lunedì 21 aprile 2014

“Santi insieme”, le ragioni di Papa Francesco

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Canonizzazioni: “Santi insieme”, le ragioni di Papa Francesco
AGI


- Wojtyla: in ginocchio davanti all'uomo

- Roncalli: Papa Francesco colpito dall'obbedienza di Giovanni XXIII
- Roncalli: nessun privilegio per i suoi familiari
(Salvatore Izzo) Sia Giovanni XXIII che Giovanni Paolo II saranno  proclamati santi domenica prossima grazie ad una decisione presa da Papa  Francesco al termine dei relativi processi di canonizzazione nei quali  entrambi hanno goduto di una accelerazione: Roncalli al termine  dell'iter, quando mancava l'approvazione di un secondo miracolo (da  scegliere tra i numerosissimi che gli sono stati attribuiti) e Bergoglio  ha concesso di saltare questa fase; Wojtyla all'inizio, quando Benedetto  XVI autorizzo' a derogare dall'attesa dei cinque anni dalla morte per  avviare la causa (secondo molti testimoni, tra cui il fotografo Arturo  Mari, lo stesso Joseph Ratzinger aveva ricevuto una grazia particolare  dal predecessore, in occasione di una grave malattia). Papa Francesco ha  spiegato le sue ragioni conversando con i giornalisti nel volo di  rientro da Rio de Janeiro lo scorso luglio.
"Fare la cerimonia di canonizzazione tutti e due insieme credo -  ha affermato il Pontefice - sia un messaggio alla Chiesa: questi due  sono bravi, sono bravi, sono due bravi".
"Giovanni XXIII - ha rilevato Papa Francesco nel dialogo con i  giornalisti - e' un po' la figura del 'prete di campagna', il prete che  ama ognuno dei fedeli, che sa curare i fedeli e questo lo ha fatto da  vescovo, come nunzio. Ma quante testimonianze di battesimo false ha  fatto in Turchia in favore degli ebrei! E' un coraggioso, un prete di  campagna buono, con un senso dell'umorismo tanto grande, tanto grande, e  una grande santita'". "Quando era nunzio, alcuni - ha raccontato il  Papa, che da arcivescovo di Buenos Aires ha vissuto un'esperienza simile  nei suoi vaiggi a Roma - non gli volevano tanto bene in Vaticano, e  quando arrivava per portare cose o chiedere, in certi uffici lo facevano  aspettare. Mai si e' lamentato: pregava il Rosario, leggeva il  Breviario, mai. Un mite, un umile, anche uno che si preoccupava per i  poveri". Un altro episodio citato da Papa Francesco in quell'occasione  riguardava il cardinal Casaroli (futuro segretario di Stato di Wojtyla,  allora promettente sottosegretario per i rapporti con gli Stati): "tornava da una missione, credo in Ungheria o in quella che era la  Cecoslovacchia di quel tempo, non ricordo quale delle due, e' andato da  lui a spiegargli come era stata la missione, in quella epoca della  diplomazia dei 'piccoli passi'. E hanno avuto l'udienza (20 giorni dopo  Giovanni XXIII  sarebbe morto) e mentre Casaroli se ne andava, lo
 fermo': 'Eccellenza, una domanda: lei continua ad andare da quei  giovani?' Perche' Casaroli andava al Carcere minorile  e giocava con  loro. E Casaroli ha detto: 'Si', si'!'. 'Non li abbandoni mai'. Questo  ad un diplomatico, che arrivava dal fare un  percorso di diplomazia, un  viaggio cosi' impegnativo, Giovanni XXIII ha detto: 'Non abbandoni mai i  ragazzi'. Ma e' un grande, un grande!".
Papa Francesco ha parlato con i giornalisti anche della decisione  di Roncalli di convocare il  Concilio: "e' stato - ha detto - un uomo  docile alla voce di Dio, perche' quello gli e' venuto dallo Spirito  Santo, gli e' venuto e lui e' stato docile. Pio XII pensava di farlo, ma  le circostanze non erano mature per farlo. Credo che Giovanni XXIII non  abbia pensato alle circostanze: lui ha sentito quello e lo ha fatto. Un  uomo che si lasciava guidare dal Signore".
"Di Giovanni Paolo II - ha poi continuato Francesco passando a  presentare la figura dell'altro Papa che sara' canonizzato il 27 aprile  - mi viene di dire 'il grande missionario della Chiesa': e' un  missionario, e' un missionario, un uomo che ha portato il Vangelo  dappertutto, voi lo sapete meglio di me. Ma Lei quanti viaggi ha fatto?
Ma andava! Sentiva questo fuoco di portare avanti la Parola del Signore. E' un Paolo, e' un San Paolo, e' un uomo cosi'; questo per me e'  grande".
Su Wojtyla, il nuovo Papa ha voluto sottolineare anche la decisione  del Papa polacco di dedicare al tema della Misericordia una delle piu'  importanti Encicliche del Pontificato (la Dives in misericordia)  riconoscendo che "la Chiesa e' Madre: deve andare a curare i feriti, con  Misericordia". "Ma - ha osservato - se il Signore non si stanca di  perdonare, noi non abbiamo altra scelta che questa: prima di tutto,  curare i feriti. E' mamma, la Chiesa, e deve andare su questa strada  della Misericordia. E trovare una misericordia per tutti. Ma io penso,  quando il figliol prodigo e' tornato a casa, il papa' non gli ha detto:  'Ma tu, senti, accomodati: che cosa hai fatto con i soldi?'. No! Ha  fatto festa! Poi, forse, quando il figlio ha voluto parlare, ha parlato.
 La Chiesa deve fare cosi'. Quando c'e' qualcuno, non solo aspettarli:  andare a trovarli!". "Questa - ha concluso Bergoglio - e' la Misericordia. E io credo  che questo sia un kairo's: questo tempo e' un kairo's di misericordia.
 Ma questa prima intuizione l'ha avuta Giovanni Paolo II, quando ha  incominciato con Faustina Kowalska, la Divina Misericordia: lui aveva  qualcosa, aveva intuito che era una necessita' di questo tempo".
Wojtyla: in ginocchio davanti all'uomo
Quante persone debbono la loro fede a Giovanni  Paolo II, che tra pochi giorni sara' proclamato santo da Papa Francesco?
Fare un elenco dei loro nomi sarebbe impossibile, tanto sono numerose.
Di molti, poi, e' certo inopportuno svelare l'identita'. Ad esempio,  negli atti del processo di canonizzazione e' raccontata la storia di un  sacerdote dal passato molto travagliato. Lasciato il ministero, si era  ridotto ad essere un barbone che dormiva in una traversa di via della  Conciliazione. E un vescovo italiano che si recava in Vaticano lo  riconobbe. Riusci' a inserirlo in un'udienza, e avviso' il Papa. Alla  fine dell'udienza, Giovanni Paolo II chiamo' in una sala vicino il  sacerdote barbone, si mise in ginocchio davanti a lui e gli chiese di  essere confessato. Il monsignore trovo' poi il sacerdote in lacrime;  alla fine della confessione il Papa gli aveva detto: "Vedi quanto grande  e' il sacerdozio? Non deturparlo".
Questo gesto di Papa Wojtyla di inginocchiarsi davanti alla  sofferenza di quel sacerdote sbandato, in definitiva, e' l'icona che  piu' ci restituisce il Pontefice della "Redemptor hominis", con la  riaffermazione della dignita' dell'uomo redento da Cristo, che e' stata  l'idea forza del suo Pontificato. Un'idea che tutti riuscivano a  cogliere: "Io chiedo il tuo aiuto per me e per i miei due figli. E' tutta la vita che soffro. Faccio la prostituta, neanche la mia mamma mi  voleva bene. Io non ho nessuno, solo te. Ti prego, fa che mi ritorni la  fede. Ti voglio bene", gli scrisse Lidia in uno dei biglietti poggiati  sulla tomba dopo un'interminabile fila nel maggio del '2005. Ed un'altra  donna con un passato di grande sofferenza, scrisse anche lei su uno dei  biglietti: "Mio marito e i miei bimbi... Tu sai tutto, della droga, dei  peccati e di tutto il male fatto. Tu ci hai mostrato cosa significa  amare il prossimo. Abbi pieta' di me e presenta le mie suppliche davanti  alla misericordia di Dio".
Il 24 maggio del 2000, don Oreste Benzi accompagno' da Papa  Wojtyla una ex prostituta nigeriana, Anna Eneonoja, 32 anni, malata di  Aids (sarebbe morta 9 mesi dopo). La giovane si era commossa e,  piangendo, aveva invocato l' aiuto di Giovanni Paolo II: "Papa', libera  le ragazze sulla strada, come me - aveva detto - io mi sono ammalata  sulla strada. Papa' la vita sulla strada e' schifosa. Ci sono molte  giovani ma anche tante bambine. Papa' libera le bambine sulla strada".
Don Benzi racconto' poi che il Papa, visibilmente commosso, aveva  accarezzato la ragazza sui capelli e lei gli aveva baciato le mani. "Ho  detto al Papa - rivelo' il sacerdote - che questa ragazza rappresentava  tutte le donne che hanno abbandonato la strada rischiando la propria  vita e le moltissime ragazze e bambine che ancora sono schiave dello  sfruttamento della prostituzione in mano a criminali senza scrupoli". "I  suoi racconti e il suo pianto - disse don Benzi ai funerali della  ragazza - erano una denuncia nei confronti di chi permette che nel  nostro paese ci siano ancora 50 mila ragazze in mano al racket".
"Ho visto il Papa in televisione: era in Sicilia, il vento gli  scompigliava i capelli. Lui stringeva il crocifisso e gridava: 'Mafiosi,  pentitevi' . E allora non ce l' ho fatta piu': ho deciso di parlare, di  raccontare quello che so...". Era il maggio 1993, Giovanni Paolo II  lancio' la sua invettiva e Carmine Alfieri piombo' in crisi spirituale.
Il padrino lo ha raccontato nell' aula bunker del carcere di Rebibbia,  guardato a vista da quattro agenti di scorta. "Adesso - disse - sono l'  uomo piu' felice del mondo, mi sento come un dannato che aspetta Caronte  sulla riva del fiume, per essere traghettato dall' altra parte ed  espiare i peccati". "Ho ricevuto la grazia della conversione da Giovanni  Paolo II. Dopo la morte di mio padre per un male incurabile mi ero  allontanata dalla Chiesa ma poi nel 2005, dopo la morte del Papa, ho  sentito dentro di me una voce che mi diceva 'vieni a pregare sulla mia  tomba'", racconta invece Anna Grazioli, una signora lombarda (di  Retrobido in provincia di Pavia), che dopo aver avvertito l'invito  interiore alla preghiera, nel 2005 giunse a Roma per pregare sulla tomba  di Giovanni Paolo II e da allora si e' "riavvicinata alla Chiesa  Cattolica".
E' noto che accanto ai compiti istituzionali legati prima al  ministero episcopale e poi a quello di successore di Pietro, Karol  Wojtyla ha sempre continuato un'attivita' pastorale diretta mantenendo  rapporti di amicizia e vicinanza con un numero rilevante di persone: dai  ragazzi del gruppo che da giovane sacerdote seguiva a Cracovia, giovani  che per tutta la vita hanno poi continuato a chiamarlo zio Lolek, ai  frequentatori delle sue messe del mattino, ammessi alla terza loggia del  Palazzo Apostolico poco dopo l'alba: personaggi importanti, come i  coniugi Ciampi, ma anche umili, come la famiglia di un netturbino della  zona di San Pietro. Si tratta in totale di centinaia di persone, tra cui  alcune famiglie di giornalisti provate da tragedie familiari (in  particolare la perdita di un figlio in circostanze drammatiche).
 Centinaia di persone, tutte vincolate a una certa riservatezza sulla  possibilita' loro concessa di ripetuti incontri cosi' familiari col  Papa. Alcuni di loro sono stati testimoni di veri e propri miracoli (dei  quali erano in qualche caso beneficiari).
Roncalli: Papa Francesco colpito dall'obbedienza di Giovanni XXIII
"Mi mancano alcune cose per essere come Giovanni  XXIII", ha scherzato Papa Francesco incontrando il 3 giugno scorso un  pellegrinaggio giunto da Bergamo per pregare in San Pietro davanti alle  spoglie mortali di Angelo Giuseppe Roncalli. "Sant'Ignazio, ma non  faccio pubblicita' - ha detto a braccio il primo gesuita salito al  Soglio di Pietro - diceva che un religioso per essere un bravo superiore  deve avere molte qualita', ma se non ha queste virtu' che almeno abbia  molta bonta'". Ed era questo - ha aggiunto - "un tratto che non mancava  certo a Giovanni XXIII".
Per Bergoglio, la bonta' e la pace di Papa Giovanni hanno radici  nella obbedienza ai suoi superiori ma soprattutto a Dio, ai cui  "disegni" Roncalli ha aderito, "senza sottrarsi a nulla di cio' che gli  veniva richiesto, anche quando cio' significo' lasciare la propria  terra, confrontarsi con mondi a lui sconosciuti, rimanere per lunghi  anni in luoghi dove la presenza dei cattolici era scarsissima". Infatti,  "ha costantemente riconosciuto, nella fede, che attraverso quel percorso  di vita apparentemente guidato da altri, non condotto dai propri gusti o  sulla base di una sensibilita' spirituale, Dio andava disegnando un suo  progetto". "In questa obbedienza evangelica", in questo spogliarsi  completamente di se stesso, ha spiegato Francesco, "sta la vera sorgente  della bonta' di papa Giovanni, della pace che ha diffuso nel mondo, qui  si trova la radice della sua santita': in questa sua obbedienza  evangelica".
Roncalli: nessun privilegio per i suoi familiari
Non c'e' dubbio che Angelo Roncalli si sentisse  a sua volta legatissimo alla propria famiglia, che amava teneramente. E  tuttavia penso' bene che la sua eredita' per loro dovesse essere  unicamente spirituale, avendo egli compiuto una scelta precisa di  poverta' francescana. Ecco ancora un punto di contatto con Papa  Francesco che gia' tre giorni dopo l'elezione, nella sua prima udienza  ha confidato: "Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri", mentre in  analoga occasione, quando Alberto Di Jorio, il cardinale preposto  all'amministrazione, gli fece conoscere le "condizioni di ricchezza  materiale del Vaticano", Giovanni XXIII scrisse subito: "insisto sempre  sul punto di questa ricchezza che e' una grande tentazione e un grande  pericolo" e, pur riconoscendo le esigenze di conformita' alla prudenza  di una buona amministrazione, si chiese: "Ma con questa soprabbondanza  non dovrebbe prevalere il 'de pauperibus'?".
"Dal mio trono vedevo in faccia i miei fratelli, Zaverio, Alfredo,  Giuseppe e Assunta coi nipoti. Erano sulla stessa linea di Fanfani e dei  rappresentanti del Governo Italiano, e la folla che riempiva il tempio,  devotissima ed entusiasta", annoto' nel suo diario il Papa commentando  la messa d'inizio del Pontificato. Infatti si rendeva conto della nuova  situazione venutasi a creare e dell'abisso fra i Sacri Palazzi e la  cascina dove i suoi continuavano la loro vita di sempre. I fratelli del  Santo Padre fotografati nei campi, nelle vigne, davanti al camino di  stanze modeste. E il nipote Giovanni Battista - che per tutta la vita  rimase poi un curato di campagna - costretto a prestare servizio  militare a causa di un disguido burocratico che lo zio Papa si rifiuto'  di far correggere perche' il suo intervento sul ministero della difesa  italiano sarebbe stato un privilegio.
"So bene che voi avrete a subire qualche mortificazione da parte di  chi vuol ragionare senza buon giudizio. Avere un Papa in famiglia, a cui  volgono gli sguardi rispettosi di tutto il mondo, e vivere, i suoi  parenti, cosi' modestamente, lasciandoli nelle loro condizioni  sociali!", confido' al fratello Zaverio. E aggiunse: "l'onore di un Papa  non e' di far arricchire i suoi parenti. Questo e' e sara' uno dei  titoli di onore piu' belli e piu' apprezzati di papa Giovanni, e della  sua famiglia Roncalli. Alla mia morte non mi manchera' l'elogio che fece  tanto onore alla santita' di Pio X: nato povero e morto povero".
 "Intanto, il sodo e' che io non mi vergogni mai della mia poverta', anzi  me ne compiaccia grandemente, come fanno i signori del mondo dei lo- ro  casati illustri, dei loro titoli di nobilta', delle loro livree. Sono  della stessa famiglia di Cristo; che desidero di piu'? Mi abbisogna  qualche cosa? La Provvidenza provvedera' con abbondanza, come sino ad  oggi ha sempre fatto", aveva confessato sul Giornale dell'anima Angelo  Roncalli, semplice chierico, nel dicembre 1902.
"E' naturale che, avendo io compiuto gli ottanta, anche tutti gli  altri mi vengano dietro. Coraggio, coraggio. Siamo in buona compagnia.
Io tengo sempre vicino al mio letto la fotografia che raccoglie, coi  loro nomi scritti sul marmo, tutti i nostri morti: nonno Angelo, barba  Zaverio, i nostri venerati genitori, il fratello Giovanni, le sorelle  Teresa, Ancilla, Maria ed Enrica. Oh! che bel coro di anime che ci  aspettano e pregano per noi! Io penso a loro sempre. Il ricordarli nella  preghiera mi da' coraggio e mi infonde letizia, nella fiduciosa attesa  di congiungerci a loro tutti insieme nella gloria celeste ed eterna",  volle far sapere ai familiari in occasione del suo 80esimo compleanno. E concluse: "Vi benedico tutti, insieme ricordando le spose tutte, venute  ad allietare la famiglia Roncalli o passate ad accrescere la gioia di  nuove famiglie, di diverso nome, ma di eguale sentimento. Oh, i bambini,  i bambini, quale ricchezza, e quale benedizione!". Anche nell'attenzione  per i piccoli, il Papa di oggi, Francesco, si rifa' all'esempio preciso  di Giovanni XXIII nel quale, come ha spiegato il 3 giugno scorso  ricordando i 50 anni dalla morte, fin da subito "il mondo intero aveva  riconosciuto un pastore e un padre. Pastore perche' padre". "Sono  anch'io vostro fratello, anche se davanti a Dio sono il primo dei  fratelli e in quanto pastore ho il compito di guidare i miei fratelli",  aveva detto con grande semplicita' Roncalli appena eletto, nel primo  incontro con i giornalisti (erano 400) nella Clementina. "C'e' chi si  aspetta nel Pontefice - osservava Roncalli in quegli stessi giorni -  l'uomo di Stato, il diplomatico, lo scienziato, l'organizzatore della  vita collettiva, ovvero colui il quale abbia l'animo aperto a tutte le  norme di progresso della vita moderna, senza alcuna eccezione. Tutti  costoro sono fuori dal retto cammino da seguire, perche' si formano del  Sommo Pontefice un concetto che non e' pienamente conforme al vero  ideale. Il nuovo Papa, attraverso il corso delle vicende della vita, e'  come il figlio di Giacobbe che, incontrandosi coi suoi fratelli di umana  sventura, scopre loro la tenerezza del cuore suo e scoppiando in pianto
 dice: "Sono io... il vostro fratello Giuseppe'". Ed e' proprio alla luce  di questo atteggiamento di Roncalli che Bergoglio legge oggi  "l'intuizione profetica della convocazione del Concilio", "l'offerta  della propria vita per la sua buona riuscita", "l'amore per la  tradizione della Chiesa e la consapevolezza del suo costante bisogno di  aggiornamento", che restano, ha affermato, "come pietre miliari nella  storia della Chiesa del XX secolo e come un faro luminoso per il cammino  che ci attende". Indubbiamente, infine, appare significativo che in  occasione del cinquantenario dell'inizio del Concilio Vaticano II si  realizzi finalmente l'auspicio espresso da quell'assemblea ecclesiale  che voleva santo il Papa Buono. 

La richiesta della canonizzazione di  Papa Roncalli era del resto - come sottolineato dal quotidiano cattolico  Avvenire - l'unica istanza formulata dai Padri conciliari rimasta ancora  in sospeso, dopo che quella relativa alla stesura di un Catechismo  universale della Chiesa e' stata portata a compimento.

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Un vescovo e due Papi. Luigi Bettazzi: Li ho ammirati per la loro pietà e umanità
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