lunedì 14 aprile 2014

Storia di un vaticanista “normale”.

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Un colloquio con Marco Tosatti, cattolico e giornalista

PapalePapale 
(Antonio Margheriti Mastino)

«Mi sono messo a studiare il mondo di questo Gesù. E mi ha colpito, e ancora mi colpisce il comportamento inspiegabile dei discepoli e degli apostoli. Il leader è arrestato e ucciso. Di dodici uno lo tradisce, e dieci scappano. Ma in seguito accade qualche cosa: questa stessa gente, e molti altri ancora, senza fare resistenza, senza cercare di creare un movimento politico, e senza lottare per una qualche forma di potere, si fanno serenamente torturare e uccidere solo per  testimoniare di avere incontrato, visto, toccato Gesù Cristo risorto. E’ un comportamento inspiegabile. Da un punto di vista umano, antropologico. Lì dietro c’è qualche cosa… E non mi vengano a dire che è un mito. E ti dirò una cosa di più. Da giornalista: il testo dei Vangeli, con tutte le loro contraddizioni e discrepanze, ha il profumo della verità, della sincerità. Non sono roba inventata a tavolino. Sì, penso che sia veramente risorto».



Un colloquio di Antonio Margheriti Mastino con

MARCO TOSATTI

«Cattolico e giornalista», a lungo vaticanista de La Stampa, testimone di due interi pontificati, che ha saputo raccontare con semplicità ed onestà. Al seguito dei quali, lui agnostico, è inciampato anche nella sua conversione.



Un incontro, un campari, nessuna registrazione

I vaticanisti: vil razza dannata! Qualcuno dice che il vaticanista io pure dovrei farlo… come se mi fossi mai rifiutato: nessuno me l’ha proposto per anni, non a pagamento almeno. Fatto sta che dalle figure dei vaticanisti sono sempre stato affascinato – è dall’adolescenza che li leggo; al contempo ne provo diffidenza, qualche volta disprezzo. Scruto con attenzione quelli cattolici: fanno percorsi bizzarri, e certe volte facendo i vaticanisti per una vita o finiscono apostati o, se atei, si convertono. Una cosa è certa ormai: se un vaticanista parte in fama di “progressista” presto o tardi finisce baciapile e magari pure “tradizionalista”; certi, invece, partono “tradizionalisti” e terminano la carriera (sovente anche la credibilità) da “progressisti”. Molti, prima di scrivere, si leccano il dito, lo alzano in aria e cercano di capire dove tira il vento. E orientano di conseguenza la penna: questi fanno rapida carriera, ma rapidamente la consumano, e non lasciano traccia.
Molti altri (minori, in realtà) vengono premiati con mezzo laticlavio di “vaticanista” per a lungo aver retto il codazzo e il pannolone di qualche vecchio eminente volpone di curia, che terminata la scalata alla piramide vaticana per ingravescentem aetatem così riconosce i meriti infermieristici del suo badante e, di solito, autista. E lecchino, va da sè.
Sono una strana categoria, starei per dire animali strani, brutte bestie che se le prendi per la coda ti scappano per la testa, se le prendi per le corna le perdi per il culo. Sono scivolosi, untuosi, ambigui. Ma forse così deve essere: avere a che fare col mondo ecclesiastico è cosa difficile, e poi  – così mi dicono – sono figure “sofferenti”, perché nei giornali sono presi sottogamba dai colleghi.
Non so!
So una cosa però: che ci stanno vaticanisti “normali” e vaticanisti “normalisti”. Se per caso ne incontro uno normale, ringraziando la Madonna Incoronata, lo leggo, lo stimo, lo seguo, lo voglio intervistare e, incontrandolo, non solo mi levo il cappello, ma mi inchino pure. Quanno ce vo’ ce vo’!
215897_1052836447797_8696_nUno di questi è Marco Tosatti. Che per un’intera epoca, quasi per tutto il lunghissimo pontificato di Wojtyla e poi di Ratzinger, è stato il vaticanista ufficiale di quel gran giornale che è La Stampa. Oggi è in pensione, per come può esserlo un giornalista: trasforma la penna da lavoro in hobby, perché a ‘na certa diventa un vizio scrivere. Scrive ancora, di vaticanismo, è chiaro!, sul sito de La Stampa sempre:Vatican Insider. Si è fatto un suo pubblico: ho come l’impressione anzi che abbia più seguito adesso fra i lettori, da pensionato, che non prima. Io sono fra questi: leggo ogni mattina i suoi articoli che m’arrivano nella mia mail. Se lo merita.
Da lettore, lo conosco dai tempi dell’elezione di Benedetto XVI, nel 2005, quando uno dei primi libri che uscì sul nuovo papa fu proprio il suo, un libricino strano ma col tempo mi è stato tanto utile:“Il dizionario di papa Ratzinger: guida al pontificato”, non poco mi servì a imparare ad apprezzare sin da subito quel pontificato, quantunque ancora rientrassi nella categoria dei “progressisti” sebbene in crisi, e degli elettori ancora convinti della sinistra radical.
Ecco, da allora, pur mutando io la mia visuale sulla Chiesa (e sul mondo), e radicalmente, ho continuato a stimare Marco Tosatti. Ora, per uno come me che passa la vita a cercare gente che non gli piace per premurarsi di farglielo sapere, per uno così tutto ciò è gran cosa: farsi piacere, stimare ininterrottamente un giornalista, per giunta vaticanista e cattolico. Un miracolo quasi. Allora porcacciaeva qualcosa vorrà pur dire: che Tosatti, nella sua compassata “normalità”, è davvero eccezionale? Mi sono convinto pure che, sotto sotto, zitto zitto, magari mi sbaglio, è un sant’uomo! Non so! Ma difficile mi sbagli sulle persone… ho un fiuto animale.
Uno così, per come son fatto io, devo intervistarlo per forza, devo vedere, toccare con mano, guardarlo in faccia. Ascoltarlo.
Il mio primo libro di Tosatti: fu anche il primo su Benedetto XVI
Il mio primo libro di Tosatti: fu anche il primo su Benedetto XVI
Ci sentiamo al telefono con Tosatti e ci diamo appuntamento a piazza Argentina, a Roma, in un bar vicino al Ghetto dei giudii e nei dintorni di casa sua, e infatti saluta qua e là gente che passa, conoscenti. Me lo immaginavo tutto “torinese”, piccolo e taciturno, forse timido: invece è alto e slanciato, energico, deciso, loquace, estroverso; la “torinesità” la noti nella prudenza sempre vigile, in quel certo  ritegno quando ci si riferisce alla sua sfera privata.
Mi offre un campari e inizia a parlare subito, prima ancora che potessi fare una domanda: deve aver già pensato a cosa dire e immaginato le mie domande, dopotutto è un giornalista. Buon per me, perché io no: ho voluto fare un esperimento: un’intervista senza prepararmi domande. Avevo davvero solo voglia di conoscere di persona Tosatti, scrutarlo lasciandolo parlare liberamente. Sono uno che ascolta molto, e giudica (per quanto strano vi possa sembrare) in silenzio.
Ho registrato per un’ora e mezza. Era proprio un uomo “normale”, un vaticanista normale, un giornalista normale. E non è poco, di questi tempi. Vive a Roma da tanto, e a Roma essere “normali” è una eccentricità. Mi sembra un uomo che non ha mai ceduto alle corruzioni, perché, forse, penso, avrà capito che non sono necessarie. Naturalmente un intervistato “normale” esigerebbe pure un intervistatore normale. E va da sé, dopo averlo intervistato senza prepararmi domande, ho dovuto pure constatare che per un’ora e mezza ho registrato l’intervista senza registrarla: avevo schiacciato il tasto sbagliato.
Avrei dovuto cedere allo scoramento, dopo, alle mie proverbiali collere omeriche… e invece mi sono limitato a uno stato facebook, dove provavo a prenderla con filosofia, ricordando la lezione di Messori: «Nelle mie interviste [anche se un po’ mentiva] nessun registratore; solo fogli e pennarelli. Anzi, le migliori interviste sono state quelle dove ho perso pure gli appunti». Tosatti, che nel frattempo – ci eravamo lasciati da manco quattro ore – aveva letto il mio stato, impietosito mi telefona: «Antonio, non è un problema: ci prendiamo un altro caffè».
Sorridevo nel frattempo, pensando a quando Tosatti, dovendomi dire cose più “riservate”, mi chiedeva di spegnere il registratore. E proprio allora, credendo io di spegnerlo, in realtà lo accendevo. Col risultato che di registrato infine avevo le sole cose che non avrebbero dovuto esserlo.
Mi spiace per voi: le ho poi cancellate. Involontariamente, qui pure. Forse ha ragione Messori: niente registratori, solo carta e pennarelli, e se te li perdi meglio. Rileggendo quest’intervista, mi è piaciuta in effetti.

INTERVISTA


I tre Tosatti

Tosatti: cintura nera di karate. Chi l'avrebbe detto!
Tosatti: cintura nera di karate. Chi l’avrebbe detto!
Ammazza! ci hai una stretta di mano che è ‘na morsa micidiale
Lo sport forse. In effetti faccio karate da 40 anni…
Un vaticanista così azzimato che fa karate? Non s’era mai sentito!…
E sì, è una vecchia passione, nata ben prima che mi occupassi di preti, vescovi e papi. Pensa che sono stato persino presidente della Federazione Italiana di Karate, negli anni ’80.
Avete lo sport nelle vene voi Tosatti… Già tuo padre Renato era un giornalista sportivo: morì nella famosa sciagura aerea di Superga del ‘49, dove scomparve l’intero Grande Torino. Ti è mai mancata una figura paterna?
Quando è morto avevo solo un anno e mezzo; mio fratello Giorgio, invece, aveva poco più di undici anni. Di papà, chiaramente, non ricordo nulla. E’ stato un grande vuoto. Giorgio, crescendo,  ha cercato di riempire il vuoto, di farmi da padre.
Il mitico Giorgio Tosatti, indimenticabile giornalista sportivo, fratello di Marco
Il mitico Giorgio Tosatti, indimenticabile giornalista sportivo, fratello di Marco
Dei tre giornalisti Tosatti, il più popolare: tuo fratello Giorgio. E come potrebbe essere diversamente: era considerato il più grande tra i giornalisti sportivi, “dopo” Gianni Brera e qualcuno dice anche “prima”. Direttore storico del Corriere dello Sport, anche ai tempi mitici della coppa del mondo dell’82… Vi frequentavate?
Ma certo che ci frequentavamo! Eravamo legatissimi mio fratello, mia sorella ed io. Per molti anni, fino a quando Giorgio non ha cominciato a lavorare, abbiamo avuto un’esistenza piena di difficoltà, oltre alla tragedia di Superga. Eravamo molto poveri. Questo crea legami forti. Giorgio mi manca, sì. Siamo nati a Genova, e ci siamo trasferiti a Torino un anno prima della tragedia. Torino ci ha formati al rigore, a un certo stile di sobrietà e concretezza. Ho fatto quasi tutti i miei studi lì. Poi quando Giorgio è andato a lavorare a Roma, mia mamma, mia sorella ed io siamo tornati a Genova. E ho cominciato a fare un po’ di giornalismo.
Il padre di Marco e Giorgio Tosatti, Renato (cerchiato), giornalista sportivo anche lui, morto nella famosa tragedia aerea di Superga, dove perì il "Grande Torino"
Il padre di Marco e Giorgio Tosatti, Renato (cerchiato), giornalista sportivo anche lui, morto nella famosa tragedia aerea di Superga, dove perì il “Grande Torino”
Il mito della Torino austera, anaffettiva e rigorosa, quasi calvinista… capitale del razionalismo e, paradossalmente, dell’esoterismo, feudo delle massonerie antireligiose e dei grandi santi sociali: un mito che da immemorabili perpetua anche Messori, al quale contesto ogni volta che posso la sua “torinesità”…
Ma sì, forse nell’approccio, in una certa rappresentazione di se stesso può sembrarlo, e ci tiene a sembrare così, ma ti garantisco che è invece un emiliano doc, lui è di Sassuolo, come tutta la sua famiglia. Lo conosco da tanti anni. E lo stimo moltissimo. Un vero emiliano, nonostante tutto; come erano i miei avi. Prima di arrivare a Genova i Tosatti venivano da Carpi, Mirandola; da quelle parti.
Si dice che tu sia estremamente legato alla tua famiglia, ti si può incontrare –manco sempre – solo al mattino e mai nei week-end, perché come i pomeriggi sono dedicati alla famiglia. A proposito: pure tua moglie è una giornalista.
La mia vita – bella, impagabile, ma tutt’altro che semplice, da sempre – mi ha insegnato che le cose che contano sul serio, e pagano davvero sono poche;  la famiglia, i figli sono una di queste. Probabilmente la più importante.

Il vaticanista per caso, per caso incontra la fede

Giovane giornalista nella piccola agenzia stampa di Telenews. Con Jacqueline Kennedy
Giovane giornalista nella piccola agenzia stampa di Telenews. Con Jacqueline Kennedy
Torino, Genova… com’è che ti sei ritrovato a scrivere di Chiesa, a fare il vaticanista?
Per caso. Ho cominciato a scrivere occupandomi di cose diverse. Prima a Fiumicino, sì, all’aeroporto, dove c’era e c’è ancora una piccola agenzia di stampa, Telenews; intervistavamo i personaggi in arrivo. Cassius Clay, Frank Zappa, Jacqueline Kennedy, Sofia Loren… Poi ho iniziato a collaborare con La Stampa. Un poco di sport, ma poco: c’era già Giorgio che se ne occupava, due nel campo erano troppi! Cronaca nera, bianca, politica, sindacale, e per qualche anno fui lo specialista di  Istruzione e Università. Nel 1981 andò in pensione il vaticanista ‘storico’ del giornale, Lamberto Furno. Giorgio Fattori, un grande direttore, mi chiese se mi interessasse prendere il suo posto. Non ne sapevo nulla; quel settore mi incuriosiva, e mi affascinava il suo risvolto diplomatico e culturale. Dissi “perché no!”. Mi trovai di fronte a un mondo nuovo, davvero sconosciuto. Chiedo scusa e perdono ai lettori per quello che ho potuto scrivere in quei primi anni…
Ma poi, eri religioso, cattolico?
Non ero più andato in chiesa da molti anni. Se non ateo, ero certamente agnostico. E ho continuato ad esserlo ancora per molti anni, credo fino alla fine degli anni ’90. In quel momento è successo qualche cosa.
In uno dei suoi viaggi: con un coccodrillo. Speriamo vivo
In uno dei suoi tanti viaggi: con un coccodrillo. Speriamo vivo
Tipo cosa, una conversione?
Ti racconterò una cosa che non sa nessuno. Il primo contatto – chiamiamolo così – avvenne in un momento in cui ero in una crisi profonda, avevo preso una botta fortissima. Un giorno, senza sapere neanche perché, entrai in una chiesa, Santa Maria in Traspontina; mi inginocchiai, e chiesi: Dio, se ci sei, aiutami a fare la scelta giusta, a fare quello che è meglio. Fu come un seme, che poi è maturato. Non so spiegartelo meglio di così, ma poi c’è stato Giovanni Paolo II, l’immagine di Giovanni Paolo II, una persona di un’intelligenza assolutamente eccezionale – credo che avrebbe eccelso in qualsiasi strada di vita avesse preso – che pregava con la semplicità, l’abbandono, l’umiltà, di un bambino. Ciò ha costituito un punto interrogativo esistenziale che mi ha accompagnato a lungo. La risposta all’interrogativo è venuta con la fede.
E mentre tentavi di studiare il Vaticano, ti imbatti nello studio del Nazareno…
Amo la Storia, tutta la Storia. Ho grande interesse e passione per il Medio Oriente, le sue culture e l’ebraismo. Il luogo storico e umano dove il Nazareno è nato, cresciuto, predicato, morto e, qualcuno diceva, risorto. Mi sono messo a studiare il mondo di questo Gesù. E mi ha colpito, e ancora mi colpisce il comportamento inspiegabile dei discepoli e degli apostoli. Il leader è arrestato e ucciso. Di dodici uno lo tradisce, e dieci scappano. Ma in seguito accade qualche cosa: questa stessa gente, e molti altri ancora, senza fare resistenza, senza cercare di creare un movimento politico, e senza lottare per una qualche forma di potere, si fanno serenamente torturare e uccidere solo per  testimoniare di avere incontrato, visto, toccato Gesù Cristo risorto. E’ un comportamento inspiegabile. Da un punto di vista umano, antropologico. Lì dietro c’è qualche cosa… E non mi vengano a dire che è un mito.
Dunque, era  veramente risorto?
Non è irragionevole o irrazionale crederlo. E ti dirò una cosa di più. Da giornalista: il testo dei Vangeli, con tutte le loro contraddizioni e discrepanze, ha il profumo della verità, della sincerità. Non sono roba inventata a tavolino. Sì, penso che sia veramente risorto. Certo, anche se credi, il dubbio, i dubbi non ti lasciano mai. Ma io credo che quelle testimonianze siano veritiere.

Wojtyla il carismatico naturale

Anche questo è "carisma naturale". Wojtyla in una posa bizzarra
Anche questo è “carisma naturale”. Wojtyla in una posa bizzarra
Una visione pascaliana: bella. Ma dimmi, Marco, io che sono immune da sempre al “carisma” di Giovanni Paolo II, che mai m’ha emozionato né da vivo né da morto, né quand’ero abitué di sacrestie, né da progressista, né da agnostico, né infine da cattolico ortodosso, dimmi: ma cosa mai aveva di “straordinario”? Solo perché«riempiva le piazze» come declamano tanti, quasi come maggiore e talora unico movente del suo assurgere alla gloria degli altari? Ci vuole così poco a “riempire” le piazze: basta pure un tale con una chitarra in mano. E allora, chiedo: che aveva, ma davvero, di “straordinario” quel Polacco, che pur riconosco essere stato l’ultimo papa, l’ultimo papa interamente romano?
Aveva un carisma, carisma straordinario, puro, naturale. Era stupefacente osservarlo mentre interagiva anche da lontano con la folla muovendola all’unisono con un solo gesto, con uno sguardo. Il suo carisma era come un’onda che si dipanava sulla folla. E al contempo avevi la certezza che quell’uomo lì aveva, in tempi di secolarizzazione, una fede granitica, totale, assoluta. Dovevi vederlo mentre pregava, con la testa tra le mani: faceva impressione perché avvertivi che non era lì, trascendeva se stesso, era altrove: era un vero mistico. E poi sentivi anche che era un uomo, un vero uomo, diventato prete, vescovo cardinale e papa senza rinunciare al suo essere un uomo, come te e me. Laicissimo, senza niente di clericale, nel senso deteriore del termine. E un poeta: pensa a quel drammatico e forse apocalittico “Trittico” che pubblicò…
Con il beato Giovanni Paolo II, sull'aereo, in veste di vaticanista
Con il beato Giovanni Paolo II, sull’aereo, in veste di vaticanista
…Dove parla del “dito” del Dio michelangiolesco nella Sistina che dovrebbe indicare ai cardinali elettori su chi puntare e Dio solo sa se lo fanno per davvero, a giudicare da taluni risultati… ci consola pensare che lo Spirito infine scrive dritto entro righe storte…
Ecco sì, facendo finta di non notare le tue allusioni polemiche, quel “Trittico” lì è davvero poesia, poesia mistica, di un uomo, Wojtyla, che era “oltre”. Contemplava il Mistero.
Sì, tutti sono concordi nel dire di questo suo misticismo, di questa sua preghiera totale. Ma facciamo un passo indietro. Penso allora al prefetto della Casa Pontificia, il futuro cardinale Martin, che lo seguì in tanti viaggi. 
Un libro di Tosatti
Un libro di Tosatti
Certo, i trionfi mediatici, i tour esteri spettacolari, le masse oceaniche del papa straniero hanno avuto la forza anche di suggestionare il vecchio e saggio topo di curia Martin, all’inizio almeno. Man mano, però, la sbornia smaltisce e il dubbio s’avanza: ma cosa pensano veramente quelle folle immense che (allora come oggi) acclamano il papa? Martin osserva attentamente il trionfo di popolo di Giovanni Paolo II nel suo primo viaggio in America, e riflette. «Eppure», pensa, «anche qui non a troppi sono graditi i richiami alla morale». Ma allora? Sconsolato Martin conclude: «Il problema viene eluso con un brillante gioco di parole: “non ci piace la canzone, ma ci piace il cantante!”». E siamo punto e a capo, ieri come oggi. Che farsene del solo “cantante” senza le sue “canzoni”?
Che ne sai tu dove eventualmente ha colpito nel segno? Se e quanti singoli cuori in quelle migliaia di persone presenti, per una qualche ragione, ha conquistato a Dio? Non importa se con le sue parole, l’esempio o la sola presenza fisica, il carisma: conta che abbiano incontrato Cristo. Che ne sappiamo noi di come, dove, perché e chi Dio “ferisce” in certe circostante tra una folla oceanica?  Personalmente conosco sacerdoti che sono diventati tali perché stregati da quell’uomo, da quell’esempio. Conosci la parabola del seminatore…

Francesco è simpatico. Ma Benedetto lo ammiravo

Tosatti
Tosatti
Stiamo rimandando l’argomento, girandoci intorno, da troppo tempo: papa Francesco. Anche tu, al pari degli altri vaticanisti, e anche di me hai fatto cilecca nelle previsioni pre-conclave.
Sicuramente. I miei articoli lo testimoniano. Ma, al contrario di te, non  ho mai creduto all’elezione di Scola: troppi lo avversavano. Pensavo all’America; un brasiliano, Scherer mi sembrava possibile. E poi mi sarebbe piaciuto molto un nord-americano: O’Malley, ad esempio, mi piaceva. Oppure – mi è simpaticissimo – Dolan. O addirittura, qualcuno che non è ancora cardinale…
Chaput.
Per esempio. Poi è andata come è andata…
Ti piace come è andata a finire?
Benedetto XVI
Benedetto XVI
Un cattolico deve dire del papa quello che gli americani dicono degli Usa: right or wrong, my country. Giusto o sbagliato, il mio papa.
Non ti piace.
E’ molto simpatico e popolare. Certo, ammiravo e ammiro molto il suo predecessore.
Perché?
La grande chiarezza, anzitutto. Benedetto XVI ha una dote sublime: la capacità di spiegare in una frase, così semplice che la possano capire tutti, i concetti più complessi. In questo modo ha riproposto l’Essenziale, i novissimi, i fondamenti della fede stessa, nudi e crudi. Calandoli, raccordandoli ai tempi e facendoli perciò rivivere. Nessuno come lui ha spiegato il legame profondo tra fede e ragione. Un uomo raffinato e coltissimo; a questo aggiungeva l’umiltà e la dolcezza.
Francesco
Francesco
Stavamo parlando di Francesco.
Non si può capire Francesco, e quello che sta facendo, senza parlare di Benedetto, e del lavoro silenzioso, oscuro e grandissimo che ha fatto per ripulire e rafforzare la Chiesa. Certo lo stile di  Francesco è diverso, dove Benedetto era tagliente lui sembra più accattivante. Almeno, per ora sembra questa la sua strategia.
Col risultato di confondere le idee a quelli vicini e non chiarirle a quelli lontani? Come dire: perdere… due piccioni con una sola fava?
Non c’è strategia che non abbia dei rischi. Speriamo bene.
Forse hai ragione tu: Francesco si è posto il compito non tanto di convincere, ma intanto di avvicinare; cercando anzitutto la fiducia dei lontani, di chi non ha la fede, di chi l’ha perduta, perché “ferito” dalla vita o corrotto dal peccato, secondo lui; piuttosto che occuparsi di chi dentro la Chiesa già ci sta e con profitto, le pecore che non si sono allontanate dal gregge. Benedetto, al contrario, si era posto l’obiettivo di schiarire le idee a quei cattolici che fisicamente dal gregge non si erano allontanate ma che moralmente erano altrove, ormai immemori di cosa il cattolicesimo fosse: anzitutto l’incontro con l’uomo-Dio Cristo.
Sì, ma Benedetto parlava anche al mondo, e gli diceva: attento, stai sbagliando qui, e qui e qui. Anche Francesco lo pensa, certo, ma per ora sceglie un approccio più morbido.
Tosatti riceve un premio alla carriera, dalla Pontificia Università della Santa Croce, retta dall'Opus Dei
Tosatti riceve un premio alla carriera, dalla Pontificia Università della Santa Croce, retta dall’Opus Dei
Ossia sceglie quasi di non dirlo affatto.  Ti pongo in modo diverso la stessa domanda: cosa ti lascia perplesso di Francesco?
La sua gestione di governo, certe scelte – viste per categoria – degli uomini. La maggioranza sembra provenire dalla stessa area: ossia l’area della diplomazia. Li ha piazzati ovunque, e spesso davvero non so con quale criterio esclusi i rapporti di amicizia con i nominati. Ha certo creato stupore il caso di Beniamino Stella, diplomatico da sempre, Rettore dell’Accademia dove vengono creati i futuri diplomatici, messo a capo della Congregazione per il Clero. Sicuramente un’ottima persona, ma non credo che sia mai stato parroco un solo giorno, o abbia vissuto l’esperienza della vita di una diocesi.
Quindi?
Quindi non capisco questo parlare contro il “carrierismo” e poi mettere nei posti chiave solo i diplomatici: la diplomazia, dentro la Chiesa e fuori, è una carriera, la Carriera per eccellenza, nel senso più letterale del termine.
La cordata curiale-diplomatica già da due anni aveva progettato le dimissioni di Benedetto e scelto il successore: Bergoglio. È chiaro che i favori si restituiscono.
Non so se le cose stanno così. Una cosa è certa: i rapporti tra la diplomazia vaticana e Benedetto XVI erano pessimi. Credo che sia stato un grave errore di Ratzinger quello di sottovalutarla. Inoltre la scelta di un Segretario di Stato non proveniente dalla carriera diplomatica ha esacerbato ulteriormente quella influente schiera di persone.

I padroni del Vaticano: i diplomatici

Tosatti
Tosatti
Quando dici “diplomazia” dici carriere, curia, vaticani culi di pietra, gente insomma che ha l’una e l’altra chiave del regno. E infatti vedi come è finita con Benedetto. Mentre ora “tutto ei potè ciò che volle sul cor di Federico”. Si è ripresa non solo quel che era suo, ma pure tutto il resto. Era meglio non pestargli i piedi, ai diplomatici curiali.  
Quando la salute di Giovanni Paolo II declinò palesemente, lui che già era assai allergico a occuparsi della macchina curiale, anzi, se ne curava molto poco, la Segreteria di Stato assunse un ruolo ancora più importante. E  non sempre le scelte furono le più giuste: pensiamo al caso Maciel Degollado, al comunicato della Segreteria di Stato che negava l’esistenza di un’inchiesta su di lui… e lo scontro, che il prefetto Ratzinger perse con chi proteggeva Maciel…
Nel conclave del 2005, ricordo, si diceva che la «diplomazia vaticana era la lebbra della Chiesa: va estirpata». Forse si disse pure in conclave, e Ratzinger eletto ne prese atto.
È una storia complessa. Resta il fatto che la diplomazia vaticana, dentro la Chiesa, nella Curia, è una potenza. Con la quale, piaccia o no, bisogna fare i conti. Questi conti Benedetto aveva deciso di non farli. E fece il suo primo errore, come abbiamo detto: nominare alla guida della segreteria di Stato un non diplomatico, Bertone, che davvero poco sapeva di quel mondo fatto di equilibri delicati, facili a saltare. Abbiamo visto quale sorte è toccata a Bertone. La diplomazia, che sempre ha avuto in mano quell’ufficio, che su quello si fonda, non l’ha mai mandata giù.
Un altro libro di Tosatti. Con un titolo un po' ruffiano, ma che anche oggi non è lontano dal vero: vedi il caso dei Francescani dell'Immacolata. Il cui fondatore, guardacaso, fu figlio spirituale di Padre Pio
Un altro libro di Tosatti. Con un titolo un po’ ruffiano, ma che anche oggi non è lontano dal vero: vedi il caso dei Francescani dell’Immacolata. Il cui fondatore, guardacaso, fu figlio spirituale di Padre Pio
Sembrava il “Mostro” per antonomasia, Bertone, a sentire corvi e giornalisti amici di corvi tutti quanti scappati dalla gabbia dei diplomatici vaticani…
Corvi o non corvi, Benedetto fece il secondo errore. Tenere alla larga i diplomatici, i nunzi anche negli incontri ordinari per discutere delle varie faccende riguardanti la politica vaticana e le chiese nazionali; non si peritava di cercarne il parere, il consiglio, la collaborazione: forse ne diffidava. È andata sedimentandosi, probabilmente, una distanza diventata man mano risentimento da parte di alcuni diplomatici.
Ma perché Ratzinger ne diffidava sino a tal punto?
Sai com’è… il cardinale Ratzinger era in curia da 25 anni, senza tuttavia far parte di alcuna cordata, ne era estraneo, era dentro e in certo senso “fuori” dalla Curia: non gli interessava quel mondo fatto di carriere, compromessi e potere. Ma al contempo osservava tutto e tutti i documenti: i dossier riservati riguardanti ciascun ecclesiastico o curiale necessariamente passavano dall’ex Sant’Uffizio, e quindi dalla sua scrivania. Sapeva tutto di tutti, e  tutti sapevano che Ratzinger sapeva. Quindi non lo si poteva prendere in giro. Si è detto che Ratzinger non conoscesse la Curia: al contrario, la conosceva sin troppo. E spesso ne sperimentò sulla sua pelle, già da prefetto, il contatto urticante.
Il prefetto Ratzinger "sapeva tutto di tutti"
Il prefetto Ratzinger “sapeva tutto di tutti”
E da papa, sapendo, faceva anche. E per poter fare, spesso faceva a meno di curiali e diplomatici.
Guarda, ti posso dire con certezza una cosa, ed è una delle tante che ha reso grande quel pontificato. Anzitutto nessun papa quanto lui, silenziosamente, nella massima discrezione ha rimosso tanti vescovi indegni di esercitare oltre il loro ministero, fra gli 80 e i 90; ha ridotto centinaia di preti allo stato laicale una volta venuto a conoscenza di carenze d’ogni genere, ma sulla morale specialmente. Nessuno quanto lui – ed è stato davvero il primo papa ad agire concretamente in questo ambito – ha combattuto non solo normativamente, ma con atti concreti i casi di abusi sessuali o di pedofilia nel clero, come pure da cardinale aveva tentato di fare, ma ostacolato duramente da alcuni potentati di curia.
E le sue nomine? Pure su quello hanno avuto da ridire.
Ecco, l’altra questione che rende grande quel pontificato. Eccettuato il caso di Bertone et similia. Wojtyla quando gli presentavano le “ponenze”, ossia la lista con i vescovi da nominare in ogni diocesi, si limitava a vidimare il primo dei tre nomi selezionati dalle nunziature, senza approfondire oltre. Ratzinger no: si andava a informare su tutti e tre i candidati, ne scorreva curricula ufficiali e no, vedeva cosa avevano fatto, detto, scritto in giro, e talora diceva “questi no, datemi altri tre nomi”. Un lavoro gigantesco, estenuante di selezione che con certosina pazienza svolgeva ogni giorno. Non è un caso che ai vertici delle diocesi, sotto il suo pontificato, siano stati nominati i vescovi migliori, almeno rispetto a quello che c’era in campo, ineccepibili dal punto di vista morale e dottrinale.

Grandezza discreta di un pontificato. E sua rovina: Benedetto e i media

Padre Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana degli ultimi due papi
Padre Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana degli ultimi due papi
Ma allora? Perché quel proliferare artificiale di scandali durante il suo pontificato (molti dei quali, mi sono quasi accertato, orchestrati dall’interno della curia, dalla solita cordata…)? Perché lo scandalo “pedofilia” nel clero nell’Anno del Clero indetto da Benedetto stesso? Perché la stampa gli dava addosso persino mettendo in giro menzogne sul fratello del papa, sempre a proposito di queste cose? Perché all’improvviso cessano, non appena dimesso, tutti questi polveroni, questa lapidazione mediatica permanente?
Senti, Antonio, senza affondare in un mare di perché senza risposta, prendiamo atto di un problema di fondo di tutto quel pontificato: la comunicazione! Benedetto a differenza di Giovanni Paolo II non è un uomo dei media, e ha pagato cara questa sua lontananza. Ti faccio due esempi, due casi che fecero scalpore. Il viaggio del papa in Africa. Nell’aereo i giornalisti…
…iene dattilografe…
…I giornalisti, dicevo, che magari possono essere o poco informati o con qualche pregiudizio verso la Chiesa, comunque quasi sempre poco interessati ai risvolti apostolici di un viaggio papale, in genere fanno le solite uniche domande che sui giornali, quando si parla di Chiesa, sembrano poter fare “notizia”.
corpus41…polveroni.
Se vuoi. Ma se il papa incontra i giornalisti, gli anglosassoni specialmente, su un aereo sa bene che cosa gli possono chiedere; e naturalmente una domanda sul preservativo è da mettere in conto. Un pericolo che Navarro Valls sapeva evitare preparando il Papa al tipo di domande possibili e magari suggerendogli come formulare la risposta. Ma questo accadeva perché Giovanni Paolo II si lasciava guidare. Così in quel viaggio di Benedetto in Africa tutto si è ridotto alla storia del condom.
Qual era il secondo esempio che volevi farmi?
L’episodio del luglio 2007, allorché il papa annunciò il Motu Proprio col quale toglieva la scomunica ai lefebvriani. Un gesto che nella volontà di Benedetto doveva essere di carità, unità e riconciliazione: un gesto generoso, indubbiamente, ma anche forte e rischioso senza le dovute cautele comunicative. Ma il responsabile della comunicazione vaticana non è stato chiamato a partecipare a quella riunione. Ti pare possibile? E infatti quel gesto è stato trattato come sappiamo… Con il papa che un paio di giorni dopo chiede ai cattolici «almeno non divoratevi a vicenda»
Ancora un libro di Tosatti
Ancora un libro di Tosatti
E ci credo! Dall’interno del Vaticano era partito il video su quell’altro deficiente di Williamson, e Kasper, che detestava  (e invidiava) il suo collega professore di teologia Ratzinger, che considerava un rivale di “successo” (stante le categorie mondane a lui care), e per sventura del suo fegato divenuto papa, ha avuto un ruolo di primo piano in quel caso: oggi qualcuno lo ha elevato a padre e dottore della Chiesa del futuro, Kasper. Peccato non abbia perso il vizio di mentire, oltre che sui papi, sui vangeli, i Padri della Chiesa, le fonti, tutto. Come ha dimostrato all’ultimo concistoro.
Antonio, lascia perdere i personalismi. Il punto non è questo. Il punto è che Benedetto, dovendo annunciare una cosa tanto importante e delicata, non si premurò, e i suoi collaboratori neanche, di coinvolgere nell’operazione i responsabili della comunicazione vaticana.

Eppure vado alla messa “normale”

Tosatti in un momento di relax
Tosatti in un momento di relax
A proposito di Motu Proprio… Come mai i lettori più legati al Motu Proprio, quelli più “tradizionalisti” ti stimano così tanto come vaticanista?
Me ne sono accorto, ma non lo so. Tu lo sai?
Sì.
Sentiamo.
Una cosa semplicissima: riconoscono la tua onestà, ossia il fatto che scrivendo della Chiesa ne parli e ne giudichi gli atti non secondo categorie mondane o politiche che non le appartengono, vizio tipico dei progressisti, ma secondo la sua natura reale: racconti e spieghi la Chiesa per quel che effettivamente è e deve essere, secondo i suoi canoni. E poi una cosa che ai “tradizionalisti” piace molto: non sei per niente clericale… devi sapere che se i progressisti sono la quintessenza del clericalismo, i tradizionalisti, al contrario, per quanto paradossale possa sembrare, tendono, e talora marcatamente, all’anticlericalismo. Fra progressisti e tradizionalisti, queste due frange opposte, gli “anarcoidi” sono questi ultimi, non certo in dottrina però.
Altra opera (una delle migliori) di Tosatti
Altra opera (una delle migliori) di Tosatti
Sarà come dici tu. Diversamente non me lo spiego: manco a dire che sono un fan della messa in rito antico. O meglio: vado alla messa ‘normale’, e non mi trovo male; la trovo bella. Quella antica semmai la trovo lunga…
Non è vero, io ci vado proprio perché finisce prima: manco 40 minuti, e le prediche massimo 5 minuti. Forse parli di quelle solenni: la solennità se non è lunga non è. In certe messe normali mi sono beccato 40 minuti di predica dove oltre a non dir niente (salvo eresie qua e là) lo  si diceva pure male.
Ad ogni modo, chi ha quella sensibilità, deve, dentro la Chiesa, avere i suoi spazi, essere libero di esprimerla e va rispettato: ognuno si avvicina al Signore con gli “strumenti” che gli sono più congeniali. E francamente non riesco a capire, non sono mai riuscito a capire tanta ferocia fra liturgisti.
A proposito di libertà: ne hai scritto tanto volte, ma cosa è successo veramente ai Francescani dell’Immacolata carcerati dall’Inquisizione Invisibile  Che Non Osa Dire Il Suo Nome e che, a quanto pare, da qualche parte e per ragioni occulte si è costituita in Vaticano al solo scopo di mettere nei guai quei poveri fraticelli? Ma a quale onnipotente e vendicativo personaggio hanno pestato i piedi?
Sono mesi e mesi che questa situazione misteriosa si prolunga, e ancora non si sa nulla delle motivazioni. Ci fossero state, e fossero state serie, a quest’ora sarebbero venute fuori, ma fin qui niente. Evidentemente, penso io, non c’è davvero nulla di illecito di cui accusarli. Qualcuno gli vorrà male, chissà!
Di Tosatti, ancora un libro
Di Tosatti, ancora un libro
Sì: il demonio. E i suoi servi invidiosi e sciocchi. Che sovente sono in Vaticano. O tra i commissari dei Cappuccini.
Non sono un demonologo.
Credi al demonio?
E’ il principe della menzogna: come potrei credergli!
Seh vabbè…
A parte gli scherzi, se non credessi alla sua esistenza non potrei dirmi cristiano. Nel Vangelo se ne parla più spesso che dello Spirito Santo. E non si tratta solo di psicologia o di malattie. E’ un argomento che mi ha colpito, e, fra l’altro, ne ho scritto un libro, un’“Inchiesta”.
Il famoso “Inchiesta  sul Demonio”, intervistando padre Amorth. Marco, tu preghi?
Ogni giorno, varie volte.
Quasi un pelagiano! Scherzo… Senti, ma i tuoi figli? Credono?
Ne ho quattro. Due sono ormai adulti, il maschio ha 40 anni ed è in diplomazia, la femmina insegna a Parigi. Questi due non sono molto interessati al fatto religioso: sai com’è, quando erano piccoli neppure io ero religioso, anzi ero agnostico. Credo che questo abbia inciso. Gli altri due, i più piccoli, sono studenti e vivono in famiglia: loro sono stati più fortunati. Hanno conosciuto il padre che non solo scriveva di Chiesa, lo hanno conosciuto credente. Ecco, loro due sono molto sensibili alla fede, e non credo sia un caso.
Hai quasi 68 anni, Marco.
Grazie dell’informazione: ne avrò  67 a settembre. Li auguro anche a te.
Di nuovo il diavolo, protagonista di un suo libro
Di nuovo il diavolo, protagonista di un suo libro
Pensi mai alla morte?
Ogni giorno.
Con timore e tremore?
Con grande serenità, senza paura. C’è un libro giapponese, molto importante, Hagakure, scritto da un samurai. E consiglia di pensare ogni mattina a come si morirà, a rendersi familiari con sorella morte. Chi l’ha scritto era buddista, ma da cristiano penso che sia giustissimo.
Secondo te, tu che hai scritto tanti libri sul mistero, sulle sindoni, le possessioni, siamo alle soglie della Parousia?
Maometto in uno dei suoi colloqui si chiede: Che cos’è l’Ora?E chi conosce l’Ora, cioè il Giorno del Giudizio? Solo Dio lo sa. E non mi sembra ansioso di dircelo…

Un giornalista cattolico deve ammettere la verità sulla Chiesa, anche se fa male


Un libro di Tosatti
Un libro di Tosatti
Sei un giornalista cattolico?
Sono un cattolico che fa il giornalista. Anzi: giornalista Ecattolico.
Un cattolico giornalista, se scopre una cosa scabrosa che riguarda uomini di chiesa, mettiamo, che so?, un caso di abusi sessuali (tanto per far contenti eventuali lettori laicisti), che deve fare, in coscienza? Tacere o scrivere tutto?
In coscienza, deve dire tutta la verità. E ti dirò di più: credo di essere un buon cristiano, e un buon cattolico, se faccio bene, coscienziosamente, fino in fondo il mio lavoro. E’ il cammino di vita in cui la Provvidenza mi ha posto, devo svolgerlo meglio e più onestamente che posso.
E’ una visione molto “opusdeiana”…
Mi faccio la barba quasi tutte le mattine. Devo potermi guardare nello specchio senza problemi…
Da torinese d'adozione, non poteva che scrivere anche su don Bosco
Da torinese d’adozione, non poteva che scrivere anche su don Bosco
E se quella verità dovesse danneggiare la Chiesa, il papa?
La verità vi farà liberi, ha detto Qualcuno. E io Gli credo. La Chiesa non ha nulla da temere dalla verità; ha semmai da temere dai mali troppo a lungo taciuti perché non denunciati subito. Lo scandalo vero lo danno questi ultimi, quando poi infine esplodono. Perché la verità presto o tardi viene sempre fuori. È la mancata verità che danneggia la Chiesa, la coscienza, il giornalista, cattolico o meno che sia. E io sono un giornalista: cerco di essere un buon giornalista, e un buon cattolico, e cerco di esserlo facendo bene, onestamente e meglio che posso il mio mestiere. Che è quello di informare.
C’era e forse c’è ancora il dogma clericale, tanto malinteso, del «per non scandalizzare i semplici». Che spesso è diventato una sorta di concorso in associazione a delinquere.
Meglio “semplici” scandalizzati, che “semplici” abusati.
Dovrebbero farti fare il titolista di “Cuore”. Fortuna che non lo stampano più.
Sai che ti dico? Che non mi piace il vaticanismo che si fa clericalismo: rende prima ridicoli infine irrilevanti quelli che lo fanno. Per esempio reputo che non si possa essere vaticanisti seri, liberi, credibili lavorando per i giornali dei preti e peggio ancora dei vescovi. Penso pure che un vaticanista serio non dovrebbe mai mettere piede nella “città delle meraviglie”, quella Città del Vaticano che, Dio solo sa perché ti incanta e ti trasforma in un ciambellano di corte. E man mano cominci a tacere su questo e su quello, poi passi alle mezze verità, infine a manipolare la verità, finché non diventa un’abitudine e menti su tutto o taci su tutto. Io per esempio compravo l’Osservatore Romano per informarmi delle notizie non date: quasi tutte.
L'ultima fatica di Tosatti (in coppia con Flavia Amabile), fresca di stampa: L'Ammiraglio. "La battaglia, il tradimento, la prigionia, il ritorno: tra vita e morte il secondo conflitto mondiale vissuto da un uomo che finì per temere più la pace che la guerra".
L’ultima fatica di Tosatti (in coppia con Flavia Amabile), fresca di stampa: L’Ammiraglio.
“La battaglia, il tradimento, la prigionia, il ritorno: tra vita e morte il secondo conflitto mondiale vissuto da un uomo che finì per temere più la pace che la guerra”.
Mi diceva la regista, mecenate e gran cattolica Liana Marabini: «il vaticanismo deve essere sempre all’opposizione». Vediamo invece il vaticanismo (e i giovani sono peggio: sono più preteschi dei loro padroni prelati) ridotto a reggere il codazzo al cardinale di curia potente del momento… c’è un conformismo!
Sì ok, ho capito, ho capito anche dove vorresti andare a parare. Lasciamo correre: ciascuno fa quel che può, come può, la dignità è sua e ne fa quel che gli pare. Anche in situazioni difficili, è sempre possibile cercare di scegliere il decoro. E prima di giudicare, non dimentichiamo che siamo tutti, tutti, deboli e peccatori. Chi più e chi meno, forse, ma tutti. Ma sono certamente contento di aver fatto il vaticanista per un giornale di solida tradizione laica, laicissimo, come La Stampa. E devo dire che nessuno mai è venuto a dirmi che cosa scrivere, a impormi o proibirmi alcunché. Mai! Anche se talvolta percepivo che la “linea” del giornale non combaciava con la mia.
Qualcuno, riguardo ai vaticanisti cattolici (lasciamo perdere quelli laici, laicisti e persino atei come Politi, che però vogliono insegnare ai cattolici come lo si è) di questi ultimi tempi, parla di “normalisti”.
Ossia?
Il vaticanista “normalista”  vuole tutti papisti allineati ad un presunto nuovo corso, e non vede l’ora di reprimere chi mostra indipendenza, perché va tutto bene e guai a chi dice il contrario.
Guarda che questa omologazione, questo conformismo, questo “normalismo” che tu vedi nel vaticanismo odierno – guardati intorno – io lo vedo pure nel giornalismo laico e che s’occupa di cose laiche. Questo stato di cose è generale, da anni.
Dei particolari, poi, ne possiamo parlare non appena spegni il registratore.
208078_1045966196045_8458_nTi devo dire una cosa che già sai da un po’. Ma mo’ te la preciso. Sai perché t’ho voluto intervistare?
Coraggio, dimmela questa ragione!
Per la ragione opposta a quella per la quale intervistai, e glielo dissi, Blondet: passo la vita a cercare persone che non mi piacciono, premurandomi di farglielo sapere. In genere, un’intervista è un’occasione d’oro per renderli edotti. Tu no. A te ti ho intervistato perché mi piaci. Dico meglio: perché sei uno dei pochi, quasi il solo vaticanista dinanzi al quale senza sentimi un imbecille mi toglierei il cappello. Sei un italiano serio. E va da sé: un “giornalista E cattolico” perbene.
Eddai! Adesso mi imbarazzi…
Saresti il primo giornalista, a imbarazzarsi.