Nella Domenica delle Palme, la liturgia ci presenta il racconto della Passione del Signore secondo Matteo. Gesù viene crocifisso. Verso le tre, grida a gran voce:
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
La solenne celebrazione di oggi comincia, di solito, con la processione delle palme per commemorare l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Questo gesto “manifesta l'avvento del Regno che il Re-Messia si accinge a realizzare con la Pasqua della sua morte e risurrezione” (CCC 560). Viene lo Sposo a fare del suo popolo la sua “diletta Sposa”. Lo Sposo si presenta come il Servo, che viene a versare il suo sangue per redimere e fare bella la Sposa, “che ama talmente da donare la sua vita per lei” (cf T. Federici). Seguire la passione di Gesù, significa, da una parte, toccare con mano la verità totale di questo amore divino, ma, dall’altra, aprire gli occhi e permettere al cuore di vedere l’abisso di morte e di distruzione del peccato. John Henry Newman ha provato a descrivere quest’orrore: “La morte del Dio Incarnato altro non vi insegna, fratelli, se non questo: che cosa sia il peccato in se stesso, e che cosa era quello che, nella sua ora e in tutta la sua forza, si abbatté sulla natura umana di Gesù… Tutti i peccati stanno qui. Stanno qui le persone a Te più care, i tuoi santi e i tuoi ti stanno sopra; i tuoi apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, non però da confortatori, bensì da accusatori, come gli amici di Giobbe, ‘gettando cenere contro il cielo’ (Gb 2,12), e accumulando maledizioni sul tuo capo”. “La mia anima è triste fino alla morte”, ma per la mia Sposa eccomi pronto a dare la mia vita. Da bambini, ricordo, ci educavano a vivere questa settimana nel silenzio, nella preghiera, accompagnando la passione del Signore, per unirci alla sua vittoria pasquale.
(don Ezechiele Pasotti, prefetto agli studi nel Collegio Diocesano missionario “Redemptoris Mater” di Roma)
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DI SEGUITO TESTI E COMMENTI
DOMENICA DELLE PALME E DELLA
PASSIONE DEL SIGNORE COMMEMORAZIONE DELL' INGRESSO DI GESU' IN GERUSALEMME MISSALE ROMANUM VETUS ORDO | ||||
BENEDIZIONE DEI RAMI
I fedeli sono radunati in una chiesa succursale o in altro luogo; portano in mano i rami di ulivo o di palma.All'arrivo del sacerdote si canta l'antifona seguente o un altro canto adatto. Antifona d'Inizio Mt 21,9 Osanna al Figlio di Davide. Benedetto colui che viene nel nome del Signore: è il Re d'Israele. Osanna nell'alto dei cieli.
Hosánna fílio David:
benedíctus qui venit in nómine
Dómini. Rex Israël: Hosánna in
excélsis.
Il sacerdote saluta i presenti e poi con brevi parole illustra il significato dei gesti che stanno per compiere e li invita a una partecipazione attiva e consapevole: Fratelli carissimi, questa assemblea liturgica è preludio alla Pasqua del Signore, alla quale ci stiamo preparando con la penitenza e con le opere di carità fin dall'inizio della Quaresima. Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione. Accompagniamo con fede e devozione il nostro Salvatore nel suo ingresso nella città santa, e chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce, per essere partecipi della sua risurrezione.
Fratres caríssimi,
postquam iam ab inítio Quadragésimæ corda nostra pæniténtia et opéribus caritátis præparávimus, hodiérna die congregámur, ut cum tota Ecclésia præludámus paschále Dómini nostri mystérium, eius nempe passiónem atque resurrectiónem, ad quod impléndum ipse ingréssus est civitátem suam Ierúsalem. Quare cum omni fide et devotióne memóriam agéntes huius salutíferi ingréssus, sequámur Dóminum, ut, per grátiam consórtes effécti crucis, partem habeámus resurrectiónis et vitæ.
Il sacerdote benedice i rami, che, dopo la processione, saranno portati nelle case come segno di fede: Preghiamo. Dio onnipotente ed eterno, benedici
Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, hos pálmites tua benedictióne + sanctífica, ut nos, qui Christum Regem exsultándo proséquimur, per ipsum valeámus ad ætérnam Ierúsalem perveníre. Qui vivit et regnat in sæcula sæculórum. R. Amen.
Oppure: Accresci, o Dio, la fede di chi spera in te, e concedi a noi tuoi fedeli, che rechiamo questi rami in onore di Cristo trionfante, di rimanere uniti a lui, per portare frutti di opere buone. Per Cristo nostro Signore.
Auge fidem in te sperántium, Deus, et súpplicum preces cleménter exáudi, ut, qui hódie Christo triumphánti pálmites exhibémus, in ipso fructus tibi bonórum óperum afferámus. Qui vivit et regnat in sæcula sæculórum. R. Amen.
Vangelo - Anno A Mt 21,1-11 Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Dal vangelo secondo Matteo I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!». Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galillea
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PROCESSIONE IN ONORE DI CRISTO RE
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"Amato, perdonato, rigenerato nella sua Passione"
Commento al Vangelo della Passione -
Passione di Dio per te, per me, per ogni uomo. Si, Dio si è appassionato alle mie cose, a quelle di tutti i giorni, al punto di morirci. Non è questo che in fondo tutti stiamo cercando? Non è qualcuno, anche uno solo, che sia attento a quello che ci accade, che abbia a cuore la nostra vita, che si accorga di noi, che ci abbracci quando ci sentiamo soli, che ci stringa forte quando le lacrime ci gonfiano gli occhi, che ci sorrida dolcemente quando ci sentiamo soli e distrutti, che ci prenda per mano e ci tiri fuori dai pasticci?
Non desideriamo qualcuno che ci ami davvero, di quell'amore che non troviamo da nessuna parte, se non a brandelli, nei genitori, nei fidanzati, nelle famiglie, nei figli, negli amici? Ma sono solo frammenti di quello che ci urge disseminati nei giorni, che poi è così difficile rimetterli insieme perché diano senso, pace e gioia alle nostre esistenze.
Eccolo oggi Colui che stiamo desiderando. Eccolo tra le pagine della Passione. Leggiamola con pazienza, vi incontreremo le trame delle nostre vite, i luoghi, i volti e le cose di ogni nostro giorno.
Il Cenacolo, il Getsemani, il Palazzo del Sommo Sacerdote, il Campo di sangue, il Tribunale del Governatore, il Pretorio, la Via Dolorosa, il Golgota e il Giardino con la tomba.
E poi Pietro Giacomo e Giovanni, Giuda l’amico che tradisce, gli altri apostoli dispersi e scandalizzati, Caifa, i Capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani, il Sinedrio, i falsi testimoni, i servi e le serve, Pilato e sua moglie, Barabba e la folla, la truppa dei soldati, Simone di Cirene, i morti risuscitati, i due ladroni, il centurione e quelli che con lui facevano la guardia, Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, la madre dei figli di Zebedeo e le molte altre donne, Giuseppe di Arimatea e le guardie a sigillare e sorvegliare la tomba.
E poi il pane e il vino, il piatto e la coppa, la terra e gli ulivi, il sonno, le trenta monete, il bacio e le mani addosso, la spada e i bastoni, le vesti stracciate e la bestemmia, gli sputi, le catene, il gallo e il pianto, l’albero e la corda per l’impiccagione, l’acqua e il catino, flagello, il mantello scarlatto, la corona di spine e la canna, gli sputi e le parole di derisione, le vesti di Gesù, la Croce e i chiodi, il vino mescolato con fiele, l’iscrizione, gli insulti e le beffe, la spugna l’aceto e la canna, il terremoto, le rocce spezzate e i sepolcri aperti, il lenzuolo pulito, il sepolcro nuovo scavato nella roccia e la grande pietra rotolata alla sua entrata.
La Passione di Gesù è il suo amore sbriciolato e disciolto nella storia che ci accoglie; è la nostra vita, la sua fonte e il suo destino. Entra umile a Gerusalemme, la Città che Dio ha eletto a sua dimora, ovvero la nostra vita preparata da sempre per accoglierlo. Viene a cercarci per prenderci con sé e farci passare dalla morte alla vita, dall’uomo vecchio all’uomo nuovo.
Viene a donarsi, sa bene che gli “osanna” che gli tributiamo quando ci va bene presto si trasformano in insulti e chiodi di fronte alla più piccola contrarietà. Non viene a prendere onori, ma a darne a noi traditori.
Conosce il nostro cuore, lo vuole guarire, per questo viene a offrirci il suo silenzio per caricarsi delle nostre false accuse, delle mormorazioni, dell’ira e dell’odio.
E’ geloso di noi e non può sopportare di vederci schiavi della menzogna del demonio; per questo si lascia arrestare dalla nostra arroganza, giudicare dalle nostre menzogne, insultare dalla nostra ipocrisia, flagellare dalla nostra concupiscenza, spogliare dalla nostra avarizia, crocifiggere dalla nostra superbia, e rinchiudere nel sepolcro della nostra morte, frutto maledetto di ogni peccato.
E’ lì che doveva finire, sin dal primo istante dell’Incarnazione, sin dalla nascita nella mangiatoia di Betlemme che ne profetizzava la tomba. Agli inferi doveva scendere, in quelli di ogni uomo, per liberare gli schiavi e restituirli, di nuovo figli, a suo Padre.
Anche quest’anno Gesù viene in ogni angolo della nostra vita, per adagiarvi il suo amore. E’ un fatto, semplice e vero: Lui in me perché io sia in Lui; tutto di Lui per me perché tutto di me sia trasformato in amore. E’ questa la chiave per contemplare la Passione: “sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più che io vivo, ma è Cristo che vive in me”.
Sono stato amato, perdonato, rigenerato nella sua Passione, e ora non vivo più la mia vita come una cosa mia, nella quale cercare di non soffrire passandola il meglio possibile, offrendo tutto e tutti alla mia cupidigia insaziabile. Ora le persone, i luoghi e le cose non sono più mio possesso, ma le occasioni perché Cristo viva in me la sua Passione.
Ecco, oggi possiamo contemplare in essa l’amore infinito di Dio che, raggiungendomi, mi trasforma in Cristo. Si legge Gesù ma si ascolta Giuseppe, Mario, Giulia e Lucia. La Passione è un Vangelo, il primo a essere scritto, il nucleo più antico e il fondamento di tutto il Nuovo Testamento, la memoria più vivida degli apostoli.
In essa, infatti, è illuminato ogni frammento della vicenda dei suoi fratelli più piccoli. Non c’è angolo oscuro e dimenticato, non un incontro, non un volto, non un evento nel quale Gesù non vi abbia patito per colmarlo della sua gloria.
Tutto, anche il dolore più grande, il fallimento più cocente, la frustrazione più umiliante ha senso nel dolore, nel fallimento e nella frustrazione di Gesù. Ognuno può pensare a Giuda, Pilato, Caifa, Simone di Cirene che ha incontrato; il Pretorio e il Golgota dove ha vissuto, studiato e lavorato; i chiodi, le spine e il flagello che ha toccato. Era amore, il puro amore di Dio che, misteriosamente, perdonandoci, ci univa al suo Figlio e alla sua missione.
Già, la missione. Perché è anche di questa che ci parla la Passione di Gesù. Non è solo un memoriale che si compie di nuovo quest’anno. E’ anche una profezia di quello che Dio ha preparato per noi. Ci attendono il Sinedrio, la Via Dolorosa, i tradimenti e gli sputi, non un frammento della Passione di Gesù ci sarà risparmiata.
Ma è il nostro vanto, il segno che siamo suoi, il suo corpo e il suo sangue vivi in questo tempo; la sua Passione sono le stigmate del suo amore impresse nella nostra carne, ormai libera dal peccato e pronta ad essere offerta anche ai nemici.
Può “patire” solo chi è già risorto con Lui: la sua Chiesa inviata nel mondo per annunciare il Vangelo a questa generazione. Coraggio allora, entriamo con Cristo a Gerusalemme, la sua dimora: è il nostro matrimonio, il posto di lavoro, la scuola, il fidanzamento, la malattia, ogni evento e relazione che ci attendono nella luce sfolgorante della Pasqua.
Ascoltiamo allora la Passione per fare memoria del passato risplendente di Gloria; per vivere con gioia e gratitudine il presente; e aspettare con fede il futuro come l’occasione per “patire” con Cristo per la salvezza di chi ci è affidato.
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Commento di Enzo Bianchi
Nella liturgia della domenica delle Palme due sono i vangeli che l’assemblea cristiana ascolta: il racconto dell’entrata di Gesù in Gerusalemme (quest’anno Mt 21,1-11) e, nella messa, il racconto della passione del Signore, dal tradimento di Giuda fino alla sepoltura del crocifisso. L’omelia normalmente è ispirata a questo secondo testo, anche se, per la sua lunghezza, non può essere commentato per intero nella celebrazione. Vorrei dunque semplicemente mettere in evidenza nel racconto della passione secondo Matteo – quello proclamato nell’annata A – alcuni tratti che si differenziano rispetto ai racconti di Marco, che pure ne è la fonte primaria, e di Luca.
Innanzitutto la passione che Gesù soffre fino alla morte non è né un destino né un caso nella sua vita. Matteo mette in evidenza come Gesù, seppur “consegnato”, dunque oggetto di un’azione determinata da parte di altri (Giuda, i sacerdoti, Pilato), resti sempre soggetto, protagonista del racconto: la passione è vissuta da Gesù nella libertà e per amore. Gesù sa, e lo dice, che “il suo tempo è vicino” (cf. Mt 26,18), ma è un tempo, un’ora alla quale potrebbe sottrarsi.
Invece va con decisione verso la passione, dispone che i suoi discepoli facciano i preparativi per la cena pasquale (cf. Mt 16,17-19) e poi la presiede (cf. Mt 26,20-29). Mentre sono a tavola, annuncia che sarà tradito, perché sa che uno dei Dodici è giunto a quella situazione di non-fiducia in lui; ma pur conoscendo l’identità del traditore, non lo denuncia, non lo ferma, non lo isola dagli altri. Non lo giudica né lo condanna, ma rinvia Giuda alla sua coscienza, alla sua responsabilità. “Tu l’hai detto” di essere il traditore, ponendomi la domanda: “Sono forse io?” (Mt 26,25).
Gesù sa e domina ogni situazione, ed eccolo spezzare e dare il pane, segno del suo corpo, ai Dodici; eccolo prendere il calice del vino, segno del suo sangue, e darlo loro da bere come “sangue dell’alleanza sparso per le moltitudini in remissione dei peccati” (Mt 26,28). Secondo Matteo l’eucaristia è appunto “in remissione dei peccati”, remissione che non si ottiene più attraverso i sacrifici al tempio, ma bevendo il sangue di Cristo.
L’eucaristia è offerta a tutti i discepoli: tutti peccatori, traditori come Giuda, rinnegatori come Pietro, increduli come gli altri. Gesù non ha escluso nessuno dalla sua cena pasquale: l’eucaristia è dunque la cena per i peccatori, la chiesa è un’assemblea di peccatori che nell’eucaristia sono perdonati e fatti santi. Sì, le moltitudini degli uomini segnati dal peccato, nel sangue di Gesù, amore offerto fino all’estremo, trovano il perdono dei loro peccati.
E dopo la cena pasquale – Matteo lo evidenzia particolarmente – Gesù prega. Al Getsemani Gesù è tutto preghiera (per ben cinque volte nei vv. 36-44 ritorna il verbo “pregare”), preghiera che vorrebbe fosse condivisa dai tre discepoli che egli porta con sé, Pietro, Giacomo e Giovanni. Ma nonostante tenti per tre volte di farli pregare con sé, ogni suo sforzo è inutile: i discepoli, anche quelli più vicini a Gesù, nella preghiera lo lasciano solo. E come potranno non lasciarlo solo nella passione?
Poco prima di essere arrestato Gesù annuncia il suo essere colpito come pastore e la conseguente dispersione del suo gregge (cf. Mt 26,31; Zc 13,7), ma anche il nuovo raduno in Galilea dopo la resurrezione (cf. Mt 26,32). E quando uno dei discepoli tenta di reagire con la violenza al suo arresto, per esprimere nuovamente la sua libertà di fronte a quella cattura vergognosa Gesù interroga l’autore di quel gesto sulla sua fede in lui: “Credi che io non possa pregare il Padre mio, che mi manderebbe subito più di dodici legioni di angeli?” (Mt 26,53). Occorre credere in Gesù, nelle sue parole, in ciò che fa o sceglie di non fare, perché una sola è la sua volontà: realizzare la volontà del Padre, volontà testimoniata dalle Scritture.
In tutto il processo Gesù continua a essere protagonista degli eventi, continua a essere il mite che non condanna né giudica quando è ingiuriato e ingiustamente giudicato. Al sommo sacerdote che lo scongiura di dire se egli è il Cristo, Gesù non svela né nasconde ma, come aveva fatto con Giuda, richiama chi lo interroga alla propria responsabilità: “Tu l’hai detto” (Mt 26,64). E così fa nell’incontro con Pilato, quando alla domanda: “Sei tu il re dei giudei?”, risponde: “Tu lo dici” (Mt 27,11), e poi ritorna al silenzio.
In questo racconto della passione secondo Matteo, dove mi pongo io, discepolo? Sono come uno dei Dodici i quali, abbandonato tutto per seguire Gesù (cf. Mt 4,20-22), giunta la passione, “tutti lo abbandonarono e fuggirono” (Mt 26,56)? Sono come Pietro, che ha seguito Gesù ma “per vedere come sarebbe andata a finire” (ideîn tò télos: Mt 26,58), e quindi, non coinvolto nella vita di Gesù, finisco per smettere di conoscerlo e per conoscere solo me stesso (cf. Mt 26,34-35.69-75)?
Sono come Giuda, che non ha più fiducia in Gesù, che non lo dichiara Kýrios, Signore, come invece fanno gli altri undici (cf. Mt 26,22), ma lo chiama “rabbi, maestro” (cf. Mt 26,25.49), anche quando Gesù lo chiama “amico” (Mt 26,50), amato da lui fino a quell’ora, amato anche nel momento in cui lo tradisce? Sarò capace di vedere nella passione di Gesù non solo una morte ignominiosa, ma la morte del giusto, l’evento cosmico della morte del Figlio di Dio (cf. Mt 27,51-53)? A me la responsabilità della risposta!
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"Un Re di pace, che ha scelto la Croce come trono"
Lectio Divina per la Domenica della Palme - Anno A - 13 aprile 2014
Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la Domenica della Palme – Anno A – 13 aprile 2014.
Come di consueto, il presule offre anche una lettura patristica.
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LECTIO DIVINA
1) Rami di palma per fare memoria, non spettacolo.
La liturgia di oggi comincia con la processione delle palme. Le persone che portano questi rami di palma non sono le comparse di una spettacolo folcloristico, ma sono fedeli di Gesù che fanno memoria di Lui il quale non resta nel selpocro dopo la sconfitta del Venerdì santo ma esce vittorioso dal sepolcro il giorno di Pasqua. Il trionfo di oggi è il preludio di quello di Pasqua, in cui celebriamo il trionfo della misericordia. La croce non portò Cristo alla morte, ma alla vita.
Iniziamo questa settiama santa facendo memoria della grandezza dell'amore appassionato di Dio per l'uomo, che per consegnarsi per amore nostro ai suoi nemici decide di entrare in Gerusalemme, montando una cavalcatura umile quale è l'asino. Per il suo trionfo Gesù prende l’animale della semplice gente comune della campagna, e per di più si tratta di un asino che non gli appartiene, ma che Egli chiede in prestito per questa occasione. Non arriva in una sfarzosa carrozza regale, non a cavallo come i Re del mondo, ma su un asino preso in prestito.
Oggi quell'asino, che porta Gesù nel mondo, che lo rivela, che parla di lui, siamo noi, come diceva il defunto Cardinale di Parigi Lustiger, e questa è una bella immagine perché ci ricorda che Gesù non vuole essere portato da cavalcature imponenti, ma piccole e umili.
Gesù è un Re “povero” e, quindi, è un Re di pace, che ha scelto la Croce come trono. E’ un Re coraggioso perché entra in Gerusalemme sapendo che va incontro alla Crocifissione, per far maturare i suoi frutti solamente al di là della Croce, passando attraverso essa per entrare nella vita eterna: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (Gv 12, 24-25).
La croce che è simbolo di morte, la croce che è simbolo di maledizione, che è l'espressione della peggiore delle condanne, diviene con Cristo e per Cristo lo strumento di un’elevazione di tutta l’umanità e di tutto quanto l’universo nella gloria di Dio (cfr Sant'Ignazio d'Antiochia).
Questo è il paradosso cristiano: chi orienta se stesso verso il Regno eterno seguendo le indicazioni di Cristo Gesù, uomo mite, misericordioso, pacificatore, puro di cuore, assetato della giustizia di Dio costui è in grado di cambiare la storia del mondo in modo più profondo e più efficace dei detentori del potere, per i quali niente è più importante del domino.
Ne consegue che la Croce è necessaria. Come cristiani noi non dobbiamo solo indirizzare il nostro sguardo al Regno permanente, al di là della morte, e predicarlo. Insieme con Cristo dobbiamo vivere la necessità della Croce per noi, per completare, nel nostro corpo, per la Chiesa e per il mondo ciò che ancora, in noi, manca alla Passione di Cristo (cfr Col 1, 24).
Tutti quelli che soffrono: i malati, gli inguaribili, i prigionieri, i torturati, gli oppressi e quelli che sono poveri, senza speranza, devono sapere che essi nella loro situazione non sono condannati all’impotenza. Se uniscono la loro difficile speranza o la dolorosa disperazione alla speranza del Figlio di Dio in Croce, concorrono alla costruzione del vero Regno di Dio più attivamente di molti “architetti” della felicità terrena. Certo, gli uomini e ancor più i cristiani devono far di tutto per alleviare la sofferenza fisica e spirituale dell’umanità, ma non devono dimenticare le Beatitudini di Cristo, che in Croce Lui non smentisce anzi le conferma: “Beati voi poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli.”(Lc 6, 20 – 24).
2) Gesù è veramente il Figlio di Dio.
Il Redentore dunque entra oggi in Gerusalemme, facendo festa per rivelare sulla Croce la grandezza dell'amore di Dio per l'uomo. Un festa che avrà il suo vertice il giorno di Pasqua. Giorno in cui mostrerà in modo radioso il fatto che Lui è il Figlio di Dio, che ci ama di amore infinito. Come nelle tentazioni del deserto (Lc 4,3.6) così sulla Croce a chi diceva: «Se sei Figlio di Dio» (27,40.43.44) è in gioco la filiazione divina di Gesù. Una filiazione negata e svelata, e che proprio nella ragione per cui è negata mostra la sua novità. Tutti, anche coloro che lo negano, riconoscono che Gesù ha preteso una filiazione che si è espressa nella totale consegna alla volontà del Padre, non in concorrenza con essa. Gli stessi sacerdoti dicono, citando il Salmo 22: «Ha confidato in Dio» (Mt 27,43). Il verbo greco adoperato da Matteo dice l'obbedienza fiduciosa, l'abbandono, l'atteggiamento di chi pone la propria vita nelle mani di un altro Il tempo perfetto dice, poi, la stabilità: Gesù ha sempre, in tutta la sua vita, posto la propria fiducia in Dio Padre.
Porre la propria vita nelle mani di un altro è la manifestazione più alta della dipendenza. Così Gesù ha espresso la sua coscienza di essere Figlio: non nella ricerca e nell'affermazione di una grandezza concentrata su se stesso, rivendicata in concorrenza col Padre, ma in una grandezza tutta sospesa all'ascolto del Padre, tutta rivolta al Padre. La filiazione di Gesù rinvia al Padre.
I sacerdoti dunque, senza volerlo, manifestano la profonda verità di Gesù. E mostrano intuizione legando insieme la sua fiducia nel Padre e la sua pretesa di essere Figlio (Mt 27,43). Sbagliano però il modo di guardare la Croce.
Per loro, come per noi, è il momento in cui il Padre deve rispondere alla fiducia del Figlio, venendo in suo soccorso. Invece è il momento in cui il Figlio mostra tutta la sua fiducia nel Padre. Il Padre risponderà, ma dopo.
Gesù muore sulla Croce assaporando sino in fondo l’abbandono. Ma appena morto la prospettiva si rovescia. La luce scaturisce solo dopo che le tenebre divennero più fitte (Mt27,45).
Occorre essere veramente santi perché la Croce non sia scandalo e assurdità
Non è facile accettare che Dio salvi l'umanità, si manifesti Salvatore degli uomini proprio nel totale fallimento umano, proprio nella suprema umiliazione, nell'abbandono dei discepoli, nell'oltraggio da parte di coloro che Egli stesso aveva beneficato e nello stesso abbandono del Padre.
Ci vuole veramente una grande fede perché noi possiamo riconoscere il Figlio di Dio in Colui che sopra la Croce grida: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. Ci vuole una grande fede per riconoscere che proprio quest’Uomo è Colui nel quale riposa ogni nostra speranza: ogni speranza dell'uomo in uno che grida all'abbandono di Dio.
Due segni verso la fine del racconto della passione secondo San Mattero testimoniano che la morte di Gesù è salvezza. Il primo è il velo del tempio che si lacera (Mt 27,51), il secondo è il riconoscimento della filiazione divina di Gesù da parte dei soldati pagani (Mt 27,54).
Il giudizio dei passanti e dei sacerdoti ebrei era, dunque, falso. La lacerazione del velo del tempio è una risposta alla derisione dei passanti: il tempio è davvero finito e una prospettiva nuova si apre. E il riconoscimento dei soldati è una risposta alle derisioni dei sacerdoti ebrei
Gesù è davvero il Figlio di Dio - proprio perché è rimasto sulla Croce anziché scendere - e mentre i giudei lo rifiutano, i pagani lo riconoscono. Noi pagani convertiti possiamo vedere ciò che gli altri non vedono se il cuore è puro.
E un cuore puro è possibile non solamente quando sentiamo proclamare: «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio», e pensiamo istintivamente alla virtù della purezza. Questo rimando è innegabile: c’è una «purezza di cuore» che si esprime nella castità dei pensieri, degli sguardi e dei gesti, nel modo di vivere la nostra sessualità.
Ma il riferimento più diretto della Beatitudine dei «puri di cuore» non è all’impurità, bensì all’ipocrisia che è fare della vita un teatro in cui si recita; è indossare una maschera, cessare di essere persona e diventare personaggio. Coltivare l’apparenza più che il cuore, significa dare più importanza all’uomo che a Dio. L’ipocrisia è dunque essenzialmente mancanza di fede; ma è anche mancanza di carità verso il prossimo perché non riconosce all’altro una dignità.
Secondo il Vangelo quello che decide della purezza o meno di una azione è l’intenzione: cioè se è fatta per essere visti dagli uomini o per piacere a Dio (cf Mt 6,2-6). Il puro di cuore in ogni sua parola, gesto e scelta lascia trasparire se stesso in modo del tutto sincero, vero, autentico. Il puro di cuore è schietto, leale, retto, non ambiguo, non inquinato. Si presenta, non si rappresenta! Non prende a prestito la personalità a secondo delle circostanze. “È puro un cuore che non finge e non si macchia con menzogna e ipocrisia. Un cuore che rimane trasparente come acqua sorgiva, perché non conosce ; un cuore il cui amore è vero e non è soltanto passione di un momento” (Benedetto XVI). Come le Vergini consacrate ce lo testimoniano ogni giorno nell’abbandono totale a Cristo Sposo. Come lo afferma il Vescovo durante la preghiera di consacrazione delle Vergini consacrate : « Signore, Dio nostro, tu che vuoi dimorare nell’uomo prendi dimora in color che ti sono consacrati, tu che ami i cuori liberi e puri » (Rito di consacrazione delle Vergini, n. 24).
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LETTURA PATRISTICA
Lettura Patristica
Sant’Agostino di’Ippona
DALLE “ESPOSIZIONI SUI SALMI” (En. in Ps. 61, 22)
Quanti beni ci ha recati la passione di Cristo!
Sí, fratelli, era necessario il sangue del giusto perché fosse cassata la sentenza che condannava i peccatori. Era a noi necessario un esempio di pazienza e di umiltà; era necessario il segno della croce per sconfiggere il diavolo e i suoi angeli (cf. Col 2, 14. 15). La passione del Signore nostro era a noi necessaria; infatti, attraverso la passione del Signore, è stato riscattato il mondo. Quanti beni ci ha arrecati la passione del Signore! Eppure la passione di questo giusto non si sarebbe compiuta se non ci fossero stati gli iniqui che uccisero il Sìgnore. E allora? Forse che il bene che a noi è derivato dalla passione del Signore lo si deve attribuire agli empi che uccisero il Cristo? Assolutamente no. Essi vollero uccidere, Dio lo permise. Essi sarebbero stati colpevoli anche se ne avessero avuto solo l'intenzione; quanto a Dio, però, egli non avrebbe permesso il delitto se non fosse stato giusto.
Che male fu per il Cristo l'essere messo a morte? Malvagi furono certo quelli che vollero compiere il male; ma niente di male capitò a colui che essi tormentavano. Venne uccisa una carne mortale, ma con la morte venne uccisa la morte, e a noi venne offerta una testimonianza di pazienza e presentata una prova anticipata, come un modello, della nostra resurrezione. Quanti e quali benefici derivarono al giusto attraverso il male compiuto dall'ingiusto! Questa è la grandezza di Dio: essere autore del bene che tu fai e saper ricavare il bene anche dal tuo male. Non stupirti, dunque, se Dio permette il male. Lo permette per un suo giudizio; lo permette entro una certa misura, numero e peso. Presso di lui non c'è ingiustizia. Quanto a te, vedi di appartenere soltanto a lui, riponi in lui la tua speranza; sia lui il tuo soccorso, la tua salvezza; in lui sia il tuo luogo sicuro, la torre della tua fortezza. Sia lui il tuo rifugio, e vedrai che non permetterà che tu venga tentato oltre le tue capacità (cf. 1 Cor 10, 13); anzi, con la tentazione ti darà il mezzo per uscire vittorioso dalla prova. È infatti segno della sua potenza il permettere che tu subisca la tentazione; come è segno della sua misericordia il non consentire che ti sopravvengano prove più grandi di quanto tu possa tollerare. Di Dio infatti è la potenza, e tua, Signore, è la misericordia; tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.
IN BREVE...
Si celebra la passione del Signore: è tempo di gemere, tempo di piangere, tempo di confessare e di pregare. Ma chi di noi è capace di versare lacrime secondo la grandezza di tanto dolore? (En. in Ps. 21, 1)