Gli ultimi giorni terreni di Gesù. Il vangelo di Giovanni rivela il modo in cui bisogna vivere
(Jean Vanier) Il Vangelo di Giovanni ci invita — nella nostra debolezza e attraverso di essa — a diventare amici di Gesù, ad abitare in lui e lui in noi? Penso di sì. Ammetto di non essere un esegeta. Sono un uomo di esperienza e ho imparato ad amare profondamente il vangelo di Giovanni come mio modo di vita o di spiritualità. Mi ha aiutato a comprendere la mia chiamata a vivere (e ad abitare) con persone affette da gravi disabilità e da molteplici forme di debolezza, che tante volte sono state umiliate, messe da parte o considerate insignificanti. Il grido, la speranza, che scaturiscono da queste debolezze quando esse arrivano all’Arca, sono di poter avere un incontro, una relazione autentica, un rapporto in cui poter sperimentare, vivendo con degli assistenti, di essere amati così come sono ed essere considerati importanti. Quando sperimentano questa relazione autentica, la cosa più bella in loro — il loro essere persona — viene risvegliata ed esse vengono trasformate.
L’Arca è davvero una scuola d’amore. Questo amore passa per il corpo, la carne della persona portatrice di gravi disabilità, un tocco di tenerezza. L’amore passa anche attraverso i corpi, la carne degli assistenti, che ricevono e danno tale amore e che a loro volta vengono trasformati quando entrano in un rapporto di amicizia con questa persona.
All’Arca impariamo tutti, poco a poco, a non essere dominati dalla paura, dai pregiudizi e dalle compulsioni, o dalla necessità di vincere e di avere successo, bensì a vivere una qualità di relazioni in cui ogni persona è rispettata — specialmente quella più debole — e apprezzata com’è. Vivere e abitare con persone che sono deboli e diventare loro amico è un cammino nel quale impariamo a rispettare le nostre debolezze e i nostri bisogni. E a scoprire la presenza di Dio non nella nostra forza, ma nella nostra pochezza e umiltà.
Perché questo vangelo mi attrae tanto? Perché Giovanni rivela in modo speciale l’invito di Gesù ai suoi discepoli di rimanere nel suo amore e diventare suoi amici. Rimanere (mènein) è una parola chiave che ci conduce al cuore stesso di questo vangelo. Siamo chiamati a vivere in comunione con Gesù, a essere una cosa sola con lui. Questo cammino viene rivelato attraverso alcuni incontri, quali momenti in cui Gesù offre umilmente il suo amore. Il vangelo rivela una spiritualità o un modo in cui vogliamo vivere all’Arca mentre impariamo a incontrare e a stare con le persone disabili.
In Christian Wisdom David Ford afferma che la saggezza è l’incontro tra il grido di Dio e il grido dei poveri. Il grido dei poveri? Sì, all’Arca lo possiamo capire, lo sentiamo, lo viviamo, cerchiamo di rispondergli. È la richiesta di essere amati e di essere considerati importanti.
Ma il grido di Dio? Dio ha amato così tanto il mondo da mandarvi il Figlio prediletto per trasformare tutti, per passare dall’umiliazione, dalla morte e dall’angoscia della solitudine alla comunione con lui. Giovanni nel suo vangelo ha scritto che possiamo credere che Gesù è il messia e il figlio di Dio e che, credendo nel suo nome, possiamo avere la vita. Il grido di Dio è il suo immenso amore, il suo desiderio di rivelare a ogni persona che è amata. E di farlo rispettando la sua libertà. È venuto per darci la vita. Questa vita — che è la vita di Dio — ci trasforma se confidiamo in lui, lo accogliamo nelle nostre debolezze, diventiamo suoi amici e lo accettiamo come Verbo che si è fatto carne, con tutte le debolezze che ciò implica. In questo vangelo, il grido di Dio viene rivelato in modo speciale durante la festa dei Tabernacoli, quando Gesù si alza ed esclama: «Chi ha sete venga a me e beva». La sete di Gesù è che noi abbiamo sete di lui.
Questo cammino verso la comunione, l’amicizia e l’essere una cosa sola con Gesù inizia già nel prologo: il Verbo, il Lògos che è Dio ed è in comunione con Dio, si fa carne in Maria; è venuto per incontrarci e offrirci la sua amicizia. Nel primo capitolo Gesù incontra due discepoli che lasciano Giovanni Battista per seguire lui. «Che cercate?», domanda loro. «[D]ove abiti?», rispondono. «Venite e vedrete». Questo vangelo ci condurrà poco a poco nel luogo in cui abita Gesù. Egli abita nel Padre e desidera abitare in ognuno di noi come amico intimo.
Dopo questo incontro Gesù li porta a un bellissimo banchetto nuziale. I matrimoni riguardano il vivere come una cosa sola, un’amicizia unica tra un uomo e una donna: abitare l’uno nell’altra. Il regno di Dio non assomiglia forse a un banchetto nuziale al quale i poveri e gli storpi arrivano di corsa (Matteo, 22)? Non siamo forse tutti invitati al banchetto di nozze dell’agnello (Apocalisse, 21)?
Dopo il banchetto nuziale veniamo condotti al tempio (Giovanni, 3). Qui Gesù ci rivela di essere il Tempio nuovo — la dimora di Dio — annunciato da molti profeti. Questa dimora, dunque, non è un edificio grande e magnifico come quello di Gerusalemme, per la cui costruzione sono occorsi 46 anni. È, invece, il suo corpo, un corpo fragile, è un cuore che può essere ferito e spezzato. È una persona che vuole vivere un rapporto, un incontro d’amore con ogni persona e abitare in lei. Da questo Tempio nuovo, rivelato dal profeta Ezechiele, scaturirà una quantità sorprendente d’acqua che darà la vita.
Gesù non è venuto solo per compiere miracoli straordinari. È venuto per compiere segni. Il segno certamente è una grande cosa, ma serve essenzialmente a far sì che la gente creda che sia stato mandato dal Padre per rivelare un nuovo cammino. Questo cammino è di diventare suoi amici e, attraverso di lui e in lui, di conoscere il Padre. Gli apostoli, ovviamente, sono entusiasti di questi miracoli, specialmente della moltiplicazione dei pani. La gente comincia a credere che Gesù è il messia e loro, gli apostoli, fanno parte del suo governo! Incominciano a sentirsi importanti. Quando Gesù inizia a spiegare il vero significato di questi segni — cioè che è venuto non solo per compiere cose grandi ma per abitare umilmente in ogni persona e perché ogni persona abiti in lui mangiando della sua carne e bevendo del suo sangue — le persone che avevano visto Gesù come un grande cominciano a sentirsi confuse e sconvolte. «Queste parole sono troppo difficili», dicono, e cominciano a non camminare più con lui. Quando iniziano ad abbandonare Gesù, anche gli apostoli si sentono feriti e sconvolti. «Cosa sta accadendo? Perché parla così?». Gesù, vedendo nei loro volti confusione e preoccupazione, li guarda: «Anche voi mi abbandonerete?».
Ascoltando queste parole mi pare di sentire il pianto nella sua voce. Gesù prova tristezza quando vede che il suo mistero d’amore viene respinto. È ovvio che i dodici non comprendono pienamente le sue parole e la sua offerta d’amicizia: le accettano, ma forse con riluttanza. Sono più attaccati all’idea di Gesù vincente. Bisogna ammettere che c’è da compiere un vero passaggio dalla fede in un Gesù potente, che forse esaudirà le nostre preghiere, alla fede nel diventare suoi amici intimi. Diventare una cosa sola con lui implica un cambiamento autentico del cuore, un nuovo modo di vivere. È un passaggio simile a quello sperimentato da alcuni assistenti all’Arca: dal fare del bene a persone affette da disabilità al diventare loro amici ed essere trasformati da esse.
Gesù è un re forte, vittorioso e magnifico o un amante umile che cerca di essere profondamente unito con i suoi amici? Il capitolo 11 è piuttosto sorprendente. È sì il preludio alla condanna e alla morte di Gesù, ma rivela anche un luogo, una dimora, nel quale Gesù ama andare e abitare con gli amici. Per la prima volta in questo vangelo veniamo a sapere dell’amore di Gesù per qualcuno: Marta, Maria e Lazzaro, che viene chiamato dalle due sorelle «colui che Gesù ama». Abbiamo visto Gesù chiamare la gente a seguirlo: qui vediamo qualcuno chiamare Gesù!
In questo capitolo ci sono molti indizi che suggeriscono che Lazzaro aveva una grave disabilità: la casa è di Marta (cfr. Luca). Perché la casa non è di Lazzaro? Perché Lazzaro vive con le sorelle nubili? Forse Gesù andava per stare — per abitare — con Lazzaro in tutte le sue debolezze, per essere presente per lui. È interessante notare in Luca che Gesù è salito al cielo da Betania. Questa casa era come una piccola Arca?
Nel capitolo seguente osserviamo che c’è tensione tra i dodici e verso Maria, la quale sembra vivere un’amicizia speciale con Gesù. Questi uomini (forse non solo Giuda, come afferma Giovanni), sono irritati perché Maria spreca un prezioso olio sui piedi di Gesù mentre potrebbe essere venduto per dare i soldi ai poveri. La criticano. Forse sono davvero turbati dall’amore speciale che Gesù ha per lei. Ella sembra capire Gesù e abitare in lui, e lui in lei. Comprende che sta andando incontro alla morte proprio perché ha risposto alle sue lacrime resuscitando suo fratello. Gesù difende Maria e il suo gesto con parole forti: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura». Nel vangelo di Matteo usa parole ancora più potenti: «Ha compiuto un’azione buona verso di me (...). In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei». Ritroviamo qui un po’ della rabbia dimostrata da Gesù nei confronti dei dodici quando impediscono ai bambini di andare a lui (Matteo). Maria intuisce il cuore spezzato di Gesù e la sua agonia interiore.
La mattina seguente egli si reca a Gerusalemme, e incontro alla morte, con i piedi ancora unti. I discepoli, tuttavia, lo vedono andare verso un riconoscimento e un potere più grande. Sono orgogliosi di stare con lui quando una grande folla lo proclama «Figlio di David, Re d’Israele». Gesù però sa di andare in un posto non di potere terreno, bensì di umiliazione e piccolezza. L’amore di Maria doveva certamente essere consolante per lui.
Pochi giorni dopo, questi uomini, tanto pieni del senso della grandezza di Gesù, e forse anche della propria importanza, si trovano completamente storditi, sconvolti e persi quando, durante una particolare e sacra cena, Gesù si toglie le vesti e si inginocchia dinanzi a ciascuno per lavare i loro piedi. «Non mi laverai mai i piedi!», esclama il capo del gruppo, parlando a nome di tutti. Ma forse non per tutti. Forse l’autore di questo vangelo intuisce ciò che sta accadendo. Non è solo un Gesù umile che prende il posto di uno schiavo e agisce come schiavo: è un Gesù amorevole che, attraverso il tocco gentile delle sue mani, attraverso il suo corpo, vuole rivelare a ciascuno di quegli uomini che lo ama, che ha scelto di essere suo amico e che sarà sempre con lui. Non vuole essere semplicemente il loro maestro, ma desidera essere in comunione con ognuno come amico. L’umiltà di Gesù è un’umiltà d’amore, un amore che rivela a ciascuno che è importante e amato. Perciò Giovanni, nel prologo di questo capitolo, dice: «Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». Forse Giovanni vive quel gesto come momento profondo di comunione. È dopo questo momento di comunione che chiama se stesso «il discepolo che Gesù amava».
La lavanda dei piedi è un punto di svolta per i discepoli. Fino a ora sono stati presi dall’idea che Gesù sarebbe stato vittorioso e avrebbe fatto qualcosa di straordinario e sarebbe stato riconosciuto da tutti come il messia. Ora si devono confrontare con la piccolezza di Gesù. Non riescono a capire Gesù. Sono sconvolti.
Pietro, per il momento, non riesce a comprendere il valore della debolezza, della vulnerabilità e dell’umiltà come cammino verso l’amore e la comunione dei cuori e anche cammino verso Dio, come abbiamo imparato all’Arca. Pietro vuole essere forte, vuole controllare le cose. Vuole essere al servizio del messia e compiere grandi cose con lui. Giovanni pare aver capito il mistero dell’amore rivelato durante la lavanda dei piedi. Pietro sembra essere consapevole di questa relazione speciale tra Gesù e Giovanni, perciò quando Gesù rivela «Uno di voi mi tradirà» domanda a Giovanni: «Dì, chi è colui a cui si riferisce?».
Poco più tardi, quando gli viene chiesto se è uno dei discepoli di Gesù, Pietro esclama: «Non lo sono». Non riesce ad accettare di essere il discepolo di un uomo che sembra aver perso la lotta ed essere senza forze. Pietro è chiuso nelle sue certezze di potere. Non riesce a passare a un atteggiamento di fiducia in Gesù. Vediamo qui il conflitto tra forza e debolezza in questo vangelo, che ci porta a una comprensione più profonda del fatto che amare Gesù significa accoglierlo come amico che abita in noi, con tutte le nostre debolezze. Il potere individuale conduce alla solitudine. La debolezza può essere un dolore terribile — il dolore della solitudine — a meno che non diventi cammino verso l’amicizia e la comunione.
Parlando di debolezza al centro del mistero rivelato da Giovanni, desidero spendere qualche parola su Maria, che è rimasta vicino alla croce. Perché stava in piedi? In alcuni dipinti fiamminghi vediamo Maria in piedi un poco distante, Mater dolorosa tra le braccia di Giovanni. All’Arca, negli ultimi cinquant’anni abbiamo fatto un bel po’ d’esperienza nell’accompagnare persone morenti. Sappiamo che è importante — direi addirittura imperativo — accompagnarle con tenerezza mentre si avvicinano alla morte, tenendole per mano, essendo profondamente e realmente presenti per loro. Il rischio che si corre accompagnando i malati (l’ho constatato personalmente) è di voler “fare le cose per loro”, perché ci si sente a disagio nell’essere una semplice presenza nella loro sofferenza e nel loro dolore. Tuttavia, proprio questa presenza d’amore è fondamentale.
Maria non era forse il più possibile vicina a Gesù, vicina al suo corpo sofferente e debole, guardandolo negli occhi, rivelandogli il suo amore, la sua fede, la sua fiducia e il suo abbandono totale al Padre? Mentre tanti lo avevano abbandonato, mentre tanti lo umiliavano, schernivano e deridevano, lei era lì profondamente presente per lui in tutta la sua debolezza, attraverso il suo corpo. Era una cosa sola con lui in modo nuovo e più profondo. Non posso fare a meno di immaginare che Gesù, con gli occhi, le diceva grazie. Il primo e l’ultimo incontro di Gesù con Maria è avvenuto nella piccolezza. Sono stati incontri di amore e di comunione.
È nei capitoli che seguono la lavanda dei piedi dei discepoli che Gesù rivela loro chiaramente il significato fondamentale dell’incarnazione, che non possiamo comprendere né vivere senza il dono del Paracleto, lo Spirito del Padre. Gesù desidera abitare in ciascuno di loro: «Rimanete nel mio amore» (15, 9). Sarà in loro e vivrà e agirà in loro (15, 4). Sono chiamati a lavare i piedi degli altri con umiltà, come lui aveva lavato i loro. Se rimane in loro e loro in lui, porteranno molto frutto e glorificheranno il Padre (15, 8). In qualche modo misterioso, all’Arca stiamo imparando che è proprio la nostra vita insieme, l’amore che abbiamo gli uni per gli altri, a essere un segno per il mondo attuale. Possiamo così dare frutto e glorificare il Padre. Questa è una vita di celebrazione — come rivelato in Giovanni (17) — e di gioia. La celebrazione ultima sarà che Gesù e il Padre vivranno in tutti noi e tutti noi vivremo nel Cuore della Trinità.
Vorrei infine osservare che Gesù chiama la seconda persona della Trinità non solo Spirito, ma Paracleto, dalle due parole greche parà e kalèo. In Isaia (nella Septuaginta), ma anche in altri passi dell’Antico Testamento, questo verbo viene tradotto con consolare. Il Paracleto è un consolatore, come una madre (Isaia, 66). In Matteo (5, 4) è il «consolatore degli afflitti», di quanti sono immersi nel dolore, nella debolezza e nella solitudine. Gesù, attraverso Giovanni, ci rivela come il Padre desideri mandare a noi, nella nostra debolezza, solitudine o povertà, il Paracleto.
Nelle nostre società sono sempre più numerose le persone che, a causa dell’età, di disabilità, della povertà e per altre ragioni, sono terribilmente sole. È importante che possano scoprire che il Padre ha mandato loro Gesù per portarle dalla solitudine alla sua amicizia, a vivere in comunione, formando una sola cosa con lui. Il Padre ha mandato il Figlio per abitare in noi perché noi possiamo abitare in lui.
L'Osservatore Romano
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Il pianto di Gesù su Gerusalemme
di Roberto De Mattei
È un momento che dovrebbe essere di suprema gioia. Gesù entra a Gerusalemme accolto dalle acclamazioni e dall’entusiasmo della folla. Oggi è l’uomo più popolare di Gerusalemme. Eppure Gesù non si lascia illudere dalle lusinghe. Il mondo lo applaude, ma Egli non si compiace, non si bea di questo successo. Mentre il corteo trionfale scende verso il Tempio, lungo la china occidentale del monte degli Ulivi, Gesù contempla dall’alto la città di Gerusalemme, in cui spiccano i luoghi della sua imminente Passione: la mole abbagliante del Tempio, la reggia sfavillante di Erode; il quadrilatero austero della Torre antonina, sede della guarnigione romana.
Et ut appropinquavit, videns Civitatem flevit super illam (Lc. 19, 41). Inaspettatamente, vedendo la città di Gerusalemme, Gesù piange su di lei. Chi piange non è un uomo qualunque, e non è neppure una suprema autorità terrena: è la seconda Persona della Santissima Trinità, il Verbo Incarnato, l’uomo-Dio, in cui tutta la storia si ricapitola. Il suo pianto ha un significato che percorre la storia di tutti i secoli. Gesù aveva pianto fanciullo nel presepio di Betlemme e Betania era stata testimone delle lacrime da Lui sparse alla morte di Lazzaro. Le lacrime accompagneranno la sua Passione. Ma questa volta si tratta di un pianto diverso. Piange per la città che ha di fronte, che non è una città come le altre: è Gerusalemme, la città sacra del popolo eletto, il centro spirituale del mondo. Gesù piange per il castigo che incombe su Gerusalemme, ma la causa del pianto sono soprattutto i peccati, le offese a Dio che costituiscono la causa di quel castigo. Il fumo di Satana è penetrato nel Tempio di Dio e offusca gli occhi dei Supremi sacerdoti. E Gesù, tra le lacrime ed i singhiozzi, esclama: «Gerusalemme, Gerusalemme, se tu avessi conosciuto in questo giorno anche tu – le cose che riguardano la tua pace e che ora stanno nascoste agli occhi tuoi!» Che è come dire: se tu conoscessi le cose che io conosco di te, senza dubbio piangeresti come ora io piango. Ma tutto questo ti è nascosto, in castigo dei tuoi peccati. E perciò non piangi, non ti penti, non avrai profitto dal tuo pentimento e dal tuo dolore. Agli osanna della folla Gesù risponde quindi con il vaticinio della inesorabile punizione della città infedele: «Ebbene verranno giorni su di te in cui sarai attorniata dai tuoi nemici e assediata da tutte le parti; e smantellata e abbattuta, senza che di te resti pietra sopra pietra; perché non conoscesti il tempo della visita fatta a te» (Lc. 19, 42-44).
Gesù conosce le terribili prove che lo aspettano. Ma non è questa la ragione del suo pianto. Egli non piange per sé stesso, per i dolori che sa di dovere affrontare, per la Passione che lo aspetta, ma per la sorte della città santa. Quale prova maggiore del suo amore per Gerusalemme? Eppure questo immenso amore non può stornare la giustizia infinita di Dio. Dio non è solo infinitamente misericordioso, ma è infinitamente giusto, perché infinitamente santo. E Gerusalemme non sarà risparmiata a causa dei suoi peccati.
Oggi c’è un’altra città su cui piangere. È la città di cui ci parla il terzo segreto di Fatima. Quella «grande città mezza in rovina» che il Papa attraversa, «mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena», pregando «per le anime dei cadaveri che incontra nel suo cammino». Cosa rappresenta la misteriosa città in rovina? Rappresenta una città, una civiltà, o la stessa Chiesa di Cristo? Solo il futuro svelerà il drammatico enigma. Oggi è l’ora del pianto.
Il pianto implica la serietà e la compenetrazione per la tragica situazione drammatica in cui versa il mondo. Non è l’ora dell’euforia e delle illusioni, ma non è l’ora nemmeno del sarcasmo irriverente o delle polemiche sterili tra cristiani. È il momento della tristezza e del pianto. Le lacrime nascono dal dolore. E se le lacrime sono un dono, il dolore è un sentimento che bisogna alimentare conoscendo le cose che ci riguardano: non rinunciamo perciò ad esercitare la ragione, ma sorreggiamo con la ragione la nostra fede ed illuminiamo con la fede la nostra ragione. Che la Madonna ci conceda questa grazia nell’ora della Passione di Cristo e della Chiesa. (Roberto de Mattei)