mercoledì 9 aprile 2014

Fino agli estremi confini




Un Papa tra due millenni. Durante l’udienza generale di oggi, 9 aprile, Fabio Lazzari e Marco Castelluzzo hanno donato al Papa il libro Giovanni Paolo II (Utet Grandi Opere Fmr), nel pomeriggio presentato all’Angelicum. Pubblichiamo parte del capitolo scritto dal nostro direttore.
(Giovanni Maria Vian) Il pontificato lunghissimo di Giovanni Paolo II è sicuramente segnato da una caratteristica che ha subito colpito: i viaggi, in Italia e nel mondo, frequenti e importanti. Anche se, a rigore, sul piano storico non si tratta certamente di una novità. Soltanto gli specialisti ricordano però i viaggi, in qualche modo obbligati, di alcuni pontefici a Costantinopoli nella prima metà del VI secolo e poi agli inizi dell’VIII, mentre innumerevoli sono quelli in età medievale e moderna.
Tutto cambia con la rivoluzione francese e poi con la fine del potere temporale, al punto che i Papi non lasciano più l’Italia per un secolo e mezzo e il Vaticano per circa un settantennio.
Fa sensazione dunque nel 1962 il pellegrinaggio ferroviario di Giovanni XXIII che va ad Assisi e Loreto per affidare il concilio Vaticano II alla protezione della Madonna. A segnare l’inizio di una nuova era dei viaggi papali è però, all’inizio del 1964, quello di Paolo VI in Terra Santa. Una visita senza precedenti che è seguita, fino al 1970, da altri otto itinerari di Montini che toccano i cinque continenti. Il segno è forte, perché per la prima volta un Papa viaggia in tutto il mondo.
La novità di Paolo VI sancisce visibilmente la proiezione davvero mondiale della Santa Sede. Questa peraltro era stata in qualche modo annunciata dai predecessori prima di diventare Papi: tra il 1823 e il 1825, con il lungo viaggio che il giovane Mastai, il futuro Pio IX, compie nell’America meridionale al seguito di una missione pontificia; poi, oltre un secolo dopo, con i viaggi intercontinentali del cardinale Pacelli — segretario di Stato di Pio XI e suo successore nel 1939 con il nome di Pio XII — e infine, negli anni Cinquanta e Sessanta, da quelli nelle Americhe e in Africa dello stesso Montini.
Proprio un mese prima della storica visita di Paolo VI in Terra Santa, dal 5 al 15 dicembre 1963, vi si reca in pellegrinaggio Karol Wojtyła, vescovo ausiliare e vicario capitolare di Cracovia. Fino ad allora, giovane prete, era stato nel 1946 a Roma e l’anno successivo, in un’Europa ormai divisa dalla guerra fredda, in Francia, Belgio e Olanda. Ma il viaggio in Terra Santa è il primo importante del prelato quarantatreenne, che il 13 gennaio successivo sarà nominato metropolita di Cracovia e che in quei giorni — racconta in una lettera — vive l’itinerario come un “quinto Vangelo” e come una grazia. Verranno poi, nel 1969, il Canada e gli Stati Uniti (che Wojtyła, ormai cardinale, visita nella veste di vicepresidente dell’episcopato polacco, e dove tornerà ancora nel 1976, dopo gli accordi di Helsinki) e, nel 1973, le Filippine, la Nuova Zelanda e l’Australia, dove Paolo VI si era spinto tre anni prima durante il suo ultimo viaggio internazionale.
Eletto Papa il 16 ottobre 1978, Wojtyła — che un mese prima era stato in Germania — prende il nome del suo predecessore Luciani, morto improvvisamente dopo un mese di pontificato e che già aveva comunicato l’intenzione di non recarsi a Puebla, in Messico. Qui nel gennaio 1979 si sarebbe aperta la terza conferenza generale dell’episcopato latinoamericano (alla seconda a Medellín, in Colombia, aveva preso parte, nel 1968, Paolo VI, durante la prima visita di un Papa in America Latina). Giovanni Paolo II decide invece di andarvi, benché tra Messico e Santa Sede non vi fossero relazioni diplomatiche (che saranno stabilite soltanto nel 1992). Ma precedono il primo viaggio internazionale di Wojtyła due brevissimi pellegrinaggi in Italia: al santuario mariano della Mentorella, nei pressi di Roma, e ad Assisi.
Da allora, per ventisei anni, i viaggi italiani e internazionali di Giovanni Paolo II si moltiplicano, sino agli ultimi, nell’estate del 2004, che hanno per meta due santuari mariani celeberrimi: Lourdes il 14 agosto e Loreto, visitata per la quinta volta il 5 settembre. Le statistiche complessive sono eloquenti e impressionanti: 104 viaggi internazionali e 146 in Italia; nei cinque continenti assommano a 129 i Paesi visitati — alcuni più volte, come la Polonia (otto), la Francia e gli Stati Uniti (sette) — e superano il migliaio le città toccate, mentre circa un milione e duecentocinquantamila sono stati i chilometri percorsi in oltre ottocento giorni (poco meno del nove per cento della durata dell’intero pontificato) e quasi tremilatrecento i discorsi preparati.
Ma al di là dell’imponenza dei numeri, subito ha colpito la determinazione del Papa a non fermarsi di fronte ad alcun ostacolo, tanto che subito dopo il primo viaggio in Polonia, dal 2 al 10 giugno 1979, in commenti giornalistici si iniziò a parlare di due mete, Mosca e Pechino, che si sarebbero tuttavia rivelate impossibili.
Una spiegazione dei viaggi viene dallo stesso Wojtyła meno di tre settimane dopo quello trionfale in Polonia nel concistoro per la creazione dei suoi primi cardinali, il 30 giugno 1979. La chiave è la missione della Chiesa, secondo il rinnovamento voluto dal concilio Vaticano II e messo in atto soprattutto grazie allo sviluppo della collegialità dei vescovi: «Paolo VI, che non possiamo dimenticare, ha introdotto nei suoi numerosi viaggi questo modo di svolgere il ministero pontificio» nota il Papa, che subito dopo si augura «che tali viaggi possano giovare in avvenire a manifestare l’unità del popolo di Dio nei vari luoghi della terra, nelle diverse regioni e nazioni».
Su questo aspetto del pontificato Wojtyła torna molto più ampiamente un anno più tardi, nel lunghissimo discorso del 28 giugno 1980, alla vigilia della partenza per il Brasile. Nel frattempo il Papa è già stato in Irlanda e negli Stati Uniti, in Turchia, nell’Africa centrale e occidentale, in Francia. Il Papa torna a parlare del concilio, della Chiesa nel mondo e del compito affidatole da Cristo: la missione — spiega citando l’inizio della lettera di san Paolo ai Romani — è la rivelazione «della potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» e proprio «il Vaticano II ci ha insegnato come “manifestare” questa potenza di Dio, con piena comprensione e rispetto sia di ogni uomo, sia delle singole nazioni e popoli, culture, lingue, tradizioni ed anche delle differenze religiose e perfino della fede e della non credenza».
È questo allora il quadro in cui «prendono il loro pieno significato tutti e singoli i viaggi-pellegrinaggi del Papa, per quanto riguarda sia la specificità di ciascuno di essi, sia la loro globalità. Questi viaggi sono visite compiute alle singole Chiese locali, e servono a dimostrare il posto che queste hanno nella dimensione universale della Chiesa, a sottolineare la peculiare attitudine che hanno nel costituire l’universalità della Chiesa» dice Giovanni Paolo II. In questo movimento dinamico dal centro alla periferia, ogni viaggio papale è insomma «un autentico pellegrinaggio al santuario vivente del Popolo di Dio».
Si tratta dunque di visite compiute — continua — «per annunciare il Vangelo, per “confermare i fratelli” nella fede, per consolare la Chiesa, per incontrare l’uomo. Sono viaggi di fede, di preghiera, che hanno sempre, al cuore la meditazione e la proclamazione della parola di Dio, la celebrazione eucaristica, l’invocazione a Maria. Sono altrettante occasioni di catechesi itinerante, di annuncio evangelico nel prolungamento, a tutte le latitudini, del Vangelo e del magistero apostolico dilatato alle odierne sfere planetarie». Ed enumera, alla vigilia della partenza, i Paesi visitati fino a quel momento: «Messico, Polonia, Irlanda, Stati Uniti, Turchia, Africa, Francia, prossimamente Brasile: in questi incontri di anime, pur nella immensità delle folle, si riconosce il carisma dell’odierno ministero di Pietro sulle vie del mondo. Tale, e soltanto tale, è il fine del Papa-pellegrino, sebbene taluni possono attribuirgli altre motivazioni. Lo scopo dei pastori è di “radunare il popolo di Dio” in diversa portata e dimensione. In tale “raduno” la Chiesa riconosce se stessa, e, al tempo stesso, realizza se stessa».
Di nuovo Wojtyła richiama l’attenzione sul concilio e la scelta dei predecessori, in particolare di Montini: «Tra vari metodi di attuazione del Vaticano II, questo sembra essere fondamentale e particolarmente importante. È il metodo apostolico: è quello di Pietro, e ancor più quello di Paolo. Come non sentirsi commossi nel leggere le peregrinazioni dell’apostolo delle genti, quali ce le propongono con tanta vivezza gli Atti [degli apostoli]? Come non sentirsi scossi da quell’ardimento, da quella sfida di tutti gli ostacoli, di tutte le difficoltà? I mezzi tecnici, offerti dalla nostra epoca, facilitano oggi questo metodo e in certo senso “costringono” a seguirlo. Già Giovanni XXIII lo presentiva, ma fu Paolo VI a darvi piena realizzazione, e su vasta scala, Giovanni Paolo I l’avrebbe certamente continuato».
Inoltre — continua Wojtyła riferendosi a uno dei più importanti documenti del concilio — nei viaggi papali, che prevedono «assemblee veramente plenarie» dei cattolici nei diversi paesi, «si attua il fondamentale capitolo II della Lumen gentium, che tratta di molte “sfere” di appartenenza alla Chiesa quale Popolo di Dio, e del legame che esiste con essa, anche da parte di coloro che non vi appartengono ancora. In tale visione multipla della realtà della Chiesa nel mondo, le visite hanno condotto alle volte ad una società in maggioranza “cattolica” (come il Messico, l’Irlanda, la Polonia, la Francia e fra poco il Brasile), ma altrettanto spesso anche a Paesi dove i “cattolici” convivono con i fratelli di altre Chiese e confessioni cristiane (come negli Stati Uniti d’America), formando sovente la minoranza; e inoltre a paesi, dove i cattolici convivono con i seguaci di altre religioni, e sono uno dei vari gruppi operanti nelle singole nazioni (come nei paesi africani, finora visitati), o perfino quale modesta minoranza (come in Turchia). Infine, i viaggi si articolano altresì in varie situazioni che si profilano tra credenti e non credenti».
Giovanni Paolo II vede insomma i viaggi come un momento essenziale del dialogo con il mondo intrapreso con decisione dalla Chiesa cattolica con il concilio: «Si può dire che, dopo il concilio Vaticano II (in base al citato capitolo II della Lumen gentium, e ad altri documenti particolari), il Papa-pellegrino si sente dappertutto come “a casa sua”, perfino “tra gli estranei”. E ne ha le prove anche nel rapporto che essi intrattengono nei suoi confronti. Non posso dimenticare gli incontri col gran rabbino e i suoi collaboratori a Istanbul; con la comunità ebraica a Battery Park, a Nuova York; con i capi musulmani a Nairobi, ad Accra, a Ouagadougou; con i capi indù ancora a Nairobi; con i rappresentanti della comunità musulmana, e di quella ebraica a Parigi. È la prosecuzione di un colloquio, che la sede apostolica continua a intrattenere con i rappresentanti delle religioni non cristiane».
E nella visione di Wojtyła il dialogo con il mondo espresso dai viaggi è fondato sulla convinzione espressa all’inizio del secondo capitolo della prima lettera di san Paolo a Timoteo: «Ovunque, senza riguardo alla tradizione o all’appartenenza religiosa, il Papa porta con sé la profonda coscienza che Dio vuole che “tutti siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”; la coscienza dell’opera redentrice di Cristo, che si è attuata nel suo sangue versato per tutti gli uomini, senza distinzione in credenti o non-credenti. Il Papa porta dappertutto con sé anche la coscienza della fraternità universale di tutti gli uomini, nel cui nome essi debbono sentirsi uniti intorno ai grandi e difficili problemi dell’intera famiglia umana: pace, libertà, giustizia, fame, cultura»; e il Vangelo — riassume Giovanni Paolo II — «è la fondamentale “magna charta” di tale coscienza».
Già nel 1980 dunque Wojtyła delinea per i viaggi del pontificato un quadro davvero ampio e un significato non marginale. Spiegando una scelta che sarà rallentata ma non interrotta dall’attentato gravissimo che meno di un anno più tardi lo avrebbe ferito gravemente e poi dal progressivo declino fisico. Scelta in definitiva radicata nell’esigenza di testimoniare e predicare nel mondo il messaggio evangelico. Per questo Giovanni Paolo II ha fatto propria e ampliato enormemente l’intuizione di Montini, e per questo stesso motivo i suoi successori l’hanno mantenuta. Per adempiere l’antica profezia ripetuta da san Paolo nel decimo capitolo della lettera ai Romani: «Per tutta la terra è corsa la loro voce e fino agli estremi confini del mondo le loro parole».

L'Osservatore Romano