant’è che per giustificare inevitabili differenze di vedute tra gli stessi omosessuali hanno escogitato la forma “interiorizzata” dell’omofobia; praticamente un modo per dare dell’omofobo anche agli omosessuali, quando non sono allineati al pensiero unico LGBT.
Nonostante l’abile uso fattone, la parola “omofobia è problematica a cominciare dal significato etimologico, indica infatti una paura cui è più connaturale una fuga che non una aggressione, difatti negli ambienti LGBT hanno cominciato a sostituirla con “omonegatività”, anch’essa rigorosamente interiorizzabile.
Tenuto conto che nei casi visti prima il linguaggio viene piegato dalla dialettica per giustificare idee preconcette, nessuno può essere accusato di disprezzare o avversare gli omosessuali solo perché afferma che il matrimonio ha senso unicamente tra un uomo e una donna o che i bambini per crescere bene hanno bisogno del papà e della mamma.
Per accusarci di essere condizionati da stereotipi di genere ci giudicano in base a stereotipi etici. Non siamo disposti ad accettarlo. Non siamo omofobi.

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"Io, figlio di madri lesbiche. Ecco cosa mi mancava"
di Andrea Lavelli

Al di là dell’avanzata della dittatura del gender e delle lobby LGBT, al di là delle battaglie per le unioni e le adozioni per coppie dello stesso sesso, al di là del dibattito e delle ricerche scientifiche, c’è la situazione reale e drammatica di un numero sempre più alto di bambini cresciuti con coppie di genitori omosessuali  ai quali è stata rubata ingiustamente una parte di loro stessi.
Uno di questi è il professor Robert Oscar Lopez, docente di Inglese alla California State University, cresciuto fino all’età di 19 anni con la madre lesbica e la sua compagna e che oggi si chiede: «Abbiamo davvero bisogno di uno scienziato che ci dica che ogni bambino ha diritto a una madre e un padre? O che ci dica che ogni bambino ha per natura una madre e un padre? Concedere a una coppia omosessuale di sposarsi per essere felici insieme non è motivo sufficiente per tagliare la relazione di un bambino con sua madre o suo padre e dirgli che dovrebbe essere felice senza».

Professor Lopez, come è stata la sua infanzia e il rapporto con i suoi genitori?
Mia madre e mio padre erano già separati alla mia nascita e quando avevo due anni mia madre iniziò una relazione con una donna, durata fino alla morte di mia madre alla quale volevo molto bene, quando io avevo 19 anni. Mio papà non ha mai avuto alcun ruolo nella mia crescita e di queste tre figure “genitoriali” quella cui ero più legato era la compagna di mia madre. Sono poi rimasto senza casa e per sopravvivere ho dovuto ricrearmi una famiglia all’interno dell’ambiente LGBT con alcuni amici.
Alla fine degli anni ’80, poi, ha iniziato a frequentare l’università dichiarandosi bisessuale e entrando nel circolo LGBT: come è stato l’impatto con questo mondo?
In quegli anni l’ideologia gay stava prendendo forma nelle università. Nel mio campus aveva assunto una forma praticamente totalitaria, dove non erano previste ambiguità: o eri omosessuale o eri eterosessuale. Per uno come me che all’epoca ero molto confuso circa la mia identità sessuale, proprio a causa dell’ambiente in cui ero cresciuto, posso dire che tutta la discriminazione che ho ricevuto nel periodo universitario è venuta dal gruppo LGBT, non dall’“omofobia”.
La sua vita poi è cambiata attorno ai 30 anni grazie a due incontri speciali…
Nel 1998, quando avevo 27 anni, mi diagnosticarono un tumore: avevo bisogno di un intervento di emergenza. In quel momento sentii il bisogno di chiamare mio padre. Avevo un fortissimo desiderio di dirgli: “Sono tuo figlio e tu sei mio padre”! L’emozione è stata grande quando ho potuto dirglielo di persona di lì a poco, quando venne a trovarmi. Ritrovare mio padre ha cambiato la mia vita: mi sono sentito una persona di nuovo completa. Un parte di me che mi era stata tolta era ora era stata rimessa a posto. Qualche tempo dopo incontrai invece quella che sarebbe diventata mia moglie, una persona molto speciale che mi ha dato una bellissima bambina. Questi due incontri è come se avessero curato una ferita che sentivo dentro, facendomi ritrovare me stesso.
Stando alla sua esperienza, quale è la situazione reale dei bambini che si trovano a vivere in una famiglia omogenitoriale?
Questi bambini hanno sulle loro spalle molta più pressione di chiunque altro a tenere segrete le cose negative che succedono in casa: si devono spesso attenere a un copione. Inoltre non hanno il diritto di sentirsi arrabbiati o di soffrire per la mancanza di un genitore perché molto spesso nel momento in cui esprimono questo loro sentimento si ritrovano a dover affrontare la rabbia e la contrarietà di familiari, psicologi, professori e della comunità LGBT. Questi bambini, però, sono unici nella loro sofferenza perché nel loro caso la perdita del legame più importante, quello con uno dei genitori, è stata causata proprio da quelle persone che dicono di amarli più di ogni altra persona e che ciononostante li hanno derubati di una parte di loro stessi. Inoltre, mia madre e la sua amante erano una coppia molto inusuale perché la loro relazione è proseguita per anni, ma di solito le coppie di donne omosessuali hanno l’80% di possibilità in più di divorziare rispetto alle coppie etero e questo è ben visibile nei Paesi scandinavi dove le unioni omosessuali sono da tempo una realtà. Per le coppie di omosessuali maschi invece si parla del 20%, ma più della metà di queste unioni sono aperte, cioè almeno uno dei due partner ha regolarmente relazioni con altri uomini. So che dirlo è politicamente scorretto, ma io sono convinto che questo non è un ambiente adatto in cui crescere un bambino.
Un dato confermato anche da recenti studi.
Esatto. Ad esempio la ricerca del professor Mark Regnerus dell’Università del Texas, pubblicata nel 2012. Si tratta di uno studio autorevole che, prende in esame una larga fetta di popolazione americana esaminando le differenze tra i figli cresciuti in una casa omogenitoriale e quelli cresciuti un una famiglia naturale con i loro genitori biologici. I dati dicono che i figli cresciuti da una coppia omosessuale hanno, rispetto a quelli cresciuti dai loro genitori, un più alto tasso di suicidi, minori possibilità di diplomarsi, un alto tasso di disoccupazione (solo il 26 per cento dei ragazzi cresciuti all’interno delle coppie omosessuali ha un lavoro fisso contro il 60 per cento della media), maggiori probabilità di entrare nel mondo della droga, di contrarre malattie sessualmente trasmissibili e di andare in psicoterapia. Si tratta di uno studio autorevole, ma la battaglia dei dati scientifici è in corso ed è vero che la prima dittatura di oggi è quella scientifica, perché la scienza non cerca più la verità ma consenso politico. E so che le lobby LGBT continuano a dire che si sentono offesi da parole come queste… ma quanto è invece offensivo il fatto che secondo loro uno scienziato dovrebbe guardarmi in faccia e dirmi che stando ai suoi studi è giusto che mio padre sia stato tolto dalla mia vita?
Cosa l’ha fatta uscire allo scoperto e denunciare questa situazione?
Certamente è stato vedere la quantità sempre crescente di bambini cresciuti da coppie dello stesso sesso. Vedendo i continui viaggi di coppie omosessuali che si recano in Paesi come l’India con un uovo donato da una donna bianca per impiantarlo nell’utero di donne povere per avere un figlio bianco a costi più bassi, giustificando la procedura sotto la bandiera dei diritti omosessuali, mi sono detto: basta! Detto questo, l’egoismo si manifesta in tutti gli adulti senza distinzioni omo o etero. Se metti il bambino in una situazione a lui sfavorevole per favorire te stesso, lo stai usando e questo non è giusto perché il bambino non è una bambola: deve essere messo al primo posto. In questo senso anche il divorzio è un problema molto grande. Negli Stati Uniti la situazione è molto grave: circa un bambino su due nasce in famiglie dove per vari motivi manca il papà o la mamma. A voi italiani voglio dire questo: sarà anche il vostro futuro se non vi rimboccate le maniche e iniziate adesso a fare qualcosa.
Come agire?
Innanzitutto occorre vedere ogni persona come un essere umano e ricordarsi che il silenzio non è proprio dell’amicizia: un amico non sta in silenzio quando sa che una persona sta facendo del male a se stessa. Bisogna sempre amare le altre persone perché siamo tutti figli di Dio e tutti siamo peccatori e ricordarsi che c’è una bella differenza tra le lobby gay e le persone omosessuali: la lotta contro le lobby LGBT e i loro piani non è una battaglia contro le persone omosessuali. Ce ne sono svariate nella mia vita a cui voglio molto bene