mercoledì 16 aprile 2014

Fotografando Karol



Intervista al fotografo di Giovanni Paolo II pubblicata da A Sua Immagine. Parla Arturo Mari  

(Stefania Careddu)  Il primo incontro con il giovane Wojtyla ai tempi del Concilio Vaticano  II, la prima foto una volta eletto Papa, ma anche le guarigioni miracolose, la generosità e l’ultima carezza prima della morte. Arturo Mari, fotografo personale di Giovanni Paolo II, sfoglia l’album dei   ricordi. Lo fa con grande delicatezza, raccontando episodi e tratti di   un rapporto che non può essere definito solo professionale. Con la certezza di aver vissuto “per 27 anni accanto ad un santo”. “Il Papa - racconta lo storico capo del servizio fotografico dell’Osservatore  Romano - l’ho reputato come il mio papà e lui mi ha tenuto come un   figlio. È stata un’esperienza straordinaria. Era un uomo molto aperto”.
Come lo ha conosciuto?  
Ero amico del cardinale Stefan Wyszyński,  il ‘leone della Polonia’ ai tempi della persecuzione, che me lo presentò durante il Concilio. Era un uomo energico, di grande cultura. Era giovanissimo, ma anche al tempo del Concilio fece parecchie cose, come la famosa Lettera all'episcopato   tedesco per una riconciliazione dopo la II guerra mondiale, nella quale  scrisse “perdoniamo e chiediamo perdono”. Ero appassionato della storia polacca e quando era possibile andavo da monsignor Wojtyla all'Aventino  per capire la situazione polacca, cosa fosse la “cortina di ferro”.  Era arrivata l’eco di Nowa Huta, il quartiere operaio dove ha fatto   costruire una chiesa per riaffermare la dignità dell’uomo vessato dal comunismo. M'ha insegnato tante cose sulla sua terra,  che poi ho   verificato nei quattro viaggi preparatori  che h compiuto in vista del viaggio pastorale che voleva compiere Paolo VI. Avevamo una macchina per  poterci muovere, ma eravamo sempre seguiti dalla polizia segreta,   dovevamo scendere dall’auto per poter parlare e organizzarci. C’erano telecamere a tutti gli incroci delle strade. Un sera, con i due giornalisti dell’Osservatore Mario Ponzi e Sergio Trasatti  eravamo  fuori dalla nunziatura e siamo stati avvicinati dalla polizia che ci ha fermato e accusati di complotto. Un sacerdote però  ci tirò fuori dai   guai.  
Dunque il papa “chiamato da un Paese lontano” era una sua vecchia  conoscenza? 
Sì, anche se uscendo dalla Sistina, quando mi trovò a fotografarlo, non mi disse nulla, fece solo un gesto indicando la veste come per dire ‘guarda come mi hanno conciato’. Mi inginocchiai e mi benedisse. Poi  sono salito sulla Loggia e lì ho assistito alla scena dell’allora   maestro delle cerimonie, Virgilio Noè, che disse al nuovo Papa che non   avrebbe dovuto parlare. Wojtyla però, come è noto, non gli diede   ascolto.  
Per i primi tre o quattro giorni, poi, non ebbi modo di parlare  direttamente con il papa. Subito avevano chiamato don Stanislao perché  lo raggiungesse. E poi è iniziata per me questa straordinaria esperienza. Per 27 anni ero comunque in appartamento, era una famiglia.   Entravo alle 6,20 e tornavo alle 20 alle 21, a volte anche a mezzanotte. Stavo lì 360 giorni all’anno, tranne cioè quei cinque giorni in cui il papa faceva gli esercizi spirituali, e io ne approfittavo per andare a trovare mio figlio seminarista in Messico. Ho fatto con il papa i104   viaggi all’estero e tutti quelli in Italia e le parrocchie a Roma In  tutti quegli anni non ho saltato un'ora di lavoro e non ho sbagliato una foto.  
C’è una foto scattata al papa alla quale lei è particolarmente legato?  
Non c'è una foto speciale, tutte per me hanno un valore. Certo, quella del Venerdì santo 2005, quando l’ho ripreso abbracciato alla croce, è particolare, ha fatto il giro del mondo. Ricordo che ad un certo punto,  il papa ha preso la croce che don Stanislao gli aveva dato, ha baciato   il Cristo, l’ha appoggiata sul cuore. In questa foto io vedo un uomo che ha vissuto per la croce, il bacio come segno della fedeltà alla Chiesa,   le mani rosse per la pressione con cui stringe la croce, quelle stesse  mani che hanno benedetto tanti, scritto le i suoi documenti, consacrato  milioni di ostie. L’essere piegato di lato come simbolo della malattia. Lui ha scritto 14 encicliche, ma per me sono 15: l’ultima però non l’ha scritta, l’ha vissuta, l’ha pagata con il suo corpo. È l’enciclica della   sofferenza: è un insegnamento che è arrivato alla morte, lui soffriva ma   in modo mistico.  
Quale ricordo particolare le viene in mente in questo momento?  
Una mattina, uscendo dalla cappella privata dopo la messa – ero seduto   all’ultimo banco – ci disse: “sì, il Papa deve soffrire, il Papa può   parlare con i potenti della Terra solo con la sofferenza”. Da quel  momento si è scatenato di tutto: fratture, malattie, sofferenze di ogni   genere. Mi ricordo anche di una volta in Congo, in un ospedale di  Kinshasa, caldo a 50 gradi: nel cortile c’erano tante famiglie con tutti i loro bambini come accade in Africa. E il papa si inginocchia, bacia le mani alle suore che cercavano di aiutare tutte quelle persone con pochi   sismi mezzi, e dice: “in nome di Dio vi benedico, grazie’.  Ed ancora in Africa, a Kabinda, in una si inginocchiò per entarare in una capanna di fango e paglia. Io ero entrato poco prima: c’era una puzza tremenda. E lui ha voluto abbassarsi per stare lì con loro. Lui entrava, parlava con   tutti.   
Nel suo ruolo, lei era sempre accanto al papa, dunque ha assistito anche alle guarigioni inspiegabili che gli vengono attribuite?  
Giovanni Paolo II non voleva che si sapesse delle guarigioni, ma io ho assistito a diversi episodi. Ricordo una donna con il figlio di un mese   e mezzo ricoverato in oncologia al Bambin Gesù. Era nell’ultima stanza del reparto, quando il papa entrò la donna, gridando, lo staccò dalle   flebo e dai tubi e glielo gettò addosso.  Poi si mise a piangere e si buttò ai piedi del Papa, urlando: “guariscilo, sta morendo”. Il papa   prese il bambino tra le braccia come un papà. Dopo si chinò, sollevò la   mamma, e avvicinò la testa della donna al suo cuore  iniziando a   parlarle. Due giorni dopo il bimbo era guarito. Casi simili sono accaduti in Messico, ma anche a San Pietro. È successo alla moglie di un mio amico: a causa di  una malattia neurodegenerativa non parlava da anni. Il papa le passò vicino e le disse: “buongiorno, come sta?” E lei   replicò: “bene, grazie”. Restammo di sasso io, il marito e gli altri   amici che li accompagnavano, poi per la gioia scoppiammo in lacrime.  
Lei come reagiva davanti a fatti del genere?  
Certo è una grande emozione. Stringi i denti, ti viene un nodo alla  gola. Non è uno scherzo. Davvero ne abbiamo passate tante.  
Si parla anche di un episodio di questo tipo che avrebbe riguardato l’allora cardinale Joseph Ratzinger?  
Il cardinale Ratzinger ha avuto tre interventi e per tre volte ha dato  le dimissioni. Quando è stato in ospedale la terza volta, andò a visitarlo Giovanni Paolo II. A un certo punto rimasero soli nella stanza e qualcosa è successo. Io non posso dire di più perché ero fuori dalla   stanza.   
Ed è accaduto qualcosa anche a lei direttamente?  
A causa del troppo lavoro, dopo che sono andato in pensione, ad un   certo punto, non camminavo più. La mia schiena aveva risentito del peso  delle macchine fotografiche portato così a lungo. Un professore mi ha portato in America, nel Minnesota, in un centro di alta specialità:  quando stavo per entrare in sala operatoria, l’anestesista mi concesse   di stare un attimo da solo. Lì ho detto: “Giovanni Paolo da lassù mi  vedi che sto sorridendo. Entro con il sorriso, se va bene esco con il   sorriso, ma se vedi che va male lasciami dormire”. Dopo tre ore e mezzo dall’intervento ero già in piedi. In stanza sentivo un profumo intenso   di rose e chiesi a mia moglie perché avessero spruzzato del deodorante.   Nessuno, tranne me, però, sentiva quell’odore. Ecco, Giovanni Paolo II era lì: quello era il profumo che sentivo quando entravo   nell’appartamento papale. Ma come fai a non piangere?  
Cosa puo' dirmi degli ultimi giorni del papa?  
Ero lì in appartamento, ogni tanto mi affacciavo nella sua stanza, soprattutto quando dalla piazza si sentivano i cori dei giovani. Ricordo il suo commento: “Stanno qui per me, sono venuti”. Queste parole le ha dette davvero. Poteva parlare e il giorno di Pasqua ad impedirglielo fu   solo l’emozione, poco prima aveva parlato, per quello compì quel gesto   di stizza.  
Ricordo l’ultimo incontro. Era la tarda mattinata del 2 aprile, mi ero allontanato. Quando mi hanno richiamato sono risalito: lui era coricato, non aveva nulla se non la mascherina dell’ossigeno adagiata sul cuscino.   Don Stanislao si avvicinò per dirgli. “Santo Padre, Arturo è qui”. Ecco,   quello è stato un trauma forte per me, una botta: si è girato   lentamente, con un sorriso stupendo. Mi ha guardato con i suoi occhi azzurri e io sono crollato in ginocchio. Era ben presente, m'ha   accarezzato la testa e la mano. Poi con un filo di voce mi ha detto:   “Arturo, grazie grazie”. Sempre col sorriso, si è girato sul lato  sinistro: stava lì, ma si capiva che stava già partendo per un viaggio.  
Ora le manca tanto?  
Tutti mi chiedono: “ti manca?”. No, non mi manca, io lo sento sempre   vicino.    

BOX   
“Il mio lavoro di fotografo dell’Osservatore Romano è iniziato con Pio XII”, ricorda Arturo Mari, che descrive anche l’esperienza vissuta con Giovanni XXIII. “Dicevano che sarebbe stato un papa di transizione,  invece ha dato una svolta enorme alla chiesa”, rileva. “Alla sua età si   è inventato un Concilio, ha scritto la famosa enciclica ‘Pacem in   terris’. Poi ha salvato il mondo dalla terza guerra mondiale”, osserva Mari sottolineando che con Roncalli “è iniziato il cambiamento”. “Venivamo dal grandissimo pontificato di Pio XII che è stato però il Papa della guerra e del dopoguerra. Con Giovanni XXIII le porte del Vaticano si sono aperte, il Papa ha cominciato ad uscire: il primo   Natale lo ha passato a Regina Caeli, dove ho scattato la foto con   Gonella, allora ministro di Grazia e Giustizia”.  
Mari torna con la mente al 1958, alla visita di Podgornyj, il presidente del presidium del Soviet supremo dell’Urss. “Ricordo – dice -  l’arrivo di questa macchina russa con la falce e il martello nel Cortile   San Damaso. Conoscendo un po' la storia di Roncalli, si capiva che era   ben preparato dal servizio in nunziatura. E da papa l'ha messo in atto senza difficoltà”. Secondo Mari, Giovanni XXIII “è stato il primo a dire   ‘non abbiate paura’”.  
“Era gentile, ma sul lavoro era molto serio, rigoroso. Controllava  tutto. Finita ogni cerimonia, alle 11 e mezza, mezzanotte, portavo la   busta e la mattina alle 7 la ritrovavo con scritto dietro le foto: No!, Visto, X per dire che andava forte”, rivela Mari. “Alla fine – racconta   - si muoveva malamente, gli ultimi giorni sono stati massacranti.   Ricordo bene, la sera in piazza San Pietro, Leone e altre personalità in   ginocchio. E i romani che sono sempre presenti in piazza nei momenti  cruciali”.
A Sua Immagine